Negri: «Sui divorziati risposati non ho cambiato posizione»

Per l'importanza dell'argomento e a causa di gravi equivoci generati dalle interpretazioni a proposito di una intervista concessa da monsignor Luigi Negri a un quotidiano, pubblichiamo le precisazioni fatteci pervenire dalla segreteria dell'arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

 

Precisazioni in merito ad alcuni recenti articoli
apparsi sui giornali e sui media in queste ultime settimane.


L’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio Mons Luigi Negri, riafferma la sua adesione alla “Professione di verità” sul matrimonio, proposta dai Vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider. Precisa che tale dichiarazione non è stata formulata in attacco ad alcuno, men che meno contro il Santo Padre Francesco, bensì intende affermare con chiarezza la fede cattolica circa alcune verità sulle quali la contemporaneità è profondamente segnata dalla confusione e dall’ambiguità.

Sua Eccellenza accoglie, con il dovuto ossequio, l’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia, che ha opportunamente invitato ad una rinnovata attenzione verso ogni singola persona e soprattutto verso coloro che si trovano in situazioni familiari di difficoltà e di lontananza dalle norme morali e canoniche. Ritiene che quanto contenuto in essa, circa tale incoraggiamento alla sollecitudine pastorale, vada inteso secondo le regole dell’ermeneutica teologica, in conformità con tutti i documenti del Magistero autentico e permanente della Chiesa.

Monsignor Negri precisa che le sue affermazioni circa la necessità di un “discernimento caso per caso” in merito all’accesso al Sacramento dell’Eucaristia di quelle persone che sono dette “divorziati risposati” non possono che essere interpretate (come già definito stabilmente da Familiaris Consortio n° 84 e Sacramentum Caritatis n° 29) o riferendole al discernimento di quei casi in cui i “divorziati risposati” già vivono astenendosi dai rapporti propriamente coniugali; o all’accompagnamento di quanti, al fine di poter ricevere con frutto il Sacramento della Riconciliazione e così poi poter accedere al Sacramento dell’Eucaristia, si rendano disponibili ad un cammino penitenziale o di purificazione che li porti previamente a vivere in piena continenza; avendo sempre cura di evitare lo scandalo pubblico dei fedeli.

Ad ulteriore chiarimento si riportano di seguito le disposizioni fornite dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 22 ottobre 2014 a firma dell’allora segretario Mons Luis Ladaria Ferrer S.J. e che contengono le specifiche direttive circa tale discernimento ed accompagnamento, contro ogni forma di automatismo:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati da un cammino penitenziale che porti alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n°84) ha considerato questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, “assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.  (cfr. anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n°29).

Il cammino penitenziale da intraprendere deve considerare i seguenti elementi:
1) verificare la validità del matrimonio religioso nel rispetto della verità, evitando di dare l'impressione di una forma di “divorzio cattolico”;
2) vedere eventualmente se le persone, con l'aiuto della grazia, possono separarsi dai loro nuovi partner e riconciliarsi con quelli da cui si sono separati;
3) invitare le persone divorziate risposate, che per gravi motivi (per esempio i bambini) non possono separarsi dai loro congiunti, a vivere come “fratello e sorella”.

In ogni caso l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti propri dei coniugi e facendo, in questo senso, tutto quello che è in suo potere.”»

Per questo, si precisa infine che tutte le supposizioni contrarie a quanto ivi contenuto sono frutto di interpretazioni personali e non condivise con l’arcivescovo.

Ufficio Stampa di S.E.R. Mons Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

Leggi tutto...

Un grave errore del card. Schonborn nella presentazione della Amoris Laetitia.

Un grave errore commesso dal card. Schonborn nella presentazione della Amoris Laetitia

Diceva il card. Schonborn nella sua presentazione della Amoris Laetitia:

”Brevemente, nella "Familiaris consortio" al n. 84 Papa san Giovanni Paolo II parla di tre situazioni diverse, la terza delle quali è il caso nel quale i risposati hanno moralmente la convinzione che il loro primo matrimonio non è valido. Non ha tirato la conclusione di questo fatto, ma io penso che ci sono delle situazioni, che noi conosciamo tutti nella prassi pastorale, dove non è possibile di trovare una soluzione canonica ma dove, nella certezza morale che questo primo matrimonio non era sacramentale, anche se non si può chiarire il caso canonicamente; il pastore e con la coscienza della quale parla papa Giovanni Paolo II nella loro coscienza sono convinti che non erano sposati sacramentalmente ... ammetterli ai Sacramenti già era una prassi da lungo tempo, che né Papa Giovanni Paolo né Papa Benedetto hanno esplicitamente messo in dubbio.” (Cfr.

il video https://www.youtube.com/watch?v=xjw_R-B1ksc e il testo scritto

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351305

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1541_Card_Schoenborn_Aggiornamento_Presentazione_Esortazione.html)

 

Chiaramente errate queste parole del card. Schonborn , e contrarie a ciò che affermava s. Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio al n. 84 e a ciò che affermava lo stesso s. Giovanni Paolo II nel famoso documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvato dal Papa polacco circa la ricezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati, testo del 1994 (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html)

IL PAPA, CONTRARIAMENTE A QUELLO CHE AFFERMA IL CARD. SCHONBORN HA TIRATO LE CONCLUSIONI CIRCA LA SITUAZIONE DEI DIVORZIATI RISPOSATI CHE RITENGONO IN COSCIENZA CHE IL LORO PRIMO MATRIMONIO ERA INVALIDO, LO HA TIRATO NELLA FAMILIARIS CONSORTIO E NEL DOCUMENTO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE  E ANCHE BENEDETTO XVI LO HA FATTO ... VEDIAMO ....

 

Nella Familiaris Consortio leggiamo:

“84. L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev'essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che - già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C'è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

L'interpretazione precisa del testo della Familiaris Consortio che , per sé, era già abbastanza chiaro sul punto indicato da Schonborn, la troviamo in un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html ) approvato da Giovanni Paolo II in cui, contrariamente a quello che afferma Schonborn, si afferma :

7. L'errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell'esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell'unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l'accesso all'Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l'uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D'altronde l'Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell'esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell'Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell'unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l'osservanza, anche se talvolta difficile, dell'ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 7ss)

 

In un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998) nelle pagine 7-29 il card. Ratzinger ha ulteriormente precisato la posizione del Magistero:

… “7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.e. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

         Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

Quindi le affermazioni del card. Schonborn appaiono chiaramente errate e contrarie a quanto dicono i documenti papali e della Congregazione per la Dottirna della Fede da noi presentati. Un errore di grande rilievo, questo, considerando che si trattava della presentazione di un documento papale e considerato che la presentazione è stata elogiata dal Papa  ( http://www.celam.org/encuentro-de-la-presidencia-del-celam-con-el-santo-padre-francisco-1742.html)

 

 . Come dice il card. Ratzinger nell'ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.” 


  Il card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull'Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (...) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). …

Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVIriprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi.

Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html )

Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l'operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d'incontro tra diritto e pastorale è l'amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell'itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto e le parole del card. Schönborn ci pare importante considerare anche altri testi, anzitutto un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella "Littera circa partecipationem" consultabile in "Leges Ecclesiae", vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : "Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo"

Nella linea di quanto finora detto ci pare non corrispondente al vero, inoltre, ciò che dice il cardinale austriaco laddove afferma che vi è una prassi consolidata, non messa in dubbio da s. Giovanni Paolo II e da Papa Benedetto, che permette ai divorziati risposati moralmente certi dell'invalidità del loro primo matrimonio di ricevere i Sacramenti, i testi che abbiamo sopra indicato, letti integralmente, sono chiari nel condannare tale prassi come emerge anche, tra l'altro, dal testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l'accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l'accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall'assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, "assumano l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi"»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l'obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html )

Dopo tutto quello che abbiamo detto e che avete letto ci pare sia venuto il momento per affrontare l'interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Nella prefazione di un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 5-29 )  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose anzitutto che questo non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, si tratta di una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti, inoltre occorre considerare ciò che poco prima aveva detto il cardinale stesso:

“ II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale

         Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. ...

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.e. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

         Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza ...”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.” … quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.” 

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suiindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … si noti l'affermazione "in linea di principio" cioè teoricamente  non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è”  … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! I principi della morale cattolica e del diritto canonico sono e restano quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo.

 Nella linea di quanto detto finora va anche una lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo in sintesi e con una nostra sommaria traduzione il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono ritenuti invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) , ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l'ammissibilità della testimonianza e dell'evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria.L'Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1975, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l'amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). Anche nel 1973 la Congregazione per la Dottrina della Fede in un documento sul matrimonio fece riferimento alla "approvata prassi", tale prassi afferma il card. Ratzinger è quella per la quale  i divorziati risposati possono essere ammessi a ricevere i Sacramenti se pentiti per i loro peccati si propongano di astenersi  dagli “atti propri delle coppie sposate”, anche se in alcuni casi non possono interrompere la coabitazione, e sia evitato ogni scandalo . 

L'articolo del card. Ratzinger, come si vede, è una chiara confutazione delle parole del card. Schonborn che si aggiunge a tutto quello che abbiamo detto più sopra, lo ribadisce e lo precisa.

 


Cristo regni.

Don Tullio Rotondo
 

 


 

 

 

 


 

Leggi tutto...

Il Cardinale Muller suggerisce a Papa Francesco un gruppo di cardinali...

Il Cardinale Muller suggerisce a Papa Francesco di nominare un gruppo di Cardinali per discutere sulle critiche rivolte nei suoi confronti.

L'Ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che il Papa merita "pieno rispetto" e che però i suoi critici onesti meritano altrettanto una risposta convincente mentre il Vaticano si rifiuta di commentare la correzione filiale fatta al Santo Padre e resa pubblica, Domenica.
 

Per risolvere l'empasse tra Papa Francesco e coloro che hanno serie riserve riguardo il suo insegnamento, il Cardinale Gerhard Müller, ha proposto che una soluzione a questa "situazione grave" potrebbe essere che il Santo Padre possa nominare un gruppo di cardinali che inizierebbe una "disputa teologica" con i suoi critici.  Nel commento del 26 Settembre, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che una tale iniziativa potrebbe essere condotta con "alcuni prominenti rappresentanti" della dubia, nonché la correzione filiale che è stata resa pubblica domenica.

     Il Cardinale ha affermato che una disputa teologica è un metodo formale di dibattito destinato a scoprire e stabilire le verità nella teologia, tale disputa, riguarderebbe specificatamente "le interpretazioni diverse e talvolta controverse di alcune affermazioni del capitolo 8 di Amoris Laetitia", l'esortazione Apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia.

     La Chiesa ha bisogno di "più dialogo e fiducia reciproca" piuttosto che "polarizzazione e polemiche", ha proseguito, aggiungendo che il Successore di San Pietro "merita il pieno rispetto per la sua persona e il suo mandato divino, e, invece, le critiche oneste meritano una convincente risposta".

     

"Dobbiamo evitare un nuovo scisma e separazioni da una Chiesa cattolica, il cui principio permanente e fondamento della sua unità e comunione in Gesù Cristo è l'attuale Papa Francesco, e tutti i vescovi in piena comunione con lui"

.




 Il Vaticano non ha commentato la correzione filiale di Papa Francesco, in cui 62 sacerdoti e studiosi laici hanno accusato il Santo Padre di propagare sette posizioni eretiche. I firmatari della correzione hanno deciso di pubblicizzare la procedura molto rara dopo non aver ricevuto alcuna risposta dal Papa, che ha ricevuto il documento l'11 agosto.

I critici, citarono in particolare Amoris Laetitita e "altre parole, atti e omissioni", dicendo che il Papa aveva contribuito a diffondere gravi errori riguardo "il matrimonio, la vita morale e l'accoglienza dei Sacramenti". Il clero e gli studiosi hanno "rispettosamente" insistito sul fatto che Papa Francesco condanni le eresie che ha sostenuto direttamente o indirettamente e che insegni la Verità della Fede cattolica nella sua integrità.

   Il Vaticano ufficialmente non vuole rispondere all'iniziativa, né tentare di affrontare le questioni sostanziali sollevate nella correzione.

Il Vaticano ritiene che una risposta non sia giustificata in quanto la correzione filiale è stata firmata solo da un numero relativamente piccolo (ma che cresce di giorno in giorno n.d.r.) di cattolici che non sono considerati nomi importanti e perché uno di loro è il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Società di San Pio X, che considerano come un rinnegato, responsabile di una fraternità sacerdotale non in piena comunione con Roma.
Dopo aver bloccato l'accesso al sito web di correzione filiale sui propri computer il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha spiegato che è stata una procedura automatica del firewall a mettere in atto questo blocco, come accade, per la sicurezza, in qualsiasi azienda sui propri computer.
 Sarebbe stato ridicolo, ha dichiarato sorridendo a "il Giornale" un blocco per una lettera con 60 nomi.

Si è capito che il silenzio generale è la linea di risposta che ha scelto il Papa e il Vaticano come già accaduto il altre circostanze tra cui i dubia dei quattro cardinali poco più di un anno fa, in cui avevano posto cinque domande volte a chiarire alcune ambiguità in Amoris Laetitia.
  Coloro che sono preoccupati per l'insegnamento del Papa, tuttavia, sostengono che queste questioni sono di fondamentale importanza per la Chiesa.

   Douglas Farrow, professione del pensiero cristiano all'Università McGill di Montreal, ha dichiarato: 
"prescindendo da cosa si pensi sulla saggezza o sulla tempistica di questa "correzione filiale", o ache delle questioni di cui si tratta, non si può negare che la sostanza è solida e che le questioni sollevate sono di fondamentale importanza. Farrow che non ha firmato la correzione, ma che ha partecipato in aprile ad una conferenza a Roma di studiosi laici che hanno chiesto chiarezza su Amoris Laetitia, ha affermato che le questioni sono così serie che richiedono l'attenzione concreta del pontefice e dell'intero episcopato."

Alcuni riportano erroneamente che la correzione filiale abbia a che fare con quella che i cardinali promossero con i dubia, e si chiedono oggi perché i due cardinali rimasti Burke e Brandmuller non siano tra i firmatari.
    Gli organizzatori hanno sottolineato ch questa iniziativa di correzione filiale non ha nulla che li leghi ai cardinali dei dubia che stanno progettando, come ha dichiarato il cardinal Burke, una vera e propria "correzione fraterna" piuttosto che "filiale" promossa da cardinali, se il Papa continuerà a rimanere in silenzio.

     La "correzione filiale" è stata intrapresa indipendentemente dalle  comunincazioni in corso con il Cardinale Brandmuller e me stesso", ha dichiarato Burke. "Pertanto, il fatto che il mio nome non appaia sulla correzione filiale non ha alcun significato".

Il professor Joseph Shaw, portavoce dell'iniziativa "correzione filiale" ha detto che gli organizzatori "deliberatamente non hanno coinvolto i cardinali dei dubia perché volevano un iniziativa indipendente". 
Per la maggior parte dei cattolici, però, le accuse contro il papa non sono probabilmente da raccogliere, perché questi fedeli mancano di una conoscenza sufficiente della loro fede, secondo Royal.  "Molti cattolici in diversi continenti non hanno la minima conoscenza o comprensione delle basi della fede", ha detto Royal. "La Chiesa ha un enorme compito evangelico che non sarà colmato dal solo parlare di misericordia e di dialogo". "Per la maggior parte delle persone," ha aggiunto Royal, "temo che questa polemica volerà sopra le loro teste, oltre a confermare la loro impressione che non c'è nulla di veramente solido e incontrastato nell'insegnamento cattolico".

Nel frattempo le adesioni alla correzione filiale aumentano giornalmente, altri 17 sacerdoti e professori hanno messo i loro nomi, compreso quello del vescovo emerito Rene Henry Gracida, 94 anni, di Corpus Christi.

Leggi tutto...

Card. Müller: Intervista Esclusiva.

Il Cardinal Muller in un intervista esclusiva rilasciata a IL TIMONE spiega chiaramente come la Verità non si può negoziare.

Amoris Laetitia? «Va letta nel suo insleme, in ogni caso un adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione su questo si studino la dottrina della Chiesa.
Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato e a ravvedersi». L'unità dei cristiani? «Importante, ma non può diventare relativismo, non si possono svendere i sacramenti istituiti da Gesù». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, entra con estrema chiarezza sugli argomenti più caldi nel dibattito ecclesiale e non solo. Lo incontriamo nelle stanze da cui dirige quello che fu il Sant'Uffizio, luogo di custodia della sana dottrina. Veniamo accolti con grande cordialità. Il ruolo di difensore dell'ortodossia cattolica, unito al fisico imponente e l'origine teutonica generano una certa riverenza che viene però ben presto annullata dalla simpatia e dalla disponibilità del cardinale. Ci sediamo intorno al tavolo; il tema è la dottrina, il ruolo che ha nella vita cristiana, sapendo di affrontare un argomento poco alla moda.

 "L'adulterio è sempre peccato mortale e i vescovi che fanno confusione si studino la dottrina della Chiesa"

Eminenza, andiamo subito al cuore della questione. Cos'è la dottrina?

Aristotele dice, all'inizio della sua Metafisica, che tutti cercano la verità. La natura dell'intelletto è l'amore per la verità. Per cui Dio ci ha dato l'intelligenza e la volontà, l'una rivolta verso la verità e l'altra verso l'amore come centro della esistenza di tutto l'essere, di Dio stesso nella sua natura. Per noi Dio è l'origine e il fine della nostra esistenza, per questo è necessario sapere ciò che Dio ha rivelato: è la cosa più importante per la creatura umana. Sapere da dove vengo e dove sono diretto, qual è il senso della sofferenza, della morte. È segno di una speranza che va al di là dei limiti che sperimentiamo nella nostra vita finita e debole.

 

Il Catechismo ci dice cosa credere nel Simbolo, cosa fare nei comandamenti, come unirci a Dio nella fede, speranza e amore, mediante la preghiera (Padre nostro), come ricevere la grazia santificante nei sette sacramenti. Dio si è rivelato nella Sua Parola incarnata, Gesù Cristo, e questo significa che noi possiamo partecipare della conoscenza che Dio ha di sé stesso: conoscere Dio è la prima dimensione fondamentale della fede, perché la fede non è solo un sentimento religioso, una fiducia irrazionale, ma la fede è innanzitutto una conoscenza di Dio. Questo non significa vuoto intellettualismo, perché c'è sempre una unità tra il conoscere Dio e amare Dio. Si tratta quindi di conoscere una persona intimamente, con la volontà di accettare ciò che è l'Altra Persona, ciò che Dio è nella Sua realtà Trinitaria, comunione di amore del Padre, Figlio e Spirito Santo. Per tutta la vita abbiamo bisogno di una catechesi, di una introduzione permanente intellettuale e con il cuore - ai misteri divini che sono i misteri della vita. La dottrina dunque è la base per tutta la vita della Chiesa, altrimenti la Chiesa rimane solo una Onlus, una organizzazione caritativa come tante. L'identità della Chiesa invece è di essere Corpo di Cristo, chiamata a condurre tutti gli uomini verso l'incontro con Dio in questa vita e anche nella vita eterna. Per questo la dottrina è assolutamente necessaria per la salvezza e per l'eterna felicità dell'uomo in Dio.
 

Negli ultimi decenni la "dottrina" non ha avuto quella che possiamo definire "una buona stampa". Spesso viene presentata come una serie di leggi, pesi insopportabili sulle spalle degli uomini, moralismo su ciò che si può o non si può fare. Quello che lei dice ribalta la questione.

 

Questa brutta nomea della dottrina è una eredità del razionalismo del XVIII secolo. La pretesa della ragione di capire tutto del mondo, ma di essere impotente nei confronti del trascendente, ha ridotto la fede a un semplice sentimento valido per i semplici. Oppure la fede è vista come un giudizio soggettivo che arriva solo dopo che la ragione ha riconosciuto il suo limite. La filosofia di Immanuel Kant, per esempio, ha negato la dimensione razionale della fede riducendola soltanto a un punto di riferimento per la morale. E la Rivelazione diviene così sostanzialmente superflua. Per rispondere a queste derive filosofiche già il Concilio Vaticano I nella Costituzione "Dei Filius" ha chiaramente esposto la mutua relazione tra la ragione e la fede, a partire da una ragione capace del soprasensibile. Quindi, nella teologia cattolica dobbiamo ribadire che la fede è una partecipazione del Logos di Dio, e per questo è sempre necessario sottolineare la razionalità dell'atto di fede. Si tratta di una esigenza importante per il nostro tempo che pretende di sapere tutto della materia e sembra quasi orgoglioso di essere ignorante per ciò che riguarda gli interrogativi capaci di dare un senso all'esistenza. La fede ci fa credere in Dio alla luce del Verbo incarnato e in forza dello Spirito Santo mediante la testimonianza della Chiesa (Bibbia, Tradizione e Magistero).
 

Purtroppo sappiamo che gli uomini di Chiesa non sempre riflettono questa verità. Vi sono scandali anche molto gravi. Come distinguere tra il "tesoro del Vangelo" e i "vasi di creta" che lo portano?
 

Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre scandali. Come ha detto Gesù: «È impossibile che non avvengano scandali», ma ha anche aggiunto: «Guai a colui per cui avvengono!» (Lc 17,1). Occorre innanzitutto distinguere tra gli scandali che derivano dalla vita morale e quelli intellettuali, quando uno si comporta come eretico o scismatico, contro la verità e l'unità. In generale, nella nostra maturità di fedeli noi crediamo in Dio anche quando il ministro della Parola si mostra indegno rispetto alla sua missione. Nel secolo III vi sono state grandi discussioni nel caso di Agostino (354-430) contro i donatisti, i quali ritenevano che i sacramenti non avessero una dignità di per sé, ma che la loro validità dipendesse dalla dignità di chi li amministrava. Una grande sfida per la fede: come è possibile che uno che non è "santo" nella sua vita morale o intellettuale possa trasferire la grazia? Agostino, con tutta la Chiesa, ha sostenuto che la grazia di Dio non dipende da noi che siamo i suoi strumenti.
 

L'altro estremo sarebbe, come per alcune correnti della riforma protestante, di negare totalmente la mediazione umana della Chiesa. San Tommaso ha detto che come Dio trasmette a noi la sua grazia attraverso semplici segni - come ad esempio l'acqua per il Battesimo così Egli trasmette la sua grazia per lo strumento dell'uomo e non di un angelo. Questo ha a che fare con la nostra natura che è corporea, sociale, storica. Perciò dobbiamo accettare l'umiltà di Cristo che è venuto nella nostra carne e ha voluto trasmettere la sua grazia tramite la "carne" degli apostoli e i loro successori, vescovi e sacerdoti.

Siamo chiamati ad accettare questa concretezza della grazia. Non possiamo pretendere di scegliere un Papa, un vescovo o un parroco da una specie di catalogo, come se vi fosse un desiderio personale da soddisfare. Dobbiamo vivere la concretezza della realtà così come ci è data e accettare la contingenza della esistenza umana.
 

Eppure oggi nella Chiesa si pone spesso l'accento sul fatto di essere credibili...
 

La credibilità è certamente necessaria, ma in cosa consiste la credibilità della Chiesa? La Chiesa non perde la credibilità quando alcuni sacerdoti cadono in un peccato, tutti possiamo cadere in un peccato, ma quando questi abusano della loro autorità per peccare. Così danneggiano volontariamente la missione della Chiesa, ma non si tratta di una credibilità autoreferenziale: i ministri di Dio sono solo strumenti e sono chiamati ad essere fedeli ad una missione per cui Dio stesso li ha chiamati.
 

"L'ecumenismo non può avanzare con il relativismo e l'indifferenza sui temi dottrinali "


 

Si dice spesso, giustamente, che il fedele deve essere in ascolto della Parola. Ma comunemente si tende a identificare la Parola con la Sacra Scrittura. Non è una visione riduttiva della Parola di Dio?
 

Certo. Noi non siamo una religione del libro, ma si tratta della Parola predicata in Gesù Cristo e della Parola di Dio nella Sua Persona. Gesù non ha scritto la Sacra Scrittura, Lui è la Parola viva di Dio. La Sacra Scrittura è il primo e fondamentale testimone della Parola di Gesù Cristo, ma nel contesto della testimonianza di fede degli apostoli e della Chiesa primitiva. La Chiesa è l'auditrice della Parola, e questa Parola adesso è presente nella coscienza della fede della Chiesa, intesa però non come un semplice archivio, ma come una ricerca dentro al cuore vivo della Chiesa che ritrova, nel passare delle generazioni, quella stessa Parola. Una Parola intesa solo come Sacra Scrittura è riduttiva e non cattolica.
Purtroppo il protestantesimo ha voluto sottovalutare il valore della viva tradizione della Chiesa. La Rivelazione è certamente presente nella Bibbia in modo unico e fondamentale, ma anche nella vita della Chiesa, negli scritti dei Padri, nei grandi concili, nella vita sacramentale. I sacramenti non sono semplicemente una memoria, lì Cristo è presente, realmente e concretamente.

 

Se le cose stanno così, nella prospettiva dell'unità dei cristiani, la dottrina sembra diventare un ostacolo. Basti pensare ai sette sacramenti...

Per noi i sette sacramenti non sono un problema. Certamente non dobbiamo giustificarci perché abbiamo questi sette sacramenti, in quanto il loro riconoscimento è venuto dalla vita della Chiesa. Per la Chiesa cattolica questi sette segni non solo significano la grazia, ma causano la grazia. Quelli che devono giustificarsi sono i protestanti che hanno negato tutto questo. Non si può dire di accettare la tradizione solo fino a una certa data, come se lo Spirito Santo dopo il Concilio di Calcedonia fosse sparito dalla vita della Chiesa. Dobbiamo dire che oggi vi sono anche movimenti ecumenici che hanno in qualche modo superato questo "isolamento" della Bibbia, ma noi dobbiamo sempre ricordare che senza il contesto vivo della Chiesa che è guidata dallo Spirito Santo, la Scrittura finisce per essere solo un documento archivistico. La fede non si costruisce dagli archivi. Per conoscere la fede rivelata occorre rivolgersi alla Chiesa, non all'archivio.

 

Quindi le differenze tra la Chiesa Cattolica e le altre confessioni cristiane non sono, per così dire, vuote rigidità apologetiche?

La riforma protestante non deve essere semplicemente intesa come una riforma da alcuni abusi morali, ma bisogna riconoscere che andava a incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione. Come è possibile che la Chiesa abbia insegnato per 1500 anni che questi sacramenti sono necessari per la fede e ci si accorge, invece, che la Chiesa avrebbe guidato milioni di fedeli all'errore? Il fondatore della Chiesa l'ha abbandonata per secoli e secoli nel buio?

La Chiesa avrebbe guidato le persone all'inferno, questo non può darsi. Si può sempre riformare la vita morale, le nostre istituzioni, università, le strutture pastorali, è necessarlo anche sbarazzarsi di una certa "mondanizzazione" della Chiesa: tutto questo possiamo accettarlo dalle istanze della riforma protestante, ma dobbiamo dire che per noi ci sono errori dogmatici fra i riformatori che mai possiamo accettare. Con i protestanti il problema non sta solo nel numero dei sacramenti, ma anche nel loro significato. L'ecumenismo non può avanzare con il relativismo o nell'indifferenza verso i temi dottrinali: per cercare l'unità non possiamo accettare di "regalare" due o tre sacramenti, o accettare che il Papa sia una specie di presidente delle diverse confessioni cristiane.
 

Un altro argomento oggi di attualità è il rapporto tra dottrina e coscienza personale.
 

Tutti devono seguire la loro coscienza, ma la coscienza è un termine che esprime un rapporto, una relazione. Non con me stesso, ma verso l'Altro. La coscienza sta davanti a un altro e per noi, chiaramente, questo altro può essere solo Dio che è nostro Creatore e Salvatore, e che ci ha donato i comandamenti non per farci arrabbiare, o per controllarci, ma per illuminare il cammino. I comandamenti sono un orientamento per il Bene, per raggiungere il nostro fine: sono la via, ma anche il traguardo. Ciò vale per la morale, ma anche per la dottrina, perché abbiamo la coscienza della verità quando noi come uomini capiamo che dobbiamo ob-audire (ascoltare stando di fronte) la Parola di Dio che illumina. Si tratta di verità trascendenti che vanno al di là della nostra capacità, ma con l'aiuto della grazia abbiamo questa capacità di comprendere ciò che Dio ha detto a noi e che illumina il cammino. Io so di essere chiamato al rapporto eterno della mia persona con la Persona di Dio. Questo confronto, ovviamente, c'è anche nella vita morale. Gli uomini sono chiamati a scegliere tra bene e male. Anche gli animali uccidono altri animali, ma noi siamo posti davanti alla domanda se questo è bene o male. Io so che per la natura della mia coscienza devo fare il bene e fuggire il male, questo è il giudizio fondamentale della legge inserita naturalmente nell'essere e, per noi cristiani, questa è espressamente dichiarata nei dieci comandamenti e nelle beatitudini evangeliche. Questo ci dice lo Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, che illumina la mente e conforta la volontà.
 

Quindi non si può dare una contraddizione tra dottrina e coscienza personale?
 

No, è impossibile. Ad esempio, non si può dire che ci sono circostanze per cui un adulterio non costituisce un peccato mortale. Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante. Per superare questa assurda contraddizione, Cristo ha istituito per i fedeli il Sacramento della penitenza e riconciliazione con Dio e con la Chiesa.
 

È una questione di cui si discute molto a proposito del dibattito intorno all'esortazione post-sinodale Amoris laetitia.
 

La Amoris Laetitia va chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. Il sacramento della penitenza può accompagnarci verso la comunione sacramentale con Gesù Cristo, ma sono parte essenziale del sacramento della penitenza alcuni atti umani, guidati dallo Spirito, che devono essere rispettati: la contrizione del cuore, il proposito di non peccare più, l'accusa dei peccati e la soddisfazione. Quando manca uno di questi elementi, o il penitente non li accetta, il sacramento non si realizza. Questa è la dottrina dommatica della Chiesa, indipendentemente dal fatto che la gente possa accettarla o meno. Noi siamo chiamati ad aiutare le persone, poco a poco, per raggiungere la pienezza nel loro rapporto con Dio, ma non possiamo fare sconti. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l'insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica. Il magistero del Papa è interpretato solo da lui stesso o tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede.
 

“Dobbiamo aiutare il peccatore a superare il peccato, non a giustificarlo”

Il Papa interpreta i vescovi, non sono i vescovi a interpretare il Papa, questo costituirebbe un rovesciamento della struttura della Chiesa Cattolica. A tutti questi che parlano troppo, raccomando di studiare prlma la dottrina sul papato e sull'episcopato nei due concili vaticani, senza dimenticare la dottrina sui sette sacramenti (il Concilio Lateranense IV, di Firenze, di Trento e il Vaticano II). Il Vescovo, quale Maestro della Parola, deve lui per primo essere ben formato per non cadere nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi. Così la lettera a Tito: «Il Vescovo deve essere fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori» (Tt 1,9).
 

Però a questo proposito si parla spesso della possibilità di sviluppo del dogma. Come deve intendersi questo sviluppo?
 

La Chiesa è un corpo vivo, lo sviluppo è un movimento per comprendere meglio le profondità dei misteri. Però non è possibile superare dichiarazioni del magistero quando si tratta di dichiarazioni che riguardano la fede divina cattolica rivelata. La Rivelazione è compiuta in Gesù Cristo ed è presente nel depositum fidei degli apostoli. Abbiamo tante riflessioni sul tema dello sviluppo del dogma, come ad esempio quella del Beato J.H. Newman, o quella offerta dallo stesso Joseph Ratzinger. Qui possiamo trovare espresso il significato dello sviluppo del dogma in senso cattolico, per difendersi dal modemismo evoluzionista da una parte e dal fissismo dall'altra. Si deve dare uno sviluppo omogeneo nella continuità e non nella rottura. Ciò che è definito dogmaticamente non può essere smentito in alcun modo: se la Chiesa ha detto che ci sono sette sacramenti, nessuno, nemmeno un concilio potrebbe ridurre o modificare il numero o il significato di questi sacramenti. Chi vuole unirsi alla Chiesa Cattolica deve accettare i sette sacramenti come mezzi della salvezza. Il fondamento per la omogeneità dello sviluppo del dogma è la preservazione dei principi di base: l'arianesimo non è sviluppo sul dogma dell'lncarnazione, ma è corruzione della fede. Così la Chiesa ha chiaramente espresso il riconosclmento del matrimonio come una unione indissolublle tra un uomo e una donna. La poligamia, ad esempio, non è uno sviluppo della monogamia, ma ne è la sua corruzione. Per questo possiamo dire che la Amoris laetitia vuole aiutare le persone che vivono una situazione che non è in accordo con i principi morali e sacramentali della Chiesa cattolica e che vogliono superare questa situazione irregolare. Ma non si può certo giustificarli in questa situazione. La Chiesa non può mai giustificare una situazione che non è in accordo con la volontà divina.
 

L'esortazione di san Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, prevede che le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi, per poter accedere ai sacramenti devono impegnarsi a vivere in continenza. È ancora valido questo impegno?
 

Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell'enciclica Veritatis Splendor con la chiara dottrina dell'intrinsece malum. Diciamo in generale che nessuna autorità umana può accettare ciò che è contro l'evidente volontà di Dio, dei suoi comandamenti e della costituzione del sacramento del matrimonio. Ricordiamo che il matrimonio è un vincolo sacramentale che si imprime quasi come il carattere del battesimo: fino a quando i coniugi sono vivi questo vincolo matrimoniale è indelebile. In questo le parole di Gesù sono molto chiare e la loro interpretazione non è una interpretazione accademica, ma è Parola di Dio. Nessuno può cambiarla. Non bisogna cedere allo spirito mondano che vorrebbe ridurre il matrimonio a un fatto privato. Oggi vediamo come gli Stati vogliano introdurre una definizione di matrimonio che nulla ha a che vedere con la definizione del matrimonio naturale, e dobbiamo anche ricordare che per i cristiani vale la prescrizione di sposarsi nella forma della Chiesa: dicendo sì per sempre e solo a un tu esclusivo.

Per noi il matrimonio è l'espressione della partecipazione dell'unità tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa. Questa non è, come alcuni hanno detto durante il Sinodo, una semplice vaga analogia. No! Questa è la sostanza del sacramento, e nessun potere in Cielo e in Terra, né un angelo, né il Papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarlo.


 

Come si può risolvere il caos che si genera a causa delle diverse interpretazioni che vengono date di questo passaggio di Amoris laetitia?

Raccomando a tutti di riflettere, studiando prima la dottrina della Chiesa, a partire dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che sul matrimonio è molto chiara. Consiglierei anche di non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi, soprattutto quello per cui se muore l'amore, allora è morto il vincolo del matrimonio. Questi sono sofismi: la Parola di Dio è molto chiara e la Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza. Non ci si può riferire soltanto a piccoli passaggi presenti in Amoris laetitia, ma occorre leggere tutto nell'insieme, con lo scopo di rendere più attrattiva per le persone il Vangelo del matrimonio e della famiglia. Non è Amoris laetitia che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa. Tutti dobbiamo comprendere ed accettare la dottrina di Cristo e della sua Chiesa e allo stesso tempo essere pronti ad aiutare gli altri a comprenderla e a metterla in pratica anche in situazioni difficili. Il matrimonio e la famiglia sono la cellula fondamentale della Chiesa e della società, per ridare speranza a un'umanità affetta da un forte nichilismo occorre che questa cellula sia sana.

Fonte: Il Timone

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS