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Domenica, 05 Gennaio 2014 06:04

L'azione della Chiesa.

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tratto dall’Enciclopedia di Apologetica — quinta edizione — traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire — Réponses aux objection


Tratteremo il presente soggetto dal punto di vista apologetico dividendolo in questo modo:
1° II segno divino della santità considerata in generale.
2° La santità voluta da Cristo per la sua Chiesa.
3° La testimonianza dei martiri.
4° La Chiesa cattolica genera continuamente dei santi.
5° Differenze tra i santi canonizzati dalla Chiesa e gli eroi o saggi delle altre religioni.
6° La testimonianza dell’esperienza mistica e quella del semplice cristiano.

CAPITOLO I. — IL SEGNO DIVINO DELLA SANTITÀ»

La santità eminente e manifesta del fondatore, degli apostoli e dei martiri d’una religione è segno della sua origine divina? Tutta la tradizione risponde affermativamente, perché la santità, se è davvero eminente e manifesta, non può esistere senza uno speciale intervento di Dio: essa è un miracolo morale e il suggello di Dio sulla sua opera. Questa conclusione deriva dallo stesso concetto di santità.

§ I. — Nozione della Santità.

I due caratteri essenziali della santità. — La santità, come dimostra San Tommaso (II-II, q. 81, 8) ha due caratteri essenziali: prima di tutto immunità da ogni macchia, da qualsiasi peccato direttamente o indirettamente volontario e anche da qualsiasi imperfezione morale; in secondo luogo unione saldissima con Dio. Il secondo carattere è il principale, perché l’anima è fermamente unita a Dio in quanto evita ogni deviazione volontaria o negligenza. Questi aspetti della santità furono spesso espressi dicendo che essa esige la separazione da tutto ciò che è impuro, da ciò che è terreno nel senso peggiorativo della parola, e una consecrazione spirituale totale e immutabile dell’anima a Dio. Secondo la fede cristiana la separazione e l’unione sono perfette e inammissibili solo nella beatitudine celeste; ma esistono, in un grado inferiore, anche quaggiù, in quanto la vita cristiana è il germe della vita del cielo, semen gloriae.

La santità così definita ordina tutti gli atti di virtù a Dio.

La santità suppone un aiuto speciale di Dio. — I due caratteri della santità possono realmente esistere senza uno speciale intervento divino? Se il principio di finalità ha un senso e una portata, se ogni agente agisce per un fine e se la subordinazione degli agenti o delle cause corrisponde alla subordinazione dei fini (S. th. 111, q. 109, a. 6), bisogna rispondere: non ci può essere vera santità senza il soccorso di Dio, né può esistere la santità eminente, fulgida, straordinaria, senza un intervento straordinario di Dio, che è un miracolo d’ordine morale, come la resurrezione d’un morto è un miracolo– d’ordine fisico. Le due forme d’intervento divino s’illuminano e si confermano senza circolo vizioso: ciò che c’è di luminoso nella santità conferma il miracolo già manifesto ed esclude assolutamente l’ipotesi della contraffazione diabolica; ciò che nella santità resta oscuro, è confermato dal miracolo già ammesso. Cosi, senz’alcun circolo vizioso le nostre due proposizioni si aiutano a vicenda.

§ 2. — I segni della santità.

L’eroicità delle virtù. — La santità si manifesta specialmente nell’esercizio eroico delle varie virtù. Come dice San Tommaso (In Matthaeum, e V, in princ), » la virtù comune perfeziona l’uomo in modo umano; la virtù eroica in modo sovrumano. Quando l’uomo forte teme ciò che è da temersi, vi è la virtù e, se non temesse, sarebbe temerità; ma se, appoggiandosi sull’aiuto di Dio, non teme più nulla, la virtù è sovrumana o divina «.

La virtù cristiana, di cui qui parliamo, supera manifestamente quella descritta dai migliori saggi pagani. Essi raccomandavano di vivere da uomini, secondo la retta ragione; Gesù invece dice: » Siate perfetti cotn’è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt., 5, 48), perché noi siamo chiamati a partecipare alla sua vita intima, a vederlo immediatamente com’egli vede se stesso, ad amarlo com’egli si ama, e la grazia che ci viene data è il germe della vita eterna.

Questa grazia santificante è sempre accompagnata dalla virtù più alta, la carità, che corrisponde al precetto supremo. La grandezza della carità è espressa nelle otto beatitudini evangeliche (Mt. e. 5), che ce ne fanno conoscere i frutti. Essa suppone la fede e la speranza, e anima 0 ispira le virtù cristiane morali, che sotto il suo influsso superano di molto il livello delle virtù morali descritte da un Piatone, da un Aristotele o un Seneca.

San Tommaso ci fa conoscere l’altezza cui devono giungere queste ultime virtù quando scrive a proposito delle virtutes purgatoriae (I-IL q. 61, a. 5): «La prudenza disprezza tutte le cose terrene per la contemplazione di quelle divine; dirige tutti i pensieri dell’anima a Dio. La temperanza abbandona, per quanto la natura può sopportare, tutto quello che il corpo esige. La fortezza impedisce all’anima di spaventarsi di fronte alla morte e all’incognito delle cose superiori. Infine la giustizia ci fa entrare pienamente in questa via tutta divina «. Nello stesso luogo egli dice che le virtù dei grandi santi quaggiù sono quelle dell’anima pienamente purificata, virtutes jam purgati animi.

Da che cosa si riconosce l’eroicità delle virtù. — Secondo Benedetto XIV(1) la Chiesa per riconoscere l’eroicità delle virtù richiede quattro condizioni:
1° La materia su cui la virtù si esercita, cioè il suo oggetto, dev’essere difficile, superiore alle forze comuni degli uomini;
2° i suoi atti devono essere compiuti prontamente;
3° con una certa gioia, quella del sacrificio;
4° non una volta sola o raramente, ma spesso, quando se ne presenta l’occasione.

(1) De servorum Dei beatificalione, lib. Ili, e. 21 s.

Un San Luigi Bertrando restò tranquillissimo in mezzo a pericoli molto gravi; quando seppe di aver bevuto un veleno preparato da una mano criminale, restò calmo, mettendo la sua confidenza in Dio solo; colpito da sofferenze atroci non si lamenta, ma dice: » Signore, su questa terra brucia e taglia quello che dev’essere bruciato, purché sia risparmiato in eterno «. San Vincenzo martire, messo sul cavalletto e poi arso vivo, rimprovera ai carnefici la loro lentezza e, gli occhi volti al cielo in un’ultima preghiera, accetta con gioia i tormenti.

Il martirio. — Tra tutti gli atti eroici quello che più di ogni altro manifesta la santità e l’intensità dell’amore di Dio è evidentemente il martirio. Infatti per mostrare che amiamo qualcuno non c’è modo migliore che privarci per lui di ciò a cui teniamo maggiormente e sopportare per lui i peggiori tormenti. Ora tra tutti i beni della vita presente, quello cui siamo più attaccati è la vita stessa; abbiamo una ripugnanza naturale per la morte, specialmente se violenta, e per i supplizi che ci possono essere inflitti per farci rinnegare la fede. Per questo il martirio è il più grande segno della carità perfetta, secondo il detto del Salvatore: » Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici » (Gv. 15, 13). Così » martire significa testimonio della fede cristiana, che porta a disprezzare i beni visibili per quelli invisibili ed eterni » (S. th. II-II q. 124, a. 4). » Nessuno può disprezzare i beni presenti se non per la speranza di quelli futuri; e siccome la fede ci mostra le cose invisibili, per le quali dobbiamo disprezzare il mondo, le sue attrattive e le sue minacce, si dice che la fede riporta la vittoria sul mondo e che lo ha vinto » (S. Tomm., In Ep. ad Haebr., xi).

L’armonia e la connessione delle virtù. — Ma per meglio distinguere la virtù eroica da quella che le può assomigliare e specialmente dall’ostinazione dell’orgoglio, bisogna considerare la connessione delle virtù, che si devono unire sotto la direzione della vera prudenza e sotto l’impulso della carità, dell’amore di Dio e del prossimo (S. th. I-II, q. 65). Questa varietà e connessione delle virtù non può essere frutto soltanto del temperamento, che è determinato più in un senso che nell’altro. Chi per natura è portato alla fortezza, non lo è alla mansuetudine, né viceversa. I forti devono lavorare per diventare dolci e i dolci devono imparare a divenire fermi: gli uni e gli altri salgono alla stessa altezza, ma per versanti opposti. Perciò se qualcuno ha insieme e in modo eminente le diverse virtù, anche quelle che s’assomigliano di meno, una grande fortezza e una perfetta dolcezza, un grande amore della verità e della giustizia e una misericordia inesauribile per quelli che errano, ciò non può essere senza un aiuto specialissimo di Dio. Egli solo infatti nella semplicità eminente della sua vita intima unisce le perfezioni più diverse e può quindi unirle nell’anima umana, fatta a sua immagine.

Insegnamento di San Paolo. — In questo nesso delle virtù c’è un’ammirabile armonia che fa dire a San Paolo : » La carità è paziente, è benigna; la carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non opera nulla di sconveniente, non ricerca il proprio interesse, non si muove ad ira, non tiene conto dei torti ricevuti, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra con la verità; tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (I Cor. 13, 47). In altri termini la carità suscita, ispira, anima o vivifica le virtù che rende meritorie, ordinandone tutti gli atti a Dio, amato effettivamente sopra tutte le cose.

Benedetto XIV. — A questo riguardo Benedetto XIV (op. cit., lib. m, e. 21) scrive: » Tra i pagani è possibile trovare vere virtù morali e pare che nulla possa impedir loro di giungere a un grado eroico (per esempio di fortezza). Ma per l’eroicità si richiede l’unione di tutte le virtù morali, di cui parliamo; ora poiché quei pagani, che furono chiamati eroi per l’eccellenza di questa o di quella virtù morale, erano generalmente privi di altre virtù e restavano schiavi di questo o di quel vizio, non possono essere chiamati eroi in senso stretto «.

L’armonia tra le virtù più diverse appare, ad esempio, nel predicatore della fede, quando egli parla in nome di Dio con un’autorità sovrana, a tam-quam potestatem habens » (Mt. 7, 29), senza ricorrere » al linguaggio persuasivo della sapienza umana » (I Cor., 2, 4), mostrando nello stesso tempo, profonda umiltà, grande carità verso il prossimo, fortezza invincibile nella persecuzione, grande dolcezza, fino a pregare per i suoi carnefici (2).

San Francesco di Sales. — San Francesco di Sales riguardo a questa unione delle virtù apparentemente contrarie nota: » L’unione di un’altissima carità con una profondissima umiltà è molto ammirabile, perché queste due virtù sono cosi lontane l’una dall’altra, che sembrano non potersi mai incontrare in una stessa persona. Infatti la carità quanto più aumenta tanto più innalza l’anima sopra tutto ciò che non è Dio mentre l’umiltà, all’opposto, abbassa l’anima al di sotto di se stessa e di tutte le creature, perché è proprio di questa virtù, quanto più è grande, di abbassare l’anima in cui si trova. Com’è dunque possibile, unire questi due estremi, «ingiungere cioè l’umiltà con la carità? Certo, è cosa naturalmente impossibile; solo Nostro Signore poteva unire queste due virtù, ed Egli dimostrò la grandezza incomparabile del suo potere, unendo due cose tanto lontane » (Sermon sur la Visitation).

L’unione di queste due virtù è naturalmente impossibile, ma nella vita della grazia, che il Vangelo ci fa conoscere, l’una non può esistere senza l’altra, perché crescono insieme. La radice dell’albero in crescita si spinge sempre più profonda nel suolo, mentre il ramo più alto s’eleva verso il cielo; così l’umiltà ricorda sempre più al cristiano che da solo non è nulla e non può nulla nell’ordine della salvezza, mentre la carità lo eleva sempre più verso Dio e lo rende sempre più docile alla grazia divina.

Pascal. — La connessione delle virtù più diverse giunte a un grado eroico, è un segno della speciale presenza di Dio in un’anima, perché egli solo può riunire così intimamente perfezioni tanto differenti. È ciò che fa pure notare Pascal in uno dei suoi profondi Pensieri: a Io non ammiro affatto l’eccesso d’una virtù, ad esempio del valore, se nello stesso tempo non vedo l’eccesso della virtù opposta, come in Epaminonda, che possedeva l’estremo valore e l’estrema benignità. Perché agire altrimenti non è salire, ma cadere. Non si dimostra già la propria grandezza col porsi a un estremo, ma raggiungendoli insieme tutte e due e occupandone tutto l’intervallo «.

(2) Cfr. San Tommaso. Quodlibet, IV, a. 19 : » Nell’atto delle virtù bisogna distinguere tra ciò che si fa e il modo di farlo. Cosi il fatto di sopportare le torture del martirio non suppone necessariamente la carità perfetta, e anche chi è privo della carità può sopportare tali tormenti, ma la carità perfetta li fa sopportare prontamente e con gioia (la gioia del sacrificio), come si vede in San Lorenzo e San Vincenzo, che dimostrarono ima santa esultanza nel loro supplizio; cosa che non possono compiere quelli che non hanno la carità e quelli che l’hanno solo imperfetta».

§ 3. — Il santo per eccellenza.

Le testimonianze evangeliche. — Questi principi hanno la loro applicazione più evidente riguardo alla santità, di Gesù stesso, che, anche per confessione di molti increduli, ci appare il perfetto modello della santità e delle virtù più diverse.

Colui che San Giovanni Battista mostrò a dito dicendo: «Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo » (Gv. I, 29. 36) può rispondere ai suoi avversari che cercano di confonderlo: » Chi di voi mi può accusare di peccato?… Chi è da Dio ascolta le parole di Dìo; ecco perché voi non le ascoltate, perché non siete da Dio » (Gv., 8, 46). In lui Pilato non trova nessun delitto e lavandosi le mani dichiara: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; rispondetene voi » (Mt. 27, 24).

Gesù modello d’ogni santità. — Gesù appariva immune da ogni peccato; ma la sua santità, specialmente nella Passione, brillò come l’armonia più alta delle più diverse virtù e mentre l’odio contro di lui cresceva fino al parossismo, sempre più si manifestò il suo amore a Dio e alle anime, fino al consummatum est.

In Lui s’armonizzano la sapienza più sublime, che non perde mai di vista il fine ultimo, la vita eterna, e il più acuto senso pratico, manifestato specialmente nelle risposte alle questioni più insidiose.

In Lui s’univano la perfetta giustizia e l’inesauribile misericordia, mentre in noi la giustizia degenera spesso nell’inflessibilità e la misericordia in debolezza. Nel perdono del Salvatore alla donna adultera quanta fermezza e insieme quanta bontà!

In Lui s’armonizzano pure la somma dignità e la più profonda umiltà. Non fu mai cosi grande come nelle umiliazioni della Passione, accettata per nostro amore. A Pilato risponde: «Tu l’hai detto; io sono re. Per questo sono io nato e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità; chiunque ama la verità, ascolta la mia voce » (Gv. 18, 37).

In Gesù si conciliano la fortezza più eroica e la più grande dolcezza nel sorriso del Crocefisso che prega per i carnefici: » Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno » (Le. 23, 34). Molti santi nei loro tormenti ripeteranno questa preghiera, che permette di distinguere il vero martire da quello falso.

È impossibile trovare armonia morale più alta e più profonda, che abbia un irraggiamento più estóso e uno splendore più abbagliante con un’espressione più nobilmente sobria.

E» la santità del buon pastore, che potè dire di se stesso: » Io sono il buon pastore; il buon pastore da la sua vita per le pecorelle. Per questo il Padre mi ama; perché io dò la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la può togliere, ma da me stesso io la dò: è in mio potere il darla ed è pure in mio potere il riprenderla di nuovo. Tale è il precetto che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10, 11. 1718).

Conclusione: le disposizioni interiori che dimostrano maggiormente la santità. –La testimonianza della santità diventa tanto impressionante e convincente quanto più d sforziamo di seguire la stessa sua via, poiché cosi, nella luce dei doni dello Spirito Santo, i segni di cui abbiamo parlato, acquistano tutto il loro valore. Vedendo dal di fuori la vetrata d’una chiesa è molto se riusciamo a distinguere che cosa rappresenta; se invece la guardiamo dal di dentro, nella luce interna tutto s’illumina.

CAPITOLO IILA SANTITÀ» VOLUTA DA CRISTO PER LA SUA CHIESA

Dopo aver parlato della nozione della santità e dei segni che la manifestano, dobbiamo vedere quale santità Cristo volle per la sua Chiesa e quali principi e mezzi di santificazione si trovano in essa.

§ 1. - Cristo per la sua Chiesa volle una santità manifesta ed eminente.

Poiché la santità esige esenzione da ogni macchia morale e stabile unione con Dio, una società è visibilmente ed eminentemente santa se ha in se stessa i principi e i mezzi efficaci per produrre nei suoi membri una santità insigne, e se di fatto essa mostra continuamente gli effetti di questa santità, cioè produce in molti suoi membri virtù superiori e, in alcuni, virtù eroiche, che superano evidentemente le forze morali naturali dell’umanità. Queste virtù possono essere visibili nei loro effetti, per esempio in un grande amore di Dio, unito ad assoluta abnegazione e grande carità verso il prossimo.

Gesù volle che la sua Chiesa fosse eminentemente sante. — Ora Cristo volle che questa sublime santità fosse una proprietà e una nota della sua Chiesa, perché essa continuamente faccia vedere alle anime il fine divino verso il quale le conduce.

Il Salvatore espresse costantemente questa volontà parlando del regno di Dio, e facendo conoscere la sua missione agli apostoli. Pregando per loro, prima della Passione disse: » Padre, …consacrali nella verità; la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, cosi io pure li ho mandati nel mondo; e per loro io consacro me stesso, affinchè anch’essi siano consacrati nella verità. Non prego soltanto per essi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, affinchè tutti siano una sola cosa, siccome tu, o Padre, sei in me ed io in te, anch’essi siano uno in noi » (Gv. 17, 1721).

Già dall’inizio del suo ministero, Gesù aveva detto nel discorso della montagna: » Se la vostra virtù non sorpasserà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt. 5, 20); e nello stesso momento, facendo conoscere tutta la sublimità della legge nuova e predicando le beatitudini evangeliche, aveva esortato tutti i suoi discepoli a un alto grado d’umiltà, di purezza, d’abnegazione, di carità, d’amore per i nemici. Per produrre e conservare questa santità nelle anime promise l’Eucarestia dicendo: » Io sono il pane vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane, che io darò, è la mia carne per la salute del mondo » (Gv. 6, 51). Inoltre promise e mandò lo Spirito santificatore: a Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatorc, perché resti sempre con voi; lo Spirito di verità… e dimorerà con voi e sarà in voi » (Gv. 14, 1617).

Gesù volle che la santità fosse manifesta. — La santità voluta da Cristo per la sua Chiesa è quindi eminente. Inoltre dev’essere visibile, perché disse ai discepoli: a Voi siete la luce del mondo. Non può una città, che sia posta sopra un monte, restar nascosta; né si accende una lucerna per riporla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, e cosi fa lume a quanti sono in casa. Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinchè vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt. 5, 1416).

Gesù dice ancora: » Così ogni albero buono porta buon frutto » (Mt. 7, 17); e agli apostoli: » Non voi avete scelto me; sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti affinchè andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia durevole, affinchè tutto ciò che domanderete al Padre mio in nome mio ve lo conceda. Questo io vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv. 15, 1617). La carità fraterna è il grande segno dell’amor di Dio: «Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete l’un l’altro » (Gv. 13, 35)

Infine ai predicatori della fede promette segni straordinari, che mostreranno la santità e la divina origine del Vangelo: te Andate .per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crede e si fa battezzare si salverà; chi non crede sarà condannato. E i miracoli sono questi che accompagneranno i credenti: nel nome mio scacceranno demoni; parleranno lingue nuove; prenderanno in mano serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero, non avranno danno; imporranno le mani agli ammalati e guariranno » (Me, 16, 1518).

San Paolo esprime mirabilmente la volontà di Cristo relativa alla santità della Chiesa, nella Lettera agli Efesini: «Voi, o mariti, amate le vostre mogli come il Cristo ha amato la Chiesa, e per essa ha dato se stesso, a fine di santificarla, purificandola col lavacro dell’acqua, mediante la parola, per far comparire dinanzi a sé questa Chiesa, rivestita di splendore, senza macchia né ruga o altro di somigliante, ma tutta santa e immacolata » (Ef., 5, 2527).

Cristo previde anche la presenza dei peccatori nella sua Chiesa — Nel pensiero del Salvatore questa santità sarà consumata in cielo, ma sulla terra, anche se la Chiesa dev’essere visibilmente santa per la sua dottrina, per i mezzi e i frutti di santificazione, vi sono tuttavia in essa dei peccatori, come emerge dalla parabola del loglio: » Un nemico ha seminato la zizzania in mezzo al buon grano… Non raccoglietela perché con la zizzania non sradichiate anche il buon grano. Lasciateli entrambi crescere fino alla mietitura » (Mat., 13, 30). Del resto la presenza dei peccatori nella Chiesa è occasione delle virtù insigni della pazienza, della misericordia, dello zelo, della riparazione: «Amate i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano » (Mt., 5, 44).

Questa volontà, che è certamente quella costantemente espressa da Cristo, è realizzata?

§ 2. — La Chiesa offre a lutti i principi e i mezzi di santità?

La Chiesa conservò i princìpi fli santità nella sua dottrina e nella sua prassi. — La Chiesa cattolica propone oggi come nei primi secoli, tutta la dottrina di Cristo, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, e non ne ha rigettato nessun punto, per quanto misterioso e difficile possa apparire alla debolezza umana. E questo si può constatare leggendo gli scritti degli antichi Padri apostolici, i quali contengono molti dorami negati dai protestanti, specialmente quello del sacramento e sacrificio eucaristico, che suppone il sacerdozio. La Chiesa difende l’integrità della dottrina cristiana come la pienezza della verità al di sopra degli errori spesso opposti tra loro: il mistero dell’Incarnazione fu difeso ora dal monofisismo ora dal nestorianismo, quello della Trinità contro l’arianesimo e il sabellianismo, quello della grazia contro il pelagianismo e il predestinazionismo; anche la morale cristiana è preservata dalle deviazioni opposte tra loro del rigorismo e del lassismo.

Praticamente poi la Chiesa lotta di continuo per conservare l’integrità della legge evangelica sotto tutti i suoi aspetti, specialmente sull’unità e l’indissolubilità del matrimonio. Invece la pseudoriforma nega il libero arbitrio, nonché la bontà divina e la volontà salvifica universale; insegna la giustificazione mediante la sola fede, senza le buone opere e accetta il divorzio dei principi. Infine mentre la Chiesa invita molte anime alla pratica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, gli pseudoriformatori portano le anime consecrate a rinunciare alla verginità e agli altri consigli. Cosi la Chiesa cattolica nella sua dottrina dommatica e morale conserva i principi della santità.

La Chiesa conserva i mezzi di santificazione istituiti da Gesù Cristo. -

La Chiesa per mezzo del suo culto custodisce anche la fonte e i mezzi di santificazione; conserva il sacrificio della Messa, in cui, secondo la Scrittura (Le, 22, 19; I Cor., 11, 24; Ebr., 9, 28; 10, 14; 7, 11) e la Tradizione, è » realmente contenuto e incruentemente immolato lo stesso Gesù Cristo, che sull’altare della croce immolò se stesso una sola volta in modo cruento «. (Conc. trid., sess. xxii, e 2), applicandoci cosi i meriti della Passione, onde riceviamo i frutti della redenzione. Secondo le stesse testimonianze, i sette sacramenti contengono e conferiscono la grazia che significano: l’assoluzione sacramentale giustifica i peccatori e li riconcilia con Dio; la comunione eucaristica nutre spiritualmente le anime, cui è pegno di vita eterna.

Invece i protestanti hanno respinto il sacrificio della Messa e quasi tutti i sacramenti. Anche quando conservano il battesimo e la cena, in essi non vedono altro che segni della fede, non le fonti di grazia. Il culto propriamente detto, dopo la soppressione del sacrificio della Messa, resta freddo e non attira più i fedeli, che a poco a poco si dividono in varie denominazioni o cadono nel naturalismo. Alcune sette però, vedendo i difetti del culto protestante, imitano quello cattolico.

I precetti della Chiesa poi ci aiutano evidentemente a compiere bene la legge divina, come quello di sentire la Messa alla domenica, di comunicarsi a Pasqua, quello del digiuno e dell’astinenza.

§ 3. — Gli effetti di questi princìpi e mezzi di santificazione.

La Chiesa, proponendoci questi principi e mezzi di santificazione, ha trasformato la vita individuale dell’uomo, la vita familiare e quella sociale.

Santificazione dell’individuo. — La Chiesa liberò l’uomo e sempre lo libera dagli errori riguardanti Dio, il mondo, l’anima e la vita morale; trionfò sul politeismo e strappa le anime al materialismo e al determinismo, alla morale del piacere e dell’interesse, che della moralità conserva soltanto il nome; predica il Vangelo e i mezzi di salute a tutti, ai più poveri e ai meno istruiti, trascurati dai filosofi; ha sempre condannato e combattuto le tre concupiscenze, quella della carne, quella degli occhi e l’orgoglio della vita; porta incessantemente a praticare le virtù naturali e le virtù cristiane, insegnando come si devono unire.

Santificazione della famiglia. — Restaurò la famiglia proteggendo la donna, i bambini e i servi contro il dominio crudele e licenzioso dell’uomo; non cessò di combattere la poligamia, il ripudio, tollerato dalla legge di Mosè, e il divorzio.

Nella Chiesa cattolica il culto della Santissima Vergine, anch’esso respinto dai protestanti, rianima sempre l’amore della verginità e quello della perfetta castità coniugale. Il Padre Lacordaire nella sua 34.a conferenza potè dire: » Gesù Cristo volle nascere da una donna vergine e madre, modello ineffabile della dedizione materna e della dedizione verginale… La donna, in diciotto secoli, non cessò mai di specchiarsi in questo sublime esemplare, che è quello della sua rigenerazione, e, attingendovi il doppio coraggio della castità e dell’amore, si rese degna di quel rispetto che il mondo aveva bisogno di tributarle… Al culto della carne e del sangue successe il culto degli affetti.

Vi sono sulla terra tre debolezze: la debolezza di proprietà: è il povero; la debolezza di sesso: è la donna; la debolezza di età: è il fanciullo. Queste tre debolezze sono però la forza della Chiesa, la quale, mentre strinse insieme alleanza prendendole sotto la sua protezione, si mise a sua volta sotto la loro. Tale alleanza cambiò la faccia del mondo, perché fino allora il debole era sacrificato al forte, il povero al ricco, la donna all’uomo e il fanciullo a tutti…

Alla donna cristiana, per una speciale delegazione, sono stati affidati tutti i poveri… Tra il mondo pagano e il mondo cristiano e è la stessa differenza che tra la sacerdotessa di Venere e la suora di San Vincenzo de» Paoli… «.

La Chiesa protegge ancora la nascita e la vita del fanciullo; raccoglie i bambini abbandonati, vigila sulla loro formazione intellettuale, morale e religiosa; e a quanto fa per loro, e anche per i malati e i vecchi, non si può paragonare quello che fanno le sette protestanti dove domina sempre più il naturalismo e dove a poco a poco scompare la vita veramente cristiana.

Santificazione della società. — La Chiesa non ha fatto di meno per un profondo rinnovamento della vita sociale. Fu essa che liberò progressivamente la schiavitù, ricordando che tutti gli uomini sono figli di Dio e fratelli in Cristo. Essa rafforzò l’autorità civile ricordando che ogni potere viene da Dio in vista d’un bene generale della società; nobilitò anche l’obbedienza, dicendo che obbedire alle legittime autorità costituite e alle leggi giuste significa infine obbedire a Dio stesso; lottò contro tutte le tirannie, per salvaguardare ogni legittima libertà, specialmente quella di fare il proprio dovere e di far regnare la pace. Conviene ricordare qui ciò che diceva il Padre Lacordaire nella 35.a conferenza: «La società –cattolica aperse al mondo due fonti inesauribili d’obbedienza e di venerazione. L’una è pubblica: l’autorità della sua gerarchia, che dura da milleottocento anni… e, .con la sola persuasione, sa farsi obbedire e venerare in modo che, in nessun tempo e luogo,» nessuna autorità umana fu così obbedita e venerata. L’altra, che è segreta, è la confessione «, che s’impone a tutti, ai forti e ai deboli.

La Chiesa lavora continuamente per far regnare nella società la giustizia e la carità. Se contro il comunismo difende il diritto di proprietà individuale, contro gli abusi del capitalismo cerca di migliorare il più possibile la condizione degli operai e delle loro famiglie. (Cfr. le Encicliche » Rerum novarum » del 1891 e a Quadragesima anno » del 1931).

La pace di Cristo nel regno di Cristo. — Infine vediamo la santità della Chiesa nella pace che essa cerca di mantenere o di ristabilire tra le nazioni„ proscrivendo ogni guerra ingiusta, e affermando la necessità e l’eccellenza della legge di carità e di fraternità cristiana, al di sopra degli speciali interessi dei diversi popoli. Cosi nel medioevo si ebbe un’unità cristiana dell’Europa.

Vladimiro Soloviev (La Russia e la Chiesa universale, ed. it., p. 39) dice che » la filosofia rivoluzionaria ha fatto sforzi… per sostituire a quest’unità quella del genere umano, e si sa con che risultati. Militammo universale ispirato da un odio nazionale quale il medioevo non ha mai conosciuto e che trasforma interi popoli in eserciti nemici; antagonismo sociale profondo e irriconciliabile; lotta di classi, che minaccia di mettere tutto a fuoco e a sangue; decadenza progressiva della forza morale negli individui manifestata dal crescente numero di follia, di suicidi e delitti «. Sono i segni d’una società che si separa da Dio, e dimostrano in modo singolarmente urgente la necessità di ritornare a lui, come non cessa di dire il Vicario di Gesù Cristo, ricordando che la pace di Cristo si trova soltanto nell’instaurazione del suo regno di verità, di giustizia, di carità nella vita degl’individui e dei popoli.

In questo doloroso stato di cose si vede come opere profondamente cristiane, con risorse materiali minime, abbiano un immenso rendimento spirituale come l’opera di un Padre Chevrier, amico del Curato d’Ars, nei sobborghi di Lione, mentre opere non cristiane con immense risorse materiali abbiano un risultato morale minimo.

Conclusione: la Chiesa offre sempre al mondo la santità capace di guarirlo dai suoi mali. — La santità della Chiesa ha segni non equivoci. È la santità che Cristo volle per la Chiesa, quella che deriva dai princìpi e dai mezzi di salute che essa offre a tutti, col sacrificio eucaristico e con i sacramenti; principi e mezzi di santificazione trasformano la vita individuale, familiare e sodale di coloro che non si sottraggono al loro influsso.

I mali presenti sono quelli d’una società che vuole separarsi dalla Chiesa e, a loro modo dimostrano come il suo influsso santificatore è necessario più che mai. Solo il ritorno al Vangelo, alla luce della vita, come non cessano di ripetere i Sommi Pontefici, può salvare la società, ricordando come al di sopra dei beni materiali che dividono, perché non possono appartenere simultaneamente e integralmente a tutti e ad ognuno, vi sono i beni spirituali, la verità, la virtù, Dio stesso, che ciascuno possiede quanto più li dona agli altri e che, unendoci profondamente, solo essi possono darci la pace e la gioia, facendo pregustare la beatitudine promessa dal Salvatore ai suoi discepoli.

CAPITOLO III. — LA SANTITÀ DELLA CHIESA E LA TESTIMONIANZA DEI MARTIRI

La santità della Chiesa si manifesta non solo negli effetti generali prodotti nella vita individuale, familiare e sociale, ma anche in fatti eccezionali, che manifestano in modo impressionante l’eroicità delle virtù, e particolarmente nella costanza dei martiri.

La testimonianza dei martiri ha un valore speciale, dato che la loro costanza supera evidentemente k forze naturali dell’uomo e suppone uno straordinario aiuto di Dio. Ora questo è evidente quando si considera il grande numero dei martiri, la loro condizione ed età, il motivo per cui soffersero, la qualità dei loro tormenti fisici e morali, e infine la loro pazienza eroica, unita alle altre virtù.

§ 1. — La testimonianza dei martiri.

1. Il numero dei martiri. — Dal 64, sotto Nerone, fino all’editto di Costantino (313) infuriarono le grandi persecuzioni. Abitualmente se ne contano dieci, che Lattanzio riduce a sei; vi furono pure molte persecuzioni locali. Secondo la tradizione e la storia, innumerevoli furono i martiri, e solo nel 1684 apparve il primo contraddittore in H. Dodwell, secondo il quale gli antichi martiri sarebbero stati pochissimi. Egli fu confutato dal Ruinart (Acta primorum martyrum sincera et selecta, Parigi 1689), e i documenti più recenti trovati nelle catacombe, confermano le antiche testimonianze dei Padri e quelle dei pagani, come riconoscono gli stessi razionalisti. G. Boissier nel libro La fin du paganisme (t. i, p. 393) dice: k Anche supposto che ogni volta e in ciascun luogo particolare siano perite poche vittime, queste riunite devono formare un numero considerevole «. Stando al martirologio romano, solo in Roma vi furono 13.825 martiri. Secondo Tacito (Annal. xv, 4345) nel 64 sotto Nerone fu messa a morte una » grande moltitudine di cristiani «. Éusebio (Stor. eccl. in, 33; v, 1; vi, 1; vii, 11) riferisce che vi fu un gran numero di martiri anche sotto Traiano, Marco Aurelio, Severo, Decio e Diocleziano. La stessa testimonianza troviamo in Lattanzio, Sulpicio Severo, San Cipriano. Nelle catacombe furono trovate iscrizioni latine come questa: Marcella et Cristi martyres CCCCCL (550).

Inoltre, per confessione degli stessi razionalisti, i cristiani che allora non perirono ebbero bisogno d’una grandissima forza d’animo per abbracciare la fede e perseverare.

Infine ci furono numerosi martiri in Persia; secondo Sozomeno (Hist. eccl. n, e 4) sotto il re Sapore ne morirono 190.000, come pure nei paesi maomettani e più recentemente in Giappone, in Cina, nell’Annam, nell’Uganda, nel Messico, in Spagna. Nella Chiesa la testimonianza del sangue non è mai venuta meno.

2. La condizione dei martiri. — Si deve pure considerare la condizione dei martiri che non furono soltanto rozzi plebei, ma anche nobili e dotti, come San Giustino, Sant’Ireneo, San Cipriano; donne, come Santa Perpetua, Santa Cecilia, Sant’Agnese, Santa Blandina; fanciulli, come Tarcisio, Quirico, Eulalia; vecchi come San Policarpo.

3. Il motivo per cui tutti quanti soffersero. — Fu ed è sempre la religione e la fede in Cristo Figlio di Dio. Ogni altro motivo è escluso. Non fu l’amore del mondo, delle sue gioie, ricchezze e onori, poiché essi disprezzarono tutto quanto per essere fedeli alla religione cristiana, in cui il paganesimo voleva vedere la causa di tutte le calamità. I cristiani non cospiravano affatto contro l’impero; obbedivano alle leggi giuste, servivano valorosamente nell’esercito, come gli altri; ma erano cristiani e rifiutavano d’offrire sacrifici agli dèi del paganesimo.

4. L’oggetto della loro testimonianza. — È la verità della fede cristiana e dei segni divini che la confermano. I martiri, come dice il loro nome, sono testimoni che preferiscono subire il supplizio della morte piuttosto che rinnegare la fede (1). Lo si vede dalle parole che dicono davanti ai loro giudici e ai carnefici, parole –che davvero realizzano la predizione di Gesù: «Guardatevi dagli uomini, poiché vi tradurranno in tribunale e nelle loro sinagoghe vi flagelleranno; e sarete per cagion mia condotti davanti a governatori e » per render testimonianza a loro e ai Gentili » (Mt., 10, 17). » Vi cacceranno dalle sinagoghe, anzi verrà il momento che chiunque vi uccide penserà di rendere culto a Dio (2). E tutto ciò faranno perché non hanno conosciuto né il Padre né me » (Gv., 16, 2). Gesù aveva anche detto: «Ecco io vi mando profeti, sapienti e maestri; di essi alcuni ucciderete e crocifiggerete e altri flagellerete nelle vostre sinagoghe e perseguiterete di città in città » (Mt, 23, 34).

5. I tormenti. — I Persecutori ricorsero a ogni specie di tormenti fisici e morali, come dice anche Tacito (Annal. xv, 44): la croce, il ferro, il fuoco, le bestie feroci; tormenti che furono sopportati anche da bambini, da infermi, non solo per pochi minuti, ma per lunghe ore e giorni, perché il supplizio veniva prolungato per vincere i cristiani col dolore e indurii a rinnegare la fede.

Non minori erano i tormenti morali. Venivano privati delle loro cariche e dignità e dei loro beni, con tutta la famiglia ridotta alla miseria; spesso dovettero pure lottare contro gli affetti naturali più profondi; contro le lacrime dei genitori, delle spose, dei figli (cfr. Dom Leclercq, Les Martyrs, 1.1, p. 126… Passione di santa Perpetua). Allora si avverò alla lettera la predizione di Gesù: » Io sono venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre… cosi che i nemici dell’uomo saranno i suoi di casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me… Chi fa risparmio della sua vita, la perderà; chi invece ne fa getto per cagion mia, la ritroverà » (Mt., 10, 35). Molti, come Sant’Ermenegildo, furono traditi dai loro genitori; il Salvatore aveva detto : n II fratello consegnerà il fratello perché sia messo a morte e il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i loro genitori e li faranno morire…; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo » (Mt., 10, 21). Infine le vergini cristiane conobbero un altro tormento morale: furono spesso trascinate in luoghi infamati che esse detestavano più della morte.

(1) Cfr. San Tommaso, II-II, q. 134, a. 1 e a : il martirio è un atto della virtù della fortezza, ispirato dall’amor di Dio, per attestare la verità della fede e dei segni che la confermano.

(2) Queste parole, come dice San Tommaso (In Matth., X, 17) riguardano le persecuzioni da parte dei giudei che, nella loro cecità, non intendono rettamente il culto del vero Dio; non quelle dei pagani, preoccupati di difendere il culto degli dèi.

6. La loro pazienza eroica unita alle altre loro virtù. — La fortezza eroica dei martiri brilla tanto più se si considera che l’atto principale della fortezza non è aggredire, in cui bisogna moderare l’audacia, ma stare fermi nei pericoli, il che richiede reprimere la paura (S. ivi. imi, q. 123, a. 6). Cosi il giusto mezzo della fortezza è il culmine in mezzo e sopra i due vizi contrari, della viltà e della temerità {ivi, q. 125127).

Inoltre la virtù della fortezza dev’essere connessa con le altre virtù morali sotto la direzione della vera prudenza; cosi essa rafforza l’uomo nel perseguire il vero bene e non nell’ostinazione dell’orgoglio. Infine, per essere veramente eroica, la fortezza deve compiere atti difficili, che superano la forza comune degli uomini e deve compierli con prontezza, con una certa gioia, quella del sacrificio, quando se ne presenta l’occasione, anche spesso se occorre, e con costanza (3). Cosi i martiri sopportano atroci tormenti pregando Dio di sostenerli. Prima del supplizio provarono, come aveva voluto provare Cristo stesso, il timore naturale della morte, ma pregarono per reprimerlo. Non andavano al supplizio spinti dall’audacia, ma con calma; invece alcuni presuntuosi, che avevano temerariamente denunciato se stessi, all’ultimo momento tremarono e rinnegarono la fede (4).

Inoltre la fortezza dei martiri è connessa con le altre virtù, unita cioè alla carità, alla fede, alla speranza, alla religione, alla prudenza, alla giustizia, alla castità, all’umiltà, e anche alla dolcezza, come si vede dalle loro risposte e quando pregano per i loro carnefici (5), sull’esempio del Salvatore e di Santo Stefano protomartire.

Infine vanno al supplizio con la gioia del sacrificio compiuto per amore; la loro costanza dura spesso più giorni. Il racconto della loro morte ricorda ciò che è detto negli Atti degli apostoli (5, 41): » Gli apostoli uscirono dal sinedrio pieni di gioia per essere stati giudicati degni di soffrire obbrobri per il nome di Gesù «.

Questo si vede specialmente nel martirio di Sant’Ignazio d’Antiochia, di San Policarpo (6), San Cipriano, San Felice, Sant’Ireneo, San Vittore, San Vincenzo (7), Santa Perpetua, Santa Felicita (8), Santa Blandina e tanti altri. Santa Perpetua, lanciata più volte in aria da una vacca inferocita, fu rapita in estasi e non senti nulla (9).

Non mancarono certamente cristiani che, vinti» dal dolore, rinnegarono la fede; ma questo non fa die illuminare maggiormente la costanza dei moltissimi che furono fedeli. Infine occorre notare die i martiri potevano sottrarsi ai tormenti con molta facilità, bastando una sola parola d’abiura alla quale tentavano indurii con ogni specie di promesse. Agli onori promessi essi preferirono l’ignominia, alle voluttà il supplizio, alle ricchezze ia povertà e lo spogliamento, a tutti i beni terreni la morte crudele.

(3) Benedetto XIV, De canonizatione Sanctorum, 1. Ili, e 21.
(4) Cfr. Dom Leclercq„ Les martyrs, t. I, p. 68 ss.
(5) P. Allard, JDix legons sur le martyre, p. 330.
(6) Dom Leclercq„ ivi, t. I, p. 50, 67 ss.
(7) Ruinart, Atta martyrum (ed. di Verona, 1731), pp. 310, 357, a6o, 335, 327.
(8) Ivi, p. 327.
(9) Dom Lecleecq„ O. e., t. I, pp. 137 ss., 95.

§ 2. — La testimonianza dei martiri prova la santità della Chiesa.

Tutto considerato, questa eroica fortezza non è un miracolo d’ordine morale e non suppone un aiuto straordinario di Dio, che viene così a confermare la fede cristiana con un nuovo segno?

È molto difficile negarlo.

Tale fortezza, connessa con le altre virtù, in realtà è il principio degli atti eroici ripetuti spesso, compiuti da una innumerevole moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli, con gioia e costanza, in mezzo a grandi tormenti fisici e morali, senza nessuna speranza di retribuzione temporale e nonostante le promesse più seducenti.

Ora gli atti eroici delle principali virtù, cosi connesse, non possono essere compiuti in siffatto modo, spesso e con gioia, da persone cosi diverse, in circostanze tanto dolorose, senza un aiuto straordinario di Dio.

In realtà non si può spiegare il fatto con cause naturali, come il fanatismo o il desiderio della gloria umana.

1. La fortezza eroica dimostrata non è spiegabile col fanatismo. — II fanatismo è l’illusione di chi si crede ispirato e che ha uno zelo eccessivo per una religione, un’opinione o un partito. Esso genera una cieca ostinazione, che rifugge dalla discussione, esclude la saggezza, la prudenza, la modestia e la dolcezza. Ora i martiri non fuggivano la discussione, ma rendevano volentieri ragione della loro fede; molti erano dotti, come San Giustino, Sant’Ireneo, San Cipriano, e scrissero apologie del cristianesimo. Le loro risposte erano piene di sapienza e di prudenza, e avveravano la predizione di Gesù : a Quando vi avranno tradotti davanti a loro, non vi date pensiero del come parlerete o di quel che direte; poiché in quel momento vi sarà dato quel che dovrete dire, non essendo voi quelli che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » (Mt., 10, 1920). La vergine alessandrina Potamiena rispose al giudice che ordinava di spogliarla e di gettarla in una vasca piena di pece bollente: 0 Ti prego di lasciarmi le mie vesti, e ordina di immergermi a poco a poco in questa vasca bollente, per vedere che pazienza mi ha dato Cristo, che tu ignori» (10).

I martiri cristiani non dimostrarono l’entusiasmo insensato, lo zelo truce, ma la calma e la modestia; basti ricordare la morte di Santa Perpetua di Cartagine, quella di Santa Lucia di Siracusa, di Sant’Agnese, di Santa Cecilia.

Il fanatismo non produce la dolcezza. — Infine il fanatismo produce l’indignazione, la collera, mentre nei martiri cristiani si nota la mansuetudine e in loro si attua l’ammirabile unione della fortezza eroica e della più grande dolcezza. Solo Dio può unire questi estremi. L’ingiustizia provoca naturalmente la collera, e la massima ingiustizia, quella di infliggere un crudele supplizio all’innocente, eccita naturalmente l’irritazione e l’odio contro il persecutore. Ora i martiri cristiani, lungi dall’odiare i loro carnefici pregavano per essi. Il protomartire Santo Stefano esdama: » Signore, non imputare loro questo peccato» (At. 7, 59), come il Salvatore che aveva detto: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Le. 23, 34).

(10) Roinart, Op. e ed. cil., p. 103.

La stessa dolcezza troviamo nella maggior parte dei martiri, come in quelli di Lione, in San Cipriano, San Massimo, il Centurione Marcello, ecc. (11). Essi praticarono fino all’estremo quello che Gesù aveva richiesto: «Pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano «, e avrebbero potuto dire come San Paolo : » Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo; ingiuriati, supplichiamo; sino ad ora siamo trattati come la spazzatura del mondo, come la lordura di tutti » (I Cor. 4, 1213).
Il fanatismo non è perseverante. — Del resto l’impulso del fanatismo non avrebbe potuto durare tre secoli ininterrottamente. Alcuni fanatici disprezzano i tormenti, ma raramente, per poco tempo e quando il supplizio si prolunghi la fermezza del fanatico deriva dalla collera, dall’odio che si rivela nei suoi lineamenti: di qui si vede che è privo della virtù della fortezza, ed è solo ostinato. Nel fanatismo manca evidentemente la connessione delle virtù.

2. La fortezza dei martiri non proviene né dalla vanità, né dal l’orgoglio. –Non si può neppure dire che i martiri cristiani abbiano sofferto per amore della gloria umana, perché furono umili quanto magnanimi; tanto umili che, dopo aver sofferto tormenti per la fede, non permettevano ai fede li di dare loro il nome di martiri. Del resto molti furono uccisi lontano da ogni sguardo. Infine come Cristo morente tra due ladroni, erano considerati come infami malfattori. La loro grande umiltà era congiunta alla magnanimità ben evidente nelle risposte, che essi davano con la più grande certezza in nome di Dio, autore della rivelazione.

L’unione di virtù così differenti e praticate in un grado così alto manifesta uno speciale soccorso dell’Altissimo, senza il quale all’orgoglio avrebbe potuto seguire la pusillanimità. Nei martiri vediamo che si verifica in modo | profondo quello che San Tommaso dice dell’unione di queste due virtù: «La magnanimità fa sì che l’uomo si porti verso grandi cose, considerando i doni che ha ricevuto da Dio; l’umiltà lo porta a fare poco caso di se stesso, considerando i propri difetti » (II-II, q. 129, 3, ad. 4). In realtà i martiri si basavano non sulle proprie forze, ma sull’aiuto di Dio, che non cessavano di chiedere.

3. Il martìrio manifesta un aiuto straordinario di Dio. — Infine nella costanza dei martiri assieme alle altre virtù più diverse, vediamo il segno della santità, effetto proprio di Dio nell’anima, poiché la santità è assenza di ogni macchia morale e unione molto salda con l’autore della salvezza. L’ordine degli agenti deve corrispondere all’ordine dei fini. La santità non può esistere senza l’aiuto di Dio e non c’è santità straordinaria senza aiuto eccezionale. » Tra tutti gli atti delle virtù, il martirio è quello che più di ogni altro manifesta la perfezione della carità o dell’amor di Dio » (II-II, q. 124, 3). E la manifesta tanto più quando il martire mostra fra i tormenti la gioia del sacrificio e la riconoscenza a colui che gli da la forza di sopportare.

Che il martirio manifesti un intervento divino straordinario lo conferma anche il fatto che i martiri dichiarano di non poter sopportare la loro sofferenza senza l’aiuto di Dio. Santa Felicita dice: «Un altro soffrirà in me e per me quello che non potrei sopportare io «. Così San Policarpo, Sant’Andronico, San Vincenzo (12).

(11) Cfir. Dom Leclerccì, Op. cit., 1.1, p. 105; t. II, pp. 106, 155, 158.
(12) RtnNART, Op. e ed. cit., pp. 86, 325, 103, 135, 363.

Non poche volte, poi, autentici miracoli fisici mostrarono ad evidenza tale aiuto divino, che in certe circostanze giunse fino a sopprimere il dolore o a guarire immediatamente le ferite. Infine, come dice Tertulliano (Apol., e. 50) il sangue dei martiri fu un seme. Alle persecuzioni segui subito una prodigiosa diffusione del cristianesimo. Cristo aveva detto: » Se il chicco di frumento messo sotterra muore, porta frutto abbondante» (Gv. 12, 24); e San Paolo: alo mi compiaccio nelle debolezze, negli obbrobri, nelle angustie per il Cristo; perché quando io sono debole, allora sono potente » (2 Cor. 12, 10). Il Salvatore aveva annunciato questa vittoria: » Beati siete voi quando vi oltraggeranno e perseguiteranno per cagion mia. Rallegratevi, perché la vostra ricompensa è grande nel regno dei cieli» (Mt. 5, 1112). San Giovanni potè dire (I Gv. 5, 4): «Tutto ciò che è nato da Dio è vittorioso sul mondo, e la vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede «. Cosi negli Atti degli apostoli si legge (7, 55) che Santo Stefano, mentre veniva lapidato, vide Gesù alla destra del Padre e disse: «Io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo stare alla destra di Dio».

4. Risposta a un’obiezione.

- Le morti coraggiose per una causa erronea. — I razionalisti obbiettano dicendo che la costanza dei martiri si spiega con cause naturali, come l’eroismo del soldato che muore per la sua patria, come quella dei babisti in Persia, dei montanisti, degli anabattisti, che muoiono piuttosto di rinnegare le loro idee religiose. Secondo Gastone Boissier, » davanti alla morte coraggiosa dei valdesi, degli ussiti, dei protestanti… la Chiesa deve certamente rinunciare a sostenere che si muore soltanto per una dottrina vera » (La fin du paganisme, 5 ed. t. 1. p. 344).

La Chiesa non afferma che si muore soltanto per una dottrina vera, ma che la costanza dei martiri cristiani, unita alle altre virtù da essi dimostrate, differisce essenzialmente dall’ostinazione del fanatico, in cui manca la connessione delle virtù; e aggiunge che siffatta costanza manifesta uno speciale aiuto di Dio confermante la fede per la quale quei cristiani morirono, specialmente quando si considera il loro numero e le loro varie condizioni. Alla luce di questi principi, spiegati da Benedetto xiv riguardo ai falsi martiri (op. cit, lib. in. e. 20), si vede che alla virtù dei martiri canonizzati non potremmo paragonare l’ardore dei babisti, dei montanisti, degli anabattisti, i quali, come ammet. tono molti razionalisti, diedero segni non equivoci di fanatismo, d’orgoglio, di durezza; la fortezza in loro non si mostrò unita alla mansuetudine e alla preghiera per i carnefici.

Il caso dei protestanti dell’Uganda. — Si ricorda senza dubbio che nell’Uganda nel 18851886, alcuni protestanti diedero la vita per la loro religione; ma pare proprio che fossero molto in buona fede, e che morissero per la religione che essi consideravano come quella di Cristo. Cosi poterono essere aiutati in modo speciale dalla grazia di Dio e dare la loro vita per la verità cristiano, che era stata loro esposta in modo incompleto, e non per il protestantesimo in quanto s’oppone alla Chiesa cattolica. Questo principio viene ammesso da Benedetto xiv (op. cit., lib. in, e 20, n. 3). La testimonianza dei martiri conserva intatto il suo valore, purché si consideri l’eroicità della loro costanza, unitamente alle altre virtù; eroicità che non può essere spiegata senza uno spedale aiuto di Dio, il quale, appunto dando tale aiuto, conferma la fede per cui i martiri sono morti.

CAPITOLO IVLA CHIESA CATTOLICA PRODUCE SEMPRE DEI SANTI

La santità della Chiesa viene manifestata non solo dalla testimonianza dei martiri, ma anche da quella dei confessori, delle vergini, di tutti i santi, che essa fin dalle sue origini non ha cessato di dare alla luce. Possiamo cosi considerare sia i santi canonizzati sia le istituzioni che costituiscono una scuola di santità.

§1.- I Santi canonizzati.

Prima della Riforma. — Siccome i protestanti riconoscono che la Chiesa romana fu la vera Chiesa di Cristo fino a Costantino, cioè fino al quarto secolo, devono pure ammettere che a lei appartengono tutti i santi che fiorirono in quel tempo. Non si può certo affermare che appartenessero a un’altra Chiesa Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo, San Cirillo, San Giovanni Crisostomo, e i numerosi papi che furono canonizzati. A lei appartengono anche i diversi santi che portarono il Vangelo nelle diverse parti del mondo, dove fondarono delle Chiesa, come San Patrizio in Manda, Sant’Agostino di Cantorbery in Inghilterra, San Metodio in Russia, San Bonifacio in Frisia, San Willebaldo in Germania.

Nel suo seno si formarono i fondatori degli ordini, come San Benedetto,

patriarca dei monaci d’Occidente, San Bernardo, San Norberto, San Domenico, San Francesco; i grandi dottori, come Sant’Anselmo, San Bonaventura, Sant’Alberto Magno, San Tommaso; i grandi predicatori della fede, come San Vincenzo Ferreri, San Bernardino da Siena; le vergini il cui nome è noto a tutti: Santa Geltrude, Sant’Ildegarda, Santa Chiara, Santa Caterina da Siena, ecc.; i re e i principi, come Santo Stefano, San Luigi, Sant’Enrico, San Leopoldo, San Stanislao.

Dopo la Riforma. — Dopo la separazione dei protestanti, la Chiesa cattolica non cessò affatto di produrre grandi servi di Dio. Poco dopo la comparsa del protestantesimo apparvero nuovi fondatori di ordini, santi riformatori, grandi missionari: Sant’Ignazio, Santa Teresa, San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales, San Francesco Saverio, San Luigi Bertrando, San Filippo Neri, San Carlo Borromeo, San Vincenzo de» Paoli, San Paolo della Croce, Sant’Alfonso dei Liguori, ecc. Così, dopo la rivoluzione francese, gli ordini religiosi non tardarono a rifiorire, vennero fondate nuove congregazioni e specialmente società missionarie. Per questo periodo basta ricordare i nomi del Santo Curato d’Ars, di San Giovanni Bosco, di San Giuseppe Cafasso, di Santa Teresa del Bambino Gesù, del beato Pio X, di Santa Cabrinì.

Canonizzazioni molto numerose hanno posto recentemente sugli altari servi di Dio che vissero, in quest’ultimi tempi, negli ambienti più diversi. Possiamo renderci conto della cura con cui, nei processi di beatificazione e di canonizzazione, furono esaminati l’eroicità delle loro virtù e i miracoli che le confermarono, consultando sia le norme stabilite da Benedetto xiv nella sua opera De servorum Dei beatificatione, sia gli atti stessi dei processi.

Cosi si vede che, dalle origini ad oggi, la Chiesa cattolica non ha cessato mai di produrre dei santi, che sono i testimoni viventi dell’efficacia della parola del Salvatore.

Le Chiese separate non hanno grandi santi. Il protestantesimo non può pretendere di generare grandi santi, perché deprezza i consigli evangelici, la verginità, la mortificazione, sopprime il sacrificio della Messa, snerva il dinamismo sacramentale. Non si può tuttavia negare che esso annoveri molte anime nobili. Lo stato di dissidenza non è la notte profonda, il regno del male assoluto. Lo Spirito Santo, secondo la felice distinzione del card. Manning, opera nelle chiese dissidenti, ma non per mezzo di esse. Aggiungiamo che, se talvolta si osserva in esse anche qualche raro esempio di santità superiore, ciò deriva dagli elementi del domma e della morale cattolica che ancora vi sussistono. E resta sempre vero che il protestantesimo non è di per sé generatore di grandi santi.

Le chiese scismatiche invece, avendo conservato moltissimi elementi del cattolicesimo, hanno più mezzi di santificazione e anche più santi di quelle protestanti.

Al fatto che uomini, nati nel protestantesimo o nello scisma– e viventi in buona fede, abbiano virtù soprannaturali, è un effetto della misericordia di Dio, che non rifiuta la sua grazia a coloro che fanno quanto possono per ottenerla; ma non si può concluderne che la società religiosa, di cui essi fanno parte in buona fede, sia una porzione della vera Chiesa di Cristo. Del resto queste anime di buona volontà per l’eroicità delle virtù non possono venire paragonate ai santi canonizzati dalla Chiesa cattolical

Giovanni Papini, scrivendo della sua conversione alla Chiesa cattolica, afferma: » Tra le Chiese innumerevoli che si dicono fedeli interpreti di Cristo, scelsi quella cattolica, sia perché essa rappresenta veramente il tronco maestro dell’albero piantato da Gesù ma anche perché, a dispetto delle debolezze e degli errori umani di tanti suoi figli, essa è quella, a parer mio, che ha offerto all’uomo le condizioni più perfette per una integrale sublimazione di tutto l’esser suo e perché in essa soltanto mi parve che fiorisse abbondante il tipo d’eroe che ritengo il più alto: il Santo » (La Pietra infernale, Morcelliana, Bresda 1934, pp. 162163. Questo tratto sulle chiese separate è dovuto all’ed. it).

Nella Chiesa cattolica anche le epoche sconvolte sono ricche di esempi di santità. — Bisogna poi notare che nella Chiesa cattolica vi furono pleiadi di santi proprio durante e dopo le grandi prove da essa attraversate. Così si vide nelle persecuzioni di Nerone, Diocleziano, Giuliano l’apostata che il sangue di migliaia di martiri faceva germogliare migliaia di ferventi comunità cristiane. Così, durante l’imperversare delle grandi eresie ariana e pelagiana, sorsero sublimi genii del pensiero e della santità, quali Sant’Atanasio e Sant’Agostino.

Nell’alto Medioevo i Barbari seminarono ovunque la desolazione, ma la Chiesa seppe domarli e convenirli. Nel secolo XII gli Albigesi vollero rinnovare il manicheismo, ma ecco sorgere nuovi grandi ordini religiosi, quello di San Norberto, di San Domenico, di San Francesco, e il secolo XIII fu l’età aurea della teologia.

Nei secoli XV e XVI alcuni poterono credere che la Chiesa stesse per morire sotto i colpi della rinascenza pagana e del protestantesimo. Essa perdette una gran parte della Germania e dell’Inghilterra, ma nello stesso tempo sorgeva in Europa una pleiade di santi, di fondatori d’ordini, di missionari, ad opera dei quali si stabili nelle Indie, dove San Francesco Saverio rinnovò i prodigi dell’era apostolica; in America, dove San Luigi Bertrando e Las Casas facevano conoscere la carità di Cristo. Intanto il Concilio di Trento organizzava la vera riforma.

La Rivoluzione francese si mise anch’essa all’opera per distruggere la Chiesa: massacrò i sacerdoti, gettò le basi per un nuovo mondo e una nuova religione. Ma nel 1801 era firmato il Concordato, nelle chiese ricompariva il culto, si ristabilivano gli ordini dispersi, le missioni facevano meravigliosi progressi in Oriente, in Africa, in America e nuovi martiri le illustrarono.

§ 2. — Le istituzioni che sono una scuola di santità.

Nella Chiesa non basta considerare lo splendido eroismo dei santi canonizzati, ma bisogna anche vedere le istituzioni permanenti che formano le anime alla perfezione.

1) II sacerdozio cattolico. — Tra queste istituzioni primeggia il sacerdozio cattolico, i membri del quale in occidente si obbligano al celibato perpetuo, per consecrarsi totalmente al servizio di Dio e all’apostolato. Questa perpetua continenza, osservata fedelmente da molti sacerdoti, suppone atti eroici, superiori alle forze comuni.

Giuseppe de Maistre potè dire del clero cattolico: a Vi sono nel cristianesimo cose sì alte e sublimi, vi sono tra il sacerdote e le sue pecorelle relazioni sì sante e sì delicate, che non possono appartenere se non a uomini assolutamente superiori agli altri. Basta la confessione ad esigere il celibato… Chi potrebbe credere che in un paese (protestante) dov’è sostenuta gravemente l’eccellenza del matrimonio dei preti, l’epiteto di figlio di prete sia un’ingiuria formale?… Che cos’è un ministro del così detto culto riformato? È un uomo vestito di nero, che tutte le domeniche sale sulla cattedra, per tenervi onesti sermoni. Ogni uomo onesto può riuscire in tale mestiere, che non esclude nessuna debolezza dell’uomo onesto… Da loro non si richiede altro che la probità. Ma che cos’è dunque questa virtù umana, per il terribile ministero che esige la probità divinizzata, cioè la santità? (Du Pape, lib. in, e. 3, 2). Ora da venti secoli, nella Chiesa cattolica, la grazia divina non ha forse sempre suscitato vocazioni sacerdotali, spesso molto generose, perché il Vangelo sia sempre predicato, celebrato il sacrificio eucaristico, siano assolte le anime e rimesse incessantemente sulla via dell’eternità?

2) Gli ordini religiosi. — Nella Chiesa cattolica vi sono inoltre gli ordini religiosi, vere scuole di perfezione per arrivare alla santità mediante la pratica dei tre consigli evangelici e l’imitazione di Gesù Cristo. Mediante i tre voti di povertà, castità e obbedienza sono combattute le tre concupiscenze della carne, degli occhi, dell’orgoglio. Lo stato religioso è così uno stato di consecrazione a Dio, dove l’anima che non indietreggia offre tutta la sua vita, il suo corpo, il cuore, la volontà, il giudizio in un sacrificio perfetto, che merita il nome d’olocausto (cfr. S. Tommaso imi a. 186 a. 7; 188, a. 6).

La varietà di questi ordini manifesta la santità della Chiesa negli ambienti più diversi. Alcuni, come i Fratelli di San Giovanni di Dio e le Suore della carità, si dedicano ai malati; altri come i Fratelli delle Scuole cristiane e i Salesiani, ecc, si votano all’educazione della gioventù; vi sono poi gli ordini di vita contemplativa e riparatrice come i Certosini, i Trappisti, il Carmelo; infine gl’Istituti che si consacrano alla predicazione del Vangelo, come i Frati Predicatori, i Frati Minori, i diversi Chierici Regolari, che lavorano per la salute delle anime fino alle più lontane missioni.

Confronto con le chiese separate. — II protestantesimo in forza dei suoi principi, non offre nulla di simile, poiché Lutero cominciò con l’abolire i voti religiosi e sopprimere anche il principio della santità, insegnando che per la giustificazione basta la fede senza le opere. La sua famosa espressione: Pecca fortiter et crede fortius, senz’essere un’esortazione al peccato, è però la sovversione dei principi della santità. Il cristiano che ha peccato molto deve certamente avere una grande fede nei meriti infiniti del Salvatore, ma accusandosi delle sue mancanze, deve anche chiedere la grazia d’un vero pentimento e del proposito fermo d’evitare in avvenire il peccato mortale, deve lavorare generosamente per osservare sempre meglio i precetti dell’amor di Dio e del prossimo, sostanza della morale cristiana.

La dottrina di Luterò misconosce la necessità e la grandezza dell’amore, quindi toglie alla morale cristiana tutto il suo slancio; cosi, sopprimendo il sacrificio della Messa, toglie ciò che è centrale nel culto cristiano. Quando per esempio in Svizzera si visita un’antica cattedrale cattolica, trasformata in tempio protestante, si resta vivamente impressionati da questo fatto: il tabernacolo è scomparso, e con esso la presenza reale del Salvatore; si ha un’impressione di freddezza e di tristezza, l’impressione che manchi il focolare spirituale che illumina, riscalda le anime e le attira a sé.

§ 3. — La diffusione delle virtù cristiane.

La santità della Chiesa Romana si manifesta infine in modo permanente non solo nei migliori membri del sacerdozio e degli ordini religiosi, ma anche nelle virtù cristiane, incessantemente rinnovellate nel popolo cristiano.

Tre virtù caratteristiche. — Seguendo il Padre Lacordaire (Conferenze del 1844), occorre sottolineare soprattutto tre virtù che sono come il privilegio del cristiano e che s’oppongono alla » concupiscenza della carne, a quella degli occhi e all’orgoglio della vita » (I Gv. 2, 16): la castità, l’umiltà e la carità.

La castità, reprimendo la lussuria, che corrompe le fonti della vita, conserva la santità del matrimonio facendone rispettare l’unità e indissolubilità. Invece, fuori della Chiesa, il divorzio viene sempre più accolto. Uumiltà, opponendosi all’orgoglio che fa desiderare tutto quello che c’innalza agli occhi degli uomini, ricchezze e onori, libera dalla iattanza, dall’arroganza, dall’ambizione, che sono la causa dì tanti dissensi e querele. La carità trionfa dall’egoismo e non solo rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, come la giustizia, ma da più di quello ch’è dovuto, specialmente all’infermo e all’indigente; perdona anche le offese e le ingiurie, e pone fine alle discordie sociali, che la giustizia da sola non riuscirebbe ad eliminare.

Queste virtù sono veramente proprie della Chiesa. — Ora non c’è società che più della Chiesa cattolica inculchi queste virtù con la parola e con l’esempio, come si vede non solo dal confronto del cattolicesimo col paganesimo, che permette la poligamia, ma anche dal confronto con il protestantesimo.

Gli pseudo-riformatori non hanno raccomandato tali virtù cristiane: disprezzarono la verginità consecrata a Dio, sopprimendo i voti religiosi; si allontanarono dall’umiltà e dall’obbedienza, facendo del libero esame e dell’ispirazione personale la regola suprema della fede; infine dissero che, anche senza la carità e le buone opere, basta la fede per la salute.

Lutero scriveva: » II mondo diviene sempre più cattivo; ora gli uomini sono più vendicativi, più avari, più duri, più immodesti e indisciplinati, molto più cattivi di quanto non fossero sotto il papismo, multoque deteriores quam fuerunt in papatun (1). Allo stesso modo parlava Melantone (2). Questo era il risultato della dottrina protestante sulla sufficienza della fede senza l’amor di Dio e del prossimo.

Negli ambienti protestanti resta certamente ancora molto bene, ed è quanto conservano di cristiano, ma non si vede in loro quell’influsso speciale dello Spirito Santo che si manifesta con la grande fecondità della Chiesa nelle opere di carità. La santità che si nota in molti protestanti e nella loro istituzione è o naturale oppure ordinaria, e non raggiunge l’eroicità che vediamo nei santi canonizzati. In mezzo a loro non si .trovano apostoli come San Vincenzo de» Paoli, dottori simili a San Tommaso d’Aquino, re o principi che ricordino la virtù d’un san Luigi.

(1) Lctherus, Postilla in Bvang. dora. I adv.

(2) Cfr. A. Baudrillart, L’Eglise catholique, la Renaissance, le Protestantisme, Paris 1904, Conf. Vili.

CAPITOLO V. — LA VERA SANTITÀ CRISTIANA E ALTRE FORME DI PERFEZIONE

Mirabilis Deus in sanctis sub

Le varie concezioni della perfezione umana. — Per completare quanto s’è detto della santità della Chiesa, conviene paragonare la vera santità cristiana ad altre forme della perfezione umana che tendono sempre a ricomparire.

I barbari dall’antichità facevano consistere la perfezione dell’uomo specialmente nella fortezza; la maggior parte dei filosofi greci specialmente nella saggezza, frutto della riflessione; il vangelo e la Chiesa pongono la perfezione essenzialmente nella carità o nell’amore di Dio e del prossimo.

Forza, saggezza umana e carità esprimono ciò che è dominante in queste tre diverse concezioni della vita. Ora il prevalere della carità può elevare considerevolmente le altre due forme dell’attività, ordinandole a Dio e al bene delle anime, com’è facile constatare.

§ 1. — L’eroe e il santo.

La forza è la virtù suprema dei popoli barbari. . La forza in cui gli eroi dei popoli barbari riponevano la perfezione umana, era il coraggio e la bravura nel combattimento, come ricordano le leggende, specialmente quella dei Nibelunghi L’orgoglio nazionale dei popoli talvolta tende a ricondurre a questo ideale, esaltando la forza fisica, l’audacia, la costanza ostinata e la fiducia di sé, cui spesso s’uniscono l’ingiustizia e l’orgoglio. Ma questa concezione non basta certamente a porre l’uomo al suo vero posto di fronte a Dio e al prossimo.

La forza non è la virtù suprema del cristianesimo, ma può venir trasfigurata dalla carità. — Invece la fortezza messa umilmente al servizio della fede cristiana e della carità, ci appare trasfigurata nei martiri cristiani, che pregavano per i loro carnefici. È chiaro che la fortezza e la pazienza sono virtù molto necessarie e indispensabili alla perfezione; ma più in alto c’è la giustizia verso gli altri, la prudenza, che dirige tutte le virtù morali, e specialmente vi sono le virtù teologali, che hanno Dio per oggetto. Per questo il martirio, che è un atto della virtù della fortezza, trae il suo principale valore dal fatto che è il segno d’un grande amore di Dio.

Evidentemente la fortezza non è la perfezione della nostra intelligenza riguardo alla verità suprema, né quella della nostra volontà riguardo al sommo bene; è soltanto una virtù che reprime il timore in mezzo alle difficoltà e ai pericoli, per rimanere nella linea della ragione umana. Gli eroi, che ebbero soprattutto il culto della fortezza e della bravura, non possono quindi essere affatto paragonati ai santi che la Chiesa ci propone come modelli.

§2.-Il saggio e il santo.

L’ideale greco. — La maggior parte dei filosofi greci pensava che l’autentica perfezione dell’uomo fosse quella della sua intelligenza, per cui egli si distingue dalla bestia, e che consistesse soprattutto nella saggezza umana, o conoscenza eminente di tutte le cose mediante la causa suprema, e nell’amore del vero, del bello e del bene. Tale concezione ricompare più o meno alterata nei filosofi che pongono la cultura intellettuale al vertice di tutto, quasi bastasse per rettificare la volontà verso il vero bene.

La perfezione cristiana è un’altra cosa. — La scienza e anche una certa sapienza speculativa possono realmente esistere senza l’amore di Dio e del prossimo. La perfezione del professore o del dottore, come tale, non è quella dell’uomo in quanto uomo. Non si può confondere la perfezione dell’intelligenza speculativa con quella di tutto quanto l’uomo, la quale richiede la profonda rettitudine della volontà. Questa a sua volta non può esistere se non si ama efficacemente il Bene sommo, Dio, più di noi stessi e sopra tutto, e se non amiamo realmente il prossimo, che ha lo stesso nostro destino. Ora questa eminente carità, che supera di gran lunga la sapienza dei filosofi e che comporta una ben più alta sapienza, è proprio ciò che meglio caratterizza i santi canonizzati dalla Chiesa.

I saggi dicevano solo come Socrate: Conosci te stesso, sii uomo, la misura del bene è l’uomo buono, che vive secondo la retta ragione. I santi invece cercarono di conformarsi all’ideale proposto dal Salvatore: Siate perfetti com’è perfetto il Padre celeste (Mt 5, 48). Essi penetrarono ognor più la verità che noi siamo chiamati a vedere Dio come egli vede se stesso e ad amarlo come egli si ama, e l’irradiarono nel loro ambiente.

I saggi dell’antichità dicevano con orgoglio: «L’uomo alle prese con l’avversità è uno spettacolo divino «. I santi invece vissero quello che Gesù diceva con semplicità e profondità: » Beati quelli che piangono (le loro mancanze); beati quelli che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di loro è il regno di Dio «.

Ciò che il santo aggiunge al saggio. — I filosofi parlano delle virtù acquisite d’ordine umano e spesso instabile; mentre le virtù che vediamo nei santi sono d’ordine superiore. Essi infatti praticarono in modo eminente la temperanza fino alla castità assoluta, la verginità, la fortezza e la pazienza fino al martirio, la giustizia fino a trasformarla in » fame e sete della giustizia di Dio «, la prudenza fino alla perfetta dolrezza allo Spirito Santo, loro ospite interiore.

Tutti, assieme alla dolcezza, praticarono eminentemente l’umiltà ignota ai saggi, perché fondata su due misteri che i medesimi saggi ignoravano: il mistero dell’atto creatore, che ci produsse liberamente dal nulla e ci conserva nell’esistenza, e il mistero della grazia, necessaria al minimo atto salutare, al minimo passo in avanti nel cammino verso l’eternità. Così vediamo che i santi, quando il Signore si degnava di servirsi di loro per compiere le più grandi cose, si ritenevano u servi inutili «. E non solo accettarono, ma anche giunsero a desiderare d’essere trattati come persone spregevoli.

Ma quello che soprattutto si sente in loro, e nient’affatto nei saggi, è il grande soffio delle virtù teologali e dei doni dello Spirito Santo: una fede solidissima e penetrante, che è come una contemplazione dell’invisibile; una speranza fiduciosa, che diventa abbandono perfetto; un amore di Dio e delle anime sempre più puro e forte, che trascina e converte gli erranti, rivelando loro l’infinita bontà e la misericordia di Dio.

Confronto tra l’efficacia della saggezza e quella della santità, — Mentre i filosofi più sinceri si riconoscono impotenti a mutare le disposizioni interiori degli uomini, Gesù con alcuni pescatori della Galilea nonostante tre secoli di persecuzione, riuscì a mutare l’ideale dell’umanità, diede a moltissime anime l’amore del bene, a molti lo slancio soprannaturale per il sacrificio, sparse in tutti i popoli meravigliosi fiori di santità. La sua opera resta sempre viva nelle nazioni moderne attraverso apostoli, come un santo Curato d’Ars, un San Giovanni Bosco e coloro che nell’ora presente lottano e soffrono là dove infuria la persecuzione, specialmente nei paesi slavi e nella Cina.

Donde proviene tale differenza. — La differenza tra il saggio e il santo fu messa bene in rilievo in un saggio del Festugière, in cui si legge questa bella pagina riguardo ai primi cristiani: per essi » il Cristo non era, come Èrcole o Pitagora, l’eroe d«un passato favoloso, raggiungibile solo attraverso il ricordo e che bisognava imitare con le sole risorse della volontà. No, Egli era invece una persona sempre viva, più presente all’intimo del fedele di quanto il fedele lo fosse a se stesso. Il cristiano se ne sentiva posseduto e sentiva che Qualcuno agiva in lui. Ora questo fatto doveva condurre alla rivoluzione dell’etica e ormai l’atto ha meno valore dell’intenzione. Discepoli di Zenone, di Epicuro, di Pitagora e di Gesù potevano compiere lo stesso atto d’ascesi, dandosi per esempio al digiuno. L’uno pensava a fortificare la sua volontà, a darsi un’anima di atleta; l’altro cercava soprattutto di evitare anche il minimo eccesso che turbasse la sua quiete; il terzo si asteneva per allontanarsi il più possibile dalla materia e conservare libero il proprio spirito imparentato con l’etere; il cristiano digiuna per amore. Mangiare o non mangiare sono per lui solo mezzi di amare. L’essenziale è avvicinarsi al Maestro, sentirlo in sé, fuoco che consuma, voce che rianima, calma, biasima: presenza, sussurro d’un Amico. Egli è qui, io lo ascolto. Tutte le virtù sono trasfigurate, e valgono solo in quanto rivestite, per cosi dire, del mantello dell’amore. Ma l’immagine non è ancora esatta, perché l’amore rinnova di dentro, e così il principio di tutta l’attività umana viene a trovarsi mutato. Il bel nome di Renato allora aveva il suo pieno significato. Si rinasceva in Cristo. S’era veramente un altro. Gesù stesso s’era sostituito alla nostra infermità» (Le Sage et le Saint, in Vie Intel-lectuelle, 25 marzo 1934, p. 405).

La santità esige una rinuncia a se stessi e alla propria saggezza. .In modo tutto particolare il santo differisce dal saggio perché è morto a se stesso per vivere di Dio. Egli dice con San Paolo: Mihi vivete Christus est (Filip. 1, 21). La mia vita non è l’attività personale, esteriore o intellettuale, è «7 Cristo, e la morte per me è un guadagno. Il santo ha davvero compreso che l’autentico sviluppo della personalità consiste nel perderla in qualche modo in Dio, nel morire a se stessi, perché Dio viva in noi.

Cosi il santo si arma di un odio santo contro il proprio io, fatto d’amor proprio e di sottile egoismo o di orgoglio; nella sua intelligenza, cerca di sostituire alle sue piccole idee personali il pensiero di Dio ricevuto con la fede, nella sua volontà si sforza di sostituire al proprio volere quello di Dio, del quale si fa servo, come la mano è serva della nostra volontà. Il santo comprende che Dio deve divenire per lui un altro io, più intimo a lui che il proprio io, e in certi momenti può dire : » Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Gesù Cristo che vive in me » (Gai. 2, 20).

La personalità soprannaturale e la sua forza di irradiamento. — Morendo a se stesso per lasciare vivere Dio in sé, il santo acquista una personalità che domina lo spazio e il tempo; diviene lo strumento di Dio per trasmettere alle anime di molte generazioni la vita eterna. Mentre quasi nessuno attinge alimento spirituale dalle lettere di Seneca, migliaia d’anime ancor oggi vivono delle Lettere di San Paolo, come se fossero state scritte ieri e proprio per noi. I grandi fondatori di ordini religiosi conservano una paternità spirituale con effetti con-statabili per molti secoli. San Vincenzo de» Paoli diviene il padre dei poveri per tutta una serie di generazioni in vari paesi.

Pascal, ricordando la distinzione dei tre ordini, nota questa, cosa nei suoi Pensieri: et La distanza infinita dai corpi agli spiriti figura la distanza infinitamente più infinita dagli spiriti alla carità, perché questa è soprannaturale… La grandezza della gente intellettuale è invisibile ai re, ai ricchi, ai capitani, a tutti i grandi nell’ordine carnale. La grandezza della saggezza (unita alla carità)… è invisibile agli uomini carnali e alla gente intellettuale. Sono tre ordini differenti… I santi hanno il loro impero, il loro splendore, la loro vittoria, il loro lustro e non hanno bisogno delle grandezze carnali o intellettuali, poiché queste non aggiungono né tolgono. Essi son visti da Dio e dagli angeli, ma non dai corpi, né dagli spiriti curiosi: Dio a loro basta… Gesù Cristo senza ricchezze e senza alcuna produzione esterna di scienza, sta nel suo ordine di santità «. Lo stesso Pascal soggiunge: a Per fare d’un uomo un santo, ci vuole proprio la grazia; e chi rie dubita non sa che cosa sia un santo, né un uomo «.

§ 3. — Le diverse forme della vera santità.

Qui conviene notare che la vera santità cristiana, di cui parliamo, appare nella Chiesa sotto tre diverse forme, che rispondono ai tre grandi doveri verso Dio: conoscerlo, amarlo, servirlo. Il corpo mistico di Cristo nella sua unità possiede una grande varietà di funzioni: di qui la sua armonia. Vi sono anime sante, che hanno soprattutto la missione di amare Dio con un amore ardente e di riparare così le offese delle quali Egli è fatto oggetto; qui si esercita soprattutto la facoltà della volontà e la grazia principale è quella d’un amore forte. Altre anime eccellono nella contemplazione di Dio e fanno conoscere agli altri la vìa che conduce alla divina intimità; in esse domina la grazia della luce. Infine sono molto numerose le anime che hanno soprattutto la missione di servire Dio con la fedeltà al dovere quotidiano, nelle varie opere della carità.

I martiri o la forza dell’amore. — Al primo gruppo appartengono i grandi martiri, il serafico San Francesco d’Assisi, Santa Chiara e, più vicini a noi, Santa Margherita Maria, San Benedetto Giuseppe Labre, cosi impressionante per il grande amore alla Croce. Nell’apostolato, San Carlo Borromeo, San Vincenzo de» Paoli. Tutte queste anime sono più notevoli per la loro carità ardente che per i loro lumi.

I Dottori o le anime luminose. — Al secondo gruppo, quello delle anime luminose, appartengono i grandi dottori della Chiesa, specialmente Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, San Francesco di Sales per l’Occidente, S. Atana-sio, S. Cirillo Aless., S. Giov. Crisostomo per l’Oriente.

La grande folla delle anime fedeli. — Tra i santi votati soprattutto al servizio di Dio bisogna contare i grandi pastori della Chiesa primitiva, consecrati fino al martirio alla loro diocesi, gli apostoli particolarmente attenti ai mezzi più pratici della perfezione, come un Sant’Ignazio di Loyola, un Sant’Alfonso dei Liguori, e la grande maggioranza dei servi di Dio che si santificarono con la fedeltà ai doveri quotidiani nella vita nascosta.

Le tre forme di santità che ricordano i tre periodi dell’esistenza terrena del Salvatore, cioè la vita nascosta, la vita apostolica e la vita dolorosa, tendono allo stesso scopo. Queste anime salgono per versanti diversi, alla stessa sommità; più salgono più si assomigliano, pur conservando la propria fisionomia spirituale, e ci fanno intravedere l’eminente santità di Cristo, che contiene virtualmente le varie forme di perfezione, come la luce bianca contiene i sette colori dell’arcobaleno.

§ 4. — L’armonia superiore della santità.

L’equilibrio spirituale dell’anima unita a Dìo. — Cosi cogliamo meglio i due caratteri essenziali della perfezione spirituale analizzati da principiò: l’assenza d’ogni macchia morale, del peccato, e l’unione con Dio, sempre più forte e intima. Quest’unione con Dio mediante la fede ferma, la speranza invincibile, la carità ardente e pura, assicura l’equilibrio della vita dei santi, armonizzando in essi le virtù apparentemente più opposte: un’alta sapienza a una prudenza attenta alle minime circostanze, in cui essi devono agire; una forza perseverante e una perfetta dolcezza; la magnanimità, che li porta a grandi cose, e l’umiltà, che ricorda loro di non essere che servi inutili; un grandissimo amore della verità e del bene, e una misericordia sempre soccorrevole per gli erranti; uno zelo che pur non perdendo nulla del suo ardore, resta molto umile, paziente e dolce.

E» un equilibrio duttile e personale. — L’armonia profonda di questi contrasti costituisce la ricchezza della vita dei santi; vita che è insieme fermissima e duttilissima ed ha grazie sempre nuove. Un santo non copia mai un altro santo, ma ciascuno porta in sé la stessa » fonte d’acqua viva che sale nella vita eterna «. Come scrisse il P. de Caussade, » lo Spirito Santo continua l’opera del Salvatore. Mentre assiste la Chiesa nella predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, scrive egli stesso il proprio Vangelo, e lo scrive nei cuori: tutte le azioni, tutti i momenti dei santi sono il Vangelo dello Spirito Santo. Le anime docili son la carta; le loro sofferenze e azioni son l’inchiostro. Lo Spirito Santo con la penna della sua azione scrive un vangelo vivente che si potrà leggere solo nel giorno della gloria, dove sarà finalmente pubblicato, dopo essere uscito dalla stampa di questa vita «. (L’abandon à la Providence, lib. n, e. v). Slmilmente San Tommaso d’Aquino afferma che la nuova legge, prima di essere scritta su pergamena è scritta nelle anime mediante la grazia di Dio : k Principaliter lex nova est lex indita, secundario autem est lex scripta » (S. th., mi, q. 106, a. 1).

La bellezza inferiore ed esteriore della santità. . Quello che qui diciamo può esser visto, come nella vetrata d’una chiesa, dal di fuori e dal di dentro. La vera santità, vista dal di fuori dall’incredulo, che cerca sinceramente la verità, è già un segno, come lo fu per molti la vita d’un Curato d’Ars; ma questo segno è incomparabilmente più bello ed espressivo quando ci è dato vederlo dall’interno, sotto la luce della viva fede che illumina i santi.

Concludiamo questo capitolo facendo osservare che i santi, mentre servono la Chiesa, onorano ed esaltano l’umanità al sommo grado. In essi infatti ritroviamo in modo eminente e la fortezza degli eroi e la saggezza dei filosofi, ma trasfigurate e sublimate dai doni della grazia.

CAPITOLO VI. — LA TESTIMONIANZA DELLESPERIENZA MISTICA

La santità della Chiesa, manifestata dal suo influsso e dall’eroicità delle virtù dei grandi servi di Dio che essa annovera tra i suoi figli, viene confermata dall’esperienza mistica?

Ultimamente s’è molto scritto a questo riguardo. Anche increduli, che cercavano la verità, hanno parlato a loro modo in favore di quest’ultima testimonianza. Conviene esaminare a quali condizioni essa può essere valida e quello che permette d’affermare.

§ 1. — Che cosa domina nella vita dei mistici cristiani?

L’esperienza mistica è basata sopra un’emozione? — Molti psicologi con temporanei (1) pensano che i mistici siano dominati soprattutto da un’emozione, alla quale si abbandonano e che poi esprimono in idee e concezioni religiose, come quella della misericordia divina verso di noi, o quella della necessità di offrire una riparazione alla giustizia divina.

Ma, secondo questi psicologici, noi non ci possiamo pronunciare sulla verità di queste concezioni religiose se non da un punto di vista puramente empirico e pratico, cioè per il felice effetto che esse possono produrre, specialmente se è durevole e desta un’eco in noi. Perciò si può chiedere se in queste concezioni ci sia qualcosa di più d’un bel sogno del sentimento religioso, sogno consolante, ma il cui oggetto non supererebbe i limiti del probabile, pur divenendo sempre più plausibile per il numero crescente dei suoi felici risultati.

I mistici cattolici in realtà fondano la loro vita sopra una dottrina. -

È vero che nei mistici cristiani e cattolici dapprima domina un’emozione della sensibilità, che s’esprimerebbe poi in determinate credenze? Basta leggere la loro vita e le loro opere per vedere che non è cosi; secondo la loro testimonianza i mistici cattolici fondano tutta la loro vita sulla verità della rivelazione cristiana confermata dai segni divini che l’accompagnano. In essi la fede nella verità del Vangelo, proposta dalla Chiesa, è il fondamento della loro speranza e del loro amore di Dio e del prossimo. Essi sono sempre più attenti a mettere la verità nella loro vita, a non vivere che di verità divina.

Santa Caterina da Siena. — Particolarmente impressionante nella vita e nel Dialogo di Santa Caterina da Siena è il fatto che ella ritorna costantemente a queste parole del Salvatore: » Io sono la via, la verità e la vita n (Gv., 14, 6), e non cessa di dire che la fede ricevuta nel battesimo è come la pupilla dell’occhio dell’intelligenza e, che per essa noi aderiamo infallibilmente alla divina dottrina, di cui dobbiamo vivere (Il Dialogo, e. 29. 45. 46. 99). Essa parla con eguale ammirazione ed entusiasmo della Verità divina come dell’Amore di Dio per noi.

Sante Teresa. — Santa Teresa s’esprime allo stesso modo e ricorre ai teologi per avere luce su quello che è verità di fede e sulla bontà della via da lei seguita: a Nelle questioni più difficili, ella scrive, uso sempre quest’espressione: mi sembra; e ciò per far capire che qualora mi ingannassi, sarei sempre pronta a sottomettermi al parere di coloro che han molta dottrina. Costoro, benché di queste cose non abbiano esperienza, hanno sempre un certo senso che è loro proprio. Siccome Dio li destina ad essere la luce della Chiesa, quando si tratta d’ammettere una verità li illumina Lui stesso. E se non sono leggeri, ma servi di Dio, lungi dallo scandalizzarsi innanzi alle meraviglie della grazia, sono anzi persuasi che Dio può fare assai di più. E se si tratta di cose non ancora ben chiare, trovano modo di ammetterle studiando quelle che sono scritte. Di questo io ho una grande esperienza » (Castello inferiore. Quinte mansioni, e. 1. n. 7).

(1) Cfr. H. Bergson, La deux sources de la morale et de la religùm, Alcali, Pari» 1932, PPS35> 956, 363, 273.

San Giovanni della Croce. — I mistici cattolici sono quanto mai attenti a fondare la loro vita sulla verità divina, e su questo punto San Giovanni della Croce è particolarmente esigente. Con energia egli premunisce le anime intcriori contro il desiderio delle grazie straordinarie, come visioni, apparizioni, che le allontanerebbero dall’oscurità superiore della fede, in cui devono nutrirsi della verità divina rivelata, penetrarla, gustarla. (Cfr. Salita del monte Carmelo, libro 11, cap. x).

Tuttavia la vita mistica è un’esperienza personale di Dio. — Ma è perfettamente vero che i mistici, sul fondamento della fede unita alla carità, almeno di quando in quando hanno un’esperienza personale delle cose di Dio, che apporta una seria conferma alla certezza della loro fede e quindi anche della nostra. Leggendo la loro vita e i loro scritti si vede che quel che domina in essi non è un’emozione della sensibilità, ma la carità fondata sulla verità della fede.

Da questo punto di vista, molto superiore a quello degli psicologi di cui parlavamo al principio di questo capitolo, si può dire come Bergson e più di lui k che non si comprende l’evoluzione della vita (noi diremmo : vita ulteriore)… se non vedendola alla ricerca di qualcosa d’inaccessibile, a cui il grande mistico giunge » (Les deux sources, p. 228; trad. it. p. 234). et In fondo alla maggior parte degli uomini c’è qualcosa che gli fa impercettibilmente eco. Egli (il grande mistico) ci scopre, o meglio ci scoprirebbe se noi lo volessimo, una prospettiva meravigliosa; non lo vogliamo, e, per lo più non potremmo volerlo; l’effetto ci spezzerebbe. Ma la sua attrattiva ha ugualmente agito; e come capita quando un artista di genio ha creato un’opera che ci supera e di cui non riusciamo ad assimilare lo spirito, ma che ci fa sentire la volgarità delle nostre forme di ammirazione precedenti, cosi la religione statica, anche se sussiste, non è già più del tutto ciò che era, e, soprattutto, non osa più palesarsi quando è apparso il vero misticismo… Quelli che da lontano si sono inchinati alla parola mistica, perché ne sentivano nel loro intimo la debole eco, non possono restare indifferenti a ciò che essa annuncia » (ivi, pp. 228230).

L’omaggio di Bergson ai mistici cristiani. — Dato il suo punto di vista ancora molto esterno, Bergson potè dire: «Se i grandi mistici sono quali li abbiamo descritti, essi sono gli imitatori e i continuatori originali, ma incompleti, di ciò che fu in modo completo il Cristo dei Vangeli » (ivi, p. 256; trad. it. p. 262). » II misticismo che chiamiamo completo è quello dei mistici cristiani… (misticismo non solo contemplativo), misticismo attivo, capace di marciare alla conquista del mondo » (ivi, p. 257).

Un incredulo può essere condotto per questo ad ammettere come probabile (ivi, p. 265) sia l’esistenza di Dio, di cui parlano i grandi mistici, sia il valore spirituale della loro esperienza interiore, che non è senz’eco in noi. Bergson è condotto a questa conclusione notando che a i grandi mistici generalmente sono stati uomini o donne d’azione, di un buon senso superiore » e che » il loro accordo profondo indica un’intuizione identica » (ivi, pp. 262265).

Cosi parlava un filosofo contemporaneo in un’opera dove non credeva ancora possibile una dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, né una vera prova dell’origine divina del cristianesimo e della Chiesa mediante segni certi (ivi, pp. 260261). A tali prove giunse più tardi, avendo il Bergson abbracciato il cattolicesimo.

Il valore probativo della testimonianza mistica per ì credenti. -

Se invece ammettiamo il valore delle prove tradizionali dell’esistenza di Dio e la forza probante del miracolo, che conferma la rivelazione, nell’esperienza intcriore dei grandi mistici cattolici non avremo una conferma di più? Certamente, ma a patto di non fare dell’esperienza mistica un semplice prolungamento di quella del filosofo, il che d ricondurrebbe a un pretto modernismo, che in fondo nega la distinzione essenziale e profondissima della natura e della grazia. Non bisogna neppure pretendere di trovare nel misticismo cristiano un contenuto indipendente dai dommi rivelati, proposti dalla Chiesa, e mantenere bene chiaro, come dicevamo in principio, che l’esperienza dei mistici cattolici suppone la verità della fede e si fonda su di essa.

§ 2. — Che conferma da l’esperienza mistica?

L’esperienza mistica conferma i segni già certi della Rivelazione..

Se si fa appello a quest’esperienza interiore alla maniera dei protestanti liberali e dei modernisti, si dimostra tutt’al più che la Rivelazione risponde alle più alte aspirazioni della nostra natura; ne segue solo che il cristianesimo e il cattolicesimo sarebbero la forma più elevata della religione naturale, del sentimento religioso, che d’altronde potrebbe ancora evolversi e mutarsi perfino nei dommi. Cosi non si dimostra affatto l’origine divina e soprannaturale della Chiesa immutabile nella sua fede.

Però nell’esperienza mistica dei santi si può trovare una preziosa conferma dei segni già certi della Rivelazione in quanto questa risponde alle nostre più alte aspirazioni in modo del tutto ammirabile e sovrumano. 1 discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Salvatore che diede loro l’intelligenza delle Scritture, specialmente delle profezie in parte realizzate, si dissero l’un l’altro: it Or non ci ardeva il cuore in petto, mentre ci parlava per via, mentre ci spiegava le Scritture? » (Le. 24, 82). In questo caso un’esperienza interiore venne a confermare il segno delle profezie realizzate e il ricordo dei miracoli di Gesù, nonché della sublimità della sua dottrina.

Così negli Atti degli Apostoli (16, 14) si legge che quando San Paolo predicava a Filippi in Macedonia, tra gli ascoltatori c’era una donna chiamata Lidia, della città di Tiatira, venditrice di porpora, timorata di Dio, » e il Signore le aprì il cuore per porre mente a quello che diceva Paolo «. L’esperienza interiore, che ella allora dovette avere, le confermò quanto San Paolo diceva del Salvatore e della sua resurrezione.

La stessa cosa può avvenire quando noi leggiamo con raccoglimento le parole di Gesù agli apostoli: ali Confortatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio nome, egli vi insegnerà tutto, e tutto vi rammenterà quanto vi ho detto. Io lascio a voi la pace, vi dò la mia pace; ve la dò, non come la da il mondo. Che il vostro cuore non si turbi, né si sgomenti » (Gv. 14, 2627),

Porta una nuova luce sull’origine divina della Chiesa. — L’esperienza della pace profonda, che il mondo non può dare, corrobora assai le certezze precedenti; inoltre porta una nuova luce sull’origine soprannaturale del Vangelo e della Chiesa, in quanto questa pace, alle volte così profonda, sembra proprio che non possa provenire che da uno speciale intervento di Dio, l’unico capace di toccare tanto intimamente il cuore dell’uomo. Egli solo infatti nei suoi doni spirituali può unire un’ammirabile conformità con la nostra natura e la perfetta gratuità che è propria della grazia divina; Egli solo unisce con il suo tocco intimo la certezza della fede penetrante e saporosa e la sua oscurità; Egli solo unisce la fermezza e la dolcezza, ed Egli solo conserva nella pace in mezzo all’afflizione, e talvolta all’agonia.

Gli ascoltatori del Salvatore ebbero certamente quest’esperienza in varie forme. Così leggiamo in Matteo (7, 28) dopo il discorso della montagna: n Quando Gesù ebbe finito di parlare, le turbe stupivano della sua dottrina, poiché egli le ammaestrava come uno che ha autorità e non come i loro scribi «.

Nei fedeli, specialmente quando sono generosi, molto fedeli alla grazia momento per momento, l’esperienza interiore secondo San Giovanni viene dallo Spirito Santo : te La sua unzione, egli dice, vi insegnerà ogni cosa n (I Gv. 2, 27). San Paolo parla molto spesso allo stesso modo: te Voi non avete ricevuto lo spirito di schiavitù per essere soggetti ancora al timore; ma avete ricevuto lo spirito d’adozione in figliuoli, nel quale esclamiamo: Abbai o Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio » (Rom. 8, 1516).

Una conoscenza sperimentale di Dio e della vita eterna. –Così, per l’ispirazione speciale dei doni d’intelletto e di sapienza, la nostra fede diventa sempre più penetrante e saporosa. Sicché veniamo ad avere, in un’oscurità superiore così differente dalle tenebre dal basso, un presentimento delle cose della patria, una conoscenza quasi sperimentale della presenza di Dio in noi mediante l’affetto profondo e pacificante che c’ispira, e in tutto questo c’è una specie di sapore di vita eterna, che porta una conferma di grande valore a quanto crediamo.

San Paolo dice egualmente: » Fate conoscere a Dio i vostri bisogni per mezzo delle vostre preghiere e suppliche, con azioni di grazia. E la pace di Dio, che sopravanza ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù » (Filipp. 4, 67). <t Non abbiamo cessato di pregare per voi e di domandare che abbiate la piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale. E così vi potrete diportare in modo degno del Signore e piacere interamente a lui » (Coloss. 1, 9). a Io piego le mie ginocchia davanti al Padre… perché conceda a voi, a seconda dei tesori della sua gloria, di essere potentemente corroborati mediante il suo Spirito, nell’uomo interiore, cioè che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori onde, radicati e fondati nella carità, siate capaci di capire con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità, anzi di comprendere la carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, affinchè siate ripieni di tutta la pienezza di Dio » (Efes. 8, 1419).

Quest’esperienza è radicata nella fede e nella carità. — Ecco l’esperienza mistica profonda, elevata; evidentemente essa è fondata sulla fede, in un’anima che è radicata nella carità; essa procede da un’ispirazione speciale dello Spirito Santo e quindi conferma grandemente e in modo molto intimo la certezza dei segni esteriori della rivelazione e perfino della fede, mostrandoci tutto l’irraggiamento della dottrina del Salvatore, facendoci in qualche modo sperimentare che lo Spirito Santo è davvero la » fonte dell’acqua viva che sale nella vita eterna» (Gv. 4, 14). Di quest’esperienza confermativa parla l’Apocalisse (2, 17) : a Al vincitore darò la manna nascosta; e io gli darò un sassolino bianco nel quale sarà scrìtto un nome nuovo che nessuno conosce se non chi lo riceve «. È la manna spirituale discesa dal cielo come la manna corporale che ne era la figura molto lontana; è il nutrimento divino non de] corpo, ma dell’anima; è la contemplazione infusa dei misteri della fede che ce li fa sempre più penetrare e gustare.

E» una testimonianza probativa per chi ne è favorito e per gli altri. — Certo, una siffatta conoscenza conferma le verità di fede, specialmente in chi la riceve, nel momento in cui la riceve. Ma rappresenta una conferma anche per gli altri mediante l’eco che trova in loro. E quel che capita a noi quando nel raccoglimento e con tutta la buona volontà leggiamo le opere dei grandi santi, che sperimentarono cosi profondamente le cose divine. Chi non proverebbe questa sicurezza leggendo le più belle pagine dell’Imitazione, del Dialogo di Santa Caterina da Siena, del Castello inferiore di Santa Teresa, della Viva Fiamma di San Giovanni della Croce?

Leggendo dolcemente queste pagine, l’anima raccolta in Dio sperimenta che la sua vita sale sempre più, aspira a un amore di Dio sempre più puro e forte, sente sete di quest’amore e, ancor più, della giustizia di Dio. Sperimenta che ciò che le è dato non solo risponde alle sue più alte aspirazioni naturali, ma ne suscita altre del tutto nuove, che essa non conosceva. È veramente la vita dell’amore nel senso più forte e più tenero, con un ardente desiderio di purezza spirituale sempre maggiore.

L’esperienza della vita interiore non è solo individuale, ma comune. -

L’esperienza interiore non è solo individuale e propria di questo o quel santo, ma esiste in grado diverso in tutte le anime veramente interiori e nella misura in cui sono fedeli. E allora quest’esperienza comune della, pace profonda che viene dal Vangelo e dalla vita della Chiesa offre come una certezza morale della loro origine divina. Se le nostre aspirazioni più alte sono veramente soddisfatte da questa profonda pace del cuore; se da questa vengono suscitate nuove e più elevate aspirazioni, ciò è segno che detta pace può venire solo da Dio, l’unico capace di toccare cosi profondamente il cuore dell’uomo, di colmarlo e dilatarlo.

La convergenza delle testimonianze mistiche, unita al segno esteriore della santità, prova la missione divina della Chiesa. — Infine se quest’esperienza interiore comune s’unisce ai segni esteriori della santità della Chiesa, della sua unità, della sua invitta stabilità, della sublimità della sua dottrina, della fecondità del suo influsso, si può avere come dice il Vaticano, una prova irrefragabile della sua divina missione. (Cfr. Sess. ni, cap. 3, de fide; Denz. 17931794).

§ 8. — Le altre forme d’esperienza interiore.

Solo la mistica cattolica è completa. — Quanto abbiamo detto della santità della Chiesa e dei servi di Dio, che essa propone come modelli, dimostra che solo la mistica cristiana e cattolica è completa e che non sacrifica nessuno dei due elementi: contemplazione e azione. In essa, al contrario di quanto capita troppo spesso nei filosofi e nel buddismo e nell’islamismo, la contemplazione non rimane sterile; dalla sua pienezza deriva l’attività fecondissima dei santi canonizzati il cui influsso dura per secoli come quello dei fondatori di ordini.

La mistica –cattolica, nei santi canonizzati dalla Chiesa, non devia né verso il sentimentalismo, che cerca se stesso invece di desiderare fortemente Dio e le anime; né verso l’orgogliosa austerità, la quale dimentica che la perfezione consiste soprattutto nella carità e nel suo continuo irraggiamento. Il protestantesimo, sostenendo che la fede può giustificare senza la carità, senza il compimento del precetto supremo, ha profondamente misconosciuto la vita della grazia, che ha il suo pieno sviluppo nella vita mistica.

I mistici fuori della Chiesa. — Altrove abbiamo studiato quello che può essere l’influsso della grazia nei mistici del di fuori (2), che non appartengono visibilmente alla Chiesa cattolica, ma che sono anime di buona volontà e sembrano avere una certa intimità con Dio. Abbiamo concluso che le grazie mistiche impropriamente dette (3) non solo sono possibili fuori della Chiesa visibile, ma possono anche essere molto frequenti nelle migliori anime in stato di grazia, per supplire alla povertà di simili ambienti, in cui ci sono pochissimi aiuti spirituali.

Tali anime possono giungere così a un vero spirito di preghiera; perciò potranno esserci tentativi più o meno durevoli d’intimità con Dio, specialmente se nell’insegnamento religioso di queste regioni restano tracce del Vangelo, come nella dottrina dell’Isiam e in certe sue tradizioni. Tanto più, negli ambienti protestanti e tra gli scismatici.

Anche le grazie mistiche propriamente dette, cioè quelle con le quali l’anima giunge agli stati mistici veri e proprii, descritti da Santa Teresa dalle . quarte Mansioni in poi (raccoglimento passivo e quiete) sono possibili fuori della Chiesa visibile, dato che » la grazia delle virtù e dei doni » vi si può sviluppare benché molto più difficilmente. Ma tutto porta a pensare che le grazie mistiche propriamente dette, già rare nella Chiesa visibile, siano rarissime in questi ambienti.

L’esperienza mistica, quand’è accompagnata dalla pratica costante ed eroica delle diverse virtù, porta quindi una conferma preziosa agli altri segni della santità della Chiesa.

Anche la vita cristiana ordinaria è un segno della santità della Chiesa. -

Infine alla testimonianza di quest’esperienza elevata occorre aggiungere quella del modesto cristiano, quale la Chiesa lo fa e lo conserva. In mezzo alle occupazioni ordinarie e alle difficoltà quotidiane, egli è spesso un modello nello spirito di fede, di confidenza in Dio, di carità. Queste virtù gli ispirano prudenza elevata, giustizia più curante dell’equità che della lettera della legge, coraggio perseverante, abnegazione tale che disciplina le passioni e pacifica la sensibilità per il vero bene della vita individuale, familiare e sociale.

(2) Le Saveur et son amoxcr pota runa, Ed. du Cerf, Para 1933, pp. 427464.
(3) Sono le ispirazioni divine speciali, accordate non per la perfezione dell’atto da farai, ma per la debolezza, del soggetto e la povertà del suo ambiente.

Quest’esempio frequente, dato in molti ambienti dal cristiano fedele ai suoi doveri, è anch’esso un segno della santità della Chiesa; un segno, che, pur senza lo splendore dei precedenti, ha il suo grande valore, come nell’organismo ha valore il funzionamento regolare delle più piccole cellule, che concorrono alla vita dell’insieme.

Questa modesta testimonianza contribuisce a dimostrare che la santità voluta da Cristo per la sua Chiesa si realizza veramente in lei; che essa produce spesso, negli ambienti più vari, e più d’ogni altra società religiosa, anime generose, la cui fede, unita alla speranza e alla carità, moltiplica le energie naturali per il compimento dei loro grandi doveri.

A questa fedeltà nell’impegno della vita ordinaria il Vangelo promette molto: «Chi è fedele nelle minime cose, è pure fedele nelle grandi a (Le. 16, 10). Costui è sulla via dell’eternità sulla quale col suo esempio può chiamare molti altri. Abbiamo qui, alla portata di tutti, una delle testimonianze più efficaci della santità della Chiesa, di questa santità che a poco a poco trasforma la vita quotidiana e conferisce un valore eterno agli atti transitori.



R.G.L.

BIBLIOGRAFIA. — 1. A. Michelet, Sainteté, in D. T. C, XIV, 841870: Nozione di santità; la santità come nota della Chiesa; la santità fuori della Chiesa; conclusioni. R. Plus, La santità cattolica, Marietti, Torino 1943. Volumetto di divulgazione ricco di dati sulla più recente.santità. L. Lavelle, Quattro santi, Morcelliana, Brescia 1953-I quattro santi sono Francesco d’Assisi, S. Giovanni della Croce, S. Teresa d’Avila, S. Francesco di Sales ; ma l’opera interessa soprattutto per l’ampio preludio filosofia) religioso, sull’essenza della santità. G. C. Martindale, Che cosa sono i santi, Ed. Presenza, Roma.

a. Sul confronto tra l’eroe, il saggio e il santo possiamo citare due opere di valore, A. Festugiere, La sainteté, P. U. F., Paris 1943. R. A. Gaothier, Magnanimità. L’ideai dt grandmar dans la phiksobhie paienne et la théologie ckrélienne, Vrin, Paris 1951. Max Sche-ler, Le saint, le géme, le héros, Aubier, Paris 1944.

Sul martirio. D. Marsiglia, Il martirio cristiano, Studio storico-critico-apologetico, Ferrari, Roma 1913. R. Hedde, Martire, in D. T. C, X, 220254: Nozione teologica secondo S. Tommaso; nozione canonica secondo Benedetto XIV; storia del martirio nella Chiesa cattolica; valore apologetico della testimonianza dei martiri. P. Aixard, Martire, in D. A. F. C, III, 331492. Storia dei martiri cristiani dalle origini ai nostri giorni. C. Galuna, / martiri dei primi secoli, Salani, Firenze 1939. » Sintesi del moltissimo che è statedetto e studiato intorno ai martiri dei primi secoli cristiani» (p. 5). I più notevoli atti dei martiri della Chiesa primitiva si possono trovare in S. Colombo, Atti dei martiri, S. E. I., Torino 1928; ve ne sono 26. Il volumetto diG. Barra, Atti dei martiri, S. A. S. , (Ed. Paoline), Roma 1947, ne contiene 15. La classica raccolta del P. Teod. Ruinart fu pure tradotta in it. : Gli atti dei martiri, 4 voli., Malocchi, Milano 1859. Ricordiamo in fine che H. Leclercq, ha pubblicato in 11 volumi presso H. Oudin, Paris 1902 ss., Les Marlyrs. Recueil des piéces authentìques surles martyrsdepuislesoriginesdu christianisme jusq’au XX siècle. Per i santi si veda il trattato seguente con relativa bibliografia al n. 1.
Sugli effetti della santità cattolica nel mondo. I. Giordani, Il messaggio sociale di Gesù, 4 voli., Vita e Pensiero, Milano 1953. Studia il pensiero e l’azione sociale della Chiesa dalle origini alla fine della grande epoca patristica. Contiene pure una ricca bibliografia. L. Chenon, Le ròte social de l’Église, Bloud e Gay, Paris 1928. M. Scaduto, Storia della carità, in E. C, III, 810834. ^n particolare sulla abolizione della schiavitù:
P. Aliard, Gli schiavi cristiani dai primi tre secoli della Chiesa fino al termine della dominazioni romana in occidente, Fiorentina, Firenze 1915; Id., Esclavage, in D. A. F. C, I, 14571522.
L’opera di E. Gccotti, II tramonto della schiavitù nel mondo antico, Istituto delle Ed. Accademiche, Udine 1940, è per molti aspetti pregevole, ma l’autore, seguace del materialismo storico, riduce al minimo l’efficacia del cristianesimo nell’abolizione della schiavitù. – Si veda inoltre la bibliografia del trattato precedente al n. 3.

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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

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