Belgio: Il benestare agli atti omosessuali

«La condanna degli atti omosessuali non è più sostenibile». Lo ha detto il cardinale De Kesel, arcivescovo di Bruxelles, parlando a un gruppo gay a cui ha anche anticipato il progetto di una qualche cerimonia religiosa per le unioni omosessuali. Che questo sia contrario alle Scritture, alla Tradizione e anche al magistero recente per il cardinale non fa problema.

Il cardinale De Kesel
Il cardinale Jozef De Kesel, l’uomo che ha distrutto – con la complicità della Santa Sede – la Comunità dei Santi Apostoli, fiorente di vocazioni nel Belgio de-cristianizzato, ha incontrato il gruppo gay HLMW il 24 aprile scorso e ha detto che «La Chiesa deve rispettare di più gli omosessuali, anche nella loro esperienza di sessualità». Cioè che atti come la sodomia, da sempre condannati nell’Antico e nel Nuovo Testamento potrebbero trovare un’approvazione ecclesiastica.

Inutile dire che tutto questo è in contrasto con la tradizione di sempre della Chiesa, le Sacre Scritture, il catechismo e vari documenti anche recenti della Santa Sede. Secondo la pagina web di propaganda gay hlwm.be, De Kesel avrebbe affermato che la condanna degli atti omosessuali «non è più sostenibile».

Naturalmente il cardinale, pupillo del cardinale Danneels, implicato in uno scandaloso caso di copertura di abusi sessuali, e grande amico e consigliere di Jorge Mario Bergoglio, ha fatto riferimento alle parole di Francesco «Chi sono io per giudicare»; ma non ha riportato, come troppo spesso accade in questi casi, l’intera citazione, in cui si fa riferimento al catechismo, e si è limitato all’uso che ne fanno i gruppi di attivismo omosessualista. De Kesel ha detto che solo dieci anni fa osservazioni come quelle che stava facendo non sarebbero state possibili. Una frecciata a Benedetto XVI, che, secondo quanto ci dicono, non aveva una grande stima dell’attuale arcivescovo di Malines-Bruxelles. E probabilmente, sapendo quanto fosse pignolo papa Ratzinger in tema di scelte episcopali, avrà avuto le sue buone ragioni.

De Kesel ha ammesso che egli stesso, venti anni fa, si sarebbe espresso diversamente sull'omosessualità e avrebbe seguito l'insegnamento del Nuovo Testamento e della Chiesa. Secondo De Kesel, la Chiesa in Europa «è cambiata in meglio»: Invece la Chiesa in Europa Orientale, Africa e Asia non sarebbe ancora «inclusa in questo cambiamento "in meglio"».

Ma De Kesel non si è limitato a questo. Nell’incontro, come hanno riportato non pochi giornali del Paese, il cardinale avrebbe detto di voler riflettere a una qualche forma di celebrazione di preghiera per dare un sigillo religioso a una relazione omosessuale. Inutile dire che seguendo questo modo di pensare il porporato entra in diretto contrasto sia con quello che insegna la Chiesa cattolica, sia anche – pare – con quello che afferma il Pontefice regnante.

Nell’incontro con la comunità di cui parlavamo, il cardinale ha confermato di stare riflettendo a un’ipotesi del genere. Nella conversazione si è parlato sia delle relazioni omosessuali che della distinzione fra di esse e un matrimonio cristiano fra un uomo e una donna. Il cardinale avrebbe detto che si augura di poter rispondere fra non molto alla richiesta, presente in omosessuali cattolici, di poter beneficiare di un riconoscimento simbolico della Chiesa per la loro unione.

I commentatori cattolici fanno notare che a dispetto del suo progressismo spinto, un matrimonio religioso sembrerebbe andare troppo avanti. E non sarebbe favorevole più di tanto a una “benedizione” ecclesiastica, perché la somiglianza con un matrimonio naturale sembrerebbe troppo forte. L’idea del porporato, per accontentare la sua platea omosessuale, sarebbe piuttosto quella di una “celebrazione di ringraziamento”, o di una “celebrazione di preghiera”. Però senza scambio di anelli…

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Non si nasce gay

Uno delle certezze che sostengono le lobby LGBT è che l’omosessualità è una condizione genetica. In realtà recenti studi su coppie di gemelli dimostrano che l’attrazione per persone dello stesso sesso non dipende dal codice genetico ma è qualcosa dovuta a esperienze successive alla nascita. 

Il Dott. Neil Whitehead, ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, per le Nazioni Unite e la International Atomic Energy Agency, fa il punto della situazione: i gemelli identici hanno lo stesso codice genetico, sono allevati in condizioni prenatali identiche, perciò se l’omosessualità fosse causata da fattori genetici o condizioni prenatali e uno dei due fosse gay, anche l’altro gemello dovrebbe esserlo. Ma gli studi scientifici rivelano che le cose vanno diversamente. “Se uno dei due gemelli prova attrazione per persone dello stesso sesso le possibilità che l’altro gemello l’abbia sono solo dell’11% per gli maschi e il 14% per le femmine”. 

Visto che i gemelli identici sono sempre geneticamente identici, l’omosessualità non può essere dovuta a fattori genetici. “Nessuno nasce gay”, conclude Whitehead. Ciò che produce l’omosessualità, perciò, deve essere dovuto a fattori post nascita, come ad esempio le differenti reazioni personali a eventi o circostanze che hanno un diverso impatto sui due gemelli.
Il primo studio approfondito su gemelli identici è stato effettuato in Australia nel 1991, seguito da un altro negli Stati Uniti nel 1997. Nel 2002 Bearman e Brueckner hanno pubblicato uno studio effettuato su 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti. L’attrazione per persone dello stesso sesso (Same-sex attraction) tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine.

Nella stessa ricerca si parla dei cambiamenti di orientamento sessuale. E i due autori osservano che la maggior parte di questi cambiamenti, non terapeutici ma accaduti “naturally” durante la vita, sono rivolti verso un’esclusiva eterosessualità (il 3% della popolazione eterosessuale sostiene di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale). Il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso un’esclusiva eterosessualità è più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole “Gli ex gay superano per numero gli attuali gay”.

Il matrimonio non interessa ai gay

A proposito della battaglia per ottenere i matrimoni tra omosessuali, Mercatornet ha segnalato un episodio interessante sulla concezione che hanno alcuni gay del matrimonio.
Durante il Sydney Writers Festival del 2012, infatti, in un incontro pubblico è stato rivolta a quattro scrittori gay questa domanda: «Perché sposarsi quando si poteva essere felici?». Erano tutti d’accordo sul fatto che i gay non vogliano sposarsi, dato che i gay non aspirano alla rispettabilità borghese. La risposta più interessante è venuta dalla giornalista e attivista Masha Gessen, sposata con una partner lesbica in Massachusetts da cui in seguito ha divorziato, ora ha tre bambini che hanno cinque diversi genitori. Nella sua risposta (per ascoltare le parole nel video clicca qui) la Gessen afferma che vorrebbe vedere abolita l’istituzione del matrimonio, e perciò è necessario mentire quando si promuovono i matrimoni gay: «Anche uno stupido capirebbe che l’istituzione del matrimonio non dovrebbe esistere… [applausi del pubblico] La lotta per il matrimonio gay comporta in generale mentire su quello che faremo con il matrimonio una volta che lo otterremo, perché mentiamo dicendo che l’istituzione del matrimonio non cambierà: sì questa è una falsità»

Cosa dice chi è stato allevato da una coppia gay  

Tempi ha riportato alcuni stralci della testimonianza di Robert Oscar Lopez, professore presso la California State University, che lo scorso 12 marzo ha raccontato davanti al Parlamento del Minnesota. Lopez, cresciuto dalla madre lesbica con la sua compagna, nel suo racconto (che è possibile leggere integralmente qui) sottolinea alcuni aspetti che fanno riflettere, soprattutto perché vissuti sulla propria pelle:

Il disagio che ha comportato vivere senza una figura maschile di riferimento e quindi le difficoltà a creare stabili rapporti di amicizia sia con le ragazze che con ragazzi.
Una volta giunto all’Università la comunità gay gli aveva detto che necessariamente era destinato a essere gay, mentre lui si sentiva ancora a disagio. 
Non ha mai trovato, specialmente nel mondo gay che ha frequentato per tanti anni, qualcuno che affrontasse sul serio le sue difficoltà, perché veniva malvisto chi metteva in dubbio la sua omosessualità.
Gli adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso nel contattarlo gli chiedono di dare voce alle loro preoccupazioni: pur amando i propri cari spesso “provano rabbia verso i loro “genitori” per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”
La comunità gay, dentro la quale ha trascorso 40 anni della sua vita, spesso trasmette odio e recriminazione, parlando talvolta male delle coppie eterosessuali per giustificare le adozioni.

 

Fonte: documentazione.info

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Chi si dichiara Gay non può ricevere la Comunione

Una delle critiche più frequenti a chi si manifesta assolutamente non possibilista sulla Comunione agli omosessuali praticanti è che questa posizione (e quindi la posizione della Chiesa) sarebbe discriminatoria.
Il Dizionario Garzanti definisce "discriminare" come "discernere, distinguere, fare una differenza" e anche "assumere atteggiamenti, comportamenti, provvedimenti che, all'interno di un gruppo o di una società, ne isolano o danneggiano una parte". Possiamo definirla quindi anche come "non permettere l'accesso a diritti che spettano come a tutti gli altri".

NON SI DISCRIMINA NESSUNO SE GLI SI ATTRIBUISCE QUEL CHE MERITA
     Ora, in uno Stato non si è mai sentito (anche se, ultimamente, la certezza della pena, soprattutto per gli stranieri, in Italia è inesistente) difendere uno che commette un reato con l'argomento della discriminazione: "togliergli la libertà è una discriminazione".
L'esempio è ben più calzante di quel che alcuni possono pregiudizialmente pensare, anche se ovviamente l'omosessualità non è un reato civile o penale per la Costituzione italiana, e spiego in che senso. Non si discrimina nessuno se gli si attribuisce quel che merita sulla base della sua condotta (se l'omicida è condannato all'ergastolo, metterlo in galera per il resto della sua vita è un diritto della comunità e la logica conseguenza delle sue azioni). Non vi è nessuna discriminazione, nessuna differenza rispetto a chi ha avuto una condotta diversa (l'uomo o la donna onesti e rispettosi della vita altrui).
Quello che si vuole dire è che non ci può essere discriminazione nel trattare diversamente due situazioni diverse.
Arriveremmo altrimenti ad una contraddizione, nei fatti oltre che in termini. Ed anche ad una vera discriminazione, opposta: quella di chi ha una condotta giusta e non vede punito chi invece non l'ha avuta.
Ecco, proprio questa contraddizione in termini e in fatto vorrebbe introdurre chi continua a urlare ai quattro venti che "la Chiesa deve prendere atto" della situazione odierna e aprire l'accesso ai sacramenti anche alle persone che praticano l'omosessualità. Gravissimo è il sentirlo da sacerdoti, vescovi e cardinali. Agli anticlericali (espressi e non) siamo abituati.
La Chiesa cattolica non discrimina nessuno. Da sempre infatti si distingue tra inclinazione omosessuale (che non è peccato, ma disordine) e pratica omosessuale (che invece è peccato grave). Se dunque una persona con tendenze e pratiche omosessuali si pente, si confessa con il proposito di non peccare più (Catechismo di San Pio X can. 358 e can. 369), quindi non ricade più nella condizione precedente, non ha nessun tipo di problema a ricevere la Comunione (Catechismo della Chiesa Cattolica, can. 1415; Catechismo di San Pio X can. 335). Così come chiunque confessi qualsiasi altro peccato grave.

UN PROBLEMA BEN PIÙ PROFONDO
Il problema, quindi, si sposta ed è ben diverso, e direi anche ben più profondo, della pratica omosessuale.
Quel che conta, e tanto, è il peccato (parola oggi dimenticata), conta lo stato in cui si trova chi si avvicina alla Comunione: se questo è in peccato mortale, non può riceverla. E questo vale per qualsiasi tipo di peccato mortale, non solo per l'omosessuale. Il problema, in sostanza, è la recidiva.
Se una persona non si pente, persevera ostinatamente nel peccato (qualsiasi peccato grave non solo quello della pratica omosessuale), addirittura se ne vanta e ne fa una battaglia, non ha senso dare il perdono. Anzi, non è proprio possibile dare l'assoluzione. E questo per diritto divino.
Viene spiegato chiaramente dal Catechismo di San Pio X che tra gli elementi necessari per una buona Comunione esige l'«essere in grazia di Dio» (Catechismo di San Pio X can. 335; vedi anche Concilio di Trento, Sess. 12, can. 7 e can. 11, che insegna che per ricevere l'Eucaristia si richiede lo stato di grazia). Essere in grazia di Dio significa «avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (Catechismo di San Pio X can. 336). Ancora più efficacemente era stato spiegato da San Paolo quando aveva ammonito che ricevere la Comunione in peccato mortale equivale a mangiare la propria condanna (1Cor 11, 27-29).
Piccola parentesi su un altro elemento richiesto dal can. 335 del Catechismo di Papa Sarto: «sapere e pensare Chi si va a ricevere»: sembra sempre più chiaro, purtroppo, che molti non sanno Chi vanno a ricevere, che nella sacra Ostia c'è Nostro Signore Gesù Cristo (Catechismo di San Pio X can. 316 e can. 322). E questo influisce, e tanto.
Alla luce di quanto ricordato (qualcuno dovrebbe proprio imparare...) non ha senso parlare di discriminazione per gli omosessuali nel non poter ricevere la Comunione. Il senso invece è quello che nessuno può avvicinarsi a Cristo in stato di peccato mortale, qualsiasi esso sia. L'omosessuale che abbia compiuto pratiche omosessuali è uguale a chi ha rapporti sessuali al di fuori del matrimonio (adulterio) o a chi ha una vita sessuale disordinata (fornicazione): sono tutti in peccato grave (sebbene con differente gravità) e nessuno può ricevere la Comunione, senza la Confessione.

SE MANCA IL VERO PENTIMENTO...
La preclusione non ha luogo perché è omosessuale, ma perché manca il vero pentimento.
Che la pratica omosessuale sia peccato grave (mortale) come gli altri sopra elencati (ed altri ancora) non ci sono dubbi.
La Chiesa lo afferma da sempre. E lo ha ribadito e riassunto nel Catechismo, quando al can. 2357 insegna che «[...] Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (v. Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1Cor 6, 9-10; 1Tm 1, 10), la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona Humana, 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

     Ancora più importante è ricordare che l'atto sessuale tra persone dello stesso sesso rientra nei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, dato che è peccato impuro (fornicazione) contro natura (stesso sesso). Non serve aggiungere altro.
Dai Dieci Comandamenti in poi questo è sempre stato insegnato in modo chiaro e inequivoco da Dio, da Cristo e dalla Sua Chiesa. Chi contestasse l'incontestabile sappia che non si è costretti ad essere cattolici, ma, se lo si vuole essere, si deve seguire quel che Cristo, tramite gli Apostoli e la Chiesa, ha insegnato, e lo si deve seguire integralmente, non manipolandolo a proprio piacimento, secondo quel che fa comodo. I cripto-protestanti possono tranquillamente entrare in una delle tante confessioni figlie di Lutero.
Alla luce di quanto esposto, il non poter assolutamente dare la Comunione a persone non con tendenze, ma con pratiche omosessuali, vi sembra discriminazione o la semplice applicazione delle Leggi di Cristo? Come non si griderebbe alla discriminazione per il ladro messo in galera, perché si dovrebbe credere ad una discriminazione per i peccatori di omosessualità esclusi dalla Comunione? Semmai, ci sarebbe anche qui, se ammessi, una discriminazione al contrario: quella dei fedeli in stato di grazia che non vedono differenza con quelli in peccato grave.
Viene da pensare che questo atteggiamento sia un ulteriore cavallo di Troia da regalare alla Chiesa e a chi propaganda l'omosessualismo.



 

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no al matrimonio Gay!

Ben conosciamo le diatribe che si sono scatenate in questi giorni dopo il risultato del referendum nella cattolica Irlanda che ha visto approvare a larga maggioranza il matrimonio gay. Gli schieramenti opposti, da un lato gli ultra-conservatori che gridano ad un nuovo scandalo e dall'altro i nuovi progressisti, anche presbiteri, che chiedono di guardare all'evidenza della realtà per essere in grado, forse, di mettere in atto azioni pastorali adeguate per arginare questa civiltà globale ripiegata su stessa e sui propri egoismi. Come ha fatto ben notare l'arcivescovo irlandese Diarmuid Martin questo referendum apre ad una maggior crisi dentro la Chiesa di cui ancora non si è in grado di anticiparne i danni reali e sollecita un adeguata risposta sul piano politico in quanto anche in Irlanda il matrimonio cattolico è riconosciuto anche civilmente. Il rifiuto, per la Chiesa cattolica Irlandese, di celebrare in Chiesa i matrimoni omosessuali potrebbe spingere le coppie gay a ricorrere ai giudici per il reato di discriminazione se il legislatore non metterà dei limiti.
     Di pochi giorni fa invece la notizia che la Corte Suprema degli Stati Uniti sta discutendo l’opportunità di permettere, in tutto il territorio statunitense, il cosiddetto “matrimonio gay”. Una decisione di questo tipo, se adottata, potrebbe avere conseguenze devastanti non solo all’interno degli USA, ma anche all’estero, poiché il prestigio di cui essi ancora godono potrebbe portare, a cascata, altri Stati ed altre istituzioni a compiere passi nella medesima direzione. L'armata delle tenebre prosegue la sua conquista del mondo e delle anime che vuole portare a perdizione. Il degrado morale in particolare sta raggiungendo vertici inauditi consacrando ogni depravazione come normale espressione del diritto di ogni uomo e donna di vivere la propria vita come desidera travalicando non solo il buon senso religioso ma anche quello della stessa morale naturale e minando di fatto il tradizionale e millario sistema sociologico che vede la famiglia, composta da madre e padre, come il nucleo primario dove poter dare vita, crescere, educare e formare in pienezza i figli per la generazione futura. Ogni sofrzo oggi , tanto dei media quanto dalle istituzioni è teso ad indottrinare il senso comune affinché apprenda dei "valori" che in realtà sono dis-valori atti a minare profondamente l'atavico archetipo del matrimonio che investe non solo la sfera emotiva e personale della coppia ma genera una precisa figura sociale che è la famiglia stessa e che necessità di ogni protezione se non vogliamo che questo mondo cada impazzito in mano alle peggiori conseguenze che si possano immaginare. Occorre con serietà correre ai ripari il prima possibile, soprattutto prima che sia troppo tardi come spesso siamo abituati a fare. La Chiesa in particolare è chiamata tutta, partendo da ogni singolo cattolico fino al Papa, a proclamare con forza e verità il grave danno del peccato che deturpa l'uomo e lo rende irriconoscibile agli occhi di Dio che non vede più l'amato figlio bensì l'ostentato ribelle che corre verso la propria rovina per il solo gusto di imporre il proprio diritto di libertà. 

Riteniamo utile quindi a chiunque legga ribadire il pensiero della Chiesa cattolica verso il grave peccato dell'omosessualità e comprendere che l'amore per il prossimo deve principalmente portarci a desiderare il suo sommo bene che è la salvezza eterna dell'anima e non permettere il peccato solo per un bieco buonismo che non è vera espressione dell'amore cristianamente inteso.

      L'omosessualità, sempre considerata dalla coscienza cristiana e occidentale come un vizio obbrobrioso, rivendica oggi visibilità e diritti nella società. Secondo i fautori della nuova ideologia omosessualista, la coscienza civile, che un tempo bollava il peccato contro natura come abominevole, dovrebbe ora riconoscerlo come un bene in sé meritevole di tutela e protezione giuridica. La legge, che un tempo reprimeva l'omosessualità, dovrebbe invece promuoverla, castigando coloro che la rifiutano e la combattono pubblicamente. L'omosessualità, in questa prospettiva, non sarebbe un vizio, e neppure una malattia o deviazione di qualsiasi genere, ma una naturale tendenza umana, da assecondare e garantire, senza porsi il problema della sua moralità.
     Il Magistero della Chiesa cattolica si situa agli antipodi di questo nefasto relativismo. La Chiesa ha infatti come missione divina di insegnare la verità nel campo della fede e della morale, illuminata dalle parole di Gesù Cristo: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7, 16). L'ambito del suo Magistero non è ristretto agli articoli di fede, ma investe il vasto campo della morale e del diritto naturale. Infatti, come avvertiva San Pio X, «tutte le azioni del cristiano sottostanno al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa in quanto sono buone o cattive dal punto di vista morale, cioè in quanto concordano o contrastano col diritto naturale e divino» (2).
     In materia di fede e di costumi, perciò il Magistero della Chiesa è «norma prossima e universale di verità» (3). Il relativismo nega invece il carattere assoluto della Verità e del Bene, per porre come unico criterio quello soggettivo dell'arbitrio umano, presentato come «autodeterminazione» e «liberazione» da ogni vincolo religioso, morale e perfino razionale. L'uomo, in tale prospettiva, è ridotto alla sua istintiva animalità, mera pulsione di istinti, «materia senziente», priva del lume della ragione. Le radici di questa concezione affondano nell'Umanesimo rinascimentale, nel «libero esame» protestante, nelle ideologie illuministe e marxiste, fasi diverse di quel multiforme processo rivoluzionario che ha come mèta la distruzione totale della Civiltà cristiana e l'instaurazione dell' anarchia. Questo processo rivoluzionario ha oggi un'espressione parossistica nella pretesa di promuovere l'omosessualità come un valore, e successivamente di imporla come modello di comportamento alla società intera. Tale è il significato della risoluzione approvata a Strasburgo l'8 febbraio 1994, con la quale il Parlamento Europeo chiede agli Stati membri di «aprire alle coppie omosessuali tutti gli istituti giuridici a disposizione di quelli eterosessuali» e di «intraprendere campagne [...] contro tutte le forme di discriminazione». La Chiesa insegna, al contrario, che tra la verità e l'errore, tra il bene e il male, la discriminazione e il confine deve essere netto, così come, tra la visione cattolica e quella relativista, figlia di tutte le grandi correnti eversive della storia, l'antitesi è totale. La raccolta di testi che segue, prima nel suo genere, dimostra come la condanna dell'omosessualità da parte della Chiesa è costante e inequivoca. Questa condanna, nel corso dei secoli, è stata recepita e tradotta in leggi dal diritto europeo e ha permeato la coscienza collettiva dell'Occidente cristiano. Mai, in alcun modo, la Chiesa ha legittimato il vizio omosessuale.
 
Meno che mai può oggi accettarne la legalizzazione, che costituisce in sé un peccato ancora più grave della pratica privata dell'omosessualità. Per la Chiesa cattolica, l'omosessualità è un «crimine nefando» (San Pio V) che attira la collera divina e grida vendetta al cospetto di Dio (San Pio X). La ragione per cui Dio condannò alla distruzione le città di Sodoma e di Gomorra, immerse nel vizio contro natura fu, come ricorda san Pietro, perché ciò restasse nei secoli di esempio e divino ammonimento (2 Pt 2, 6-9). Come dimenticare il tragico destino di quelle città corrotte, nel momento in cui un Parlamento che presume di rappresentare la voce di tutti gli europei giunge dove neppure Sodoma e Gomorra erano arrivate, pretendendo di includere il peccato contro natura nella pubblica legislazione?
 

LA CONDANNA DELLA SACRA SCRITTURA
 
 La Sacra Scrittura condanna ripetutamente, e con la massima severità, il peccato contro natura. Nell'Antico Testamento, ad esempio, il Libro del Levitico, che contiene le prescrizioni legali dettate da Dio a Mosé per preservare il popolo eletto dalla corruzione della fede e dei costumi, contiene una severa condanna della pratica omosessuale definita come «abominio» e prescrive per i colpevoli la pena di morte.
 
«Non accoppiarti con un maschio come si fà con la donna: è cosa abominevole [...]. Tutti quelli che commetteranno tali azioni abominevoli, verranno sterminati di mezzo al popolo» (Lv 18, 22 e 29). «Se un maschio giace con un altro maschio come si fà con la donna, entrambi hanno commesso un abominio: vengano messi a morte, e il loro sangue ricada su di loro» (Lv 20,13). Analoga riprovazione viene espressa dai Profeti di Israele, come testimonia il successivo passo tratto da Isaia. «Il loro aspetto testimonia contro di loro: essi manifestano i loro peccati, come fece Sodoma, anziché nasconderli. Guai a loro! Essi si preparano la loro rovina»! (Is 3, 9).
 
  Il castigo divino di Sodoma e Gomorra
 
La condanna della Bibbia non rimane a un livello meramente teorico, ma si manifesta nella punizione dei peccatori. L'esempio più noto e significativo è quello, tratto dal primo libro dell'Antico Testamento (il Genesi), in cui Dio invia due suoi angeli, in sembianze umane, per distruggere le città di Sodoma e di Gomorra, ormai corrose dal vizio contro natura, salvando il solo Loth con la sua famiglia. «Disse dunque il Signore (ad Abramo): "Il clamore delle colpe che mi giunge da Sodoma e da Gomorra è grande, e molto grave è il loro peccato" [...]. Poi quei due (angeli) dissero a Loth: [...] "Fà uscire da questo luogo generi, figli e figlie e tutti i tuoi parenti che si trovano in questa città, perché noi siamo giunti per distruggerla: grande è infatti il clamore dei peccati che da essa si è innalzato verso il Signore, e il Signore ci ha inviati per distruggerla" [...]. Allora il Signore fece piovere dal cielo zolfo e fuoco su Sodoma e su Gomorra, e distrusse quelle città e tutta la pianura e tutti gli abitanti della città e ogni sorta di piante [...]. Abramo intanto si era alzato di buon mattino per andare sul luogo dove prima si era fermato davanti al Signore, e, volgendo lo sguardo verso Sodoma e Gomorra e su tutta la regione di quella pianura, vide che dalla terra si alzava un fuoco simile al fumo di una fornace» (Gn 18, 20; 19, 12-13; 19, 24-28).
 
Commentando questo passo della Bibbia, molti Padri della Chiesa, al seguito di Tertulliano (155-230) (4) e dello storico Paolo Orosio (375-420) (5) testimoniarono poi che nella pianura in cui giacevano le due nefande città, e che oggi coincide col Mar Morto, «la terra puzza ancora d'incendio», per ammonire le generazioni future a non dimenticare la punizione divina. «Nel corso dei miei viaggi - affermò davanti ai suoi giudici il martire San Pionio († 250) - ho attraversato tutta la Giudea, ho oltrepassato il Giordano ed ho potuto contemplare quella terra che fino ai nostri giorni porta i segni della collera divina [...]. Ho visto il fumo che ancor oggi sale dalle sue rovine e il suolo che il fuoco aveva ridotto in cenere, ho visto quella terra ormai colpita da siccità e sterilità. Ho visto il Mar Morto con la sua acqua che ha cambiato natura: si è atrofizzato per timore di Dio e non può più nutrire esseri viventi» (6).
 
 
  L'Apostolo San Paolo esclude i sodomiti dalla salvezza
 
     Il Nuovo Testamento non fà che confermare, con parole ancor più vigorose, questa condanna. In alcuni passi tratti dalle sue Lettere, San Paolo, l'Apostolo delle Genti, ci da una spiegazione profonda della rovina di Sodoma e Gomorra, collegando l'omosessualità con l'empietà, l'idolatria e l'omicidio. «Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, fino al punto di disonorarsi a vicenda i corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato la creatura al posto del Creatore benedetto nei secoli. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno mutato le unioni secondo natura quelle contro natura; allo stesso modo gli uomini, lasciando l'unione naturale con le donne, si sono accesi di passione fra maschi, ricevendo così in loro stessi la punizione che si addice al loro traviamento [...]. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che condanna a morte chi commette tali azioni, essi non solo le commettono, ma persino approvano chi le compie» (Rm 1, 24-32).

«La Legge non è fatta per il giusto, bensì per i cattivi e i ribelli, gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, i parricidi e i matricidi, gli impudichi e i sodomiti [...] e per qualunque altro vizio contrario alla sana dottrina» (1 Tm 1, 9-10). Escludendo dalla salvezza coloro che praticano il vizio contro natura, l'Apostolo pronuncia per loro una condanna ben più grave della morte fisica: quella della morte eterna. «Non illudetevi! Né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti [...] erediteranno il Regno di Dio»! (1 Cor, 6, 9-10).
 
  San Pietro e San Giuda rievocano come divino ammonimento la distruzione di Sodoma
 
Analoga condanna viene espressa anche da San Pietro, e dall'Apostolo San Giuda, che rievocano la distruzione di Sodoma e Gomorra presentandola come un divino ammonimento che serve a intimorire gli empi e a confortare i fedeli. «Se Dio condannò alla distruzione e ridusse in cenere le città di Sodoma e di Gomorra, lo fece perché ciò fosse di ammonizione per tutti i perversi in avvenire; e se liberò Lot, che era rattristato per la condotta di quegli uomini sfrenatamente dissoluti [...], il Signore lo fece perché sa liberare dalla prova gli uomini pii e sa riservare gli empi alla punizione nel giorno del giudizio» (2 Pt 2, 6-9). «Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si erano abbandonate alla lussuria ed ai vizi contro natura, vengono portate come esempio per aver subito la pena del fuoco eterno» (Gd 7).
 

LA CONDANNA DEI PADRI E DEI DOTTORI DELLA CHIESA
 
  Sant'Agostino: «I delitti compiuti dai sodomiti devono essere condannati ovunque e sempre»
 
Fin dalle origini, la Chiesa, facendo eco alla maledizione delle Sacre Scritture, ha condannato la pratica omosessuale per bocca dei santi Padri, scrittori ecclesiastici antichi riconosciuti come testimoni della Tradizione Divina. Fra i primi a pronunciarsi, fu il sommo Sant'Agostino (354 430), Vescovo d'Ippona e Dottore della Chiesa: «I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand'anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina: Dio infatti non ha creato gli uomini perché commettessero un tale abuso di loro stessi. Quando, mossi da una perversa passione, si profana la natura stessa che Dio ha creato, è la stessa unione che deve esistere fra Dio e noi a venire violata» (7).
 
  San Gregorio Magno: «Era giusto che i sodomiti perissero per mezzo del fuoco e dello zolfo»
 
     San Gregorio I Papa (540-604), detto «Magno», Dottore della Chiesa, ravvisa nello zolfo, che si rovesciò su Sodoma il peccato della carne degli omosessuali. «Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodoma dal. Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l'onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso» (8).
 
  San Giovanni Crisostomo: «la passione omosessuale è diabolica».
 
     Il Padre della Chiesa che condannò con maggior frequenza l'abuso contro natura fu San Giovanni Crisostomo (344-407), Patriarca di Costantinopoli e Dottore della Chiesa, di cui riportiamo passi di un'omelia di commento all'Epistola di San Paolo ai Romani: «Le passioni sono tutte disonorevoli, perché l'anima viene più danneggiata e degradata dai peccati di quanto il corpo lo venga dalle malattie; ma la peggiore fra tutte le passioni è la bramosia fra maschi [...]. I peccati contro natura sono più difficili e meno remunerativi, tanto che non si può nemmeno affermare che essi procurino piacere, perché il vero piacere è solo quello che si accorda con la natura. Ma quando Dio ha abbandonato qualcuno, tutto è invertito! Perciò non solo le loro (degli omosessuali; N.d.R.) passioni sono sataniche, ma le loro vite sono diaboliche [...]. Perciò io ti dico che costoro sono anche peggiori degli omicidi, e che sarebbe meglio morire che vivere disonorati in questo modo. L'omicida separa solo l'anima dal corpo, mentre costoro distruggono l'anima all'interno del corpo. Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottostarvi. Non c'è nulla, assolutamente nulla di più folle o dannoso di questa perversità» (9).
 
  San Pier Damiani: «Questo vizio supera per gravità tutti gli altri vizi»

     Durante tutto il Medioevo, ossia nel periodo di formazione della civiltà cristiana occidentale, la Chiesa non ha mai smesso di promuovere la virtù della temperanza e di rinnovare la condanna del vizio contro natura; in tal modo riuscì a ridurlo ad un fenomeno rarissimo e marginale. Fra i Santi che combatterono il vizio omosessuale nel Medioevo, uno dei più grandi fu San Pier Damiani (1007-1072), Dottore della Chiesa, riformatore dell'Ordine benedettino e sommo scrittore e predicatore. Nel suo Liber Gomorrhanus, scritto verso il 1051 per Papa San Leone IX (1002-1054), egli denuncia con grande vigore la rovina spirituale alla quale si condanna chi pratica tale vizio. «Si va diffondendo dalle nostre parti un vizio così gravemente nefasto e ignominioso, che se non vi si opporrà al più presto uno zelante intervento punitore, di certo la spada dell'ira divina infierirà enormemente annientando molti [...]. Questa turpitudine viene giustamente considerato il peggiore fra i crimini, poiché sta scritto che l'onnipotente Iddio l'ebbe in odio sempre e allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo [...]. Ed è ben giusto che coloro che, contro la legge di natura e contro l'ordine dell'umana ragione, consegnano ai demoni la loro carne per godere di rapporti così schifosi, condividano con i demoni la cella della loro preghiera. Poiché infatti l'umana natura resiste profondamente a questi mali, aborrendo la mancanza del sesso opposto, e più chiaro della luce del sole che essa non gusterebbe mai di cose tanto perverse ed estranee se i sodomiti, divenuti quasi vasi d'ira destinati alla rovina, non fossero totalmente posseduti dallo spirito d'iniquità; e difatti questo spirito, dal momento in cui s'impadronisce di loro, ne riempie gli animi così gravemente di tutta la sua infernale malvagità, che essi bramano a bocca spalancata non ciò che viene sollecitato dal naturale appetito carnale, ma solo ciò che egli propone loro nella sua diabolica sollecitudine. Quando dunque il meschino si slancia in questo peccato d'impurità con un altro maschio, non lo fà per il naturale stimolo della carne, ma solo per diabolico impulso [...]. Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l'anima, contamina la carne, estingue la luce dell'intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell'anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell'errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l'inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell'infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale. Questo vizio si sforza di scardinare le mura della Patria celeste e di riparare quelle della combusta e rediviva Sodoma. Esso infatti viola l'austerità, estingue il pudore,sodomiti all'inferno schiavizza la castità, uccide l'irrecuperabile verginità col pugnale di un impuro contagio, insozza tutto, macchia tutto, contamina tutto, e per quanto può non permette che sopravviva nulla di puro, di casto, di estraneo al sudiciume [...]. Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all'odio verso Dio; trama nefaste guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d'iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l'infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi. Essa li fa umiliare nella Chiesa, li fa condannare dalla giustizia, li contamina nel segreto, li rende ipocriti in pubblico, ne rode la coscienza come un verme, ne brucia le carni come un fuoco [...]. Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l'acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi [...]. Non appena dunque uno cade in quest'abisso di estrema rovina, egli viene esiliato dalla Patria celeste, separato dal Corpo di Cristo, confutato dall'autorità della Chiesa universale, condannato dal giudizio dei santi Padri, disprezzato dagli uomini e respinto dalla comunione dei santi [...]. Imparino dunque questi sciagurati a reprimere una così detestabile peste del vizio, a domare virilmente l'insidiosa lascivia della libidine, a trattenere i fastidiosi incentivi della carne, a temere visceralmente il terribile giudizio del divino rigore, tenendo sempre presente alla memoria quella minacciosa sentenza dell'Apostolo (Paolo) che esclama: "É terribile cadere nelle mani del Dio vivente" (Eb 10) [...]. Come dice Mosè, "se c'è qualcuno che sta dalla parte di Dio, si unisca a me"! (Es 32). Se cioè qualcuno si riconosce come soldato di Dio, si accinga con fervore a confondere questo vizio, non trascuri di annientarlo con tutte le sue forze; e dovunque lo si sarà scoperto, si scagli contro di esso per trapassarlo ed eliminarlo con la acutissime frecce della parola» (10).
 
  San Tommaso d'Aquino: l'omosessualità «offende Dio stesso come ordinatore della natura»
 
      San Tommaso d'Aquino (1224-1274), il grande teologo domenicano proclamato dalla Chiesa Dottore comune della cristianità, descrive nella sua eccelsa Summa Theologica l'omosessualità come il vizio contro natura più grave, equiparandolo al cannibalismo e alla bestialità. «L'intemperanza è sommamente riprovevole, per due ragioni. Innanzitutto perché ripugna sommamente all'umana eccellenza, trattandosi di piaceri che abbiamo in comune coi bruti [...]. Secondariamente, perché ripugna sommamente alla nobiltà e al decoro, in quanto cioè nei piaceri riguardanti l'intemperanza viene offuscata la luce della ragione, dalla quale deriva tutta la nobiltà e la bellezza della virtù [...]. I vizi della carne che riguardano l'intemperanza, benché siano meno gravi quanto alla colpa, sono però più gravi quanto all'infamia. Infatti, la gravità della colpa riguarda il traviamento dal fine, mentre l'infamia riguarda la turpitudine, che viene valutata soprattutto quanto all'indecenza del peccato [...]. Ma i vizi che violano la regola dell'umana natura sono ancor più riprovevoli. Essi vanno ricondotti a quel tipo di intemperanza che ne costituisce in un certo modo l'eccesso: è questo il caso di coloro che godono nel cibarsi di carne umana, o nell'accoppiamento con bestie, o in quello sodomitico» 11. Insomma, se l'ordine della retta ragione viene dall'uomo, invece l'ordine della natura proviene direttamente da Dio stesso. Pertanto, «nei peccati contro natura in cui viene violato l'ordine naturale, viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura» (12).
 
  Santa Caterina da Siena: vizio maledetto schifato dagli stessi demoni.
 
     Anche la grande Santa Caterina da Siena (1347-1380), maestra di spiritualità, condannò in maniera veemente l'omosessualità. Nel suo Dialogo della divina Provvidenza, in cui riferisce gli insegnamenti ricevuti da Gesù stesso, ella così si esprime sul vizio contro natura: «Non solo essi hanno quell'immondezza e fragilità, alla quale siete inclinati per la vostra fragile natura (benché la ragione, quando lo vuole il libero arbitrio, faccia star quieta questa ribellione), ma quei miseri non raffrenano quella fragilità: anzi fanno peggio, commettendo il maledetto peccato contro natura. Quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono; poiché non solo essa fà schifo a Me, che sono somma ed eterna purità (a cui è tanto abominevole, che per questo solo peccato cinque città sprofondarono per mio divino giudizio, non volendo più oltre sopportarle la mia giustizia), ma dispiace anche ai demoni, che di quei miseri si sono fatti signori. Non è che ai demoni dispiaccia il male, quasi che a loro piaccia un qualche bene, ma perché la loro natura è angelica, e perciò schiva di vedere o di stare a veder commettere quell'enorme peccato» (13).
 
  San Bonaventura: nella notte di Natale «tutti i sodomiti morirono su tutta la terra»
 
     Il francescano San Bonaventura (1217­1274), Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor Seraphicus, illustrando alcuni fatti miracolosi accaduti nel momento del Santo Natale afferma che: «Tutti i sodomiti, uomini e donne, morirono su tutta la terra, secondo quanto ricordò San Gerolamo commentando il salmo, "É nata una luce per il giusto", per evidenziare che Colui che stava nascendo veniva a riformare la natura e a promuovere la castità» (14).
 
  San Bernardino da Siena: «La sodomia maledetta [...] sconvolge l'intelletto»
 
      Fra coloro che in quell'epoca parlarono e scrissero contro il risorgere di questo vizio, il più importante è forse il francescano San Bernardino da Siena (1380­1444), celebre predicatore insigne per dottrina e per santità. Egli proclamò nella sua Predica XXXIX: «Non vi è peccato al mondo che più tenga l'anima, che quello della sodomia maledetta; il quale peccato è stato detestato sempre da tutti quelli che sono vissuti secondo Iddio [...]. La passione per delle forme indebite è prossima alla pazzia; questo vizio sconvolge l'intelletto, spezza l'animo elevato e generoso, trascina dai grandi pensieri agli infimi, rende pusillanimi, iracondi, ostinati e induriti, servilmente blandi e incapaci di tutto; inoltre, essendo l'animo agitato da insaziabile bramosia di godere, non segue la ragione ma il furore [...]. La ragione si è perché essi sono accecati, e dove arebbono i pensieri loro alle cose alte e grandi, come quelle che hanno l'animo magno, gli rompe e gli fracassa e riduceli a vili cose e a disutili e fracide e putride, e mai questi tali non si possono contentare [...]. Come della gloria di Dio ne partecipa più uno che un altro, così in inferno vi sono luoghi dove v'è più pene, e più ne sente uno che un altro. Più pena sente uno che sia vissuto con questo vizio della sodomia che un altro, poiché questo è maggior peccato che sia» (15).
 
  San Pietro Canisio: i sodomiti violano la legge naturale e divina.
 
     Nel suo celebre Catechismo, il gesuita San Pietro Canisio (1521-1597), Dottore della Chiesa, così sintetizzava l'insegnamento della Chiesa: «Come dice la Sacra Scrittura, i sodomiti erano pessima gente e fin troppo peccatori. San Pietro e San Paolo condannano questo nefasto e turpe peccato. Difatti, la Scrittura denuncia l'enormità di una tale sconcezza con queste parole: "Lo scandalo dei sodomiti e dei gomorrani si è moltiplicato e il loro peccato si è troppo aggravato". Pertanto gli angeli dissero al giusto Loth, che aborriva massimamente le turpitudini dei sodomiti: "Abbandoniamo questa città..." [...]. La Sacra Scrittura non tace le cause che spinsero i sodomiti a questo gravissimo peccato e che possono spingere anche altri. Leggiamo infatti nel libro di Ezechiele: "Questa fu l'iniquità di Sodoma: la superbia, la sazietà di cibo ed abbondanza di beni, e l'ozio loro e delle loro figlie; non aiutarono il povero e il bisognoso, ma insuperbirono e fecero ciò che è abominevole al mio cospetto; per questo Io la distrussi" (Ez 16, 49-50). Di questa turpitudine mai abbastanza esecrata sono schiavi coloro che non si vergo­gnano di violare la legge divina e naturale» (16).
 

LE CONDANNE DEI PAPI, DEI CONCILΠE DEL DIRITTO CANONICO
 
     Alla condanna dei Padri e dei Dottori della Chiesa, si aggiunse, fin dai primi secoli, quella, costante, dei Concilî, dei Papi e del Diritto Canonico. Fin dal 305, il Concilio di Elvira in Spagna dispose, al Canone 71, che agli «stupratori di ragazzi» venisse negata la santa Comunione anche se in punto di morte (17). Le pene canoniche di penitenza vennero poi stabilite nel 314 dal Concilio di Ancyra, al Canone 16. Il XVI Concilio di Toledo, tenutosi nel 693, al Canone § 3 condannò la pratica omosessuale come un vero e proprio crimine punibile con sanzioni giuridiche: il chierico veniva ridotto allo stato laicale e condannato all'esilio perpetuo, mentre il laico veniva scomunicato e, dopo aver subito la pena delle verghe, veniva anch'esso esiliato (18).
 
     Successivamente, nel Concilio di Naplusa, tenutosi in Terrasanta nel 1120, vennero stabilite minuziose pene per i colpevoli di crimini contro natura, dalle più miti fino al rogo previsto per i recidivi (19). Più autorevole ancora fu il pronunciamento del Concilio Ecumenico Lateranense III, tenutosi nel 1179, il quale, al Canone § 11, stabilì che «chiunque venga sorpreso a commettere quel peccato che è contro natura e a causa del quale "la collera di Dio piombò sui figli della disobbedienza" (Ef. 5, 6), se è chierico, venga decaduto dal suo stato e venga rinchiuso in un monastero a far penitenza; se è laico, venga scomunicato e rigorosamente tenuto lontano dalla comunità dei fedeli» (20).
 
  San Pio V: «L'esecrabile vizio libidinoso contro natura»
 
      Se lo spirito dell'Umanesimo e del Rinascimento aveva risuscitato le pratiche omosessuali, la riforma della Chiesa promossa dal Papato nel secolo XVI (più nota come Controriforma) provocò una tale riscossa delle virtù di fede e di purezza da risanare quasi dovunque gli ambienti, sia ecclesiastici che laici, che ne erano stati pervasi. Fra gli interventi del Magistero ecclesiastico al riguardo, il più solenne è quello di San Pio V (1504-1572), il grande Papa domenicano che in due Costituzioni condannò solennemente e proibì severamente il peccato contro natura. «Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la divina maestà, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l'autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di ogni altro e che lo spingono all'ira: ossia la trascuratezza del culto divino, la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l'esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze [...]. Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione [...]. Se qualcuno compirà quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l'ira divina piombò su figli dell'iniquità, verrà consegnato per punizione al braccio secolare, e se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere stato privato di ogni grado» 21. «Quell'orrendo crimine, per colpa del quale le città corrotte e oscene (di Sodoma e Gomorra, N.d.R.) vennero bruciate dalla divina condanna, marchia di acerbissimo dolore e scuote fortemente il nostro animo, spingendoci a reprimere tale crimine col massimo zelo possibile.
 
     A buon diritto il Concilio Lateranense V (1512-1517) stabilisce per decreto che qualunque membro del clero, che sia stato sorpreso in quel vizio contro natura per via del quale l'ira divina cadde sui figli dell'empietà, venga allontanato dall'ordine clericale, oppure venga costretto a far penitenza in un monastero (c. 4, X, V, 31). Affinché il contagio di un così grave flagello non progredisca con maggior audacia approfittandosi di quell'impunità che è il massimo incitamento al peccato, e per castigare più severamente i chierici colpevoli di questo nefasto crimine che non sono atterriti dalla morte dell'anima, abbiamo deciso che vengano atterriti dall'autorità secolare, vindice della legge civile. Pertanto, volendo proseguire con maggior vigore quanto abbiamo decretato fin dal principio del Nostro Pontificato (Costituzione Cum primum; N.d.R.), stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero sia secolare che regolare, di qualunque grado e dignità, che pratichi un così orribile crimine, in forza della presente legge venga privato di ogni privilegio clericale, di ogni incarico, dignità e beneficio ecclesiastico, e poi, una volta degradato dal Giudice ecclesiastico, venga subito consegnato all'autorità secolare, affinché lo destini a quel supplizio, previsto dalla legge come opportuna punizione, che colpisce i laici scivolati in questo abisso» (22).
 
  San Pio X: il peccato contro natura grida vendetta al cospetto di Dio.
 
      Durante l'Ottocento, la sensibilità esasperatamente sentimentale ed erotica, diffusa prima dal Romanticismo e poi più gravemente dal decadentismo, contribuì ad un certo risorgere dell'omosessualità, che però sembrava tenuto a freno da una convenzionale «morale laica» e si diffondeva nascondendosi ipocritamente sotto il velo dell'arte e della moda sensuali. Con l'inizio del nostro secolo, gli argini di questa «morale», ben presto destinati a crollare, cominciarono a cedere sotto il crescente impatto delle passioni sregolate, che influenzavano sempre più le classi colte e ricche e cominciavano a pretendere una legittimazione pubblica. La Chiesa pertanto ritenne necessario ribadire la condanna dei peccati risorgenti, compreso quello omosessuale. Segnaliamo al riguardo due fondamentali documenti promossi dal grande Pontefice San Pio X (1835-1914). Nel suo Catechismo del 1910, infatti, il «peccato impuro contro natura» è classificato per gravità come secondo, dopo l'omicidio volontario, fra i peccati che «gridano vendetta al cospetto di Dio» (23). «Questi peccati - spiega il Catechismo - si dicono gridare al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi» (24).
 
  Il Diritto Canonico prevedeva la pena dell'«infamia»
 
     Nel Codice di Diritto Canonico, promosso da San Pio X, ma pubblicato da Benedetto XV (1854-1922) nel 1917, la sodomia è trattata tra i «delitti contro il sesto Comandamento» accanto all'incesto e ad altri delitti tra i quali la bestialità 25. Il reato di sodomia è punito quanto ai laici con la pena dell'infamia ipso facto e con altre sanzioni da infliggersi a prudente giudizio del Vescovo in relazione alla gravità dei singoli casi (Canone 2357); e quanto agli ecclesiastici e ai religiosi, se si tratti di clerici minores (cioè di grado inferiore al diacono) con pene diverse, commisurate alla gravità della colpa, che possono arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale (Canone 2358), e se si tratti di clerici maiores (cioè di diaconi, sacerdoti o Vescovi) con lo stabilire che «vengano sospesi, dichiarandoli infami, da ogni ufficio, beneficio, dignità, vengano privati dell'eventuale stipendio e, nei casi più gravi, vengano deposti» (26).
 
LA CONDANNA DELLA CHIESA RECEPITA DALLA LEGISLAZIONE EUROPEA
 
     Fin dalle sue origini, la Chiesa non si è limitata a condannare l'omosessualità o a prescrivere penitenze spirituali per chi la praticasse; essa ha anche usato tutta la sua influenza affinché le autorità civili adoperassero tutti i mezzi legali per evitare il diffondersi di tale peccato. La Chiesa ha agito in questo modo per obbligo di stretta fedeltà alla divina Rivelazione, che le impone di annunciare ai capi delle nazioni, ai governi ed agli Stati il loro preciso dovere di conformare le legislazioni e la concreta politica alla dottrina morale e sociale contenuta nelle Sacre Scritture e particolarmente nel Nuovo Testamento.
 
In concreto, ciò significa che secondo la Chiesa gli Stati hanno l'obbligo morale di condannare come crimine ciò che la Rivelazione condanna come peccato sociale, altrimenti sia i popoli che i loro capi dovranno subire le dure conseguenze della disobbedienza alla Legge divina; secondo le parole della Sapienza: «Ascoltate dunque, o sovrani, e sforzatevi di capire! Imparate, o capi dei popoli, e udite, voi che dominate le moltitudini e che vi gloriate di comandare a un gran numero di popoli! É dal Signore che ricevete il potere, e dall'Altissimo che vi è affidata la sovranità. Egli vaglierà le vostre opere e scruterà i vostri progetti, poiché voi, ministri del Suo regno, non avete ben governato né osservata la Legge né operato secondo i suoi santi decreti. Egli piomberà su di voi, terribile e inatteso, perché un severo giudizio è riservato a chi sta in alto. I piccoli sono degni di compassione e di clemenza, ma un esame ben più severo sovrasta i potenti» (Sap 6, 1-6).
 
Nel corso dei secoli, quindi, il diritto europeo si è rapidamente armonizzato con le disposizioni morali e canoniche della Chiesa, stabilendo che il peccato di sodomia andava considerato come un vero e proprio crimine, degno di essere non solo proibito dalla legge ma anche perseguito penalmente dalla autorità pubblica e dal potere civile.
 
  Le disposizioni degli imperatori Costanzo, Costante e Teodosio
 
     Il primo intervento legislativo contro l'omosessualità sancito da un'autorità politica cristiana, sembra essere stato emesso dagli imperatori Costanzo (317-361) e Costante (320-350), che nel IV secolo si erano divisi il comando dell'Impero romano di Occidente e d'Oriente. In una disposizione promulgata il 16 dicembre 342, essi scrissero in tono accorato: «Quando l'uomo si accoppia unendosi a maschi come se fosse una femmina cosa mai si brama, dato che il sesso sbaglia il suo oggetto? Che c'è una scelleratezza che non giova conoscere?, che l'amore viene invertito in altra forma?, che l'amore ricercato non può essere trovato? Comandiamo quindi che insorgano le leggi e che si armi il braccio della giustizia vendicatrice, affinché gli infami che sono o saranno colpevoli di tale delitto subiscano le pene più severe» (27).
 
Questa condanna venne poi recepita ed aggravata dall'imperatore Teodosio il Grande (347-395), discepolo di Sant'Ambrogio (339-397), che in una disposizione del suo Codex Theodosianus, datata al 390, stabilisce per i colpevoli la pena del rogo: «Tutti coloro che hanno la vergognosa abitudine di condannare il proprio corpo maschile alla sofferenza di un sesso diverso, facendogli svolgere un ruolo femminile (essi difatti in apparenza non sono diversi dalle donne), dovranno espiare un così grave crimine nelle fiamme vendicatrici» (28).
 
 

  La punizione degli omosessuali secondo la legislazione di Giustiniano

 
     La prima legislazione civile sistematica che si adeguò alla condanna sancita dal Diritto Canonico fu quella dell'imperatore d'Oriente Giustiniano (527-565). Nelle sue celebri Istituzioni di diritto civile, nelle quali riordinò e semplificò la legislazione romana antica riformandola alla luce del Vangelo, egli inserì una disposizione, sancita nel 538, in cui riprendeva la condanna dell'omosessualità già espressa dalla Lex Julia de adulteris, e prevedeva una severa repressione di tale vizio. «Poiché taluni, posseduti dalla forza del demonio, si abbandonarono alle più gravi nefandezze  imperatore giustinianoe fecero cose contrarie alla stessa natura, anche a costoro imponiamo di ospitare nel loro animo il timor di Dio e del giudizio venturo, e di astenersi da queste diaboliche e sconvenienti turpitudini, affinché a causa di tali empie azioni non vengano colpiti dalla giusta ira divina e le città non vengano fatte perire assieme ai loro abitanti. Ci insegnano infatti le Sacre Scritture che, per colpa di tali empie azioni, sono andate in rovina le intere città assieme ai singoli uomini [...]. Per colpa di tali crimini, infatti, avvengono carestie, terremoti e pestilenze, e per questo ammoniamo costoro ad astenersi da tali delitti, per non perdere la loro anima. Se infatti, anche dopo questo nostro avvertimento, alcuni ver­ranno colti nell'ostinarsi in questi delitti, ebbene, per prima cosa essi si renderanno indegni della clemenza di Dio, e inoltre dovranno anche subire i castighi previsti dalle leggi. Abbiamo infatti ordinato [...] di catturare chi si ostina in tali sconvenienti ed empie azioni e di sottoporlo all'estremo supplizio, allo scopo di evitare che le città e lo Stato debbano subire danni a causa nella negligenza messa nel punire tali nefandezze» (29). Il diritto europeo ha sempre punito l'omosessualità «dall'epoca medievale più antica fino all'età moderna». Così il noto giurista Pietro Agostino d'Avack (1905-1982) riassume l'evoluzione della legislazione europea che, dal diritto romano fino alle soglie dell'epoca moderna, ha sempre represso la pratica omosessuale: «Il diritto romano aveva fin da epoca antica formalmente condannato e punito l'omosessualità. Già sulla fine dell'età repubblicana, infatti, era stata emanata un'apposita legge, la Lex Scantinia, contro gli abusi maschili "inter ingenuos" [...]. Leggi non menopietro agostino d'avack severe é duramente repressive di tale aberrazione sessuale si riscontrano emanate nei secoli successivi da tutte le autorità civili dall'epoca medioevale più antica fino all'età moderna. Così, la "Lex Visigothica" condannava quelli "che si accoppiano con maschi o coloro che vi saranno sottomessi consenzienti" alla castrazione e al carcere duro e, se coniugati, all'immediata  successione dei beni a favore dei propri figli ed eredi (30), e successivamente, oltre sempre la "castratio virium", addirittura alla pena capitale (31) [...]. A sua volta, nella nota collezione dei Capitolari Franchi di Ansegisio e Benedetto Levita [...], sia coloro che avessero commercio sessuale con animali, sia quelli che si rendessero colpevoli di incesto, sia infine "coloro che si accoppiano fra maschi", erano puniti con la pena capitale e, se eventualmente perdonati per via d'indulto, tenuti a sottoporsi alle penitenze canoniche imposte dalla Chiesa (32). In un successivo Capitolare di Ludovico il Pio, poi, mentre si ribadiva per tali reati la pena del rogo richiamandosi alla legislazione romana, si giustificava tale severa sanzione in nome della stessa "salvezza della repubblica", onde evitare cioè "che per colpa di tali peccati anche noi cadiamo col regno, e che perisca la gloria dell'intero regno" (33) [...]. Nei secoli successivi, tale legislazione penale laica rimase sostanzialmente inalterata e fu, dal più al meno, quasi ovunque identica sia in Italia sia negli altri Stati europei, come ne fanno fede gli Statuti di Bologna del 1561, quelli di Ferrara del 1566, quelli di Milano, di Roma, delle Marche, ecc..., del secolo XVII, i Bandi fiorentini del 1542, del 1558 e del 1699, le Prammatiche siciliane del 1504, la Costituzione criminale carolina di Carlo V, quella teresiana di Maria Teresa, l'Ordinanza Regia portoghese, la Nova Recopilation spagnola, ecc... [...]. A loro volta, gli Statuti Fiorentini, "aborrendo la putredine di quell'enorme crimine che è il vizio sodomitico, e volendo provvedere all'estirpazione di questo crimine, avevano sancito l'istituzione di otto Officiales Honestatis, i quali duravano in carica sei mesi ed erano specificamente deputati alla repressione di tale reato» (34).
 
  La progressiva vanificazione della repressione legale
 
     Nel corso dei secoli, le prescrizioni contro l'omosessualità, adeguandosi al suo diffondersi o estinguersi, diventarono di volta in volta più o meno severe, ma sempre efficaci. Nella nostra epoca però, col diffondersi della mentalità relativista e di una nuova morale libertaria e permissiva, le  parlamento europeoleggi in difesa della pubblica moralità sono state via via sempre più disattese, fino a diventare quasi del tutto inefficaci; in molte legislazioni sono state addirittura ufficialmente abrogate. In particolare, le prescrizioni riguardanti il peccato contro natura sono oggi quasi dappertutto scomparse, e la pratica omosessuale non è più considerata, per sé, come penalmente perseguibile. Non si era mai arrivati tuttavia ad un capovolgimento della della tradizione giuridica dell'Occidente cristiano simile a quello operato dal Parlamento Europeo con la risoluzione A3-0028/94 approvata l'8 febbraio 1994 nella quale l'Assemblea di Strasburgo chiede agli Stati Membri di «aprire alle coppie omosessuali tutti gli istituti giuridici a disposizione di quelle eterosessuali» compresi i diritti e i privilegi del matrimonio e la possibilità di adottare i bambini. La risoluzione invita inoltre gli Stati Membri a «intraprendere campagne in cooperazione con le organizzazioni nazionali delle lesbiche e dei gay, contro tutte le forme di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali». L'omosessualità cessa di essere una infrazione alla legge positiva e naturale, per divenire uno stile di vita e un modello di comportamento da estendere progressivamente a tutte le società. La promozione pubblica dell'omosessualità costituisce secondo la morale cattolica una colpa molto più grave della sua pratica privata. Essa rappresenta infatti l'approvazione ufficiale, da parte della autorità civile, di un peccato che dovrebbe essere invece pubblicamente condannato in nome del bene comune. Se nel passato gli ambienti omosessuali si limitavano a praticare il loro vizio, senza aspirare ad una giustificazione morale o ad una pubblica legalizzazione, è proprio questo che oggi essi pretendono di ottenere dai governi e persino dalla Chiesa.
 
Fattisi forti della tolleranza ottenuta nel corso del nostro secolo, tolleranza che ne ha aumentato il numero e l'influenza anche politica, oggi i circoli omosessuali organizzati pretendono di conquistare una posizione giuridica che consentirebbe loro di imporre all'opinione pubblica l'accoppiamento contro natura come una «scelta di vita» che deve godere di dignità, propaganda e favori pari a quelli finora tributati alla sola unione secondo natura. Il Magistero della Chiesa, nel condannare espressamente e ripetutamente la pratica omosessuale, a maggior ragione respinge con sdegno la proposta di legalizzare in qualsiasi forma le unioni contro natura.
 

NOTE:


2 Cfr. San Pio X, Lettera Enciclica Singulari quadam.
3 Cfr. Pio XII, Lettera Enciclica Humani Generis.
4 Cfr. Tertulliano, Apologetico, § 40.
5 Cfr. P. Orosio, Historiæ eccles., I, 5.
6 Cfr. Pionio, Le gesta dei martiri, pagg. 112-113.
7 Cfr. Sant'Agostino, Confessioni, cap. III, pag. 8.
8 Cfr. San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, XIV, 23, vol. II, pag .371.
9 Cfr. San Giovanni Crisostomo, Homilia IV in Epistula Pauli ad Romanos; cfr. Patrologia Graeca, vol. XXXXVII, coll. 360-362.
10 Cfr. San Pier Damiani o.s.b., Liber Gomorrhanus, in Patrologia Latina, vol. CXXXV, coll. 159-190.
11 Cfr. San Tommaso d'Aquino o.p., Summa Theologica, II-II, q. 142, a. 4.
12 Ibid., q. 154, a. 12.
13 Cfr. Santa Caterina da Siena, Dialogo della divina Provvidenza, cap. 124.
14 Cfr. San Bonaventura, Sermone XXI, In Nativitate Domini, pronunciato nella chiesa di Santa Maria della Porziuncola, in Opera Omnia, vol. IX, pag. 123.
15 Cfr. San Bernardino da Siena o.f.m., Predica XXXIX, in Prediche volgari, pagg. 896-897 e 915.
16 Cfr. San Pietro Canisio s.j., Summa Doctrina Christianæ, III a/b, pag. 455.
17 Cfr. Canones Apostolorum et Conciliorum, pars altera, pag. 11.
18 Cfr. Conciliorum œcumenicorum collectio, vol. XII, col. 71.
19 Ibid., vol. XII, col. 264.
20 Ibid., vol. XXII, coll. 224 e ss.
21 Cfr. San Pio V, Costituzione Cum primum, del 1° aprile 1566, in Bullarium Romanum, vol. IV, cap. II, pagg. 284-286.
22 Cfr. San Pio V, Costituzione Horrendum illud scelus, del 30 agosto 1568, in Bullarium Romanum, vol. IV, cap. III, pag. 33.
23 Cfr. San Pio X, Catechismo maggiore, nº 966.
24 Ibid., nº 967.
25 Cfr. R. Naz, Traité de Droit Canonique, vol. IV, lib. V, pag. 761.
26 Cfr. Canone 2359, § 2; R. Naz, op. cit., vol. VII, coll. 1064-1065.
27 Cfr. Corpo del Diritto, vol. II, 1. 9, § 31.
28 Cfr. Codex Theodosianus, IX, 7, 6.
29 Cfr. Giustiniano imperatore, Institutiones juris civilis, nov. LXXVII, c. 1, proemio e §§ 1-2.
30 Cfr. Monumenta Germaniæ Historica, lib. III, tit. V, cap. 5.
31 Ibid., cap. 7.
32 Ibid., lib. VII, cap. 273.
33 Add. IV, c. 21.
34 Cfr. P. A. D'Avack, «L'omosessualità nel Diritto Canonico», in Ulisse, Anno VII, fasc. 18, primavera 1953, pagg. 682-685.

 

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È già dittatura Gay, dall'Italia all'Inghilterra.

A Moncalieri (To) un'insegnante di religione viene aggredita mediaticamente dalle organizzazioni Lgbt e dalla stampa solo per aver parlato in classe della possibilità per gli omosessuali di recuperare l'eterosessualità. E in Inghilterra scatta l'obbligo per le scuole religiose di insegnare la teoria del gender, pena l'obbligo di chiudere. È la dimostrazione di dove porta la strada che inizia con i progetti di legge contro l'omofobia.
 Massimo Introvigne e Gianfranco Amato ci riporta due situazioni esaustive del tragico momento storico in campo morale.
 

Guardare quanto succede all'estero è sempre utile per capire quanto sta per succedere da noi. Qualche giorno fa ci siamo occupati degli Stati Uniti, dove sono cominciate le azioni legali per costringere i pastori e i sacerdoti a sposare le coppie dello stesso sesso nelle loro chiese (clicca qui). Gli Stati Uniti sembrano lontani? Oggi andiamo in Inghilterra, Unione Europea.

Qui, sabato 1 novembre, la ministra dell'Educazione, la signora Nicky Morgan, ha annunciato che le scuole religiose dovranno insegnare la teoria del gender, compreso quanto riguarda «i diritti dei gay e il rispetto dovuto ai matrimoni fra persone dello stesso sesso». Ha pure annunciato che manderà nelle scuole religiose ispezioni a sorpresa, e che quelle colte in fallo a insegnare dottrine religiose contrarie al «matrimonio» omosessuale o critiche rispetto agli atti omosessuali saranno chiuse senza cerimonie. Nel tentativo di mostrare che non ce l'ha con i cristiani, il ministero ha già mandato due ispezioni a scuole ebraiche, mostrando loro il cartellino giallo che le degrada a «scuole sotto sorveglianza», un passo prima del cartellino rosso della chiusura.

La vicenda merita quattro commenti, istruttivi anche per noi. Primo: l'Inghilterra e la Francia sono i Paesi-guida in materia di «nuovi diritti» e quanto è sperimentato da loro prima o poi arriva anche da noi. Ci sono già avvisaglie. Domenica diversi giornali riportavano il caso di un'insegnante di religione di Moncalieri, in provincia di Torino, denunciata al preside, all'ufficio scolastico provinciale e perfino alla Curia per avere - incredibilmente - insegnato nell'ora di religione cattolica quanto afferma il magistero cattolico a proposito degli omosessuali, «rispetto, compassione e delicatezza» compresi, ma con il giudizio proposto dal Catechismo sul carattere «disordinato» - per delicatezza, la docente non ha neppure usato questa parola - della tendenza e degli atti omosessuali e sulla inammissibilità di leggi che introducano nell'ordinamento il «matrimonio» e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Apriti cielo: la povera docente è stata trasformata in poche ore nel nostro di Moncalieri. Con il metodo inglese, non potrebbe insegnare il magistero cattolico neppure in una scuola cattolica.

Secondo commento: la ministra Morgan non solo è del Partito Conservatore, ma nel 2013 ha votato contro la legge che cambiava nome alle «unioni civili» inglesi - che erano in tutto uguali al matrimonio tranne che per il nome - in «matrimoni». Ora si è pentita. Non si sa se sia passata da Arcore, e lì abbia incontrato Luxuria, ma come ha detto Berlusconi in Europa i partiti conservatori su queste materie sono all'avanguardia. Purtroppo, spesso è vero.

Terzo commento: tutta la vicenda è cominciata con una campagna di stampa e ispezioni delle autorità scolastiche a Birmingham in scuole islamiche fondamentaliste, legalmente riconosciute in nome dell'allegro multiculturalismo inglese di qualche anno fa, dove sono stati trovati e fotografati alunni in tenuta da combattimento che scandivano slogan a favore del Califfato. Scandalo nazionale, e promessa del governo che avrebbe fatto qualcosa per sorvegliare le scuole religiose estremiste. Come ha detto un rabbino, siccome a Birmingham in alcune scuole islamiche si scandiva «Morte agli ebrei» la ministra ha deciso che troppo era troppo e ha mandato gli ispettori... nelle scuole ebraiche, per verificare se lì s'insegnavano l'ideologia del gender e la bellezza del «matrimonio» omosessuale. Questo punto è importante. Certamente esistono scuole islamiche trasformate in centri d'indottrinamento jihadista. Ma prima di chiedere leggi speciali bisogna stare attenti alla furbizia della dittatura del relativismo: qualche volta prende spunto dalle scuole islamiche per proporre provvedimenti contro le scuole religiose in genere, che poi non vanno a colpire chi predica il jihad ma chi critica il «matrimonio» omosessuale.

Quarto commento: contro la ministra hanno reagito, e va a loro merito, alcuni colleghi di partito, il mondo ebraico, gelosissimo dell'autonomia delle sue scuole, e alcuni gruppi protestanti conservatori. Per ora, rumoroso silenzio da parte delle confessioni religiose maggioritarie, anglicana e cattolica. C'è da sperare che durante le celebrazioni dei Santi e dei defunti i vescovi cattolici e anglicani avessero altro da fare, e che intervengano a breve. Se invece pensassero che, tenendo un basso profilo, le loro scuole non saranno colpite, non avrebbero imparato nulla da tante vicende simili che si sono già verificate in Inghilterra e in Europa.

La professoressa Adele Caramico, insegnante di religione cattolica dell’I.T.I.S. “Pininfarina” di Moncalieri, al centro di una bufera mediatica per alcune affermazioni considerate omofobe, ha dato incarico ai legali dell’associazione Giuristi per la Vita di tutelare il proprio onore, la propria reputazione ed il proprio decoro personale e professionale.

La professoressa Caramico è stata, infatti, oggetto di una vergognosa campagna mediatica diffamatoria per aver dichiarato, su insistente domanda di un allievo, quanto segue: «Le persone omosessuali che vivono con sofferenza la loro condizione e desiderano cambiare - solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento - talora si rivolgono a terapisti che, con un accompagnamento insieme psicologico e spirituale, possono venire incontro al loro desiderio», citando un caso concreto di avvenuto recupero a sua diretta conoscenza.

Del resto, la nota vicenda di Luca Di Tolve, l’ex attivista dell’Arcigay che, dopo i trent’anni, ha intrapreso un percorso psicologico, unito ad un cammino di fede, che lo ha portato a scoprire la gioia dell’amore per una donna e, poco dopo, il matrimonio, sta a dimostrare la fondatezza dell’assunto sostenuto dalla professoressa Caramico.

Stupisce il fatto che l'arcivescovo di Torino, mons. Nosiglia - che pure tante volte è sceso in campo a favore della famiglia e della vita - abbia preso le distanze dall’insegnante di religione dell’I.T.I.S. “Pininfarina”, sostenendo che quelle espresse sono solo “opinioni personali”, e affermando quanto segue: «Non credo che a scuola, per di più in una scuola pubblica, si debba affrontare la discussione in questo modo. Si è in un ambiente educativo, dove si forma la persona, bisogna ispirarsi a principi quali il rispetto e l’accoglienza. Soprattutto ora, dopo la discussione che c’è stata all'interno della Chiesa».

Si potrebbe chiedere a Sua Eccellenza cosa debba insegnare un docente di religione cattolica se non quello che insegna in materia il Magistero e l’art. 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica, ovvero che l’omosessualità è un insieme di atti «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», e che da questo «disordine morale» – come da ogni disordine morale – chi vuole può uscirne, anche per evitare il destino della dannazione eterna, visto che l’art.1867 dello stesso Catechismo insegna che «il peccato dei sodomiti è uno dei quattro peccati mortali che gridano al cielo». O è forse cambiata la dottrina cattolica senza che i fedeli siano stati avvertiti?

Ancora una volta, in realtà, siamo di fronte al pericoloso tentativo mistificatorio di sbattere il mostro in prima pagina, manipolando fatti e parole secondo la consolidata tecnica della disinformatija sovietica, in un pesante clima da “caccia all’omofobo”, che ricorda sempre più l’aria angosciante e sinistra che si respirava nell’America degli anni cupi del maccartismo. Aveva ragione Melanie Phillips, l’intelligente e prestigiosa giornalista britannica quando in un suo celebre articolo pubblicato sul quotidiano Daily Mail il 24 gennaio 2011, ha denunciato l’intolleranza dell’ideologia gay e il fatto che gli stessi omosessuali «rischiano di diventare i nuovi maccartisti.

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La bufala dei matrimoni cattolici gay nell'ottocento

Il matrimonio fra omosessuali? C'è sempre stato, nell'Ottocento, in Toscana lo celebrava in chiesa un prete cattolico, e il vescovo chiudeva un occhio, anzi tutti e due. Lo annunciano i quotidiani di mezza Italia, in occasione della presentazione al Gay & Lesbian Film Festival di Torino di «Ubi tu Gaius ego Gaia», un film del regista Matteo Tortora che lo definisce un «documentario».

La tesi è questa: le coppie omosessuali ci sono sempre state - e giù fotografie, alcune peraltro di semplici amici - e la Chiesa per secoli le ha tollerate. Si va perfino a ripescare il vecchio libro di John Boswell secondo cui la Chiesa nei primi secoli celebrava unioni tra omosessuali, una tesi pseudo-storica da anni smentita dalla storiografia accademica. Si passa quindi al «documentario»: si intervistano persone anziane del Mugello le quali ricordano di aver sentito dire che nella seconda metà dell'Ottocento nella «parrocchia di Malarocca» il parroco, «don Riccardo Spanò», per molti anni aveva continuato a sposare coppie omosessuali. Se ne conclude che perfino la Chiesa ha già avuto in passato i suoi matrimoni gay, dunque può averli di nuovo, e che intanto solo i più bigotti e retrivi possono opporsi a che li celebri lo Stato.

Una storia interessante. Peccato che sia completamente falsa: una bufala, e delle peggiori. I lettori dei grandi quotidiani italiani non conoscono probabilmente neppure l'esistenza di un giornale locale chiamato «OK Mugello» su cui scrive Aldo Giovannini, rappresentante di una benemerita categoria italiana, gli storici dilettanti appassionati di cose locali, che molto spesso forniscono preziose notizie agli accademici. Dopo la presentazione in anteprima del film a Firenze, Giovannini ha consultato gli annuari delle diocesi toscane, e per buona misura anche di quelle emiliane confinanti, e non ha trovato nessun don Riccardo Spanò. Non ha neppure trovato una parrocchia di Malarocca. Ha consultato allora le carte geografiche - per la Toscana ce ne sono di accuratissime, le cosiddette «leopoldine», che risalgono a prima dell'unità d'Italia - e non ha trovato nessun toponimo né chiesa o chiesetta Malarocca.

Il regista afferma che si tratta di un «documentario» e che non ha usato pseudonimi. Se anche lo avesse fatto, è comunque impossibile che una storia così straordinaria non abbia lasciato traccia negli archivi diocesani o negli annuari di storia locale. Ma anche qui Giovannini non ha trovato nulla.

Un'ultima conferma viene dalle reazioni alle prime critiche dello stesso regista Matteo Tortora. Intervistato il 5 novembre 2013 per il «Corriere fiorentino», rispondeva così: «Attenzione, io non sono né uno storico, né un documentarista, sono un regista che narra una storia che lo ha affascinato. Non ho appurato la veridicità delle fonti, mi interessava raccontare una vicenda verosimile, il che non vuol dire che sia poi realmente accaduta. L'obiettivo è "disorientare" il pubblico», e - ammette il cineasta - fare propaganda a favore del «matrimonio» omosessuale.

Tuttavia, il film continua a essere presentato come «documentario», e il «disorientamento» del pubblico si risolve in un vero e proprio inganno. Che dà la misura dei mezzi con cui - tra l'altro, in un festival finanziato dai contribuenti - oggi in Italia si fa propaganda per il «matrimonio» omosessuale.

 

Fonte: Massimo Intrvigne

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Ciò che Dio ha unito. La rivoluzione culturale del cardinale Kasper.

 “La dottrina non cambia, la novità riguarda solo la prassi pastorale”.
   Lo slogan, ormai ripetuto da un anno, da una parte tranquillizza quei conservatori che misurano tutto in termini di enunciazioni dottrinali, dall’altra incoraggia quei progressisti che alla dottrina attribuiscono scarso valore e tutto confidano nel primato della prassi. Un clamoroso esempio di rivoluzione culturale proposta in nome della prassi ci viene offerto dalla relazione dedicata a Il Vangelo della famiglia con cui il cardinale Walter Kasper ha aperto il 20 febbraio i lavori del Concistoro straordinario sulla famiglia. Il testo, definito da padre Federico Lombardi come “in grande sintonia” con il pensiero di Papa Francesco, merita anche per questo di essere valutato in tutta la sua portata.

Punto di partenza del cardinale Kasper è la constatazione che “tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso”. Il cardinale evita però di formulare un giudizio negativo su queste “convinzioni”, antitetiche alla fede cristiana, eludendo la domanda di fondo: perché esiste questo abisso tra la dottrina della Chiesa e la filosofia di vita dei cristiani contemporanei? Qual è la natura, quali sono le cause del processo di dissoluzione della famiglia? In nessuna parte della sua relazione si dice che la crisi della famiglia è la conseguenza di un attacco programmato alla famiglia, frutto di una concezione del mondo laicista che ad essa si oppone. E questo malgrado il recente documento sugli Standard per l’educazione sessuale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità” (OMS), l’approvazione del “rapporto Lunacek” da parte del Parlamento europeo, la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e del reato di omofobia da parte di tanti governi occidentali. Ma ci si chiede ancora: è possibile nel 2014 dedicare 25 pagine al tema della famiglia, ignorando l’oggettiva aggressione che la famiglia, non soltanto cristiana, ma naturale, subisce in tutto il mondo? Quali possono essere le ragioni di questo silenzio se non una subordinazione psicologica e culturale a quei poteri mondani che dell’attacco alla famiglia sono i promotori?

Nella parte fondamentale della sua relazione, dedicata al problema dei divorziati risposati, il cardinale Kasper non esprime una sola parola di condanna sul divorzio e sulle sue disastrose conseguenze sulla società occidentale. Ma non è giunto il momento di dire che gran parte della crisi della famiglia risale proprio all’introduzione del divorzio e che i fatti dimostrano come la Chiesa avesse ragione a combatterlo? Chi dovrebbe dirlo se non un cardinale di Santa Romana Chiesa? Ma al cardinale sembra interessare solo il “cambiamento di paradigma” che la situazione dei divorziati risposati oggi esige.

Quasi a prevenire le immediate obiezioni, il cardinale mette subito le mani avanti: la Chiesa “non può proporre una soluzione diversa o contraria alle parole di Gesù”. L’indissolubilità di un matrimonio sacramentale e l’impossibilità di un nuovo matrimonio durante la vita dell’altro partner “fa parte della tradizione di fede vincolante della Chiesa che non può essere abbandonata o sciolta richiamandosi a una comprensione superficiale della misericordia a basso prezzo”. Ma immediatamente dopo aver proclamato la necessità di rimanere fedeli alla Tradizione, il cardinale Kasper avanza due devastanti proposte per aggirare il perenne Magistero della Chiesa in materia di famiglia e di matrimonio.

Il metodo da adottare, secondo Kasper, è quello seguito dal Concilio Vaticano II sulla questione dell’ecumenismo o della libertà religiosa: cambiare la dottrina, senza mostrare di modificarla. “Il Concilio – afferma – senza violare la tradizione dogmatica vincolante ha aperto delle porte”. Aperto delle porte a che cosa? Alla violazione sistematica, sul piano della prassi, di quella tradizione dogmatica di cui a parole si afferma la cogenza.

La prima strada per vanificare la Tradizione prende spunto dalla esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, laddove dice che alcuni divorziati risposati “sono soggettivamente certi in coscienza che il loro precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” (n. 84). La Familiaris consortio precisa però che la decisione della validità del matrimonio non può essere lasciata alla valutazione soggettiva della persona, ma ai tribunali ecclesiastici, istituiti dalla Chiesa per difendere il sacramento del matrimonio. Proprio riferendosi a questi tribunali, il cardinale affonda il colpo: “Poiché essi non sono iure divino, ma si sono sviluppati storicamente, ci si domanda talvolta se la via giudiziaria debba essere l’unica via per risolvere il problema o se non sarebbero possibili altre procedure più pastorali e spirituali, In alternativa si potrebbe pensare che il vescovo possa affidare questo compito a un sacerdote con esperienza spirituale e pastorale quale penitenziere o vicario episcopale”.

La proposta è dirompente. I tribunali ecclesiastici sono gli organi a cui è normalmente affidato l’esercizio della potestà giudiziaria della Chiesa. I tre principali tribunali sono la Penitenzieria apostolica, che giudica i casi del foro interno, la Rota Romana, che riceve in appello le sentenze da qualsiasi altro tribunale ecclesiastico e la Segnatura Apostolica, che è il supremo organo giudiziario, con qualche analogia con la Corte di Cassazione nei confronti dei tribunali italiani. Benedetto XIV, con la sua celebre costituzione Dei Miseratione, introdusse nel giudizio matrimoniale il principio della duplice decisione giudiziaria conforme. Questa prassi tutela la ricerca della verità, garantisce un risultato processuale giusto, e dimostra l’importanza che la Chiesa attribuisce al sacramento del matrimonio e alla sua indissolubilità. La proposta di Kasper mette in causa il giudizio oggettivo del tribunale ecclesiastico, che verrebbe sostituito da un semplice sacerdote, chiamato non più a salvaguardare il bene del matrimonio, ma a soddisfare le esigenze della coscienza dei singoli.

Richiamandosi al discorso del 24 gennaio 2014 agli officiali del Tribunale della Rota Romana nel quale papa Francesco afferma che l’attività giudiziaria ecclesiale ha una connotazione profondamente pastorale, Kasper assorbe la dimensione giudiziaria in quella pastorale, affermando la necessità di una nuova “ermeneutica giuridica e pastorale”, che veda, dietro ogni causa, la “persona umana”. “Davvero è possibile – si chiede – che si decida del bene e del male delle persone in seconda e terza istanza solo sulla base di atti, vale a dire di carte, ma senza conoscere la persona e la sua situazione?”. Queste parole sono offensive verso i tribunali ecclesiastici e per la Chiesa stessa, i cui atti di governo e di magistero sono fondati su carte, dichiarazioni, atti giuridici e dottrinali, tutti finalizzati alla “salus animarum”. Si può facilmente immaginare come le nullità matrimoniali dilagherebbero, introducendo il divorzio cattolico di fatto, se non di diritto, con un danno devastante proprio per il bene delle persone umane.

Il cardinale Kasper ne sembra consapevole, perché aggiunge: “Sarebbe sbagliato cercare la soluzione del problema solo in un generoso allargamento della procedura di nullità del matrimonio”. Bisogna “prendere in considerazione anche la questione più difficile della situazione del matrimonio rato e consumato tra battezzati, dove la comunione di vita matrimoniale si è irrimediabilmente spezzata e uno o entrambi i coniugi hanno contratto un secondo matrimonio civile”. Kasper cita a questo punto una dichiarazione per la Dottrina della Fede del 1994 secondo cui i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale, ma possono ricevere quella spirituale. Si tratta di una dichiarazione in linea con la Tradizione della Chiesa. Ma il cardinale fa un balzo in avanti, ponendo questa domanda: “Chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo; come può quindi essere in contraddizione con il comandamento di Cristo? Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale? Se escludiamo dai sacramenti i cristiani divorziati risposati (…) non mettiamo forse in discussione la struttura fondamentale sacramentale della Chiesa?”.

In realtà non c’è nessuna contraddizione nella prassi plurisecolare della Chiesa. I divorziati risposati non sono dispensati dai loro doveri religiosi. Come cristiani battezzati sono sempre tenuti ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa. Essi hanno dunque non solo il diritto, ma il dovere di andare a Messa, di osservare i precetti della Chiesa e di educare cristianamente i figli. Non possono ricevere la comunione sacramentale perché si trovano in peccato mortale, ma possono fare la comunione spirituale, perché anche chi si trova in condizione di peccato grave deve pregare, per ottenere la grazia di uscire dal peccato. Ma la parola peccato non rientra nel vocabolario del cardinale Kasper e mai affiora nella sua relazione al Concistoro. Come meravigliarsi se, come lo stesso papa Francesco ha dichiarato lo scorso 31 gennaio, oggi “si è perso il senso del peccato”?

La Chiesa dei primordi, secondo il cardinale Kasper, “ci dà un’indicazione che può servire come via d’uscita” a quello che egli definisce “il dilemma”. Il cardinale afferma che nei primi secoli esisteva la prassi per cui alcuni cristiani, pur essendo ancora in vita il primo partner, dopo un tempo di penitenza, vivevano un secondo legame. “Origene – afferma – parla di questa consuetudine, definendola ‘non irragionevole’. Anche Basilio il grande e Gregorio Nazianzeno – due padri della Chiesa ancora indivisa! – fanno riferimento a tale pratica. Lo stesso Agostino, altrimenti piuttosto severo sulla questione, almeno in un punto sembra non aver escluso ogni soluzione pastorale. Questi Padri volevano, per ragioni pastorali, al fine di “evitare il peggio”, tollerare ciò che di per sé è impossibile accettare”.

E’ un peccato che il cardinale non dia i suoi riferimenti patristici, perché la realtà storica è tutt’altra da come la descrive. Il padre George H. Joyce, nel suo studio storico-dottrinale sul Matrimonio cristiano (1948) ha dimostrato che durante i primi cinque secoli dell’era cristiana non si può incontrare nessun decreto di un Concilio, né alcuna dichiarazione di un Padre della Chiesa che sostenga la possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale. Quando, nel secondo secolo, Giustino, Atenagora, Teofilo di Antiochia, accennano alla proibizione evangelica del divorzio, non danno alcuna indicazione di eccezione. Clemente di Alesandria e Tertulliano sono ancora più espliciti. E Origene, pur cercando qualche giustificazione per la prassi adottata da alcuni vescovi, precisa che essa contraddice la Scrittura e la Tradizione della Chiesa (Comment. In Matt., XIV, c. 23, in Patrologia Greca, vol. 13, col. 1245).
    Due tra i primi concili della Chiesa, quello di Elvira (306) e quello di Arles (314), lo ribadiscono chiaramente. In tutte le parti del mondo la Chiesa riteneva lo scioglimento del vincolo come impossibile e il divorzio con diritto a seconde nozze era del tutto sconosciuto. Quello, tra i Padri, che trattò la questione dell’indissolubilità più ampiamente fu sant’Agostino, in molte sue opere, dal De diversis Quaestionibus (390) al De Coniugijs adulterinis (419). Egli confuta chi si lamentava della severità della Chiesa in materia matrimoniale ed è sempre incrollabilmente fermo sull’indissolubilità del matrimonio, dimostrando che esso, una volta contratto non si può più rompere per qualunque ragione o circostanza. E’ a lui che si deve la celebre distinzione tra i tre beni del matrimonio: proles, fides e sacramentum.

Altrettanto falsa è la tesi di una duplice posizione, latina e orientale, di fronte al divorzio, nei primi secoli della Chiesa. Fu solo dopo Giustiniano che la Chiesa di Oriente iniziò a cedere al cesaropapismo, adeguandosi alle leggi bizantine che tolleravano il divorzio, mentre la Chiesa di Roma affermava la verità e l’indipendenza della sua dottrina di fronte al potere civile. Per quanto riguarda san Basilio invitiamo il cardinale Kasper a leggere le sue lettere e a trovare in esse un passo che autorizzi esplicitamente il secondo matrimonio. Il suo pensiero è riassunto da quanto scrive nell’Ethica: “Non è lecito ad un uomo rimandare la sua moglie e sposarne un’altra. Né è permesso ad un uomo sposare una donna che sia stata divorziata da suo marito” (Ethica, Regula 73, c. 2, in Patrologia Greca, vol. 31, col. 852). Lo stesso si dica dell’altro autore citato dal cardinale, san Gregorio Nazianzeno, che con chiarezza scrive: “il divorzio è assolutamente contrario alle nostre leggi, sebbene le leggi dei Romani giudichino diversamente” (Epistola 144, in Patrologia Greca, vol. 37, col. 248).

La “pratica penitenziale canonica” che il cardinale Kasper propone come via di uscita dal “dilemma”, aveva nei primi secoli un significato esattamente opposto a quello che egli sembra volergli attribuire. Essa non veniva compiuta per espiare il primo matrimonio, ma per riparare il peccato del secondo, ed esigeva ovviamente il pentimento di questo peccato. L’undicesimo concilio di Cartagine (407), ad esempio, emanò un canone così concepito: “Decretiamo che, secondo la disciplina evangelica ed apostolica, la legge non permette né ad un uomo divorziato dalla moglie, né a una donna ripudiata dal marito, di passare ad altre nozze; ma che tali persone devono rimanere sole, oppure si riconcilino a vicenda, e che se violano questa legge, essi debbono fare penitenza” (Hefele-Leclercq, Histoire des Conciles, vol. II (I), p. 158).

La posizione del cardinale si fa qui paradossale. Invece di pentirsi della situazione di peccato in cui si trova, il cristiano risposato si dovrebbe pentire del primo matrimonio, o quanto meno del suo fallimento, di cui magari egli è totalmente incolpevole. Inoltre, una volta ammessa la legittimità delle convivenze postmatrimoniali, non si vede perché non dovrebbero essere consentite le convivenze prematrimoniali, se stabili e sincere. Cadono gli “assoluti morali”, che l’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor aveva con tanta forza ribadito. Ma il cardinale Kasper prosegue tranquillo nel suo ragionamento.

“Se un divorziato risposato -1. Si pente del suo fallimento nel primo matrimonio, 2. Se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, 3. Se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, 4. Se però si sforza di vivere al meglio delle sue possibilità il secondo matrimonio a partire dalla fede e di educare i propri figli nella fede, 5. Se ha desiderio dei sacramenti quale fonte di forza nella sua situazione, dobbiamo o possiamo negargli, dopo un tempo di nuovo orientamento (metanoia), il sacramento della penitenza e poi della comunione?”.

A queste domande ha già risposto il cardinale Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (La forza della grazia, “L’Osservatore Romano”, 23 ottobre 2013) richiamando la Familiaris consortio, che al n. 84 fornisce delle precise indicazioni di carattere pastorale coerenti con l’insegnamento dogmatico della Chiesa sul matrimonio: “Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza. La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

La posizione della Chiesa è inequivocabile: La comunione ai divorziati risposati viene negata perché il matrimonio è indissolubile e nessuna delle ragioni addotte dal cardinale Kasper permette la celebrazione di un nuovo matrimonio o la benedizione di un’unione pseudo-matrimoniale. La Chiesa non lo permise ad Enrico VIII, perdendo il Regno di Inghilterra, e non lo permetterà mai perché, come ha ricordato Pio XII ai parroci di Roma il 16 marzo 1946: “Il matrimonio fra battezzati validamente contratto e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà sulla terra, nemmeno dalla Suprema Autorità ecclesiastica”. Ovvero nemmeno dal Papa e tantomeno del cardinale Kasper.

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