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(es. Mt 28,120):
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Don Tullio

Don Tullio

Don Tullio è un sacerdote di Santa Romana Chiesa, Dottore in teologia morale e laurea in giurisprudenza.

PADRE BOULAD, GESUITA, ACCUSA L’ISLAM, I MEDIA ETC. …  E ANCHE CERTI UOMINI DI CHIESA PER LE LORO PAROLE SULLISLAM

«Io accuso l’islam di essere la causa dell’attuale barbarie e di tutti gli atti di violenza commessi in nome della fede islamica.

 
Non accuso i musulmani, che per lo più sono persone pacifiche, amabili e amichevoli, ma l’islam in quanto ideologia politica. Tra i fedeli musulmani – nostri fratelli umani – ho innumerevoli amici, fedeli e irreprensibili, che auspicano essi stessi un islam umanista e pacificato. Molti musulmani – come pure ex-musulmani – non sono responsabili di questa barbarie in nome di Dio. Non sono quindi queste persone coloro che sto accusando… ma l’islam in quanto tale.
 
E non accuso nemmeno i terroristi né il terrorismo. E neppure unicamente i Fratelli Musulmani o la nebulosa di gruppuscoli gravitanti attorno a questa confraternita jihadista e violenta. Come pure non accuso né l’islamismo né l’islam politico e radicale.
 
Accuso semplicemente l’islam, che, per sua natura, è al contempo politico e radicale.
 
Come già scrissi oltre venticinque anni fa, l’islamismo è l’islam senza veli, in tutta la sua logica e il suo rigore. È presente nell’islam come il pulcino nell’uovo, il frutto nel fiore, l’albero nel seme. Esso è portatore di un progetto di società volto a stabilire un califfato mondiale, fondato sulla sharia, unica legge legittima, poiché divina. Si tratta di un progetto universale e globalizzante: totale, totalizzante e totalitario.
 
L’islam è contemporaneamente religione, stato e società: din wa-dawla. Ed è infatti così che è sempre stato, sin dalle sue origini più remote.
 
Con il passaggio da Mecca a Medina (l’Egira), l’islam passò dallo status di religione a quello di stato teocratico. Questo fu anche il momento in cui Muhammad cessò di essere un semplice capo religioso per divenire comandante militare, governante e leader politico. Religione e politica divennero così legate indissolubilmente: “L’islam è politica o nulla” (Imam Rouhollah Khomeini).
 
Accuso di deliberata menzogna coloro che pretendono che le atrocità commesse da musulmani «non abbiano nulla a che spartire con l’Islam». È infatti proprio in nome del Corano e delle sue precise ingiunzioni che questi crimini vengono perpetrati. Il solo fatto che l’appello alla preghiera e l’incitazione all’uccisione degli infedeli siano preceduti dal medesimo grido “Allah-u-akbar” (Dio è il più grande) è altamente significativo.
 
Accuso i sapienti dell’islam del decimo secolo di avere promulgato decreti – divenuti ormai irreversibili – che hanno condotto l’islam nelle secche odierne.
 
Il primo di questi decreti – quello «dell’abrogante e dell’abrogato» – consiste nel dare priorità ai versetti medinesi, latori di violenza e intolleranza, a detrimento dei versetti meccani, invitanti alla pace e alla concordia.
 
Al fine di rendere irreversibile tale disposizione, vennero promulgati altri due decreti: quello di dichiarare il Corano «parola increata di Allah», e dunque immutabile, e quello di interdire ogni ulteriore sforzo interpretativo, dichiarando «definitivamente chiusa la porta dell’ijtihad (sforzo di riflessione)». La sacralizzazione di queste decisioni ha fossilizzato il pensiero islamico e contribuito a mantenere i Paesi islamici in uno stato di stagnante arretratezza cronicizzata.
 
Accuso l’islam di essersi arenato in un dogmatismo, da cui non riesce a uscire: auto-imprigionatosi nella trappola del rancore, accusa l’intera umanità delle proprie sconfitte, in un’opera di vittimizzazione e auto giustificazione.
 
Accuso al-Azhar, in teoria incarnazione dell’islam moderato, di alimentare uno spirito di odio, fanatico e intollerante, presso i milioni di studenti e imam provenienti dal mondo intero per formarsi presso le sue istituzioni. Al-Azhar così è divenuta una della principali fonti del terrorismo nel pianeta.
 
Accuso al-Azhar per il rifiuto sistematico di riformare i suoi programmi e i suoi manuali scolastici e universitari. Nonostante le reiterate richieste del Presidente egiziano al-Sisi di purgare tutti i testi incitanti all’odio, alla violenza e alla discriminazione, nulla ancora è stato realizzato.
 
Accuso al-Azhar per il suo rifiuto di condannare lo Stato Islamico (Daesh) e l’islamismo salafita/wahhabita, prova di una reale prossimità con il terrorismo.
 
Accuso il Grande Imam di al-Azhar, lo sheikh Ahmad al-Tayyeb, nonostante molti anni di studi a Parigi e una tesi dottorale sostenuta alla Sorbonne, di persistere nel conformarsi alle correnti oscurantiste e retrograde, mentre da parte sua ci si attendeva la promozione di un pensiero innovatore in seno a questa istituzione venerabile. Al contrario, egli ha ristabilito testi incitanti alla violenza e all’intolleranza nei testi scolastici e universitari delle istituzioni legate ad al-Azhar, malgrado alcuni fossero stati già scartati dal suo predecessore, lo sheikh Muhammad Tantawi.
 
Accuso al-Azhar di non ricorrere ai «nuovi pensatori islamici» di Oriente e di Occidente, al fine di intraprendere con loro una profonda riforma dell’islam.
 
Accuso le grandi Nazioni occidentali che, pretendendo di difendere i valori di libertà, democrazia e inerenti ai diritti dell’essere umano, collaborano invece attivamente con un islam fondamentalista per gretti interessi economici e finanziari.
 
Accuso l’Occidente di aver inventato con gli islamisti il mendace concetto di «islamofobia» per tacitare ogni critica in relazione all’islam.
 
Accuso non poche dirigenze europee di cedere alle rivendicazioni liberticide di un islam di ora in ora più aggressivo e con sempre maggiori pretese, il cui scopo chiaramente proclamato è la pura e semplice conquista dell’Occidente. Queste stesse dirigenze tradiscono così i loro popoli e svendono il loro patrimonio storico. In nome di un’ideologia multiculturalista, di un universalismo selvaggio e di aperture senza limite alcuno, costoro contribuiscono alla rovina di un grandioso lascito di civiltà e cultura.
 
Accuso il lassismo di una certa sinistra liberale, incapace in Francia di imporre le leggi della Repubblica a una minoranza che avversa ogni tentativo di integrazione. Le dirigenze, asservite per interessi elettorali a banlieues pronte a esplodere, hanno preso parte al degrado sociale dei «quartieri perduti della Repubblica», il che equivale alla capitolazione dello Stato.
 
Accuso la Chiesa Cattolica di portare avanti con l’Islam un «dialogo» fondato su compiacenza, compromessi e doppiezza. Dopo oltre mezzo secolo di iniziative unilaterali, siffatto monologo è oggi a un punto morto. Cedendo al «politicamente corretto», e con il pretesto di non offendere l’interlocutore musulmano in nome della «convivenza», si fa ben attenzione a evitare le questioni spinose e vitali. Ogni dialogo verace inizia con la verità.
 
Accuso i principali media di manipolazione e di falsità, offrendo una lettura distorta del reale, fornendo cifre tendenziose, statistiche falsate e «sondaggi» truccati. Questa sistematica disinformazione calpesta la deontologia e l’etica più elementari per gli interessi di grandi gruppi finanziari che li sovvenzionano, dettando le linee editoriali.
 
Anziché indignarsi per gli atti di terrorismo, sempre più frequenti, è giunta l’ora di fronteggiare la «reale» realtà, osando ricorrere alla parola giusta.
 
È giunta l’ora di riconsiderare il problema posto dall’islam senza tergiversare, senza paura e senza indulgenza. Il politichese e il relativismo conducono solo al peggio. Gli Stati occidentali hanno l’obbligo morale e legale di preservare la loro integrità territoriale, il loro stile di vita, la loro cultura e i loro valori in relazione a un islam bellicoso e dichiaratamente ostile alla civiltà occidentale.
 
I musulmani che non si riconoscono in questo deflagrare di odio e di violenza si confrontino con acribia, senza infingimenti e pregiudizi, con loro stessi, con i loro testi fondativi, con la loro storia, come pure con la loro odierna, tragica situazione nel mondo. Piuttosto di promuovere un dialogo tra cristianesimo e islam, o tra islam e Occidente, urge la promozione di riforme e dialogo intra-islamici. Che i musulmani possano riconoscere che il loro problema è endogeno, avendo il coraggio di affrontarlo in piena lucidità e umiltà, cessando di mettere la testa sotto la sabbia.
 
È giunto il tempo di superare le etichette di sinistra e destra, progressista e conservatore, socialista e democratico, repubblicano e liberale, di giudeo-cristiano e musulmano, al fine di trovare tra tutti gli esseri umani una base comune di valori e principi. Ora, personalmente non riconosco una base simile se non nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, promulgata dall’ONU nel 1948, che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno rifiutato di sottoscrivere nella sua interezza.
 
È giunto il tempo di porre l’Essere Umano al centro della discussione, in una comune ricerca della verità. Poiché «la verità e l’amicizia ci sono ugualmente care, è sacro dovere tuttavia accordare la preferenza alla verità» (Aristotele, Etica Nicomachea, I, 4, 1096 a 13).
 
Unicamente un vero confronto con il reale permetterà che «amore e verità si incontrino di nuovo… che giustizia e pace si abbraccino» (Salmo 85, 11).»
Traduzione tratta da 
https://www.magdicristianoallam.it/blogs/verita-e-libeta/padre-henri-boulad—io-accuso-l%E2%80%99islam-di-essere-la-causa-del-terrorismo-e-accuso-la-chiesa-di-essersi-arresa-all%E2%80%99islam.html
 Fonte del testo originale ww.dreuz.info/2017/05/04/pere-henri-boulad-jaccuse-lislam/ 
Traduco con Google Translate questo interessante articolo di Edward Pentin apparso sul National Catholic Register, http://www.ncregister.com/blog/edward-pentin/jesuit-scholar-seeking-to-defend-islam-at-all-costs-is-betraying-the-truth
Studioso gesuita: cercare di difendere l'Islam a tutti i costi sta tradendo la verità. In un'intervista al National Catholic Register , il gesuita greco melkita egiziano Padre Henri Boulad spiega perché crede che i terroristi islamici stiano applicando ciò che la loro religione insegna loro, e perché la Chiesa non riesce a rispondere perché è caduta preda di un'ideologia di sinistra che sta distruggendo l'Occidente .
Edward Pentin
La Chiesa non dovrebbe difendere l'Islam "a tutti i costi" e cercare di "scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome" altrimenti "si finisce per tradire la verità", ha affermato un importante studioso gesuita sull'Islam. Il gesuita melkita greco Padre Henri Boulad crede che quando si tratta di affrontare l'Islam, la Chiesa cattolica abbia ceduto a una "ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l'Occidente" basata sul pretesto di "apertura, tolleranza e carità cristiana". In un'intervista del 10 giugno al Register, padre Boulad rivela di aver condiviso questi sentimenti con Papa Francesco in una lettera che gli ha scritto lo scorso agosto, dicendogli che molti pensano che le opinioni del Papa sull'islam siano "allineate con questa ideologia, e che , dal compiacimento, vai dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi nei compromessi, a scapito della verità. " "I cristiani", scrisse, "si aspettano qualcosa da te e non dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà". Alcuni hanno detto che il Papa ha preso una linea diplomatica, ma leggermente più ferma, sull'Islam quando ha dato un discorso all'università Al Azhar al Cairo alla fine di aprile. Padre Boulad, 85 anni, egiziano e parente dello studioso gesuita sull'Islam, padre Samir Khalil Samir, discute anche in questa intervista perché crede che gli islamisti stiano semplicemente portando avanti ciò che insegna la loro religione, se l'Islam sia capace di riformare e come, nonostante i suoi problemi, la religione può aiutare la Chiesa a fungere da baluardo contro l'ideologia secolarista. Padre Boulad, quali prove ci sono per dimostrare che l'Islam è intrinsecamente violento? “Qui ci sono chiare dichiarazioni del Corano stesso: "Uccidi i miscredenti ovunque li trovi." Corano 2: 191 "Fai la guerra agli infedeli che vivono nel tuo vicinato". Corano 9: 123 "Quando sorge l'opportunità, uccidi gli infedeli ovunque li catturi". Corano 9: 5 "Qualsiasi religione diversa dall'Islam non è accettabile". Corano 3:85 "Gli ebrei e i cristiani sono pervertiti, combatterli" ... Corano 9:30 "Mutila e crocifiggi gli infedeli se criticano l'Islam" Corano 5:33 "Punisci i miscredenti con indumenti di fuoco, bacchette di ferro uncinate, acqua bollente, sciogli la loro pelle e pance". Corano 22:19 "I miscredenti sono stupidi, esorta i musulmani a combatterli". Corano 8:65 "I musulmani non devono prendere gli infedeli come amici". Corano 3:28 "Terrorizza e decapita coloro che credono nelle Scritture diverse dal Corano". Corano 8:12 "I musulmani devono radunare tutte le armi per terrorizzare gli infedeli". Corano 8:60 A questi si aggiungono alcuni esempi degli insegnamenti e della vita di Maometto. Ecco alcune citazioni tratte da fonti musulmane: - "Mi è stato comandato di combattere contro la gente finché non testimoniano che non c'è dio all'infuori di Allah e che Muhammad è il messaggero di Allah" (Musulmano 1:33) - "Combattere tutti sulla via di Allah e uccidere coloro che non credono in Allah". (Ibn Ishaq 992). La vita di Maometto era un susseguirsi di guerre, saccheggi e uccisioni ... e ogni musulmano è invitato a imitare questo "modello" supremo. - Muhammad possedeva e commerciava schiavi - (Sahih Muslim 3901), e ordinò ai suoi seguaci di lapidare le donne per adulterio. - (4206 musulmani) - Egli stesso decapitò 800 uomini e ragazzi ebrei, (Abu Dawud 4390) ordinò l'omicidio di donne (Ibn Ishaq 819, 995) e uccise quelli che lo insultarono. - (Bukhari 56: 369, 4: 241) - Secondo lui, la Jihad sulla via di Allah eleva la posizione in Paradiso di un centinaio di volte. - (Muslim 4645) - Negli ultimi dieci anni, ha ordinato 65 campagne militari e incursioni. - (Ibn Ishaq) e uccisi prigionieri presi in battaglia. - (Ibn Ishaq 451) - Ha incoraggiato i suoi uomini a stuprare le donne schiavizzate, (Abu Dawood 2150, Corano 4:24), ha messo a morte gli apostati, saccheggiato e sopravvissuto alla ricchezza di altri, catturati e ridotti in schiavitù ai non musulmani. - Dopo la morte di Maometto, i suoi seguaci hanno attaccato e conquistato le popolazioni di 28 paesi e dichiarato guerra santa al popolo delle cinque principali religioni del mondo Esempi dalla storia islamica: - Nei primi 240 anni, 11 dei primi 32 califfi furono assassinati da altri musulmani. - I religiosi musulmani hanno sempre praticato o giustificato il terrorismo per tutta la storia e fino ad ora. - Assistiamo quotidianamente a violenze religiose contro indù, ebrei, buddisti, musulmani, cristiani. I convertiti al cristianesimo vengono decapitati. - Le vittime del traffico di schiavi fatto dagli arabi nel corso di quasi dieci secoli ammontano a decine di milioni di persone. - Ogni anno, migliaia di case e chiese cristiane vengono incendiate o bombardate da folle musulmane e centinaia di cristiani, preti, pastori, suore e altri operatori ecclesiastici vengono uccisi per mano di estremisti islamici. La cosiddetta giustificazione varia, dalle accuse di apostasia o di evangelizzazione, a presunta "blasfemia" o "insultante" Islam. Le persone innocenti sono persino state uccise a morte da devoti musulmani sui cartoni animati. L'Islam è una dichiarazione aperta di guerra contro i non musulmani.” Gli estremisti sono semplicemente fedeli a un Islam autentico secondo te? “Chiaramente SÌ. Gli estremisti stanno semplicemente applicando ciò che la loro religione insegna loro a fare.” Il papa e il Vaticano dovrebbero abbandonare ciò che alcuni ritengono politicamente corretto e affrontare l'Islam per ciò che gli studiosi e gli altri credono che sia davvero? “Ovviamente. Per illustrare il mio punto di vista, cito qui alcuni estratti della mia lettera personale a Papa Francesco indirizzata a lui lo scorso agosto: "Mi sembra che - con la scusa dell'apertura, della tolleranza e della carità cristiana - la Chiesa cattolica sia caduta nella trappola dell'ideologia della sinistra liberale che sta distruggendo l'Occidente. Qualunque cosa che non sposasse questa ideologia è immediatamente stigmatizzata in nome della "correttezza politica". Molti pensano che un certo numero di tue posizioni siano allineate con questa ideologia e che, dalla compiacenza, tu passi dalle concessioni alle concessioni e dai compromessi ai compromessi a scapito della verità. " "L'Occidente è in una debacle etica e morale, sia religiosa che spirituale. E non è relativizzando la realtà dolorosa che queste società saranno aiutate a emergere dal loro disordine. Difendendo a tutti i costi l'Islam e cercando di scagionarlo dagli orrori commessi ogni giorno nel suo nome, si finisce per tradire la verità ". "Gesù ci ha detto, 'la Verità ti renderà libero.' È perché ha rifiutato qualsiasi compromesso su questo punto che sapeva cosa lo aspettava. Seguendolo, innumerevoli cristiani preferirono il martirio al compromesso, in Egitto e altrove fino ad oggi. " "Nell'estrema fragilità dei cristiani - sia in Occidente che in Oriente – essi si aspettano da te qualcosa di diverso da dichiarazioni vaghe e innocue che possono oscurare la realtà. Il tuo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha avuto il coraggio di assumere una posizione chiara e inequivocabile. Il suo atteggiamento ha sollevato molti scudi e gli è valso molti nemici. Ma uno scontro franco non è più salutare di un dialogo basato sul compromesso? Quando i gerarchi ebrei chiesero agli apostoli di smettere di annunciare il Vangelo, risposero: "Quanto a noi, non possiamo proclamare ciò che abbiamo visto e udito ..." (Atti 4:20). "È ora di uscire da un silenzio vergognoso e imbarazzato di fronte a questo islamismo che attacca l'Occidente e il resto del mondo. Un atteggiamento sistematicamente conciliante è interpretato dalla maggioranza dei musulmani come un segno di paura e debolezza. Se Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace, non ci ha detto: Beati i pacifisti. La pace è pace ad ogni costo, ad ogni costo. Tale atteggiamento è un puro e semplice tradimento della verità. " Quanto la violenza è più un problema arabo, visto il numero significativamente minore di attacchi violenti, ad esempio in Indonesia, la più grande nazione musulmana del mondo? “Si può dire che gli "arabi" sono naturalmente violenti. Ma lo stesso si potrebbe dire dei barbari che hanno conquistato l'Europa nel passato. Questi invasori sono stati progressivamente "civilizzati" dalla fede cristiana per diventare ciò che sono ora. A mio parere, l'elemento religioso gioca un ruolo essenziale nella formazione di una società. Il fatto che gli "arabi" cristiani siano diversi dagli arabi musulmani è una prova del forte legame tra religione e società.” Esistono possibilità reali e praticabili per la riforma dell'Islam e il dialogo può essere mai efficace? “Tutti i tentativi di riformare l'Islam da parte di musulmani liberali di mentalità aperta hanno fallito tragicamente finora e dubito che un "Islam riformato" rimarrà comunque "l'Islam". Qui ci sono sei tentativi infruttuosi di riformare l'Islam negli ultimi due secoli: 1. Riforma nel XIX secolo: Afghani, Mohamed Abdo, Rashid Reda 2. Il Rinascimento - o Nahda - tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo: Yasji, Girgi Zeidan, Taha Hussein, Salama Moussa, Tewfik el-Hakim ... 3. Il kemalismo e la secolarizzazione dello stato turco - Kemal Atatürk - 1923 4. Il Baath e la sua ideologia panarabica: Michel Aflaq, Bitar, George Habash e l'OLP 5. Nazionalismo egiziano e neutralità dello stato (principio di laicità) - 1919: Saad Zaghloul: "La religione è affare di Dio e lo Stato di tutti". 6. Revoca del decreto sull' abrogante e sull'abrogato. Su istigazione dell'istituzione di El-Azhar, Mahmoud Mohamed Taha fu impiccato a Khartoum il 18.1.1985 per aver voluto dare la preminenza ai versetti del Mekkan su quelli di Medina che incitavano alla guerra, all'odio e all'intolleranza.” La Chiesa si è spesso alleata con i paesi islamici in passato in difesa dei problemi della vita. I paesi islamici possono anche fungere da filtro contro le idee laiciste, impedendo che tendenze come l'ideologia di genere entrino nella loro società. In che modo i punti di forza dell'Islam in queste aree possono essere meglio promossi nonostante le associazioni con la violenza? “Su tali questioni etiche, e altre, la Chiesa dovrebbe allearsi con i musulmani per combattere contro qualsiasi degrado e degradare l'essere umano. Questo è un terreno fertile per la comprensione tra le due religioni. Può anche aprire la strada a noi per denunciare tutto ciò che è moralmente inaccettabile nell'insegnamento islamico.”

È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?

Il card. Ratzinger rispose:

«Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».

https://www.tempi.it/e-lo-spirito-santo-che-elegge-il-papa-ecco-come-rispose-con-una-certa-ironia-lallora-cardinale-ratzinger#.WtnPUYhuZPY

Mi permetto di sviluppare una profonda riflessione su questo tema seguendo s. Tommaso, in cui ritengo di dimostrare che Dio, quindi tutta la Trinità è «responsabile» , è causa della scelta del Papa, cioè Dio sceglie il Papa. 

Anzitutto faccio notare che, come dice il Catechismo al n. 206 “… la realtà di Dio, è infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire” per questo quando parlerò di Dio e delle sue azioni metterò tra parentesi infinitamente super per far capire che Dio e quindi il suo operare superare infinitamente ciò che possiamo dire o pensare di Lui. Poi affermo che il Papa è scelto da ( infinitamente super) Dio attraverso il Conclave o altre procedure, ma è scelto da ( infinitamente super) Dio infatti ( infinitamente super) Dio opera in ogni operante, spiega s. Tommaso (S. Th. I q. 105 a.1) e ( infinitamente super) opera anche attraverso il Conclave, o altre procedure di scelta usate nel passato, ( infinitamente super) scegliendo il Papa …S. Tommaso afferma ancora “In ogni serie di cause agenti ordinate tra loro, è sempre necessario che le cause successive agiscano in virtù della prima: nel mondo fisico, p. es., i corpiinferiori agiscono in virtù dei corpi celesti; e nel campo delle attività volontarie, tutti gli artigiani inferiori agiscono sotto il comando del capomastro principale. Ora, nell’ordine delle cause agenti, la prima causa è Dio, come abbiamo visto nelPrimo Libro [c. 13]. Perciò tutte le cause agenti inferiori agiscono sotto il suo influsso. Ma causa di una data azione è più il soggetto per la cui virtù e influsso si compie l’azione, che quello il quale la compie: come l’agente principale è più dello strumento. Dunque Dio è causa di ogni azione in modo più preminente delle cause seconde.” ( Somma contro i Gentili l. III c. LXVII, edizione Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Se dunque Dio è causa di ogni azione in modo piu» preminente delle cause seconde, Egli è causa dell’elezione del Papa in modo straordinariamente preminente perché la Chiesa è stata creata e voluta in modo particolarissimo da Dio per la salvezza degli uomini e quindi ha una importanza straordinaria e in essa ha una straordinaria importanza il Papa, inoltre l’elezione del papa avviene in clima di preghiera ed ad opera di uomini scelti da Dio attraverso consacrazioni e preghiere. La Chiesa appartiene a ( infinitamente super) Dio e Lui la ( infinitamente super) guida soprattutto attraverso i Papi, dunque appare evidente che è ( infinitamente super) Dio a scegliere il Papa, ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … La scelta del Papa si fa normalmente in preghiera, invocando la Luce di ( infinitamente super) Dio … che appunto ( infinitamente super) interviene e ( infinitamente super) sceglie. I cardinali elettori sono persone ( infinitamente super) scelte da ( infinitamente super) Dio normalmente attraverso consacrazioni e preghiere… ma ciò non vuole dire che siano perfette … e i cardinali eleggono il Papa pregando e ( infinitamente super) Dio ( infinitamente super) risponde ma ciò non vuol dire che il Papa sarà perfettissimo …Dunque è ( infinitamente super ) Dio a scegliere il Papa …. ma secondo la ( infinitamente super) sapienza di ( infinitamente super) Dio non secondo la nostra sapienza … Dio dunque sceglie il Papa ( infinitamente super) donandogli tutto quello che occorre per essere un santo e sapiente Papa, se il Papa sbaglia o pecca l’errore non è di ( infinitamente super) Dio ma del Papa; Gesù scelse Giuda e sapeva benissimo cosa avrebbe fatto con il suo libero arbitrio ma il male di Giuda è di Giuda e non di ( infinitamente super) Dio … e nonostante tutto, Gesù lo ha scelto … ( infinitamente super) Dio sceglie i Papi e sa benissimo cosa faranno con il loro libero arbitrio ma il loro male è loro e non di ( infinitamente super) Dio … ( infinitamente super) Dio permette il male e non lo vuole e lo permette per un maggior bene ! S. Tommaso spiega “Il male è l’opposto del bene. Ma l’essenza del bene consiste nella perfezione. Dunque l’essenza del male consiste nell’imperfezione. Ma in Dio, che è universalmente perfetto, come sopra abbiamo visto [c. 28], non può esserci difetto o imperfezione. Dunque in Dio non può esserci il male. 5. Una cosa è perfetta in quanto è in atto. Perciò essa sarà imperfetta in quanto è priva di attualità. Quindi il male o è privazione, o include privazione.

Ma il soggetto della privazione è in potenza. Questa però non può trovarsi in Dio. Quindi in lui non può trovarsi il male.” (Somma contro i Gentili l. I c. XXXIX, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013) Lo stesso s. Dottore precisa “Come abbiamo già dimostrato [c. 41], Dio è il sommo bene. Ma il sommo bene è del tutto incompatibile col male: come un calore sommo è incompatibile col freddo. Dunque la volontà divina non può piegarsi al male. 4. Avendo il bene natura di fine, è impossibile che il male possa attrarre la volontà, se non perché questa si allontana dal fine. Ma la volontà di Dio non può allontanarsi dal fine; perché egli non può volere qualcosa, se non volendo se stesso, come abbiamo dimostrato [cc. 74 ss.]. Perciò Dio non può volere il male. È quindi evidente che in lui il libero arbitrio è reso per natura stabile nel bene. Ciò è affermato inoltre dalla Scrittura: «Dio è fedele e immune da ogni iniquità» (Deut., XXXII, 4); «Gli occhi tuoi sono mondi, o Signore, e non puoi volgerti all’iniquità» (Abac., I, 13).” (Somma contro i Gentili l. I c. XCV, Utet, Prima edizione eBook: Marzo 2013Nella Somma Teologica, poi, s. Tommaso precisa ulteriormente “ Se il sommo bene, che è Dio, sia causa del male Pare che il sommo bene, che è Dio, sia causa del male. Infatti: 1. Si legge in Isaia [45, 6 s.]: «Io sono il Signore e non vi è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura». E in Amos [3, 6]: «Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?» 2. L‘effetto della causa seconda si riporta alla causa prima. Ma il bene, come si è detto [a. 1], è causa del male. Essendo quindi Dio la causa di ogni bene, come sopra abbiamo dimostrato [q. 2, a. 3; q. 6, aa. 1, 4], ne segue pure che da Dio deriva ogni male. 3. Come dice Aristotele [Phys. 2, 3], è identica la causa della salvezza e della perdita della nave. Ma Dio è causa della salvezza di tutte le cose. Quindi egli è anche la causa di ogni rovina e di ogni male. In contrario: S. Agostino [Lib. LXXXIII quaest. 21] afferma che Dio «non è autore del male, poiché non è causa del tendere verso il non essere». Dimostrazione: Come abbiamo già visto [a. 1], il male che consiste in una deficienza dell‘azione è sempre causato da un difetto dell‘agente. Ora, in Dio non c‘è difetto alcuno, ma somma perfezione, come sopra [q. 4, a. 1] si è dimostrato. Quindi il male consistente in una deficienza dell‘azione, o causato da un difetto dell‘agente, non può essere riportato a Dio come a sua causa. Il male invece che consiste nella corruzione o distruzione di qualcosa si riallaccia alla causalità di Dio. E ciò è evidente sia negli esseri naturali che in quelli dotati di volontà. Infatti abbiamo detto [a. 1] che un agente, in quanto produce con la sua efficacia una forma alla quale consegue una corruzione o una privazione, produce quella corruzione o quella privazione con la sua virtù. Ora, è evidente che la forma voluta da Dio nelle realtà create è il bene, consistente nell‘ordine dell‘universo. E l‘ordine dell‘universo richiede, come si è spiegato sopra [q. 22, a. 2, ad 2; q. 48, a. 2], che esistano degli esseri che possono venir meno, e che via via vengono meno. E così Dio, quando causa nelle cose quel bene che è l‘ordine dell‘universo, per concomitanza e indirettamente [quasi per accidens] causa la corruzione delle cose, secondo l‘espressione della Scrittura [1 Sam 2, 6]: «Il Signore fa morire e fa vivere» Mentre l‘altro passo [Sap 1, 13]: «Dio non ha creato la morte», va spiegato: «come cosa direttamente voluta». — Ora, all‘ordine dell‘universo appartiene anche l‘ordine della giustizia, il quale richiede che venga inflitta la punizione ai peccatori. E per questo motivo Dio è l‘autore di quel male che è la pena; non però di quel male che è la colpa, per la ragione detta sopra [nel corpo; cf. q. 48, a. 6]. Analisi delle obiezioni: 1. In quei testi si parla del male della pena, non del male della colpa. 2. L‘effetto della causa seconda difettosa si riporta alla causa prima indefettibile per quanto esso ha di entità e di perfezione, ma non per ciò che ha di difettoso. Come, p. es., quanto c‘è di movimento nello zoppicare viene causato dalla potenza motrice, ma ciò che vi è di anormale non deriva dalla potenza motrice, bensì dalla stortura della gamba. E così quanto vi è di entità e di efficacia nell‘azione cattiva si riporta alla causalità di Dio, ma quanto vi si trova di manchevole non è causato da Dio, bensì dalla causa seconda che è difettosa. 3. L‘affondamento della nave è attribuito all‘influsso del pilota per il fatto che egli non compie ciò che è richiesto per la salvezza della nave stessa. Ma Dio non cessa di compiere ciò che è necessario per la salvezza. Quindi il paragone non regge.” ( S. Th. I, q. 49,a.2 , edizione disponibile on-line, traduzione di p. Centi, http://apologetica-cattolica.net/component/k2/tag/Somma%20Teologica.html Per vedere più in profondità il pensiero del s. Dottore su questo tema si vedano anche le seguenti opere Supra, q. 48, a. 6; In 2 Sent., d. 32, q. 2, a. 1; d. 34, q. 1, a. 3; d. 37, q. 3, a. 1; C. G., II, c. 41; III, c. 71; De Malo, q. 1, a. 5; Comp. Theol., c. 141; In Ioan., c. 9, lect. 1; In Rom., c. 1, lect. 7)

Nella linea di quanto detto finora vanno le parole della Liturgia  infatti in questa preghiera che tutta la Chiesa eleva a Dio il venerdì santo , durante la Liturgia della Passione si afferma:  II. Per il papa.  Preghiamo il Signore per il nostro santo padre il papa N.: il Signore Dio nostro, che lo ha scelto nell’ordine episcopale, gli conceda vita e salute e lo conservi alla sua santa Chiesa, come guida e pastore del popolo santo di Dio. (Orémus et pro beatíssimo Papa nostro N., ut Deus et Dóminus noster, qui elégit eum in órdine episcopátus, salvum atque incólumem custódiat Ecclésiæ suæ sanctæ, ad regéndum pópulum sanctum Dei.) Dio onnipotente ed eterno, sapienza che reggi l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera, e custodisci con la tua bontà il papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede. Per Cristo nostro Signore.(Omnípotens sempitérne Deus, cuius iudício univérsa fundántur, réspice propítius ad preces nostras, et eléctum nobis Antístitem tua pietáte consérva, ut christiána plebs, quæ te gubernátur auctóre, sub ipso Pontífice, fídei suæ méritis augeátur. Per Christum Dóminum nostrum. R. Amen.)

Tra le ss. Messe per varie necessità vi è la s. Messa per il Papa , ecco qui di seguito qualche preghiera che fa parte di tale Liturgia e che indica come è Dio che dona alla Chiesa il Papa : « O Dio, che nel disegno della tua sapienza hai edificato la tua Chiesa sulla roccia di Pietro, capo del collegio apostolico, guarda e sostieni il nostro papa N.: tu che lo hai scelto come successore di Pietro, fa’ che sia per il tuo popolo principio e fondamento visibile dell’unità della fede e della comunione nella carità. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo N., che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure: O Dio, che nella serie dei successori di Pietro hai scelto il tuo servo N. come vicario di Cristo sulla terra e pastore di tutto il gregge, fa’ che egli confermi i fratelli, e tutta la Chiesa sia in comunione con lui nel vincolo dell’unità, dell’amore e della pace, perché tutti gli uomini ricevano da te, pastore e vescovo delle anime, la verità e la vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte Accogli, o Padre, i nostri doni per il sacrificio eucaristico, e con la tua protezione custodisci la santa Chiesa in unione con il papa N., che le hai dato come pastore. Per Cristo nostro Signore.

( Infinitamente super) Dio quindi ( infinitamente super) ha scelto e sceglie i Papi attraverso i vari metodi fissati per la loro elezione, ma ( infinitamente super) Dio non è causa del male che i Papi hanno commesso, commettono e commetteranno.

Don Tullio Rotondo

S. Rosario: 4 corone, di cinque misteri l'una, di misteri dolorosi.

Vi offriamo la Passione di Cristo divisa in 20 misteri per poterla meditare a fondo, vi consigliamo di meditare ogni Mistero come meditate i misteri del s. Rosario e con le preghiere che usate fare per il s. Rosario, in questo modo voi potreste dire 4 corone di s. Rosario meditando solo ma molto profondamente  sulla Passione di Cristo. Buona preghiera.

1° Mistero: Gesù entra nel Getsemani

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.

2° Mistero: Gesù catturato nel Getsemani

 

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». 12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù lo legarono 13

3° Mistero: Gesù condotto da Anna

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 Condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

4° Mistero: Pietro tradisce Gesù la prima volta

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

5° Mistero: Gesù interrogato dal sommo sacerdote

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18 19Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

6° Mistero: Pietro tradisce Gesù altre 2 volte

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

7° Mistero: Gesù è condotto nel pretorio

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

28Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». 30Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». 31Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

8° Mistero: Dialogo tra Gesù e Pilato

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

9° Mistero: Pilato afferma l’innocenza di Cristo ma i Giudei chiedono che sia rilasciato Barabba e non Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 18

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 40Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

10° Mistero: La flagellazione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

1Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.

11° Mistero: Gesù è coronato di spine

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. 3Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

12° Mistero: Pilato parla alla folla dei giudei affermando l’innocenza di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

13° Mistero: Risposta dei Giudei a Pilato per far condannare Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

6Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

14° Mistero: Pilato parla con Cristo e cerca di liberarlo ma i giudei gli si oppongono.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19 8All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. 9Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. 10Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

12Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». 13Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».

15° Mistero: Pilato consegna Gesù per la crocifissione e Gesù si avvia verso il Calvario.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù 17ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18

16° Mistero: Crocifissione di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

Crocifissero Gesù sul Calvario e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. 19Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». 22Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

17° Mistero: I soldati si dividono le vesti di Cristo …

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti

e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.

E i soldati fecero così.

18° Mistero: La Madonna ai piedi della Croce riceve da Cristo le sue ultime volontà. Gesù affida a Maria la Chiesa.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

19° Mistero: La morte di Cristo.

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

20° Mistero: Transfissione e sepoltura di Cristo

Dal Vangelo secondo Giovanni cap. 19

31Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. 33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. 38Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Preghiamo

Donaci, o Padre, di unirci nella fede alla morte e sepoltura del tuo Figlio per risorgere con lui alla vita nuova. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

« ..conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur … » . La "coscienza morale soprannaturale" nella dottrina di s. Tommaso d'Aquino.

 

Chiediamo luce e sapienza al Signore.

Preghiera per ottenere la sapienza divina (Sap 9, 16. 911)

Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo, * perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e giustizia * e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono * e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, * incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla. Con te è la sapienza che conosce le tue opere, * che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi * e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Mandala dai cieli santi, * dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica * e io sappia che cosa ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende: mi guiderà con prudenza nelle mie azioni * e mi proteggerà con la sua gloria.

 

 

La coscienza morale e la coscienza morale soprannaturale nella dottrina di s. Tommaso.


 

a) Nozioni più generali sulla coscienza morale nella dottrina tomista1.

 

S. Tommaso parla in vari testi della coscienza morale donandoci una dottrina abbastanza ricca sul tema2. Il termine coscienza per s. Tommaso ha vari significati, a volte può significare la stessa cosa insieme conosciuta, altre volte un abito per cui ci si dispone a conoscere insieme; più precisamente la coscienza secondo s. Tommaso è un atto3 per il quale si applica la scienza ad un certo atto4 particolare :» … conscientia … nominat ipsum actum, qui est applicatio cuiuscumque habitus vel cuiuscumque notitiae ad aliquem actum particularem.«5 … tale applicazione può avvenire in due modi: 1) secondo che si consideri se l’atto fu compiuto 2) secondo che si consideri se l’atto sia retto o meno, s. Tommaso infatti dice :«Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.«6 Il secondo modo di applicazione appena indicato, quello per cui si considera se l’atto sia retto o meno, si può relizzare a sua volta secondo due vie: 1) una per cui, attraverso l’abito della scienza, ci indirizziamo a fare o non fare qualcosa, ed è come la via dell’invenzione, 2) e un» altra per cui, attraverso l’abito della scienza, giudichiamo se sia retto o meno quanto abbiamo già fatto, ed è come la via del giudizio7. In senso più strettamente inerente alla morale la coscienza è, quindi, un atto di giudizio o di invenzione della ragione pratica per il quale si applica la scienza dell’uomo ad un atto concreto «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum «8 per vedere se sia retto o meno9 ; l’atto al quale viene applicata tale scienza può essere, come è evidente da quanto detto, passato o presente o futuro. La coscienza è come dire “scienza con un altro” perché applica la scienza universale ad un atto particolare e anche perché per essa la persona è conscia (appunto “sa con”) di ciò che ha fatto o che intende fare; la coscienza è detta anche sentenza o dettame della ragione10 . La coscienza è una considerazione della ragione per cui l’uomo stabilisce quello che deve fare e quello che deve fuggire11 ma il giudizio di coscienza morale si distingue dal giudizio del libero arbitrio perche“ il giudizio di coscienza consiste nella sola conoscenza mentre il giudizio del libero arbitrio consiste nell’applicazione della conoscenza all’affetto ed è un giudizio di elezione, ossia di scelta12. Precisiamo che riguardo alle cose da scegliere o da fuggire la ragione usa dei sillogismi; nel sillogismo vi è una triplice considerazione secondo tre proposizioni: dalle prime due proposizioni si conclude con la terza; nei sillogismi circa le cose da scegliere o fuggire la maggiore di queste tre proposizioni è offerta dalla sinderesi, la minore è offerta dalla ragione superiore o dalla ragione inferiore, la considerazione della conclusione scelta è l’atto della ragione pratica che è detto coscienza13. L’esempio che s. Tommaso riporta è il seguente: la sinderesi propone questo principio: non si deve fare ciò che è proibito dalla legge di Dio; la ragione superiore porta questo principio: l’unione carnale con questa donna è contro la legge di Dio; la conclusione che è propria della coscienza è la seguente: questa unione carnale va evitata14. La coscienza non è infallibile, essa può sbagliare; un tale errore non è dovuto alla sinderesi ma alla ragione; la ragione superiore perversa dell’eretico, per es., lo porta a credere che mai egli possa giurare e perciò egli stabilisce in coscienza che egli mai faccia giuramento anche a costo di morire (notiamo che per la dottrina cattolica in alcuni casi è possibile giurare, mentre per gli eretici di cui parla s. Tommaso mai è possibile realizzare lecitamente un giuramento); in questa linea il Dottore Angelico distingue la legge naturale che è l’insieme dei principi di diritto, la sinderesi che è l’abito, o la potenza con abito, di tali principi, e la coscienza che, invece, è l’applicazione della legge naturale, per modo di conclusione, ad un qualcosa che deve essere fatto15 o che già è stato fatto. La «sentenza» della coscienza, continua s. Tommaso è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza16; la synderesi perfeziona l’ intelletto pratico, è, infatti, l’abito dei primi principi della ragione pratica17; la sapienza è l’abito che considera le cause altissime e giudica di tutto, essa perfeziona la ragione superiore; la scienza è abito che considera ciò che è ultimo in questo o quel genere di cose, cioè le conclusioni dell’attività di ricerca dell’uomo, più precisamente essa considera i principi speculativi unitamente alle conclusioni cui conducono, essa perfeziona la ragione inferiore; questi tre abiti si applicano alla coscienza morale in modo vario, puo“ difatti agire uno solo di essi o possono agire tutti e tre; comunque, alla luce di essi noi uomini esaminiamo quanto fatto in passato e ci consigliamo sul da farsi in futuro18. Gli abiti che informano la coscienza morale sebbene siano molti hanno tutti efficacia da un solo abito che e“ la sinderesi e siccome l’abito e“ principio dell’atto, a volte il nome di coscienza e“ attribuito alla synderesi; infatti s. Tommaso dice :

Consuetum est enim quod causae et effectus per invicem nominentur”19.

Vale a dire: si è soliti chiamare con lo stesso nome le cause e gli effetti, cioè la sinderesi e la coscienza; il termine di “naturale iudicatorium” con cui viene indicata talvolta la coscienza morale, si riferisce pertanto non precisamente alla coscienza ma all’abito morale fondamentale che e“ la sua causa, cioe“ si riferisce alla synderesi . La synderesi è infallibile:

[…] in anima est aliquid quod est perpetuae rectitudinis, scilicet synderesis: quae quidem non est ratio superior, sed se habet ad rationem superiorem sicut intellectus principiorum ad ratiocinationem de conclusionibus” 20 .

La sinderesi è abito innato nelle nostre menti e scaturente dal lume dell’intelletto agente, è abito dei principi per sé noti come: non si deve fare il male, si deve obbedire ai comandi di Dio etc.; per tali principi, attraverso la synderesi, la ragione pratica è guidata nella sua azione; la ragione pratica, si distingue quindi dalla synderesi in quanto quest’ultima è un’abito mentre la ragione pratica è una potenza; la synderesi è appunto abito della ragion pratica 21.

La sentenza della ragione pratica, cioè la sentenza della coscienza morale, lega chi lo emette: questo, si noti bene, significa che pecca chi non si conforma a sentenza da lui stesso emesso, ma non significa che chi segue tale sentenza non pecca22; la sentenza di coscienza, secondo s.Tommaso, lega anche se il precetto del prelato sia contrario ad essa23, lega puramente e semplicemente se la coscienza e“ retta, lega “secundum quid” se la coscienza e“ erronea24 e lega anche riguardo a materia per se“indifferente25.

Se a qualcuno la coscienza comanda di fare ciò che è contro la Legge di Dio ed egli non agisce secondo tale coscienza, pecca, ma pecca anche se agisce secondo tale coscienza, perché l’ignoranza del diritto non scusa dal peccato a meno che sia invincibile come nel caso di persone malate di certe patologie psichiche, può comunque deporre la sua coscienza e agire secondo la Legge di Dio e così facendo non pecca. 26

Praticamente lo stesso dice s. Tommaso quando parla del caso in cui la coscienza erronea comandi di non fare ciò che comanda il prelato, infatti spiega il s. Dottore che la coscienza non lega se non in forza del precetto divino e quindi comparare il legame della coscienza al legame che è il precetto del prelato non è altro che comparare il legame del precetto divino al legame del precetto del prelato e poiché il precetto divino obbliga contro il precetto del prelato e obbliga più del precetto del prelato anche il legame della coscienza è maggiore del legame del legame del precetto del prelato e la coscienza obbliga anche dinanzi al precetto contrario del prelato; nel caso di coscienza retta, però, che si oppone al precetto del prelato occorre dire che tale coscienza obbliga perfettamente e semplicemente, semplicemente perché essa non può essere deposta senza peccato e perfettamente perché la coscienza retta non solo lega nel senso che chi non la segue pecca ma anche nel senso che chi la segue è immune da peccato quantunque vi sia il precetto del prelato in contrario, invece la coscienza erronea lega contro il precetto del prelato anche nelle cose indifferenti ma lega secondo qualcosa e imperfettamente, lega infatti secondo qualcosa perché non obbliga in ogni caso ma solo sotto condizione della sua durata, e si può e si deve deporre tale coscienza, imperfettamente perché chi non la segue pecca ma pecca anche chi la segue perché è disubbidiente al prelato e tuttavia pecca di più se non fa, stante tale coscienza, ciò che essa comanda, perché la coscienza lega più del precetto del prelato27

Anche in questo caso appena visto, dunque, come in quello che vedemmo più sopra, la persona può e deve deporre la coscienza erronea e ascoltare il comando del prelato, se vuole evitare di peccare.

In un altro testo s. Tommaso precisa che chi agisce secondo coscienza erronea a volte è scusato da peccato grave se tale errore procede da ignoranza di ciò che non può sapere e non è tenuto a sapere; se invece tale errore è esso stesso peccato perché procede dall’ignoranza di ciò che la persona può ed è tenuta a sapere, in questo caso l’errore di coscienza non ha forza di assolvere o scusare e se l’atto che si compie è grave , chi lo compie realizza un peccato grave, come è il caso di colui che ritenesse che la fornicazione è peccato veniale e con tale coscienza fornicasse: il suo peccato sarebbe mortale e non veniale28.

S. Tommaso spiega più generalmente che:

«Ad tertium dicendum, quod corrupta ratio non est ratio, sicut falsus syllogismus proprie non est syllogismus; et ideo regula humanorum actuum non est ratio quaelibet, sed ratio recta: et ideo philosophus dicit quod homo virtuosus est mensura aliorum. Unde ex hoc non sequitur quod in ratione non sit peccatum, sed quod non sit in ratione recta.«29

La regola corrotta non è regola, la ragione falsa non è ragione (ragione, dal latino ratio, significa proprio regola), perciò la regola delle azioni umane, perché esse siano giuste, non è semplicemente la ragione ma la ragione retta. Il peccato non è nella ragione retta. La coscienza morale per essere retta, deve essere guidata a regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 30. Ma noi, a causa del peccato originale, ci troviamo ad avere a livello naturale una regola in certo modo corrotta, che è precisamente la ragione. La coscienza morale in quanto atto della ragione (pratica) porta in se“ evidentemente le conseguenze della ferita arrecata alla nostra ragione dal peccato (originale e attuale), ferita che e“ l’ignoranza per la quale la ragione è destituita dal suo ordine verso la verità (“ratio destituitur suo ordine ad verum”31). Attraverso la sua Incarnazione per la nostra salvezza, il Signore ha purificato la nostra coscienza con il suo Sangue 32 Accogliendo il dono di Dio in Cristo la nostra coscienza è purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo, è una coscienza morale soprannaturale, cioè una coscienza rettificata sotto la guida dello Spirito Santo, della grazia, e della fede; s. Tommaso dice a riguardo :«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum  conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro.» 33 Come dice s. Tommaso, la coscienza dei santi è un teste infallibile.; perché purificata e rettificata da Cristo e quindi è guidata e regolata da Dio: Prima Regola, Legge eterna 34; tale coscienza è appunto la coscienza morale soprannaturale. Della coscienza morale soprannaturale parleremo qui di seguito; si tratta un tema di cui francamente ci pare che se ne parli poco ma è un tema importante per intendere a fondo la dottrina tomista sulla coscienza morale perciò vi chiediamo una particolare attenzione nell’esaminare quanto diremo.

 

 

b) Precisazioni relative alla coscienza morale soprannaturale nella dottrina tomista.

 

Precisiamo che s. Tommaso non usa mai il termine: coscienza morale soprannaturale; egli parla semplicemente di coscienza; alcuni tomisti, tra cui Noble35, usano quel termine e ben a ragione; vi sono testi, difatti, che appaiono chiaramente giustificare questo termine indicando una elevazione della sentenza di coscienza all’ordine soprannaturale attraverso la grazia e le virtù infuse.

Riguardo a questo argomento mi pare fondamentale leggere il commento di s. Tommaso a ciò che afferma s. Paolo in Ebrei 9,14 » … quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

Il Sangue di Cristo purifica interiormente la coscienza per la fede :«Sciendum tamen quod sanguis illorum animalium mundabat tantum ab exteriori macula, scilicet a contactu mortui; sed sanguis Christi mundat interius conscientiam, quod fit per fidem Act. XV, 9: fide purificans corda eorum inquantum scilicet facit credere quod omnes qui Christo adhaerent, per sanguinem eius mundantur. Ergo iste emundat conscientiam. Item ille emundabat a tactu mortui, sed iste ab operibus mortuis, scilicet peccatis, quae tollunt Deum ab anima, cuius vita est per unionem charitatis.«36 La coscienza soprannaturale è quindi una coscienza purificata dalla grazia e dalla fede, è una coscienza illuminata dalla salvezza portata da Cristo.

S. Tommaso spiega ancora, sempre commentando il passo di Eb. 9,14: «Ad tertium dicendum, quod secundum hoc conscientia inquinata emundari dicitur, secundum quod aliquis qui prius fuit sibi peccati conscius, postmodum scit se esse a peccato mundatum; et ita dicitur habere conscientiam puram. Est igitur eadem conscientia quae prius erat immunda, et postmodum munda; non quidem ita quod conscientia sit subiectum munditiae et immunditiae, sed quia per conscientiam examinantem utrumque cognoscitur; non quod sit idem actus numero quo prius sciebat aliquis se esse immundum, et post scit se esse purum; sed quia ex eisdem principiis utrumque cognoscitur, sicut dicitur esse eadem consideratio quae ex eisdem principiis procedit.»

La coscienza che, secondo s. Tommaso, esamina e che scopre che la persona è purificata dal peccato è evidentemente una coscienza illuminata dalla fede perché solo in essa e più generalmente nella grazia la persona capisce che la persona stessa è stata purificata dal peccato.

Dice poi s. Tommaso, in un altro testo:

Ad tertium dicendum quod, licet lex aeterna sit nobis ignota secundum quod est in mente divina; innotescit tamen nobis aliqualiter vel per rationem naturalem, quae ab ea derivatur ut propria eius imago; vel per aliqualem revelationem superadditam”.37

Come si vede s. Tommaso spiega che la Legge eterna, che è Dio stesso38, ci viene fatta conoscere sia attraverso la ragione naturale, sia attraverso una qualche rivelazione sopraggiunta, cioè attraverso la Rivelazione che noi accogliamo attraverso la fede e quindi attraverso la grazia, tale conoscenza ci porta ad una «sentenza» concreta sugli atti da noi compiuti o che dobbiamo compiere, cioè all’atto di coscienza morale soprannaturale per cui noi applichiamo la scienza in modo veramente illuminato le nostre azioni.

Nel De Veritate q.17, cioe“ in una questione dedicata tutta al tema della coscienza, il s. Dottore afferma che ciascuno e“ tenuto ad esaminare i propri atti secondo la scienza che ha da Dio, sia naturale, sia acquisita, sia infusa: infatti ogni uomo deve agire secondo ragione:

Unusquisque enim tenetur actus suos examinare ad scientiam quam a Deo habet, sive sit naturalis, sive acquisita, sive infusa: omnis enim homo debet secundum rationem agere.” 39

Questo vuole chiaramente dire che accanto ad un atto di coscienza morale che e“ applicazione della scienza naturale o acquisita vi è un atto di coscienza che è applicazione di scienza soprannaturale, infusa; precisamente questo ultimo atto è ciò che noi indichiamo con il termine di coscienza soprannaturale. Un altro testo di particolare interesse per noi su questo tema della coscienza morale soprannaturale è il seguente:

Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”40

Il lume dell’intelletto naturale non è sufficiente per conoscere le cose della fede e così non è sufficiente perché l’anima si lamenti per quelle cose che sono contro la fede, se non con il sostegno del lume della fede; e così la sinderesi anche negli infedeli rimane integra quanto al lume naturale ma poiché, in quanto privati del lume della fede, sono acciecati, la loro sinderesi non si lamenta per le cose che sono contro la fede. O si deve che la synderesi sempre si lamenta del male in ciò che è universale ma il fatto che tale coscienza non si lamenti a questo male particolare ciò accade per l’errore della ragione inell’applicazione del principio universale all’opera particolare.

Il testo appena visto richiama l’articolo che lo segue in cui s. Tommaso spiega che nella coscienza la ragione, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva ad una «sentenza» su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito41

Quindi, come visto , la fede entra nella coscienza in alcuni casi e la rende retta; tale rettificazione si compie a livello soprannaturale perché la fede è virtù soprannaturale. Nell’atto di coscienza morale soprannaturale la fede entra e fa che la sentenza che tale atto emette sia retta come spiega molto bene s. Tommaso nel testo che segue :

«Testis infallibilis sanctorum est eorum conscientia, unde (Apostolus n.d. r.) subdit “testimonium mihi perhibente conscientia mea”II Cor.1,12 “Gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae”. Et quia interdum conscientia errat nisi per Spiritum Sanctum rectificetur, subdit “in Spiritu Sancto”. Supra 8,16 “Ipse Spiritus testimonium reddit spiritui nostro. 42

Si noti: per i santi il testimone infallibile è la coscienza morale; e perché è infallibile? Perché è un testimone rettificato, attraverso la grazia, dallo Spirito Santo che è Dio Verità. Lo Spirito Santo opera questa rettificazione interiore dell’uomo per grazia, attraverso la fede, per essa Dio Verità rettifica la coscienza morale del fedele, facendola partecipare alla sapienza di Cristo, come confermato da s. Tommaso in questo testo che segue:

…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”. 43

Noi , cioè gli uomini spirituali abbiamo il pensiero di Cristo cioè abbiamo ricevuto la sapienza di Cristo per giudicare.

 

Le virtù infuse ci dispongono al compimento dell’atto che è la coscienza morale soprannaturale .

 

La coscienza morale soprannaturale, come detto, è un atto soprannaturale, invece le virtù infuse sono disposizioni all’atto soprannaturale, dunque le virtù infuse predispongono anche al compimento dell’atto soprannaturale che è la coscienza morale soprannaturale; la fede, che appunto è una virtù infusa, coadiuva la sinderesi indicando i principi morali cristiani per l’azione, la fede predispone l’uomo al compimento dell’atto soprannaturale che è detto coscienza morale soprannaturale:

Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum”44

S. Tommaso aggiunge che : lo scopo della vita spirituale è l‘unione dell’uomo con Dio, che si attua con la virtù della carità; e tutte le altre cose attinenti alla vita spirituale sono mezzi ordinati a questo scopo; tutte le virtù, i cui atti sono appunto materia dei precetti, sono ordinate a questo : o a purificare il cuore dal turbine delle passioni, come le virtù che hanno per oggetto le passioni, o a formare la buona coscienza, come le virtù che hanno per oggetto le azioni esterne, o a garantire il possesso di una fede sincera, come le cose riguardanti il culto di Dio; per amare Dio sono richiesti questi tre elementi: infatti un cuore impuro viene distolto dall‘amore di Dio a causa della passione che inclina verso le cose terrene, la cattiva coscienza rende odiosa la divina giustizia per il timore del castigo e la fede insincera trascina l‘affetto verso un‘idea falsa di Dio, separando dalla verità divina . 45 Sottolineo in particolare che : la buona coscienza di cui qui si parla è la coscienza illuminata dalla fede, quindi è una coscienza soprannaturale; i precetti divini comandano le virtù infuse, che Dio vuole donare, per le quali si attua la «sentenza » della coscienza morale soprannaturale. Le virtù infuse si distinguono dalla grazia: la virtù è una disposizione del perfetto e perfetto è ciò che è disposto secondo natura, la grazia è il principio delle virtù infuse; la grazia, pur essendo un abito, è una nuova natura che l’uomo, in certo modo, riceve e le virtù sono delle disposizioni al compimento di azioni in questa natura46. Per la ricezione di questa natura diciamo di essere rigenerati in figli di Dio. Pertanto il lume della grazia, che è partecipazione alla divina Natura, è qualcosa di diverso dalle virtù soprannaturali, così come il lume naturale della ragione è qualcosa di diverso dalle virtù acquisite che da quel lume derivano e a quel lume sono ordinate. La grazia è somiglianza partecipata alla Natura divina, per cui noi possiamo vivere da veri figli di Dio con la perfezione delle virtù infuse. La grazia eleva la nostra natura e ci rende capaci di agire in modo veramente perfetto, partecipando in modo elevato alla perfezione di Cristo, le virtù infuse ci predispongono a compiere atti soprannaturali, tra cui come detto occorre includere l’atto di coscienza morale soprannaturale, che ci assimilano allo stesso Gesù Cristo e fanno sì che Egli si manifesti in noi con la sua santità.

 

La fede, la carità e la coscienza morale soprannaturale.

 

Noi abbiamo ricevuto, per grazia e quindi attraverso l’Eucaristia, la sapienza di Cristo per giudicare 47; la coscienza morale soprannaturale è atto illuminato dalla sapienza che viene in noi attraverso la grazia, cioè in ultima analisi dalla sapienza di Cristo. Cristo, Regola somma conforme a noi e Capo del suo Corpo Mistico ci dona sapienza soprannaturale nella fede e nella carità 48; da Cristo Capo, perciò, noi riceviamo, l’intelligenza, la sapienza e la carità per poter realizzare l’atto perfetto di coscienza morale soprannaturale. In tale atto soprannaturale, la fede precisa il giudizio universale della sinderesi; nella coscienza la ragione, infatti, dai principi comuni generali , presentati dalla synderesi, arriva a sentenziare su un atto particolare attraverso alcuni principi propri e determinati, che attengono alla ragione superiore o inferiore, e che non sono per sé noti ma si conoscono attraverso la ricerca o attraverso l’assenso della fede e poiché «la fede non è di tutti» ( 2 Tess. 3) e inoltre la ragione può sbagliare nella ricerca circa tali principi, perciò circa questi principi propri e determinati capita che si commettano errori; come la coscienza dell’eretico sbaglia quando crede che non si deve giurare neppure se vi è una causa che renda legittimo tale giuramento non perché sbaglia nel principio comune secondo cui non si devono fare illeciti ma perché sbaglia nel credere che ogni giuramento è illecito49 . Quindi, come detto, nella coscienza morale soprannaturale, resta la synderesi ma coadiuvata dalla fede in questa linea dobbiamo intendere quello che dice s. Tommaso nel seguente testo :

Deinde cum dicit “Beatus qui non iudicat” […] Id enim quod universaliter fide tenemus, puta usum ciborum esse licitum vel illicitum, conscientia applicat ad opus quod est factum vel faciendum […]”50

Per noi questo significa che la coscienza soprannaturale, sempre guidata dalla synderesi ma appunto coadiuvata dalla fede, applica al caso concreto ciò che universalmente teniamo per fede. La fede è dunque la luce sulla base della quale si compie la coscienza morale soprannaturale, per la fede partecipiamo in Cristo alla conoscenza di Dio:

[…]per potentiam intellectivam homo participat cognitionem Dei per virtutem fidei[…]”51

Per la fede, quindi, partecipiamo alla conoscenza divina, in Cristo, sicché possiamo giudicare in modo veramente retto le nostre azioni.

Per fede vengono fissati in noi i principi dell’operare soprannaturale sulla base dei quali giudichiamo il nostro comportamento. A questo riguardo dice s. Tommaso:

La fede illumina l’intelletto donando ad esso la conoscenza di verità soprannaturali che sono principi per l’azione soprannaturale52; ma va notato che la fede di cui qui si parla è, soprattutto, la fede perfetta, e affinché l’atto della fede sia perfetto e meritorio occorre che l’abito della virtù sia nell’intelletto, per la fede stessa, e nella volontà53, per la s. carità54. Per la fede perfezionata dalla carità, nella maniera più piena si attua in noi il giudizio di Cristo su una determinata azione, è per questa fede che la sapienza di Cristo per giudicare viene a noi partecipata in modo molto alto, è per questa fede unita alla carità che la vita divina, attraverso Cristo viene in noi e ci comunica i doni dello Spirito Santo che radicano più pienamente in noi l’abito della fede e perfezionano la nostra coscienza. A riguardo occorre considerare che, come detto, la coscienza, a livello naturale, è applicazione degli abiti operativi della ragione che sono la synderesi, la scienza e la sapienza; a livello soprannaturale la coscienza morale è partecipazione, per grazia, alla perfezione degli abiti operativi di Cristo, partecipazione che si attua in noi attraverso la fede, la carità, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo: la carità difatti informa la fede e porta nell’anima umana tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo; per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo noi possiamo realizzare nella maniera più alta e divina i 2 atti in cui consiste la coscienza morale: l’esame e il consiglio o deliberazione55. Per tale partecipazione alle perfezioni di Cristo, ulteriormente, la nostra volontà, che è il fulcro della vita morale cristiana, può orientarsi verso ciò che è semplicemente buono per l’uomo vale a dire che può orientarsi rettamente verso la beatitudine del cielo e verso tutto quello che ad essa veramente conduce.

La relazione tra la carità e la fede va precisata ulteriormente considerando che attraverso la carità lo Spirito Santo perfeziona e quindi illumina, in certo modo, la fede perché la persona giudichi rettamente il bene da farsi; a sua volta lo Spirito Santo attraverso la fede orienta, in certo modo, la carità : attraverso la fede noi infatti conosciamo il modo di agire retto e la carità vera ci muove ad agire appunto secondo questa rettitudine; la fede, infatti, ha per oggetto la Verità Prima che è il fine di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri desideri e che ci illumina anche su ciò che dobbiamo fare: perciò si dice che la fede opera per la carità 56; bisogna ulteriormente precisare a riguardo che la fede, sebbene abbia l’intelletto speculativo come suo soggetto, si estende all’intelletto pratico, perché l’intelletto speculativo diventa pratico per estensione, dunque la fede illumina anche il nostro intelletto pratico e illumina, come visto, l’atto di coscienza morale soprannaturale per il quale conosciamo ciò che dobbiamo fare secondo la Volontà di Dio; la carità consiste precisamente nel fare bene, soprannaturalmente, ciò che Dio vuole da noi e quindi nel vivere nella luce della Verità che risplende in particolare nel giudizio della retta coscienza .… La carità quindi ci porta a vivere secondo la retta coscienza illuminata in particolare dalla fede …

Per la fede formata vengono in noi i doni dello Spirito Santo che ci permettono di partecipare più profondamente a Cristo e quindi di emettere un atto di coscienza soprannaturale che partecipa più pienamente della perfezione di Lui. Si consideri a questo riguardo che la vita spirituale è tale che con la grazia e la carità vengono in noi, perfezionate, tutte le altre virtù infuse57 e tutti i doni dello Spirito Santo58, cioè tutte le nostre disposizioni all’agire soprannaturale. Facciamo rilevare inoltre che i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse ci sono stati donati attraverso Cristo59 che è la Fonte della vita (spirituale) cristiana60, cioè di tutta la vita spirituale cristiana, e l’Eucaristia ci dona lo stesso Cristo, applica a noi la potenza salvifica e santificante di tutti i Misteri della sua vita61 e ci fa ricevere in pienezza i suoi doni perciò ci dona tutta la vita spirituale: l’Eucaristia ci dona tutta la vita spirituale e ci perfeziona in essa62 unendoci a Cristo63 e facendoci partecipare a Lui; tale partecipazione può crescere sempre più sicché la sapienza di Cristo illumini sempre più la nostra coscienza morale soprannaturale.

 

Concludiamo questo lavoro ringraziando con Maria e in Maria, il Signore per tutto il bene che continuamente ci dona e in particolare per avere potuto realizzare questo scritto, a sua maggiore gloria.

 

«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».   

 

Note

1 Su questo tema si possono consultare utilmente: Beaudouin, R. –Gardeil, A., De conscientia, Doornik 1911; Borgonovo, G. (a cura di), “La coscienza”, L.E.V., Roma 1996; Garcia De Haro, R., De Celaya, I., La sabiduria moral cristiana, Pam­plona 1986; R. Garcia de Haro, Legge, coscienza e liberta“, Milano 1990; H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923; id., Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934; L. Melina– J. Noriega – J. J. Perez-Soba, Camminare nella luce dell’amore, ed. Cantagalli, Siena 2008, 597629.

2 Testi in cui si parla piu“ direttamente della coscienza morale: Super Sent.,II d.24 q.2 a.4, q.3 a.3, d.39 q.3; De Ver.,q.17; S.Th., I q.79 a.13; S. Th. I-IIae q. 19; Quodl. VIII q.6 a 3; Quodl. IX q 7 a 2; Quodl. III q.12 a 2; vi sono inoltre importanti indicazioni su questo tema nei commenti di s. Tommaso alle lettere di s. Paolo quali In Rom. c.9 lec.1; In I Cor. c.2 lec.3; In Gal. c.5 l.1.

3De veritate, q. 17 a. 1 co.

4Cfr. De Ver.,q.17 a.2. «conscientia nihil aliud est quam applicatio scientiae ad aliquem specialem actum »

5De veritate, q. 17 a. 1 co.  “Et huius distinctionis haec videtur esse ratio; quia cum conscientiae sit aliquis actus …”

6De veritate, q. 17 a. 1 co.

7De veritate, q. 17 a. 1 co. “Secundum vero alium modum applicationis, quo notitia applicatur ad actum, ut sciatur an rectus sit, duplex est via. Una secundum quod per habitum scientiae dirigimur ad aliquid faciendum vel non faciendum. Alio modo secundum quod actus postquam factus est, examinatur ad habitum scientiae, an sit rectus vel non rectus. Et haec duplex via in operativis distinguitur secundum duplicem viam quae etiam est in speculativis; scilicet viam inveniendi et iudicandi. Illa enim via qua per scientiam inspicimus quid agendum sit, quasi consiliantes, est similis inventioni, per quam ex principiis investigamus conclusiones. Illa autem via qua ea quae iam facta sunt, examinamus et discutimus an recta sint, est sicut via iudicii, per quam conclusiones in principia resolvuntur. Secundum autem utrumque applicationis modum nomine conscientiae utimur. Secundum enim quod applicatur scientia ad actum ut dirigens in ipsum, secundum hoc dicitur conscientia instigare, vel inducere, vel ligare. Secundum vero quod applicatur scientia ad actum per modum examinationis eorum quae iam acta sunt, sic dicitur conscientia accusare vel remordere, quando id quod factum est, invenitur discordare a scientia ad quam examinatur; defendere autem vel excusare, quando invenitur id quod factum est, processisse secundum formam scientiae.  ”

8Cfr. De Ver.,q.17 a.2.

9De veritate, q. 17 a. 1 co. «Applicatur autem aliqua notitia ad aliquem actum dupliciter: uno modo secundum quod consideratur an actus sit vel fuerit: alio modo secundum quod consideratur an actus sit rectus vel non rectus.»

10Cfr.Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

11Cfr. Super Sent II d. 24 q.2 a.4.

12 De Ver., q. 17 a. 1 ad 4. 

13Cfr. De Ver.,q.17 a.2. ; Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

14Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

15Cfr. Super Sent., lib. 2 d. 24 q. 2 a. 4 co.

16Cfr. De Ver.,q.17 a. 1 in c. “….Sed in secunda et tertia applicatione, qua consiliamur quid agendum sit, vel examinamus iam facta, applicantur ad actum habitus rationis operativi, scilicet habitus synderesis et habitus sapientiae, quo perficitur superior ratio, et habitus scientiae, quo perficitur ratio inferior; sive simul omnes applicentur, sive alter eorum tantum.”

17Cfr. S.Th., Iª q. 79 a. 12 in c.

18 De Ver., q.17 a.1 in c.

19Cfr. S.Th., I q.79 a.13.

20Cfr. Super Sent.,II d. 24 q.3 a.3 ad 5m; d.39 q.3 a.1

21Cfr. Super Sent.,II d.24 q.2 a. 3 .

Cfr. Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m “Ad tertium dicendum, quod sicut lumen intellectus naturale non sufficit in cognoscendo ea quae fidei sunt; ita etiam non sufficit in remurmurando his quae contra fidem sunt, nisi lumine fidei adjuncto; et ideo synderesis etiam in infidelibus manet integra quantum ad lumen naturale; sed quia privato lumine fidei excaecati sunt, non remurmurat eorum synderesis his quae contra fidem sunt. Vel dicendum, quod synderesis semper remurmurat malo in universali; sed quod in haeretico non remurmurat huic malo particulari, hoc contingit propter errorem rationis in applicatione universalis principii ad particulare opus, ut patebit in sequenti articulo.”

22 De Ver., q. 17 a. 4 in c.

23De Ver., q. 17 a. 5 in c.

24De Ver., Q.17 a. 4 in c.

25 De Ver., q. 17 a. 4 ad 7 .

26 Quodlibet III, q. 12 a. 2 ad 2 «Ad secundum ergo dicendum, quod si alicui dictat conscientia ut faciat illud quod est contra legem Dei, si non faciat, peccat; et similiter si faciat, peccat: quia ignorantia iuris non excusat a peccato, nisi forte sit ignorantia invincibilis, sicut est in furiosis et amentibus; quae omnino excusat. Nec tamen sequitur quod sit perplexus simpliciter, sed secundum quid. Potest enim erroneam conscientiam deponere, et tunc faciens secundum legem Dei non peccat.»

27 Cfr. De Ver. q. 17 a. 5 «Dicendum, quod huius quaestionis solutio satis ex his quae dicta sunt, potest apparere. Dictum est enim supra, quod conscientia non ligat nisi in vi praecepti divini, vel secundum legem scriptam, vel secundum legem naturae inditi. Comparare igitur ligamen conscientiae ad ligamen quod est ex praecepto praelati, nihil est aliud quam comparare ligamen praecepti divini ad ligamen praecepti praelati. Unde, cum praeceptum divinum obliget contra praeceptum praelati, et magis obliget quam praeceptum praelati: etiam conscientiae ligamen erit maius quam ligamen praecepti praelati, et conscientia ligabit, etiam praecepto praelati in contrarium existente. Tamen hoc diversimode se habet in conscientia recta et erronea. Conscientia enim recta simpliciter et perfecte contra praeceptum praelati obligat. Simpliciter quidem, quia eius obligatio auferri non potest, cum talis conscientia sine peccato deponi non possit. Perfecte autem, quia conscientia recta non solum hoc modo ligat, ut ille qui eam non sequitur peccatum incurrat, sed etiam ut ille qui eam sequitur sit immunis a peccato quantumcumque praeceptum praelati sit in contrarium. Sed conscientia erronea ligat contra praeceptum praelati etiam in indifferentibus secundum quid et imperfecte. Secundum quid quidem, quia non obligat in omnem eventum, sed sub conditione suae durationis: potest enim aliquis et debet talem conscientiam deponere. Imperfecte autem, quia ligat quantum ad hoc quod ille qui eam non sequitur, peccatum incurrit; non autem quantum ad hoc quod ille qui eam sequitur, peccatum evitet, cum praeceptum praelati est in contrarium, si tamen ad illud indifferens praeceptum praelati obliget: in tali enim casu peccat, sive non faciat, quia contra conscientiam agit, sive faciat, quia praelato inobediens est. Magis autem peccat si non faciat, conscientia durante, quod conscientia dictat; cum plus liget quam praeceptum praelati.”

28Cfr. Quodlibet VIII, q. 6 a. 5 co. “Cuius quaestionis de facili patet solutio: quia, cum conscientia etiam erronea habeat vim ligandi, ex hoc ipso quod contra conscientiam facit, mortaliter peccat. Error autem conscientiae quandoque habet vim absolvendi sive excusandi: quando scilicet procedit ex ignorantia eius quod quis scire non potest, vel scire non tenetur. Et in tali casu, quamvis factum de se sit mortale, tamen intendens peccare venialiter, peccaret venialiter; sicut si aliquis intenderet accedere ad uxorem suam causa delectationis, et ita intenderet peccare venialiter, si alia ei supponeretur eo nesciente, nihilominus venialiter peccaret. Quandoque vero error conscientiae non habet vim absolvendi vel excusandi: quando scilicet ipse error peccatum est, ut cum procedit ex ignorantia eius quod quis scire tenetur et potest; sicut si crederet fornicationem simplicem esse peccatum veniale; et tunc, quamvis crederet peccare venialiter, non tamen peccaret venialiter, sed mortaliter.

29Cfr. Super Sent., II d.24 q.3 a.3 ad 3m.

30Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

31Cfr. S.Th., I-IIae q.85 a.3

32Super Heb., cap. 9 l. 3

 

33 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

34Cfr. S.Th.II-IIae q.23 a. 3 in c. e a.6 in c.

35 H. D. Noble, La conscience morale, Paris 1923 pp. 135159; Le discerniment de la conscience morale, Paris 1934 pp. 5376 . 96126.

36Super Heb., cap. 9 l. 3

 

37Cfr. S.Th., I-II, q. 19 a. 4 ad 3m .

38Cfr. S.Th., I-II q. 93 a. 4.

39De Ver.,q.17 a.5 ad 4m.

40 Super Sent.,II d. 39 q.3 a.1ad 3m

41 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

42 Cfr. In Rom. c.9 lec.1.

43 In 1Cor. c.2 lec.3.

44 In Rom., cap. 14 l. 3

45S.Th., IIª-IIae q. 44 a. 1 co « Finis autem spiritualis vitae est ut homo uniatur Deo, quod fit per caritatem, et ad hoc ordinantur, sicut ad finem, omnia quae pertinent ad spiritualem vitam.  Unde et apostolus dicit, I ad Tim. I, finis praecepti est caritas de corde puro et conscientia bona et fide non ficta. Omnes enim virtutes, de quarum actibus dantur praecepta, ordinantur vel ad purificandum cor a turbinibus passionum, sicut virtutes quae sunt circa passiones; vel saltem ad habendam bonam conscientiam, sicut virtutes quae sunt circa operationes; vel ad habendam rectam fidem, sicut illa quae pertinent ad divinum cultum. Et haec tria requiruntur ad diligendum Deum, nam cor impurum a Dei dilectione abstrahitur propter passionem inclinantem ad terrena; conscientia vero mala facit horrere divinam iustitiam propter timorem poenae; fides autem ficta trahit affectum in id quod de Deo fingitur, separans a Dei veritate.»

 

46Cfr. S.Th., I-II, q. 110 a. 3 in c. “.. lumen gratiae, quod est participatio divinae naturae, est aliquid praeter virtutes infusas, quae a lumine illo derivantur, et ad illud lumen ordinantur …. virtutes infusae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini gratiae.”

47 In 1Cor. c.2 lec.3. “…“nos autem”, scilicet spirituales viri, “sensum Christi habemus” idest recipimus in nobis sapientiam Christi ad iudicandum. Eccli 17,6: Creavit illis scientiam spiritus, sensu adimplevit corda illorum”.

48Cfr. Super Sent., III d. 13 q. 2 a. 1 in c. “dicitur caput ratione secundae proprietatis, quia per ipsum, sensum fidei et motum caritatis accepimus, quia gratia et veritas per Jesum Christum facta est; Joan. 1, 17: et similiter direxit nos doctrina et exemplo: quia coepit Jesus facere et docere, Act. 1, 1…. Christus secundum humanam naturam habet perfectionem aliis homogeneam, et est principium quasi univocum, et est regula conformis, et unius generis.

49 Super Sent., lib. 2 d. 39 q. 3 a. 2 in c. “Respondeo dicendum, quod sicut ex praedictis patet, prima principia, quibus ratio dirigitur in agendis, sunt per se nota; et circa ea non contingit errare, sicut nec contingit errare ipsum demonstrantem circa principia prima. Haec autem principia agendorum naturaliter cognita ad synderesim pertinent, sicut Deo esse obediendum, et similia. Sicut autem in scientiis demonstrativis ex principis communibus non deducuntur conclusiones nisi mediantibus principiis propriis et determinatis ad genus illud, virtutem primorum principiorum continentibus; ita in operabilibus, in quibus ratio deliberans syllogismo quodam utitur ad inveniendum quid bonum sit, ut patet ex 3 de anima, ex principiis communibus in conclusionem hujus operis determinati venit mediantibus quibusdam principiis propriis et determinatis. Haec autem propria principia non sunt per se nota naturaliter sicut principia communia: sed innotescunt vel per inquisitionem rationis, vel per assensum fidei. Et quia non omnium est fides, ut dicitur 2 Thessal. 3, et iterum quia ratio conferens quandoque decipitur; ideo circa ista principia contingit errare; sicut haereticus errat in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum. Et haec principia determinata pertinent ad rationem superiorem vel inferiorem; veritas autem conclusionis dependet ex utrisque principiis: et ideo cum conscientia sit quaedam conclusio sententians quid bonum sit fieri vel dimitti, ut patet ex his quae dicta sunt supra, dist. 24, quaest. 3, art. 3, contingit in conscientia errorem esse propter hoc quod ratio decipitur in principiis appropriatis; sicut conscientia haeretici decipitur dum credit se non debere jurare etiam pro causa legitima, quando ab eo expetitur: non quia decipiatur in hoc communi principio, quod est, nullum illicitum esse faciendum; sed quia decipitur in hoc quod credit omne juramentum esse illicitum, quod quasi pro principio accipit.”

50 In Rom., cap. 14 l. 3

51Cfr. S.Th., I-IIae q. 110 a.4 in c.

52 De virt., q. 1 a. 10 in co. «Naturalia autem operationum principia sunt essentia animae, et potentiae eius, scilicet intellectus et voluntas, quae sunt principia operationum hominis, in quantum huiusmodi; nec hoc esse posset, nisi intellectus haberet cognitionem principiorum per quae in aliis dirigeretur, et nisi voluntas haberet naturalem inclinationem ad bonum naturae sibi proportionatum; sicut in praecedenti quaestione dictum est. Infunditur igitur divinitus homini ad peragendas actiones ordinatas in finem vitae aeternae primo quidem gratia, per quam habet anima quoddam spirituale esse, et deinde fides, spes et caritas; ut per fidem intellectus illuminetur de aliquibus supernaturalibus cognoscendis, quae se habent in isto ordine sicut principia naturaliter cognita in ordine connaturalium operationum; per spem autem et caritatem acquirit voluntas quamdam inclinationem in illud bonum supernaturale ad quod voluntas humana per naturalem inclinationem non sufficienter ordinatur.»

53Cfr. S.Th.,II-II a. 2 ad 2m “Ad secundum dicendum quod non solum oportet voluntatem esse promptam ad obediendum, sed etiam intellectum esse bene dispositum ad sequendum imperium voluntatis, sicut oportet concupiscibilem esse bene dispositam ad sequendum imperium rationis. Et ideo non solum oportet esse habitum virtutis in voluntate imperante, sed etiam in intellectu assentiente.”

54Cfr S.Th.,II-II a. 3, iltesto di questo articolo si veda su questo nostro lavoro qualche nota più avanti.

55 De Ver.,q.17 a.1 in c.

56Cfr. S.Th., II-II q. 2 a. 2 ad 3m “Ad tertium dicendum quod fides est in intellectu speculativo sicut in subiecto, ut manifeste patet ex fidei obiecto. Sed quia veritas prima, quae est fidei obiectum, est finis omnium desideriorum et actionum nostrarum, ut patet per Augustinum, in I de Trin.; inde est quod per dilectionem operatur. Sicut etiam intellectus speculativus extensione fit practicus, ut dicitur in III de anima.”

57Cfr.S.Th., I-II q.65 a. 3 “ Respondeo dicendum quod cum caritate simul infunduntur omnes virtutes morales. Cuius ratio est quia Deus non minus perfecte operatur in operibus gratiae, quam in operibus naturae. Sic autem videmus in operibus naturae, quod non invenitur principium aliquorum operum in aliqua re, quin inveniantur in ea quae sunt necessaria ad huiusmodi opera perficienda, sicut in animalibus inveniuntur organa quibus perfici possunt opera ad quae peragenda anima habet potestatem. Manifestum est autem quod caritas, inquantum ordinat hominem ad finem ultimum, est principium omnium bonorum operum quae in finem ultimum ordinari possunt. Unde oportet quod cum caritate simul infundantur omnes virtutes morales, quibus homo perficit singula genera bonorum operum. Et sic patet quod virtutes morales infusae non solum habent connexionem propter prudentiam; sed etiam propter caritatem. Et quod qui amittit caritatem per peccatum mortale, amittit omnes virtutes morales infusas.”

58Cfr.S.Th.,Iª-IIae q. 68 a. 5 in c. “Respondeo dicendum quod huius quaestionis veritas de facili ex praemissis potest haberi. Dictum est enim supra quod sicut vires appetitivae disponuntur per virtutes morales in comparatione ad regimen rationis, ita omnes vires animae disponuntur per dona in comparatione ad Spiritum Sanctum moventem. Spiritus autem sanctus habitat in nobis per caritatem, secundum illud Rom. V, caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum, qui datus est nobis, sicut et ratio nostra perficitur per prudentiam. Unde sicut virtutes morales connectuntur sibi invicem in prudentia, ita dona Spiritus Sancti connectuntur sibi invicem in caritate, ita scilicet quod qui caritatem habet, omnia dona Spiritus Sancti habet; quorum nullum sine caritate haberi potest.”

59 Super Sent., III proemium “Et sic patet materia tertii libri: in cujus prima parte agitur de incarnatione, in secunda de virtutibus et donis nobis per Christum collatis.”

60 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m. (vedi nota seguente)

61 S. Th. III q. 40 a.3 “Secundo quia, sicut mortem corporalem assumpsit ut nobis vitam largiretur spiritualem, ita corporalem paupertatem sustinuit ut nobis spirituales divitias largiretur, secundum illud II Cor. VIII, scitis gratiam domini nostri Iesu Christi, quoniam propter nos egenus factus est, ut illius inopia divites essemus.” Si veda in questo nostro libro quanto abbiamo affermato al capitolo IV, D,f, 3 , cioè nel paragrafo intitolato “Precisazioni riguardo alla relazione dell’ Eucaristia con i vari misteri della vita di Cristo.”

62S. Th. III q. 79 a. 1 ad 1m “Ad primum ergo dicendum quod hoc sacramentum ex seipso virtutem habet gratiam conferendi, nec aliquis habet gratiam ante susceptionem huius sacramenti nisi ex aliquali voto ipsius, vel per seipsum, sicut adulti, vel voto ecclesiae, sicut parvuli, sicut supra dictum est. Unde ex efficacia virtutis ipsius est quod etiam ex voto ipsius aliquis gratiam consequatur, per quam spiritualiter vivificetur. Restat igitur ut, cum ipsum sacramentum realiter sumitur, gratia augeatur, et vita spiritualis perficiatur. …Per hoc autem sacramentum augetur gratia, et perficitur spiritualis vita, ad hoc quod homo in seipso perfectus existat per coniunctionem ad Deum.”

 

63 Super Sent., IV q.8 d.1 a.1 q.1 ad 1m “Fons autem christianae vitae est Christus; et ideo hoc modo eucharistia perficit, Christo conjungens; et ideo hoc sacramentum est perfectio omnium perfectionum, ut Dionysius dicit; unde et omnes qui sacramenta alia accipiunt, hoc sacramento in fine confirmantur, ut ipse dicit.”

 

Il bel libro di un nipote del famoso scienziato L. Pasteur fa emergere in modo chiarissimo la sua fede cattolica. Alcuni o molti non parlano della fede di questo eccelso uomo di pensiero allorché ne tracciano la biografia , il libro di Maurice

VALLERY-RADOT "Pasteur"  che ora è anche in versione e-book mette in chiara evidenza la profonda relazione con Dio di questo gigante della scienza . Voglio qui sottolineare due passaggi dell'opera di Vallery Radot : gli ultimi Sacramenti amministrati a Pasteur su sua richiesta e l'elogio fatto dal Papa a Pasteur e alla sua fede  . Ringraziamo Dio per la fede donata a Pasteur e per la grandi scoperte scientifiche che attraverso lui ci ha donato. 

Il grande scienziato Pasteur, cattolico, riceve gli ultimi Sacramenti prima di morire ..... 
" A la fin de 1894, Pasteur se plonge dans une biographie de saint Vincent de Paul si proche de son éthique. Au cours du carême de 1895, il se fait lire par sa femme les quatre Évangiles selon une confidence de Marie-Louise à sa belle-sœur Alice Vallery-Radot 89. La « Réconciliation » se réalise le lundi de Pâques 1895, « sans mystère ni ostentation », à la demande de Pasteur. Ce jour-là, le père Boulanger communia Pasteur. Longtemps on a tout ignoré sur les relations des deux hommes. L'un et l'autre se sont tus. Le père Boulanger, c'est tout à son honneur, a toujours voulu garder le silence avec une infinie délicatesse et un humble effacement personnel 90. S'il s'est tu, du moins a-t-il écrit. Il existe une correspondance intime entre le religieux et la fille de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). Cette correspondance décrit le dur cheminement d'une âme sur la voie de la perfection." (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9570-9580). edi8. Edizione del Kindle.) 
"C'était toujours avec émotion que le père Boulanger évoquait la foi de Pasteur (Correspondance conservée dans les archives de la bibliothèque dominicaine du Saulchoir sous la référence V, 206 (don de la famille). (VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 9586-9588). edi8. Edizione del Kindle.)   

 

 

 

 

 

 

 

L’elogio tributato a Pasteur dalla Santa Sede Lors de la célébration du centenaire de la naissance de Pasteur, le Saint-Siège avait été invité à participer aux manifestations prévues. Le pape Pie XI accepta de s’y associer en y déléguant son nonce en France, Mgr Cerretti. La lettre adressée à cette occasion par le pape au nonce conclura ce chapitre 101 : « Vénérable frère, salut et bénédiction apostolique. L’invitation qui a été faite au Saint-Siège de participer aux solennités du centenaire de Louis Pasteur nous a été particulièrement agréable, et Nous voulons Nous-mêmes Nous y associer en vous déléguant pour Nous représenter en cette circonstance. « Pasteur est une figure trop noble de savant chrétien, ses succès scientifiques ont été trop bienfaisants, son œuvre de charité et de dévouement est trop universelle pour que le Saint-Siège ne s’associe pas aux fêtes organisées pour célébrer sa mémoire. « Ses études sur l’origine de la vie, sa lutte contre les maladies microbiennes, ont été la base et le point de départ de toute une série d’applications qui ne cessent de répandre leurs bienfaits à toute l’humanité souffrante. « Mais surtout, au milieu de ses études et de ses magnifiques découvertes, il gardait la foi droite, simple et confiante, et ses études scientifiques lui faisaient découvrir de plus en plus, au fond de toutes choses, le Dieu infini, qui illuminait et consolait son âme, qui inspirait sa charité. C’est avec ce secours divin qu’il put, comme il l’affirma dans son discours d’inauguration de l’Institut qui porte son nom, reculer les frontières de la vie : ce qui n’est certes pas un modeste titre de gloire pour un mortel. « Heureux de Nous associer aux fêtes solennelles du centenaire de ce savant, grand parmi les plus grands, Nous formons le vœu que la jeunesse studieuse et les hommes de science s’inspirent des magnifiques exemples de ce maître. « En témoignage de Notre spéciale bienveillance Nous vous accordons de tout cœur la Bénédiction Apostolique. « Rome, du Vatican, le 20 mai 1923. « PIUS PP. XI. » ( VALLERY-RADOT, Maurice. Pasteur (French Edition) (posizioni nel Kindle 96649687). edi8. Edizione del Kindle.)

 

 

 

Vi invito a leggere questo testo molto interessante di s. Alfonso M. de' Liguori, lo traiamo da un suo libro che si trova on-line  a questo indirizzo  http://www.intratext.com/IXT/ITASA0000/_PUZ.HTM

Istruzione al popolo
  • PARTE I. De» precetti del decalogo.
    • CAP. I. Del primo precetto.
      • § I. Della fede.

15. Le cose adunque della fede sono a noi occulte, ma la verità della fede ha prove così evidenti, che bisogna dire, essere pazzo chi non l’abbraccia. Queste prove son molte, e specialmente sono le profezie scritte nella sacra bibbiatanti secoli prima, e poi puntualmente avverate. Fu predetta molto tempo prima la morte del nostro Redentore da più profeti, da Davide, da Daniele, da Aggeo, e Malachia; e fu predetto insieme il tempo, e le circostanze di questa morte. Fu predetto ancora, che i giudei in pena della morte data a Gesù Cristo dovevano perdere il loro tempio, e la patria, e restar accecati nel loro peccato, e dispersi per tutta la terra; e tutto si è avverato, come sappiamo: fu predetta ancora la conversione del mondo dopo la morte del Messia, e questa conversione ben si avverò per mezzode» santi apostoli, che senza lettere, senza nobiltà, senza denari, e senza protezioni, anzi coll’opposizione de» più potenti della terra, convertirono il mondo, inducendo gli uomini a lasciare i loro Dei, e i loro vizi invecchiati, per abbracciare una fede, che insegna a credere tanti misteri che non possono comprendersi, e tante leggi difficili a praticarsi, per essere elle opposte a» nostri appetiti malvagi, com’è l’amare i nemici, astenersi dai piaceri, sopportarei disprezzi, e mettere tutto il nostro amore, non già ai beni che vediamo, ma a quelli che non vediamo, della vitafutura. 16. Di più, sono pruove evidenti della nostra fede tanti miracoli operati da Gesù Cristo, dagli apostoli, e da altri santi, in faccia agli stessi loro nemici, i quali non potendo negarli, diceano, che que» prodigi si operavano per artediabolica, quandoché i veri miracoli, che superano le forze della natura, com’è il risuscitare un morto, il dar la vistaad un cieco, e simili, non possono farsi da» demoni, che non hanno tal possanza, ed all’incontro Iddio non puòpermettere alcun miracolo, se non in — 907 — conferma della vera fede; altrimenti, se Dio permettesse un miracolo in conferma d’una fede falsa, egli stesso c’ingannerebbe; e perciò i veri miracoli, che tra noi vediamo (basta per tutti il miracolo di s. Gennaro) sono pruovecerte della nostra fede. 17. Di più, gran pruova della nostra fede fu la costanza de» martiri. Ne» primi secoli della chiesa, a tempo de» tiranni, vi furono tanti milioni d’uomini, fra questi anche tante verginelle, e fanciulli, che per non rinnegar Gesù Cristoabbracciarono allegramente i tormenti e la morte. Scrive Severo Sulpizio1, che a tempo di Diocleziano i martiri si presentavano a» loro giudici con maggiore avidità del martirio di quella con cui gli uomini del mondo ambiscono le dignità e le ricchezze di questa terra. È famoso nelle istorie il martirio di s. Maurizio, con tutta la sua legionetebana. Voleva Massimiliano imperatore, che tutt’i suoi soldati assistessero ad un empio sacrificio ch’egli un giornoofferiva a» suoi falsi Dei. S. Maurizio ed i suoi soldati ricusarono di assistervi, perché erano tutti cristiani. Sapendociò Massimiano, ordinò, che in pena di tal disubbidienza fossero decimati, cioè che per ogni dieci di quella legionefosse ad uno tagliata la testa. Ognun di loro desiderava, che a sé fosse toccata la morte; onde quei che restarono viviinvidiavano coloro ch’erano morti per Gesù Cristo. Sapendo questo l’imperatore, ordinò, che di nuovo fossero decimati; ma con ciò crebbe in essi il desiderio di morire. Finalmente ordinò il tiranno, che tutti fossero decapitati, ed allora tutti deposero allegramente l’armi, e come tanti agnelli mansueti con giubilo si fecero uccidere, senza volersi difendere. 18. Narra ancora Prudenzio2, che un fanciullo di sette anni, il nome non si sa, essendo cristiano, fu tentato dal prefetto Aschepliade a rinnegare la fede; ma negando egli di farlo, e dicendo, che la madre era stata la sua maestra, il tiranno chiamò la madre, ed avanti di lei fece talmente flagellare il fanciullo, che tutto il corpo diventò una piaga. Tutti gli astanti piangeano per la compassione, ma la madre giubilava in veder la fortezza del suo figlio. Il figlioprima di morire, avendo sete, le cercò un poco d’acqua: Figlio, ella gli rispose, abbi pazienza, tra breve sarai saziato in cielo di ogni delizia. In somma il prefetto, adiratosi a tanta costanza della madre e del figlio, ordinò, che subito fosse recisa la testa al fanciullo. Eseguito l’ordine, la madre se lo prese morto in braccio, e, piena di gioia, gli diede gli ultimi baci, vedendolo morto per Gesù Cristo. 19. Da ciò dobbiamo ricavare, quanto noi siamo obbligati di ringraziare Iddio del dono fattoci della vera fede. Quanti infedeli, quanti eretici e scismatici vi stanno? n’è piena la terra, e tutti questi si dannano. I cattolici non giungono alla decima parte, e fra questi il Signore ci ha posti, facendoci nascere in grembo alla santa chiesa. Pochi lo ringraziano di questo gran beneficio. Procuriamo noi di ringraziarnelo ogni giorno.

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Chiediamo luce alla Trinità ss.ma perché ci guidi alla e nella Verità.

Presento qui umilmente ciò che ritengo importante e necessario per confutare alcune affermazioni del card. Muller e del card. Vallini riguardanti la possibilità di dare la Comunione Eucaristica ad alcuni divorziati risposati i quali ritengono che il loro matrimonio sia nullo ma non hanno ottenuto sentenza di nullità dalla Chiesa.

Esaminiamo anzitutto quello che dice il il card. Muller nel saggio introduttivo al testo del prof. Buttiglione “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” ed. Ares, alle pagg. 23ss, allorché afferma : “ In una procedura di nullità matrimoniale gioca pertanto un ruolo fondamentale la reale volontà matrimoniale. Nel caso di una conversione in età matura (di un cattolico che è tale solo sul certificato di battesimo) si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil-matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica fra lo status pubblico-oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza ed alla Santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno .... Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.” (http://www.lastampa.it/2017/10/30/vaticaninsider/ita/vaticano/comunione-ai-risposati-mller-nella-colpa-possono-esserci-attenuanti-uK39UZsbZ580Xv9cVK2kUP/pagina.html )

Preciso subito che il peccato veniale fatto deliberatamente predispone al peccato grave quindi non va fatto … ma poi riflettiamo: quindi i due conviventi di cui parla il cardinale potrebbero evidentemente avere figli , vivere pubblicamente da marito e moglie …. visto che non compiono peccato grave etc. etc. .. ma domandiamoci: una tale situazione non sarebbe scandalosa? E lo scandalo non è più un grave peccato ? … e la confusione che si creerebbe nella Chiesa se si ammettesse il principio affermato dal card. Muller non sarebbe anch'essa scandalosa e contraria a quell'ordine che Dio vuole per la sua Chiesa, ordine che appunto postula anche un diritto canonico ? Dio ci illumini.

Il famoso canonista card. Burke ha affermato “ Per quanto riguarda il rapporto tra la disciplina canonica e la dottrina, mi riferisco alla magistrale presentazione dell’insostituibile servizio del diritto canonico per la salvaguardia e la promozione della sana dottrina, che Papa Giovanni Paolo II ha fatto, specialmente alla luce dell’antinomianismo del periodo postconciliare, nella Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges con la quale ha promulgato il Codice di Diritto Canonico nel 1983.

      Il santo Pontefice descrisse la natura del diritto canonico, indicando il suo sviluppo organico dalla prima alleanza di Dio con il Suo santo popolo. Egli ricordò il « lontano patrimonio di diritto contenuto nei libri del Vecchio e Nuovo Testamento dal quale, come dalla sua prima sorgente, proviene tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa”. In particolare ha notato come Cristo Stesso ha dichiarato di non essere venuto per distruggere «il ricchissimo retaggio della Legge e dei Profeti» ma per dargli compimento 8. Il Signore infatti ci insegna che è la disciplina che apre la via alla libertà nell’amore di Dio e del prossimo. Così Papa San Giovanni Paolo II ha dichiarato : “In tal modo gli scritti del Nuovo Testamento ci consentono di percepire ancor più l’importanza stessa della disciplina e ci fanno meglio comprendere come essa sia più strettamente congiunta con il carattere salvifico della stessa dottrina evangelica”. Egli ha articolato il fine del diritto canonico, cioè, il servizio della fede e della grazia, ricordando che, lontano da essere un ostacolo alla nostra vita in Cristo, la disciplina canonica salvaguarda e promuove la vita cristiana:Stando così le cose, appare con chiarezza che il Codice non ha come scopo in nessun modo di sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità dei fedeli nella vita della Chiesa. Al contrario, il suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai carismi, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono10 .È evidente che la disciplina della Chiesa non può mai essere in conflitto con la dottrina che ci arriva in una linea ininterrotta dagli Apostoli. Infatti, come osservò Papa San Giovanni Paolo II, “in realtà, il Codice di diritto Canonico è estremamente necessario alla Chiesa”11 . In ragione del rapporto stretto e inseparabile tra la dottrina e il diritto, ha poi ricordato che il servizio essenziale del diritto canonico alla vita della Chiesa necessita che le leggi siano osservate e, al tale fine, “l’espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico” ( Cardinale Raymond Leo Burke “Il  MATRIMONIO è naturale e sacro”. Intervento nell'ambito di “Permanere nella Verità di Cristo”, Convegno Internazionale  in preparazione del Sinodo sulla famiglia , Angelicum - Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino  30 settembre 2015.
http://www.maranatha.it/sinodo/RLB01.htm )

 Il famoso canonista card. Herranz ha detto “Tutta questa realtà normativa dimostra che il Diritto appartiene, in quanto ordinatore necessario della struttura sociale del Popolo di Dio, al « Mysterium Ecclesiae », e testimonia, come sentenziò Paolo VI con una frase lapidaria, che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico »[29] …. Sono convinto che, per riscoprire il perché del Diritto ecclesiale bisogna risalire — ne abbiamo accennato prima — ad un'altra concezione del Diritto: quella che, con la migliore tradizione classica e cristiana, sempre viva nel Magistero e nella vita della Chiesa, lo comprende come ordine di giustizia. Una giustizia che nella società civile s’incentra sui diritti e doveri naturali della persona umana in quanto tale, e che, nel Popolo di Dio, riguarda la realizzazione del divino disegno salvifico, alla cui luce mostrano tutto il loro rilievo di giustizia sia i diritti e i doveri dei fedeli che la specifica missione dei Pastori in quanto rappresentanti gerarchici di Cristo nella Chiesa. Le leggi canoniche, nonché l’attività amministrativa e giudiziaria ecclesiastica, appaiono così come strumenti indispensabili di quell’ordine giusto, le cui basi essenziali si trovano nella stessa costituzione divina della Chiesa. Infatti, il “munus regendi” — la funzione di governo — è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche — “munus docendi” e “munus sanctificandi” —, non solo nei suoi principi fondamentali ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale. Far conoscere ed applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. … orrei concludere riallacciandomi di nuovo a quel ricordo personale dell’Udienza con Giovanni Paolo Il che ho evocato all’inizio. Quel suo accenno alla giustizia quale esigenza primaria della carità — e pertanto al Diritto canonico come ordine di giustizia — va senz’altro applicato alla vita e alla missione del Popolo di Dio. Ciò era evidente nel contesto di quella conversazione e lo stesso Papa lo aveva già commentato in uno dei suoi primi interventi pubblici, quando trattò della giustizia continuando la catechesi sulle virtù incominciata dal suo indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I. In quell’Udienza generale l’attuale Pontefice disse: « la giustizia è principio fondamentale dell'esistenza e della coesistenza degli uomini, come anche della comunità umana, della società e dei popoli. Inoltre, la giustizia è principio dell’esistenza della Chiesa, quale Popolo di Dio »[43]. In questa giustizia nel Popolo di Dio, che è elevata ma non sostituita dalla carità, trova il suo perenne fondamento la « magna disciplina Ecclesiae », la cui tutela e promozione fu l’impegno preso dai due ultimi Papi nei loro rispettivi primi messaggi al mondo[44].  (J. Herranz  http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20020429_diritto-canonico_it.html ) Sottolineo quanto più sopra ho riportato: Paolo VI con una frase lapidaria, affermò che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico ». La Scrittura dice, in questa linea: “Però tutto sia fatto condignità e con ordine.”(1 Cor. 14,40) ….. Dio ci aiuti a vivere in questo santo ordine.

Esamineremo più avanti il tema dello scandalo , intanto mi pare importante notare che il card. Muller non cita nessun testo della Tradizione su cui fonda la sua affermazione …. infatti la Tradizione mi pare vada in senso radicalmente opposto … ed è interessante ascoltare a questo riguardo quello che disse il card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità. Il card. Ratzinger disse anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana; solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale ; i numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona! (cfr. lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 )

Sottolineo in modo particolare che il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana …. quindi il matrimonio non è semplicemente un fatto di relazione tra il singolo e Dio …. perciò la soluzione di foro interno non funziona perché contiene la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno … Dio che certamente ci ha parlato attraverso il card. Ratzinger ci illumini e illumini i nostri Pastori.

Le affermazioni del card. Ratzinger, che riprenderemo più avanti allorché presenteremo con più ampiezza il contenuto di tale lettera, ci introducono molto bene all'esame della dottrina cattolica su questo tema …. Lo studio sarà abbastanza lungo ma necessario per vedere come la Chiesa presenti una dottrina che va in direzione ben diversa da ciò che dice il card. Muller … Chiediamo anzitutto allo Spirito Santo di guidarci alla pienezza della Verità; la Madonna ss.ma preghi per noi; s. Giovanni Paolo II, autore di vari testi che esamineremo, preghi per noi.

Nella Familiaris Consortio, di s. Giovanni Paolo II leggiamo:

“84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che — già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale — hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Vorrei mettere in particolare evidenza alcune affermazioni del documento appena presentato : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).”

In un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 approvato da Giovanni Paolo II  si afferma :

“7. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 7ss (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html   )

  Lo stesso card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). … Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2–12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi. Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html  )

    Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html  )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto , appare molto importante un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html  ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella «Littera circa partecipationem» consultabile in «Leges Ecclesiae», vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : «Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo»

Si legga anche il testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html  )

Come si vede, i divorziati-risposati che vivono more uxorio non possono ricevere l'assoluzione e fare la Comunione … “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ….. quindi anche quelli che sono in coscienza sicuri della invalidità del primo matrimonio non possono vivere more uxorio … ma devono vivere come fratello e sorella e così possono ricevere i Sacramenti e quindi l'Eucaristia. Va notato anche che : se si ammettessero queste persone divorziate risposate e viventi more uxorio all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ….

QUINDI SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO ( le parole usate dal cardinale tedesco e da noi sopra presentate sono “Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.”) PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Ripeto: SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori. Dio ci doni sapienza per camminare sulla via della santità e per aiutare gli uomini a camminare su questa strada , che è stretta.

      Dopo tutto quello che ho presentato finora mi pare sia venuto il momento per affrontare l'interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Chiediamo a Dio speciale luce perché la sua Verità si manifesti attraverso noi. Preciso anzitutto che i due seguenti testi del card. Ratzinger, a differenza del testo del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede non hanno la approvazione diretta scritta del s. Padre, non hanno dunque lo stesso livello di forza dottrinale di tale testo. Nella prefazione di un “Sussidio per i Pastori” della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 5-29 ),  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose: 1) questo testo è una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti; quindi non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, 2) le parole che poco prima aveva detto il cardinale stesso e che presento qui di seguito:

“ II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale 

 Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. ...

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.E. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza ...”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.”

… quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra ...

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.” 

Chiediamo luce a Dio per poter manifestare solo la sua Verità.

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … cioè teoricamente non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è” … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! Notiamo anche che questo testo del card. Ratzinger non ha lo stesso valore dottrinale e quindi non può soppiantare quanto affermato nel documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede e nella Familiaris Consortio. I principi della morale cattolica e del diritto canonico restano, quindi, per varie ragioni quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

     Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo. Dio ci aiuti a percorrere la via stretta, ma salvifica, della Croce perché possiamo giungere davvero alla beatitudine del Cielo.

     Nella linea di quanto detto finora va anche la lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) che già vedemmo in parte più sopra e in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo in sintesi e con una nostra sommaria il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l'ammissibilità della testimonianza e dell'evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria. L'Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1975, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l'amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). Anche nel 1973 la Congregazione per la Dottrina della Fede in un documento sul matrimonio fece riferimento alla "approvata prassi", tale prassi afferma il card. Ratzinger è quella per la quale  i divorziati risposati possono essere ammessi a ricevere i Sacramenti se pentiti per i loro peccati si propongano di astenersi  dagli “atti propri delle coppie sposate”, anche se in alcuni casi non possono interrompere la coabitazione, e sia evitato ogni scandalo .  Sottolineo che in alcuni casi estremi in cui si presenta un problema di coscienza, contrariamente a ciò che pare affermare il card. Muller, non è il singolo confessore che può risolvere il problema, ma la Sacra Penitenzieria, cui il sacerdote deve fare ricorso; e comunque della “soluzione di foro interno” il Magistero non ha mai accettato l'uso per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana.

Di certo, come visto sopra, queste persone di cui parla il card. Muller , se non seguono la disciplina cattolica qui sopra esposta, non potrebbero ricevere i Sacramenti …. Il Signore illumini noi e i nostri Pastori perché seguiamo decisamente la via stretta della Verità e della Croce.

Anche alcuni Vescovi del Kazakistan l'anno scorso emisero un importante documento in cui condannavano affermazioni del tipo di quelle presentate qui dal card. Muller e da noi confutate ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) Ecco qui di seguito alcune affermazioni tratte dal documento di questi Vescovi e che ci interessano in particolare per il nostro argomento “ Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.

La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.

Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).

La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).

La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).

Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio” (At 20, 27). 

La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze –, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).” ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) … e in questa linea mi pare interessante notare quello che affermava il card. Burke , eminente canonista: “Il matrimonio non è nella “mia testa”.” volendo dire che il matrimonio non è un atto privato ma un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico.

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori perché sappiamo, con coraggio ribadire la Verità che salva.

A quello che abbiamo visto finora aggiungo alcune considerazioni con cui riprendo quello che dissi all'inizio di questa mia trattazione e che va a confutare più direttamente quello che afferma il card. Muller; chiedo al Signore di guidare la mia mano perché sia Lui a parlare attraverso me.

Domandiamoci: lo scandalo che si creerebbe per il fatto, secondo le parole del cardinale Muller, che una persona già sposata in Chiesa si unirebbe carnalmente con una persona non sposata dove lo mettiamo ? Lo scandalo non è forse condannato dal diritto divino? E lo scandalo non è forse peccato grave? Peraltro , questa situazione di un primo matrimonio che legittima , senza passare per il riconoscimento canonico di tale invalidità, addirittura un secondo matrimonio con relativi atti sessuali è evidentemente un qualcosa che genera scandalo e lo genera in sé stessa e in ciò che va a determinare: incertezza circa il matrimonio nella Chiesa. Se a chiunque è lecito rompere un matrimonio valido e, senza nessuna sentenza canonica di invalidità del primo matrimonio, iniziare una nuova convivenza more uxorio sulla base di certezze personali o prove non esibite ad una persona competente e verificate adeguatamente … crolla la certezza circa i matrimoni ... Perciò chi ritiene che il suo primo matrimonio sia invalido ma non può provarlo non può vivere more uxorio con nessuno, e nel caso si sia legato ad un'altra persona deve vivere secondo la sana morale ,che prevede, come visto, nel caso di motivi gravi la coabitazione ma al modo di fratello e sorella.

Va notato a questo riguardo che i rapporti matrimoniali dei due partner, indicati nel discorso del card. Muller, dovrebbero essere aperti alla vita … e quindi potrebbero dare luogo a gravidanze e quindi nascite di figli … che metterebbe in luce chiarissima la situazione , se essa fosse nascosta . Senza contare che se non è di competenza esclusiva della Chiesa, con gli organi a ciò preparati e dedicati, dichiarare l'invalidità di un matrimonio, potrebbe facilmente verificarsi che chi un giorno afferma con certezza che un certo matrimonio è invalido … il giorno dopo potrebbe dire che si è ricordato meglio e ritenere valido ciò che prima diceva invalido …. oppure potrebbe ritenere invalido anche il secondo “matrimonio” e quindi passare ad un terzo … e così via … Quindi , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore, si avrebbero persone che potrebbero ritenersi libere, pur essendo già sposate una volta in modo valido ed esterno, di sposarsi più volte in modo interiore e quindi di ritenere successivamente invalidi tali matrimoni e quindi continuare a sposarsi “interiormente” altre volte, realizzando, così “santi” e “numerosi matrimoni” … implicitamente benedetti dai confessori e quindi “dalla Chiesa”… e la Legge di Dio salva …. Peraltro , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore e non ci sono testi scritti che lo documentano, potrebbe facilmente verificarsi che una persona dopo questo secondo “matrimonio” e mentre il partner di tale matrimonio è ancora in vita si sposi con un'altra persona e poi con un'altra e così via …. senza che nessuno sappia nulla o possa verificare …. Mi chiedo, quindi, seguendo il ragionamento del cardinale se , per lui, solo al primo matrimonio (celebrato alla luce del sole ) è ammesso l'errore, di cui si ha certezza che lo rende invalido indipendentemente dal processo canonico, o anche al secondo “matrimonio” tutto “interiore”, che secondo il cardinale varrebbe o potrebbe valere dinanzi a Dio … o anche al terzo …. perché possono esserci sempre persone che ritengono “in coscienza” che i matrimoni precedenti siano invalidi e magari possono portare “prove” … Quello che abbiamo detto finora vale anche per confutare ciò che il card. Muller in un recente articolo ha affermato “Un caso di natura completamente differente si presenta se, per ragioni esterne, sia impossibile chiarire canonicamente lo status di un’unione, come quando un uomo ha le prove che il proprio presunto matrimonio con una donna era invalido, sebbene per qualche ragione egli non sia in grado di addurre queste prove nel foro ecclesiastico. Questa caso è del tutto diverso da quello di una persona validamente sposata che richiede il sacramento della Penitenza senza voler abbandonare una relazione sessuale stabile con un altro, sia in situazione di concubinato che di “matrimonio” civile, che non è valido davanti a Dio e alla Chiesa. Mentre in quest’ultima situazione si ha una contraddizione con la pratica sacramentale della Chiesa (materia di legge divina), nel primo caso la discussione riguarda come determinare se il matrimonio sia nullo o meno (materia di legge ecclesiastica).” ( http://www.lanuovabq.it/it/che-cosa-significa-dire-io-ti-assolvo )

Vogliamo ribadire qui che, come abbiamo ampiamente documentato finora , nelle due situazioni che qui presenta il cardinale sussiste la impossibilità di entrare in un nuovo matrimonio cattolico o in una nuova vita matrimoniale “more uxorio” , se il primo matrimonio non viene dichiarato nullo dalla Chiesa con il relativo processo …. Va notato inoltre che un confessore non ha le competenze di un giudice canonico e quindi può facilmente appoggiare il penitente in modo errato e nell'errore … Peraltro sarebbe da capire quali devono essere le prove che dovrebbero portare i conviventi … indicarne i criteri perché se ne verifichi l'autenticità etc. etc. … cosa che il card. Muller non fa …. comunque ci tengo a sottolineare da quanto detto in questo mio lavoro, che la sana disciplina prevede, anche per costoro che possiedono presunte prove di invalidità del matrimonio, la impossibilità di accedere ai Sacramenti se non vivono come fratello e sorella finché non si ha un pronunciamento pubblico della Chiesa circa l'invalidità di tale matrimonio e la celebrazione di un matrimonio valido tra i due divorziati – risposati …

Il card. Muller ha presentato le affermazioni da me qui confutate anche in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa e più precisamente ad Andrea Tornielli , vediamo la domanda che Tornielli fa al cardinale Muller e la risposta di quest'ultimo “ (Domanda)Nel saggio introduttivo al libro di Buttiglione lei parla almeno di una eccezione riguardante i sacramenti per chi vive una seconda unione, quella riguardante coloro che non possono ottenere la nullità matrimoniale in tribunale ma sono convinti in coscienza della nullità del primo matrimonio. Questa ipotesi venne già considerata, nell’anno 2000, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. In questo caso si può aprire la via ai sacramenti? Amoris laetitia potrebbe essere considerata uno sviluppo di quella posizione?  

«( Risposta)Davanti alla spesso insufficiente istruzione nella dottrina cattolica, e in un ambiente secolarizzato in cui il matrimonio cristiano non costituisce un esempio di vita convincente, si pone il problema della validità anche di matrimoni celebrati secondo il rito canonico. Esiste un diritto naturale di contrarre un matrimonio con una persona del sesso opposto. Questo vale anche per i cattolici che si sono allontanati dalla fede o hanno mantenuto solo un legame superficiale con la Chiesa. Come considerare la situazione di quei cattolici che non apprezzano la sacramentalità del matrimonio cristiano o addirittura la negano? Su questo il cardinale Ratzinger voleva che si riflettesse, senza avere una soluzione bella e pronta. Non si tratta di costruire artificialmente un qualche pretesto per poter dare la comunione. Chi non riconosce o non prende sul serio il matrimonio come sacramento nel senso in cui lo considera la Chiesa non può neppure, e questa è la cosa più importante, ricevere nella santa comunione Cristo che è il fondamento della grazia sacramentale del matrimonio. Qui dovrebbe esserci prima di tutto una conversione all’intero mistero della fede. Solo alla luce di queste considerazioni può un buon pastore chiarire la situazione familiare e matrimoniale. È possibile che il penitente sia convinto in coscienza, e con buone ragioni, della invalidità del primo matrimonio pur non potendone offrire la prova canonica. In questo caso il matrimonio valido davanti a Dio sarebbe il secondo e il pastore potrebbe concedere il sacramento, certo con le precauzioni opportune per non scandalizzare la comunità dei fedeli e non indebolire la convinzione nella indissolubilità del matrimonio».” ( http://www.lastampa.it/2017/12/30/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/mller-il-libro-di-buttiglione-ha-dissipato-i-dubia-dei-cardinali-BGa9DT809pw5WyEgRdZC9I/pagina.html )

Non mi pare il caso di aggiungere altro rispetto a quello che ho già detto per confutare quanto afferma qui il card. Muller; le affermazioni da me fatte più sopra ritengo che confutino sia le affermazioni del cardinale tedesco appena viste, sia ciò che afferma il card. Vallini nel documento con cui dà attuazione nella Diocesi di Roma alle direttive papali emerse dalla Amoris Laetitia. Ecco qui di seguito le affermazioni del card. Vallini :“ Ma quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, vale a dire quando il loro cammino di fede è stato lungo, sincero e progressivo, si proponga di vivere in continenza; se poi questa scelta è difficile da praticare per la stabilità della coppia, Amoris laetitia non esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia (21). Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria; ma non invece nel caso in cui, ad esempio, viene ostentata la propria condizione come se facesse parte dell’ideale cristiano, ecc.” ( “La letizia dell’amore”: il cammino delle famiglie a Roma. http://www.romasette.it/wp-content/uploads/Relazione2016ConvegnoDiocesano.pdf )

Il matrimonio non è un fatto privato ma pubblico e richiede accertamenti adeguati circa la sua invalidità e affermazioni pubbliche da parte di organi della Chiesa a ciò predisposti ... e da esso possono sorgere scandali, confusione e grandi danni laddove l'accertamente di esso diventa una cosa "privata" o "personale" e Dio non vuole nella Chiesa questi scandali, questo disordine, questa confusione e i danni che da ciò possono derivare ... 

Dio ci ha immersi in una Chiesa che dobbiamo amare e la carità ci porta ad amare la s. Chiesa e vivere in essa portandovi ordine e non scandalo, confusione e tanti altri mali !! La carità ci porta ad accettare la sofferenza e la morte piuttosto che scandalizzare o creare gravi danni alla Chiesa …. mi pare chiaro, da quanto detto finora che l'apertura realizzata da questi cardinali è sottilmente ma radicalmente errata e deviante …

Ovviamente lo dico in tutta umiltà e aperto ad un confronto approfondito e chiedo una speciale Luce da Dio per restare nella sua Verità e nella santa umiltà.

La Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Allorché non si può provare che un matrimonio è invalido e quindi esso per la Chiesa risulta valido, i coniugi di tale matrimonio devono saper portare cristianamente tale Croce nella fede che tale Croce è in realtà un grande dono di Dio per la loro salvezza eterna , e, se sono separati, non possono vivere more uxorio con altre persone; ricordiamo qui le parole del vangelo “Impossibile agli uomini ma non a Dio , perché tutto è possibile a Dio” (Mc. 10) con l'aiuto di Dio la Croce si può portare e ci prepara una più grande gloria in Cielo. La Croce che Dio ci dona ci dà anche la forza di portarla …. Dio ci ha donato la Chiesa che, pur guidata da Cristo, in questo mondo ha dei limiti dovuti alla nostra umanità ma anche eccelsi pregi e il cristiano la deve accettare così , e deve lavorare perché si migliori portando la sua Croce personale … d'altra parte anche ogni cristiano pur avendo la grazia è limitato e può peccare …. e spesso pecca … e ferisce Cristo e la Chiesa … I problemi morali che attengono alla situazione di coloro che ritengono che il loro matrimonio non sia valido ma non possono provarlo, di cui parla il card. Muller, sono certo seri ma la risoluzione ci pare sia da trovarsi in questo rendersi conto che Dio ci salva in una Chiesa e attraverso la Chiesa, quindi in una comunità; la nostra salvezza si attua non in opposizione all'ordine che Dio vuole per questa Comunità, la nostra salvezza quindi non si attua creando confusione, o scandalo ma si attua in Cristo, nel Mistero della Croce, rinnegando sé stessi, prendendo la Croce e seguendo Cristo sulla via della Croce, che è via di santo esempio. D'altra parte occorre rendersi conto che se la Provvidenza “mette” delle persone in queste situazioni indicate dal cardinale , lo fa per il loro bene e dà loro forza per vivere santamente tali situazioni nella Verità, nella Carità e offrendo un santo esempio di vita sulla via della Croce. La nostra vera patria non è questo mondo, ma il Cielo; Dio permette a volte delle croci e se le permette è sempre per condurci al Cielo e per donarci grande gloria in Cielo.

Concludo questo scritto invitando tutti alla preghiera perché la Verità illumini tutti pienamente e ci aiuti a seguire con coraggio la via stretta che conduce al Cielo.

Padre nostro che sei nei Cieli ...

Don Tullio Rotondo 

 

Chiediamo luce al Signore perché sia Lui a guidarci alla e nella Verità. Presento qui umilmente ciò che ritengo importante e necessario per confutare quello che dice il card. Muller nel saggio introduttivo al testo del prof. Buttiglione “Risposte amichevoli ai critici di Amoris Laetitia” ed. Ares, alle pagg. 23ss, allorché afferma : “ In una procedura di nullità matrimoniale gioca pertanto un ruolo fondamentale la reale volontà matrimoniale. Nel caso di una conversione in età matura (di un cattolico che è tale solo sul certificato di battesimo) si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil-matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica fra lo status pubblico-oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza ed alla Santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno .... Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.” ( http://www.lastampa.it/2017/10/30/vaticaninsider/ita/vaticano/comunione-ai-risposati-mller-nella-colpa-possono-esserci-attenuanti-uK39UZsbZ580Xv9cVK2kUP/pagina.html )

Preciso subito che il peccato veniale fatto deliberatamente predispone al peccato grave quindi non va fatto … ma poi riflettiamo: quindi i due conviventi di cui parla il cardinale potrebbero evidentemente avere figli , vivere pubblicamente da marito e moglie …. visto che non compiono peccato grave etc. etc. .. ma domandiamoci: una tale situazione non sarebbe scandalosa? E lo scandalo non è più un grave peccato ? … e la confusione che si creerebbe nella Chiesa se si ammettesse il principio affermato dal card. Muller non sarebbe anch'essa scandalosa e contraria a quell'ordine che Dio vuole per la sua Chiesa, ordine che appunto postula anche un diritto canonico ? Dio ci illumini.  Il famoso canonista card. Herranz ha detto “Tutta questa realtà normativa dimostra che il Diritto appartiene, in quanto ordinatore necessario della struttura sociale del Popolo di Dio, al « Mysterium Ecclesiae », e testimonia, come sentenziò Paolo VI con una frase lapidaria, che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico »[29] …. Sono convinto che, per riscoprire il perché del Diritto ecclesiale bisogna risalire — ne abbiamo accennato prima — ad un'altra concezione del Diritto: quella che, con la migliore tradizione classica e cristiana, sempre viva nel Magistero e nella vita della Chiesa, lo comprende come ordine di giustizia. Una giustizia che nella società civile s’incentra sui diritti e doveri naturali della persona umana in quanto tale, e che, nel Popolo di Dio, riguarda la realizzazione del divino disegno salvifico, alla cui luce mostrano tutto il loro rilievo di giustizia sia i diritti e i doveri dei fedeli che la specifica missione dei Pastori in quanto rappresentanti gerarchici di Cristo nella Chiesa. Le leggi canoniche, nonché l’attività amministrativa e giudiziaria ecclesiastica, appaiono così come strumenti indispensabili di quell’ordine giusto, le cui basi essenziali si trovano nella stessa costituzione divina della Chiesa. Infatti, il “munus regendi” — la funzione di governo — è inseparabile dalle funzioni magisteriali e liturgiche — “munus docendi” e “munus sanctificandi” —, non solo nei suoi principi fondamentali ma anche nel retto e responsabile esercizio dell’intera missione pastorale. Far conoscere ed applicare le leggi della Chiesa non è un intralcio alla presunta “efficacia” pastorale di chi vuol risolvere i problemi senza il diritto, bensì garanzia della ricerca di soluzioni non arbitrarie, ma veramente giuste e, perciò, veramente pastorali. … orrei concludere riallacciandomi di nuovo a quel ricordo personale dell’Udienza con Giovanni Paolo Il che ho evocato all’inizio. Quel suo accenno alla giustizia quale esigenza primaria della carità — e pertanto al Diritto canonico come ordine di giustizia — va senz’altro applicato alla vita e alla missione del Popolo di Dio. Ciò era evidente nel contesto di quella conversazione e lo stesso Papa lo aveva già commentato in uno dei suoi primi interventi pubblici, quando trattò della giustizia continuando la catechesi sulle virtù incominciata dal suo indimenticabile predecessore Giovanni Paolo I. In quell’Udienza generale l’attuale Pontefice disse: « la giustizia è principio fondamentale dell'esistenza e della coesistenza degli uomini, come anche della comunità umana, della società e dei popoli. Inoltre, la giustizia è principio dell’esistenza della Chiesa, quale Popolo di Dio »[43]. In questa giustizia nel Popolo di Dio, che è elevata ma non sostituita dalla carità, trova il suo perenne fondamento la « magna disciplina Ecclesiae », la cui tutela e promozione fu l’impegno preso dai due ultimi Papi nei loro rispettivi primi messaggi al mondo[44]. ( J. Herranz http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20020429_diritto-canonico_it.html ) Sottolineo quanto più sopra ho riportato: Paolo VI con una frase lapidaria, affermò che: « Vita ecclesialis sine ordinatione iuridica nequit exsistere — La vita della Chiesa non può esistere senza un ordinamento giuridico ». La Scrittura dice, in questa linea: “Però tutto sia fatto condignità e con ordine.”(1 Cor. 14,40) ….. Dio ci aiuti a vivere in questo santo ordine.

Esamineremo più avanti il tema dello scandalo , intanto mi pare importante notare che il card. Muller non cita nessun testo della Tradizione su cui fonda la sua affermazione …. infatti la Tradizione mi pare vada in senso radicalmente opposto … ed è interessante ascoltare a questo riguardo quello che disse il card. Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una famosa lettera dei primi anni novanta a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità. Il card. Ratzinger disse anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana; solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale ; i numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona! (cfr. lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 )

Sottolineo in modo particolare che il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana …. quindi il matrimonio non è semplicemente un fatto di relazione tra il singolo e Dio …. perciò la soluzione di foro interno non funziona perché contiene la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno … Dio che certamente ci ha parlato attraverso il card. Ratzinger ci illumini e illumini i nostri Pastori.

Le affermazioni del card. Ratzinger, che riprenderemo più avanti allorché presenteremo con più ampiezza il contenuto di tale lettera, ci introducono molto bene all'esame della dottrina cattolica su questo tema …. Lo studio sarà abbastanza lungo ma necessario per vedere come la Chiesa presenti una dottrina che va in direzione ben diversa da ciò che dice il card. Muller … Chiediamo anzitutto allo Spirito Santo di guidarci alla pienezza della Verità; la Madonna ss.ma preghi per noi; s. Giovanni Paolo II, autore di vari testi che esamineremo, preghi per noi.

Nella Familiaris Consortio, di s. Giovanni Paolo II leggiamo:

“84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che — già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale — hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Vorrei mettere in particolare evidenza alcune affermazioni del documento appena presentato : “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).”

In un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 approvato da Giovanni Paolo II  si afferma :

“7. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.

8. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 7ss (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html   )

  Lo stesso card. Muller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano affermò riguardo al testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 :“Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9). …

Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2–12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale. ….  Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi.

Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella».” ( G. L. Muller “ Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i Sacramenti” L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 243, Merc. 23/10/2013 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html  )

Benedetto XVI nella “Sacramentum Caritatis” affermò: “Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico,(93) la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.(94) Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».(95) È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».(96) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. ” ( http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html  )

Per intendere bene la dottrina della Chiesa su questo punto , appare molto importante un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che si intitola “ Lettera riguardante l’indissolubilità del matrimonio” ( http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19730411_indissolubilitate-matrimonii_it.html  ) come si può vedere questo testo parla di una provata prassi …. Tuttavia la provata prassi indicata dal documento non è quella che sembra indicare il card. Schönborn ma è quella che è precisata  in data 21 marzo 1975 da mons. Hamer, nella «Littera circa partecipationem» consultabile in «Leges Ecclesiae», vol, VI, n. 4657, p. 7605, ecco le parole di mons. Hamer : «Questa frase [probata Ecclesiae praxis] dev’essere intesa nel contesto della tradizionale teologia morale. Queste coppie [di cattolici che vivono in unioni coniugali irregolari] possono essere autorizzate a ricevere i sacramenti a due condizioni: che cerchino di vivere secondo le esigenze dei principi morali cristiani e che ricevano i sacramenti in chiese in cui esse non sono conosciute, in modo da non creare alcuno scandalo»

Si legga anche il testo seguente:

“Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati” n. 4 http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html  )

Come si vede, i divorziati-risposati che vivono more uxorio non possono ricevere l'assoluzione e fare la Comunione … “Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” ….. quindi anche quelli che sono in coscienza sicuri della invalidità del primo matrimonio non possono vivere more uxorio … ma devono vivere come fratello e sorella e così possono ricevere i Sacramenti e quindi l'Eucaristia. Va notato anche che : se si ammettessero queste persone divorziate risposate e viventi more uxorio all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ….

QUINDI SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO ( le parole usate dal cardinale tedesco e da noi sopra presentate sono “Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico per avere violato in modo irresponsabile le regole canoniche e quindi un peccato lieve.”) PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Ripeto: SULLA BASE DEI TESTI MAGISTERIALI APPENA VISTI E' EVIDENTE CHE COLORO DI CUI PARLA IL CARD. MULLER DICENDO CHE POSSONO VIVERE MORE UXORIO PUR ESSENDO LEGATI DA UN PRECEDENTE MATRIMONIO, CHE ESSI RITENGONO NON ESSERE VALIDO, NON POSSONO RICEVERE I SACRAMENTI …. E L'AMMINSTRAZIONE DEI SACRAMENTI AD ESSI PRODUCE CONFUSIONE E SCANDALO …

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori. Dio ci doni sapienza per camminare sulla via della santità e per aiutare gli uomini a camminare su questa strada , che è stretta.

Dopo tutto quello che ho presentato finora mipare sia venuto il momento per affrontare l'interpretazione di alcune affermazioni del card. Ratzinger circa la possibilità di confessare e dare la Comunione ai divorziati risposati che ritengono nullo il loro primo matrimonio ma non hanno ottenuto la sentenza di nullità del matrimonio. Chiediamo a Dio speciale luce perché la sua Verità si manifesti attraverso noi. Preciso anzitutto che i due seguenti testi del card. Ratzinger, a differenza del testo del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede non hanno la approvazione diretta scritta del s. Padre, non hanno dunque lo stesso livello di forza dottrinale di tale testo. Nella prefazione di un “Sussidio per i Pastori” della Congregazione per la Dottrina della Fede, intitolato “Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi,” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998, pag. 5-29 ),  il card. Ratzinger, dopo aver ribadito i principi fondamentali della dottrina cattolica sul tema afferma “ Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.”

Per intendere bene queste parole occorre considerare due cose: 1) questo testo è una introduzione ad un “Sussidio per i Pastori” come dice mons. Bertone nelle prime pagine, che contiene anche alcuni studi di esperti; quindi non è un testo magisteriale approvato dal Papa, mentre il documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede era un testo magisteriale con approvazione papale, 2) le parole che poco prima aveva detto il cardinale stesso e che presento qui di seguito:

“ II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale

         Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

         Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

         Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa ….

3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva …

4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore ….

5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

       ….

6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti. ...

7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

         Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale. Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

         Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido. Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.E. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza ...”

Questi che abbiamo appena visto sono i contenuti essenziali della dottrina della Chiesa riguardo ai divorziati risposati; il cardinale Ratzinger aggiunge a questa trattazione delle obiezioni che sono state presentate: “  La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

 3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

         Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti. I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

         a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

         b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del «privilegium paulinum» e del «privilegium petrinum». Con riferimento alle clausole sulla «porneia» in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della «oikonomia», senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

         In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale «Nemo iudex in propria causa» («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno.”

… quindi il card. Ratzinger dice quello che abbiamo presentato sopra ...

“Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

         c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno». Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in «foro interno» ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in «foro interno» sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.”

Come dice il card. Ratzinger nell’ultimo testo qui da noi presentato “ …. il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.”  Chiediamo luce a Dio per poter manifestare solo la sua Verità.

Come si può notare il card. Ratzinger presenta anzitutto la dottrina fondamentale della Chiesa sulla questione dei divorziati risposati e sottolinea che la competenza esclusiva per dichiarare la nullità di un matrimonio è della Chiesa non di altri, se ogni persona potesse dichiarare nullo il suo matrimonio da cui peraltro derivano diritti e doveri, praticamente il matrimonio stesso crollerebbe; dunque la competenza esclusiva per dichiarare la nullità del matrimonio è della Chiesa con i suoi organi competenti a emettere una tale dichiarazione. Nei casi limite suindicati il cardinale afferma che “Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in «foro interno».” … cioè teoricamente non sembra … si noti il “non sembra” che è ben diverso dal “non è” … ma poi il cardinale afferma “Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una «eccezione», allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” … si tratta quindi di una mera ipotesi che per essere realmente accettata deve essere studiata e chiarita … quindi al momento non è accolta! Notiamo anche che questo testo del card. Ratzinger non ha lo stesso valore dottrinale e quindi non può soppiantare quanto affermato nel documento del 1994 della Congregazione per la Dottrina della Fede e nella Familiaris Consortio. I principi della morale cattolica e del diritto canonico restano, quindi, per varie ragioni quelli già visti in precedenza e per essi è chiaro che anche in casi limite ciò che è decisivo è il giudizio del competente organo della Chiesa non le affermazioni dei coniugi, perciò i divorziati risposati il cui precedente matrimonio, nonostante le loro affermazioni o le loro certezze morali, è ancora valido e non è stato dichiarato nullo, non possono sposarsi e quindi non possono evidentemente vivere more uxorio. Vale per essi , quindi, la regola generale “Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6). Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7). Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo .….. 9. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l' obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.” ( Congregazione per la Dottrina della Fede “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione Eucaristica da parte dei divorziati risposati n. 4 e 9)” …. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale … seguire Cristo sulla via della Croce significa, per il cristiano, anche questo … La via che conduce al Cielo è stretta … non ce lo dimentichiamo mai! Ma ricordiamoci che solo la via stretta conduce al Cielo e che quanto più ci uniamo alla Passione di Cristo accettando con Lui particolari sofferenze tanto più saremo gloriosi con lui in Cielo. Dio ci aiuti a percorrere la via stretta, ma salvifica, della Croce perché possiamo giungere davvero alla beatitudine del Cielo.

Nella linea di quanto detto finora va anche la lettera inviata dal card. Ratzinger a “The Tablet” ( “The Tablet” 26-10 -1991, pp.1310-11 ) che già vedemmo in parte più sopra e in cui troviamo precise indicazioni per risolvere i casi di coloro che ritengono il loro matrimonio certamente invalido ma non possono provare tale invalidità, qui di seguito presentiamo più ampiamente il contenuto di tale lettera. Il cardinale dice anzitutto che della “soluzione di foro interno” (che appunto riguarda matrimoni che sono conosciuti come invalidi ma tale invalità non può essere provati in tribunale) che è ritenuta un modo per risolvere la questione della validità di un precedente matrimonio, il Magistero non ha mai accettato l'uso (“the Magisterium has not sanctioned its use”) per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana. Solo il foro esterno, continua il card. Ratzinger, può dare reale assicurazione a colui che fa domanda, e che non è parte disinteressata, che egli stesso non è colpevole di “ volersi giustificare”; solo il foro esterno può dare una risposta ai diritti e alle richieste dell'altro coniuge della precedente unione e nel caso di dichiarazione di nullità può rendere possibile l'ingresso in un matrimonio canonicamente valido e sacramentale . I numerosi abusi, continua il Prefetto della Congregazione romana, commessi in molti paesi sotto il titolo della “soluzione di foro interno” mostrano che essa non funziona, per queste ragioni la Chiesa recentemente in particolare nel Codice di Diritto Canonico ha diffuso i criteri per l'ammissibilità della testimonianza e dell'evidenza nei tribunali che si occupano di matrimoni , perché non sorga la richiesta di “soluzione di foro interno”; in alcuni casi estremi in cui in cui il ricorso al Tribunale non è possibile e un problema di coscienza sorge, si può fare ricorso alla Sacra Penitenzieria. L'Arcivescovo Hamer nella sua Lettera del 1973, precisa ancora il card. Ratzinger, parlando delle coppie divorziate risposate il cui matrimonio non era stato dichiarato nullo, allorché afferma che possono essere ammesse a ricevere i Sacramenti “ .. se cercano di vivere secondo indicazioni dei principi morali cristiani”, non vuole dire altro se non che si astengano, come dice s. Giovanni Paolo II, dagli “atti propri delle coppie sposate” … questa norma severa è una testimonianza profetica alla irreversibile fedeltà dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa e mostra anche che l'amore degli sposi è incorporato al vero amore di Cristo (Ef. 5, 23-32). Sottolineo che in alcuni casi estremi in cui si presenta un problema di coscienza, contrariamente a ciò che pare affermare il card. Muller, non è il singolo confessore che può risolvere il problema, ma la Sacra Penitenzieria, cui il sacerdote deve fare ricorso; e comunque della “soluzione di foro interno” il Magistero non ha mai accettato l'uso per varie ragioni tra le quali c'è la contraddizione intrinseca di voler risolvere nel foro interno qualcosa che per sua natura pertiene al foro esterno ed ha così grandi conseguenze per il foro esterno ; il matrimonio non è un atto privato ed ha profonde implicazioni per entrambe i coniugi e per i loro figli ed anche per la società civile e cristiana.

Di certo, come visto sopra, queste persone di cui parla il card. Muller , se non seguono la disciplina cattolica qui sopra esposta, non potrebbero ricevere i Sacramenti …. Il Signore illumini noi e i nostri Pastori perché seguiamo decisamente la via stretta della Verità e della Croce.

Anche alcuni Vescovi Kazaki l'anno scorso emisero un importante documento in cui condannavano affermazioni del tipo di quelle presentate qui dal card. Muller e da noi confutate ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ ) Ecco qui di seguito alcune affermazioni tratte dal documento di questi Vescovi e che ci interessano in particolare per il nostro argomento “ Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.

La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.

Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).

La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).

La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).

Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio” (At 20, 27). 

La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze –, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).” ( https://www.corrispondenzaromana.it/appello-di-tre-vescovi-cattolici-a-papa-francesco-in-difesa-del-matrimonio/ )

Dio ci illumini e illumini i nostri Pastori perché sappiamo, con coraggio ribadire la Verità che salva.

A quello che abbiamo visto finora aggiungo alcune considerazioni con cui riprendo quello che dissi all'inizio di questa mia trattazione e che va a confutare più direttamente quello che afferma il card. Muller; chiedo al Signore di guidare la mia mano perché sia Lui a parlare attraverso me.

Domandiamoci: lo scandalo che si creerebbe per il fatto, secondo le parole del cardinale Muller, che una persona già sposata in Chiesa si unirebbe carnalmente con una persona non sposata dove lo mettiamo ? Lo scandalo non è forse condannato dal diritto divino? E lo scandalo non è forse peccato grave? Peraltro , questa situazione di un primo matrimonio che legittima , senza passare per il riconoscimento canonico di tale invalidità, addirittura un secondo matrimonio con relativi atti sessuali è evidentemente un qualcosa che genera scandalo e lo genera in sé stessa e in ciò che va a determinare: incertezza circa il matrimonio nella Chiesa. Se a chiunque è lecito rompere un matrimonio valido e, senza nessuna sentenza canonica di invalidità del primo matrimonio, iniziare una nuova convivenza more uxorio sulla base di certezze personali o prove non esibite ad una persona competente e verificate adeguatamente … crolla la certezza circa i matrimoni ... Perciò chi ritiene che il suo primo matrimonio sia invalido ma non può provarlo non può vivere more uxorio con nessuno, e nel caso si sia legato ad un'altra persona deve vivere secondo la sana morale ,che prevede, come visto, nel caso di motivi gravi la coabitazione ma al modo di fratello e sorella.

Va notato a questo riguardo che i rapporti matrimoniali dei due partner, indicati nel discorso del card. Muller, dovrebbero essere aperti alla vita … e quindi potrebbero dare luogo a gravidanze e quindi nascite di figli … che metterebbe in luce chiarissima la situazione , se essa fosse nascosta . Senza contare che se non è di competenza esclusiva della Chiesa, con gli organi a ciò preparati e dedicati, dichiarare l'invalidità di un matrimonio, potrebbe facilmente verificarsi che chi un giorno afferma con certezza che un certo matrimonio è invalido … il giorno dopo potrebbe dire che si è ricordato meglio e ritenere valido ciò che prima diceva invalido …. oppure potrebbe ritenere invalido anche il secondo “matrimonio” e quindi passare ad un terzo … e così via … Quindi , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore, si avrebbero persone che potrebbero ritenersi libere, pur essendo già sposate una volta in modo valido ed esterno, di sposarsi più volte in modo interiore e quindi di ritenere successivamente invalidi tali matrimoni e quindi continuare a sposarsi “interiormente” altre volte, realizzando, così “santi” e “numerosi matrimoni” … implicitamente benedetti dai confessori e quindi “dalla Chiesa”… e la Legge di Dio salva …. Peraltro , visto che in questo secondo “matrimonio” di cui parla il card. Muller il consenso è tutto interiore e non ci sono testi scritti che lo documentano, potrebbe facilmente verificarsi che una persona dopo questo secondo “matrimonio” e mentre il partner di tale matrimonio è ancora in vita si sposi con un'altra persona e poi con un'altra e così via …. senza che nessuno sappia nulla o possa verificare …. Mi chiedo, quindi, seguendo il ragionamento del cardinale se , per lui, solo al primo matrimonio (celebrato alla luce del sole ) è ammesso l'errore, di cui si ha certezza che lo rende invalido indipendentemente dal processo canonico, o anche al secondo “matrimonio” tutto “interiore”, che secondo il cardinale varrebbe o potrebbe valere dinanzi a Dio … o anche al terzo …. perché possono esserci sempre persone che ritengono “in coscienza” che i matrimoni precedenti siano invalidi e magari possono portare “prove” … Quello che abbiamo detto finora vale anche per confutare ciò che il card. Muller in un recente articolo ha affermato “Un caso di natura completamente differente si presenta se, per ragioni esterne, sia impossibile chiarire canonicamente lo status di un’unione, come quando un uomo ha le prove che il proprio presunto matrimonio con una donna era invalido, sebbene per qualche ragione egli non sia in grado di addurre queste prove nel foro ecclesiastico. Questa caso è del tutto diverso da quello di una persona validamente sposata che richiede il sacramento della Penitenza senza voler abbandonare una relazione sessuale stabile con un altro, sia in situazione di concubinato che di “matrimonio” civile, che non è valido davanti a Dio e alla Chiesa. Mentre in quest’ultima situazione si ha una contraddizione con la pratica sacramentale della Chiesa (materia di legge divina), nel primo caso la discussione riguarda come determinare se il matrimonio sia nullo o meno (materia di legge ecclesiastica).” ( http://www.lanuovabq.it/it/che-cosa-significa-dire-io-ti-assolvo )

Vogliamo ribadire qui che, come abbiamo ampiamente documentato finora , nelle due situazioni che qui presenta il cardinale sussiste la impossibilità di entrare in un nuovo matrimonio cattolico o in una nuova vita matrimoniale “more uxorio” , se il primo matrimonio non viene dichiarato nullo dalla Chiesa con il relativo processo ….

Va notato inoltre che un confessore non ha le competenze di un giudice canonico e quindi può facilmente appoggiare il penitente in modo errato e nell'errore …

Peraltro sarebbe da capire quali devono essere le prove che dovrebbero portare i conviventi … indicarne i criteri perché se ne verifichi l'autenticità etc. etc. … cosa che il card. Muller non fa ….

comunque ci tengo a sottolineare da quanto detto in questo mio lavoro, che la sana disciplina prevede, anche per costoro che possiedono presunte prove di invalidità del matrimonio, la impossibilità di accedere ai Sacramenti se non vivono come fratello e sorella finché non si ha un pronunciamento pubblico della Chiesa circa l'invalidità di tale matrimonio e la celebrazione di un matrimonio valido tra i due divorziati – risposati …

 

IL MATRIMONIO NON E' UN FATTO PRIVATO MA PUBBLICO E RICHIEDE ACCERTAMENTI PUBBLICI CIRCA LA SUA INVALIDITA' … E DA ESSO POSSONO SORGERE, SCANDALI, CONFUSIONE E GRANDI DANNI LADDOVE L' ACCERTAMENTO DI ESSO DIVENTA UNA COSA “PERSONALE” “PRIVATA” E DIO NON VUOLE QUESTO DISORDINE, QUESTI SCANDALI, QUESTA CONFUSIONE E I RESTANTI MALI CHE A TUTTO CIO' CONSEGUONO O POSSONO CONSEGUIRE… 

Dio ci ha immersi in una Chiesa che dobbiamo amare e la carità ci porta ad amare la s. Chiesa e vivere in essa portandovi ordine e non scandalo, confusione e tanti altri mali !! La carità ci porta ad accettare la sofferenza e la morte piuttosto che scandalizzare o creare gravi danni alla Chiesa …. MI PARE CHIARO DA QUANTO DETTO FINORA CHE L'APERTURA DEL CARDINALE E' SOTTILMENTE MA RADICALMENTE ERRATA E DEVIANTE …

Ovviamente lo dico in tutta umiltà e aperto ad un confronto approfondito e chiedo una speciale Luce da Dio per restare nella sua Verità e nella santa umiltà.

La Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Allorché non si può provare che un matrimonio è invalido e quindi esso per la Chiesa risulta valido, i coniugi di tale matrimonio devono saper portare cristianamente tale Croce nella fede che tale Croce è in realtà un grande dono di Dio per la loro salvezza eterna , e, se sono separati, non possono vivere more uxorio con altre persone; ricordiamo qui le parole del vangelo “Impossibile agli uomini ma non a Dio , perché tutto è possibile a Dio” (Mc. 10) con l'aiuto di Dio la Croce si può portare e ci prepara una più grande gloria in Cielo. La Croce che Dio ci dona ci dà anche la forza di portarla …. Dio ci ha donato la Chiesa che, pur guidata da Cristo, in questo mondo ha dei limiti dovuti alla nostra umanità ma anche eccelsi pregi e il cristiano la deve accettare così , e deve lavorare perché si migliori portando la sua Croce personale … d'altra parte anche ogni cristiano pur avendo la grazia è limitato e può peccare …. e spesso pecca … e ferisce Cristo e la Chiesa … I problemi morali che attengono alla situazione di coloro che ritengono che il loro matrimonio non sia valido ma non possono provarlo, di cui parla il card. Muller, sono certo seri ma la risoluzione ci pare sia da trovarsi in questo rendersi conto che Dio ci salva in una Chiesa e attraverso la Chiesa, quindi in una comunità; la nostra salvezza si attua non in opposizione all'ordine che Dio vuole per questa Comunità, la nostra salvezza quindi non si attua creando confusione, o scandalo ma si attua in Cristo, nel Mistero della Croce, rinnegando sé stessi, prendendo la Croce e seguendo Cristo sulla via della Croce, che è via di santo esempio. D'altra parte occorre rendersi conto che se la Provvidenza “mette” delle persone in queste situazioni indicate dal cardinale , lo fa per il loro bene e dà loro forza per vivere santamente tali situazioni nella Verità, nella Carità e offrendo un santo esempio di vita sulla via della Croce. La nostra vera patria non è questo mondo, ma il Cielo; Dio permette a volte delle croci e se le permette è sempre per condurci al Cielo e per donarci grande gloria in Cielo.

Concludo questo scritto invitando tutti alla preghiera perché la Verità illumini tutti pienamente e ci aiuti a seguire con coraggio la via stretta che conduce al Cielo.

Padre nostro che sei nei Cieli ...

 

 

Don Tullio Rotondo 

Nella sua presentazione della esortazione Amoris Laetitia il card. Schönborn disse “E il fatto che lui dice della convivenza come fratello e sorella, è già anche un caso eccezionale, perché in altro modo convivono matrimonialmente, il matrimonio non si riduce all'unione sessuale, è tutta la vita che è condivisa, e dunque vivono in una seconda unione pienamente, ad eccezione del rapporto sessuale, hanno una vita matrimoniale.”  ecco il video:  

 

 e qui il testo scritto http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351305

 

)   Ma attenzione : il matrimonio cristiano non lo costituisce la vita di due persone ma Dio.  Il Vangelo afferma : "l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto" ( Matteo 19,6) ... da notare : DIO HA CONGIUNTO!! Il testo greco : "ὃ οὗν ὁ θεὸς συνέζευξεν ἄνθρωπος μὴ χωριζέτω." .... Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma ai n. 1649 ss. "

Il vincolo matrimoniale

1639 Il consenso, mediante il quale gli sposi si donano e si ricevono mutuamente, è suggellato da Dio stesso. 294 Dalla loro alleanza « nasce, anche davanti alla società, l'istituto [del matrimonio] che ha stabilità per ordinamento divino ». 295 L’alleanza degli sposi è integrata nell’Alleanza di Dio con gli uomini: « L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ». 296

1640 Il vincolo matrimoniale è dunque stabilito da Dio stesso, così che il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può mai essere sciolto. Questo vincolo, che risulta dall’atto umano libero degli sposi e dalla consumazione del matrimonio, è una realtà ormai irrevocabile e dà origine ad un’alleanza garantita dalla fedeltà di Dio. Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina. 297

La grazia del sacramento del Matrimonio

1641 I coniugi cristiani « hanno, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio ». 298 Questa grazia propria del sacramento del Matrimonio è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi, a rafforzare la loro unità indissolubile. In virtù di questa grazia essi « si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole ». 299

1642 Cristo è la sorgente di questa grazia. « Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un Patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio ». 300 Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri, 301 di essere « sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo » (Ef 5,21) e di amarsi di un amore soprannaturale, tenero e fecondo. Nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare egli concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello:
 

« Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre celeste ratifica? […] Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un unico desiderio, in un’unica osservanza, in un unico servizio! Entrambi sono figli dello stesso Padre, servi dello stesso Signore; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi, sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito ». 302

 

Dunque Dio unisce due persone in matrimonio; se Dio non unisce, il matrimonio non c’è, nonostante tutta la vita condivisa etc. Nel caso dei divorziati risposati, è evidente che Dio non li ha uniti tra loro, ma li ha uniti ai loro rispettivi coniugi , cioè a coloro con cui ha sigillato il loro matrimonio sacramentale e valido, riconosciuto dalla Chiesa, indissolubile; quindi tra divorziati risposati non c’è matrimonio! La vita dei divorziati risposati in quanto tali, quindi, non sarà mai un vero matrimonio né una vita matrimoniale. I divorziati risposati se vogliono mettersi in regola davanti a Dio anzitutto non devono coabitare, a meno che ci siano gravi ragioni che giustificano tale coabitazione, e se coabitano devono vivere come fratello e sorella (come dice chiaramente la Chiesa) … ripeto: fratello e sorella … quindi nessuna vita matrimoniale perché non sono uniti in matrimonio!! …. e, aggiungo io, vivere da fratello e sorella significa anche dormire non solo in letti distinti e separati ma anche in stanze distinte e separate …. appunto come fratello e sorella e non come marito e moglie ….  

 

 

Don Tullio Rotondo

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Mons. Luigi Negri


   

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