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Venerdì, 26 Gennaio 2018 14:57

Il prof. Buttiglione e la sua erronea concezione del peccato grave

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Il prof. Buttiglione e la sua erronea concezione del peccato grave

Alla pagina 173 del suo testo: «Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia» il prof. Buttiglione fa una distinzione tra peccato grave e peccato mortale e dice che il peccato grave è specificato dalla materia grave mentre «il peccato mortale è specificato dall’effetto sul soggetto ( fa morire l’anima)» e continua affermando che tutti i peccati mortali sono gravi ma non tutti i peccati gravi sono mortali perché un peccato grave può essere commesso senza piena avvertenza o deliberato consenso 
Notiamo anzitutto che l’anima è immortale … dunque affermare sic et simpliciter che il peccato fa morire l’anima lascia molto perplessi … bisognerebbe precisare che fa morire la vita divina dell’anima ma non l’anima che è immortale … Ma il punto fondamentale della nostra critica alle affermazioni del prof. Buttiglione riguarda il fatto che la distinzione che lui fa tra peccato grave e peccato mortale appare sbagliata e fuori dall’insegnamento della Chiesa perché il peccato grave è peccato mortale e il peccato mortale è peccato grave; il peccato grave non c’è senza piena avvertenza e deliberato consenso, se è commesso senza piena avvertenza e/o senza deliberato consenso un peccato avente materia grave è veniale; qui di seguito mostreremo con testi magisteriali o di importanti teologi che le cose stanno precisamente come noi affermiamo e non come ha scritto il prof. Buttiglione.

Papa Pio XII scrisse “Erronee dottrine intorno alla natura del peccato grave
Un fatto, che sempre si ripete nella storia della Chiesa, è che quando la fede e la morale cristiana si urtano contro forti correnti avverse di errori o di appetiti viziati, sorgono tentativi di vincere le difficoltà con qualche comodo compromesso, o altrimenti di schivarle ed eluderle.
Anche in ciò che spetta ai comandamenti di Dio si è creduto di aver trovato un ripiego. Nella materia morale, si è detto, vi è inimicizia con Dio, perdita della vita soprannaturale, grave colpa in senso proprio, solamente quando l’atto, di cui si deve rispondere, è stato posto non solo con la chiara consapevolezza che è contro il comandamento di Dio, ma, anche con la espressa intenzione di offendere con esso il Signore, di rompere l’unione con Lui, di disdire a Lui l’amore. Se questa intenzione è mancata, se, cioè l’uomo da parte sua non ha voluto troncare l’amicizia con Dio, l’atto singolo — si afferma — non può nuocergli. Per portare un esempio: le moltiformi deviazioni del sesto comandamento non sarebbero per il credente, il quale nel resto vuol mantenersi unito a Dio e conservarsi amico di Lui, nessuna grave mancanza, né importerebbero colpa mortale. Stupefacente soluzione! Chi non vede come nella chiara conoscenza che un determinato atto umano è contro il comandamento di Dio, s’include che esso non può essere indirizzato al fine dell’unione con Lui, appunto perché contiene l’aversione, ossia l’allontanamento dell’animo, da Dio e dalla sua volontà (aversio a Deo fine ultimo), aversione che distrugge l’unione e l’amicizia con Lui, come fa propriamente la colpa grave? Non è forse vero che la fede e la teologia insegnano che ogni peccato è un’offesa di Dio e mira ad offenderlo, perché l’intenzione insita nella colpa grave è contro la volontà di Dio espressa nel comandamento di Lui che si viola? Quando l’uomo dice sì al frutto proibito, dice no a Dio proibente; quando antepone se stesso e la sua volontà alla legge di Dio, allontana da sé Dio e il divino volere: in ciò consiste l’aversione da Dio e l’intima essenza della colpa grave. La malizia dell’atto umano viene da questo che non è commisurato alla sua regola, la quale è duplice: l’una prossima e omogenea, cioè la stessa umana ragione; l’altra è la prima regola, vale a dire la legge eterna, che è come la ragione di Dio, la cui luce risplende nella coscienza umana, allorché fa vedere la distinzione fra il bene e il male [4]. Il vero credente non ignora che l’intenzione tendente all’oggetto della colpa mortale non è separabile dall’intenzione che viola la volontà e la legge divina e rompe ogni amicizia con Dio, il quale sa ben conoscere le rette e le male intenzioni degli atti umani e premiarle o punirle con la sua penetrante giustizia.
Vedete dunque come tale soluzione vada a danno della verità e della santità cristiana. Crediamo, per l’onore di coloro, i quali l’hanno messa fuori e la sostengono, che essi stessi la rinnegherebbero, se si volesse tirarne le logiche conseguenze e applicarla in altre materie, per esempio, allo spergiuro e all’assassinio deliberato; poiché anche questi peccati nella maggior parte dei casi si commettono con l’intenzione di farne dei mezzi a un fine, quale sarebbe il bisogno di uscire da una difficile contingenza.” ( Discorso del 22.2.1944http://w2.vatican.va/…/hf_p-xii_spe_19440222_inscrutabile-c… )
Papa Pio XII disse “Che, nelle presenti circostanze, è stretto obbligo per quanti ne hanno il diritto, uomini e donne, di prender parte alle elezioni. Chi se ne astiene, specialmente per indolenza o per viltà, commette in sé un peccato grave, una colpa mortale.” ( Discorso del 10 marzo 1948http://w2.vatican.va/…/hf_pxii_spe_19480310_intima-gioia.ht… )
“ Occorre dunque dare una istruzione comune, solida e completa, sulla confessione, non solo nel catechismo per i fanciulli, ma ancor più in quello per gli adolescenti e per gli adulti. Una tale istruzione dà lume alle coscienze e pace ai cuori, là ove non è alcun serio motivo di turbamento; ma anche penetra, incisiva come il bisturi del chirurgo, là ove si occulta l’ascesso del peccato, soprattutto del peccato grave. Essa conduce efficacemente alla contrizione interna, soprannaturale, universale, alla vera detestazione del peccato e alla conversione verso Dio.” ( Discorso 17.2.1945 http://w2.vatican.va/…/hf_p-xii_spe_19450217_quaresimalisti… )
S. Giovanni Paolo II affermò : “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: « Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione ».74 Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale ».75 
37. L’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati. Se l’Eucaristia rende presente il Sacrificio redentore della Croce perpetuandolo sacramentalmente, ciò significa che da essa deriva un’esigenza continua di conversione, di risposta personale all’esortazione che san Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto: « Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5, 20). Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l’itinerario di penitenza attraverso il sacramento della Riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al Sacrificio eucaristico. 
Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza. Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti « ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto ».76
( Ecclesia de Eucharistia nn. 3637 http://w2.vatican.va/…/hf_jp-ii_enc_20030417_eccl-de-euch.h… )
Come è evidente in tutti questi testi il peccato grave è il peccato mortale e il peccato mortale è il peccato grave!
Ancora s. Giovanni Paolo II afferma:
“ È chiaro che non possono ricevere validamente l’assoluzione i penitenti che vivono in stato abituale di peccato grave e non intendono cambiare la loro situazione.” ( LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO» MISERICORDIA DEIhttp://w2.vatican.va/…/hf_jp-ii_motu-proprio_20020502_miser… )

Particolarmente illuminante su questo tema è una catechesi di s. Giovanni Paolo II
“Di qui anche proviene la differenza tra peccato “grave” e peccato “veniale”. Se il peccato grave è contemporaneamente “mortale”, è perché causa la perdita della grazia santificante in colui che lo commette. … Ma come abbiamo detto, anche nel peccato attuale, quando si tratta di peccato grave (mortale), l’uomo sceglie se stesso contro Dio, sceglie la creazione contro il Creatore, respinge l’amore del Padre così come il figlio prodigo nella prima fase della sua folle avventura. In una certa misura ogni peccato dell’uomo esprime quel “mysterium iniquitatis” (2 Ts 2, 7), che sant’Agostino ha racchiuso nelle parole: “amor sui usque ad contemptum Dei”: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio (“De Civitate Dei”, XIV, 28: PL 41, 436).” ( Catechesi del 29.10.1986 http://w2.vatican.va/…/1986/docu…/hf_jp-ii_aud_19861029.html ) Il peccato grave è dunque il peccato mortale!!
La Congregazione per la Dottrina della Fede affermò: “10. Il rispetto della legge morale, nel campo della sessualità, come anche la pratica della castità, sono compromessi non poco soprattutto presso i cristiani meno ferventi, dall’attuale tendenza a ridurre all’estremo — quando addirittura non è negata — la realtà del peccato grave, almeno nell’esistenza concreta degli uomini.
Certuni arrivano fino ad affermare che il peccato mortale, che separa l’uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto diretto e formale, col quale ci si oppone all’appello di Dio, o nell’egoismo che, completamente e deliberatamente, esclude l’amore del prossimo. E allora soltanto, dicono, che ci sarebbe l»«opzione fondamentale», cioè la decisione che impegna totalmente la persona e che sarebbe richiesta per costituire un peccato mortale; per mezzo di essa l’uomo, dall’intimo della sua personalità, assumerebbe o ratificherebbe un atteggiamento fondamentale nei riguardi di Dio e degli uomini. Al contrario, le azioni chiamate «periferiche» (che — si dice — non implicano, in generale, una scelta decisiva) non arriverebbero a modificare l’opzione fondamentale, tanto più che esse procedono spesso — si osserva — dall’abitudine. Esse possono, dunque, indebolire l’opzione fondamentale, ma non modificarla del tutto. Ora, secondo questi autori, un mutamento dell’opzione fondamentale verso Dio avviene più difficilmente nel campo dell’attività sessuale, dove, in generale, l’uomo non trasgredisce l’ordine morale in maniera pienamente deliberata e responsabile, ma piuttosto sotto l’influenza della sua passione, della sua fragilità o immaturità e, talvolta, anche dell’illusione di testimoniare così il suo amore per il prossimo; al che spesso si aggiunge la pressione dell’ambiente sociale.
In realtà è, sì, l’opzione fondamentale che definisce, in ultima analisi, la disposizione morale dell’uomo; ma essa può essere radicalmente modificata da atti particolari, specialmente se questi sono preparati — come spesso accade — da atti anteriori più superficiali. In ogni caso, non è vero che uno solo di questi atti particolari non possa esser sufficiente perché si commetta peccato mortale.
Secondo la dottrina della chiesa, il peccato mortale che si oppone a Dio non consiste soltanto nel rifiuto formale e diretto del comandamento della carità; esso è ugualmente in questa opposizione all’autentico amore, inclusa in ogni trasgressione deliberata, in materia grave, di ciascuna delle leggi morali.
Cristo stesso ha indicato il duplice comandamento dell’amore quale fondamento della vita morale; ma da questo comandamento «dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40): esso dunque comprende gli altri precetti particolari. Di fatto, al giovane che gli domandava: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Gesù rispose: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:… non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,1619).
L’uomo pecca, dunque, mortalmente non soltanto quando il suo atto procede dal disprezzo diretto di Dio e del prossimo, ma anche quando coscientemente e liberamente, per un qualsiasi motivo, egli compie una scelta il cui oggetto è gravemente disordinato. In questa scelta, infatti, come è stato detto sopra, è già incluso il disprezzo del comandamento divino: l’uomo si allontana da Dio e perde la carità. Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti, che ogni violazione diretta di quest’ordine è oggettivamente grave.(18)
( Congregazione per la Dottrina della Fede “PERSONA HUMANA. ALCUNE QUESTIONI DI ETICA SESSUALE”, 29 dicembre 1975, n. 10 http://www.vatican.va/…/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-… )
Il peccato grave è tale perché è una violazione grave dell’ordine morale, è una violazione grave della Legge di Dio, ed è mortale perché toglie la grazia che è la vita dell’anima.
Il Catechismo afferma:
1855 Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore.
2390 Si ha una libera unione quando l’uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l’intimità sessuale. L’espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l’una nei confronti dell’altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell’altro, in se stessi o nell’avvenire? L’espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine. 277 Tutte queste situazioni costituiscono un’offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l’idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale.” … e anche qui è evidentissimo che il peccato grave si intende non un atto avente materia grave ma mancante di piena avvertenza e deliberato consenso, come vorrebbe il prof. Buttiglione, ma un un peccato mortale che ha quindi materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso … Le affermazioni del prof. Buttiglione appaiono evidentemente devianti dalla Verità …
Qui di seguito metto dei testi che traggo dal Catechismo della Chiesa Cattolica e che mostrano come non esiste un peccato morale che non sia e un peccato grave che non sia mortale n. 1385
“Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» ( 1Cor 11,2729 ). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.” CCC (Catechismo della Chiesa Cattolica) n. 1446 “Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come «la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta» [Tertulliano, De paenitentia, 4, 2; cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 1542].” CCC n. 1470 “In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa vita terrena. E» infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel Regno, dal quale il peccato grave esclude [Cf 1Cor 5,11; Gal 5,1921; Ap 22,15 ]. Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita «e non va incontro al giudizio» ( Gv 5,24 ).” CCC n. 1472 “Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la «pena eterna» del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta «pena temporale» del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cf Concilio di Trento: Denz. –Schönm., 17121713; 1820].”
2390 “Si ha una libera unione quando l’uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l’intimità sessuale. L’espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l’una nei confronti dell’altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell’altro, in se stesso o nell’avvenire? L’espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità a legarsi con impegni a lungo termine [Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 81]. Tutte queste situazioni costituiscono un’offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l’idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla Comunione sacramentale.”

Papa Francesco parla di peccato grave come peccato mortale nella linea che abbiamo detto qui sopra, … http://gsearch.vatican.va/search… 
La Commissione Teologica, formata da sommi teologi, a differenza del prof. Buttiglione che non è né un sommo teologo e neppure ha titoli accademici in campo teologico affermò quanto segue “Spesso si cerca di sostituire o completare la distinzione binaria tra peccati gravi e non gravi, mediante la divisione ternaria in crimina (peccata capitalia), peccata gravia e peccata venialia. Tale divisione tripartita si giustifica sul piano fenomenologico e descrittivo, ma sul piano teologico non si può eliminare la differenza fondamentale che separa il « sì » dal « no » detto a Dio; lo stato di grazia, la vita nella comunione e nell’amicizia di Dio da un lato e, dall’altro, lo stato di peccato, d’allontanamento da Dio, che conduce alla perdita della vita eterna. Tra questi due stati, non può inserirsene essenzialmente un terzo. La partizione tradizionale di due categorie esprime perciò la gravità della decisione morale dell’uomo.
3. Con tale differenziazione, sin dai primi secoli — e poi con i modi di pensare e di esprimersi d’ogni epoca — la Chiesa ha preso in considerazione ciò che oggi, tra i modi di vedere e le circostanze presenti, è di grande importanza negli enunciati dottrinali della Chiesa e nelle riflessioni teologiche sulla distinzione e sul rapporto tra peccati gravi e peccati non gravi:
a) soggettivamente, la libertà della persona umana va considerata dal punto di vista del suo rapporto a Dio. Perciò esiste per l’uomo la possibilità di dire « no » a Dio nell’intimo stesso della sua persona (aversio a Deo) e di prendere così una decisione fondamentale sul senso della propria esistenza. Tale opzione fondamentale si compie nel « cuore » dell’uomo, nell’intimo della sua persona; ma, a motivo della spazio-temporalità della nostra esistenza, essa si traduce in atti concreti, in cui la decisione fondamentale dell’uomo s’esprime più o meno completamente. A ciò s’aggiunge che in forza della rottura fondamentale introdotta dal peccato originale, anche quando rispetta il suo « sì » fondamentale a Dio, l’uomo ha un « cuore diviso », non riesce cioè a vivere e impegnarsi rispetto a Dio in maniera totale e definitiva.
b) Oggettivamente, vi è da un lato il comandamento che vincola gravemente, esigendo un atto totalmente deliberato, e dall’altro il comandamento che obbliga solo in modo lieve; normalmente la violazione di quest’ultimo può essere qualificata come peccato solo in maniera analogica; non per questo, però, si deve prendere alla leggera. Un simile comportamento, infatti, influisce sull’opzione della libertà e può essere o divenire l’espressione d’una decisione fondamentale.
4. È questa la concezione teologica del peccato grave che la Chiesa insegna, quando ne parla come d’una scelta contro Dio o come d’un rifiuto di Dio e d’una preferenza accordata alle creature. Lo stesso vale quando la Chiesa vede un’offesa grave di Dio in ogni atto importante opposto alla carità cristiana, nella condotta che in materia grave viola l’ordine stabilito da Dio per la creazione, e soprattutto nell’attentato alla dignità della persona umana. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede sottolinea questo secondo aspetto, quando accenna alla risposta di Gesù al giovane che l’interroga: « Maestro, che cosa debbo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Gesù gli risponde. « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti […]. Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19, 1619) [43].
Secondo questo insegnamento della Chiesa, la decisione fondamentale determina, in ultima analisi, la situazione morale dell’uomo. Tuttavia, la nozione di decisione fondamentale non offre il criterio idoneo a distinguere concretamente tra peccato grave e peccato non grave; tale nozione serve piuttosto a spiegare teologicamente ciò ch’è un peccato grave. Benché in linea di principio l’uomo possa esprimere o mutare la propria decisione con un solo atto — il che avviene quando quest’atto viene compiuto in piena coscienza e in tutta libertà —, tuttavia l’intera decisione fondamentale non è necessariamente messa in discussione in ogni singolo atto. Così, non ogni specie di peccato costituisce necessariamente, ipso facto, una revisione della decisione fondamentale (esplicita o implicita). Secondo la tradizione ecclesiale e teologica, per un cristiano che si trovi in stato di grazia e partecipi normalmente alla vita sacramentale della Chiesa, il « peso » della grazia fa sì ch’egli non sia facilmente esposto al peccato grave e che questo non entri normalmente in una vita cristiana [44].” ( http://www.vatican.va/…/rc_cti_1982_riconciliazione-peniten… )
Sempre la Commissione Teologica Internazionale affermò “ 8.2. La Chiesa crede che esiste uno stato di condanna definitiva per coloro che muoiono gravati di peccato grave. Si deve evitare assolutamente d’intendere lo stato di purificazione per l’incontro con Dio, in modo troppo simile a quello della condanna, come se la differenza tra i due consistesse solo nel fatto che l’uno sarebbe eterno e l’altro temporaneo; la purificazione dopo la morte è «del tutto diversa dal castigo dei condannati». ( http://www.vatican.va/…/rc_cti_1990_problemi-attuali-escato… )

 

Come si vede la sana teologia non presenta il peccato grave come diverso dal peccato mortale, IN QUESTA LINEA LE AFFERMAZIONI DEL PROF. BUTTIGLIONE APPAIONO SBAGLIATE E FUORVIANTI. Contrariamente a ciò che lui dice, il Magistero afferma: tutti i peccati gravi sono mortali, tutti i peccati mortali sono gravi; se la materia è grave ma manca piena avvertenza o deliberato consenso il peccato non è grave ma veniale.

Letto 142 volte Ultima modifica il Venerdì, 26 Gennaio 2018 15:15
Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

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Mons. Luigi Negri


   

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