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Domenica, 31 Gennaio 2016 00:00

Il Dio dei TdG

Credo sia capitato a tutti di incontrare una coppia di TdG e magari di cominciare a dialogare con loro. Dopo le prime battute della conversazione, si è portati a credere che il geovismo sia un’accozzaglia di banalità, spacciate per messaggio biblico. Che questa dottrina sia semplicistica è vero, ma questo non deve trarre in inganno.
    Il geovismo propone una visione del mondo che vuole contrapporsi a tutte le altre, perciò è un sistema completo, complesso e molto articolato. Non si limita all’aspetto puramente religioso, ma vuole entrare in tutti gli aspetti della vita personale, familiare e sociale. Pretende di dare una risposta a tutto: per ogni domanda che l’uomo si pone, il geovismo ha la ricetta, la risposta pronta.

Una recente indagine ha rivelato che la stragrande maggioranza dei TdG è di cultura medio-bassa (anche perché il geovismo scoraggia l’istruzione superiore, soprattutto di tipo umanistico) e tutto il sistema dottrinale geovista è costruito tenendo presente le esigenze di queste persone. Ad esse il geovismo si presenta come religione «ragionevole», cioè comprensibile.
     La salvezza non sta tanto nella fede quanto nella conoscenza. Per conoscere bisogna capire. Quindi una dottrina che la ragione non comprende è falsa, perché Dio ci dà sempre ampie ragioni per tutto quello che riguarda la fede. La nostra mente, perciò, può capire Dio, perché Dio è «ragionevole».
     Perciò, non esistono misteri. Non ci sono misteri in Dio. Non possiamo, dicono i Testimoni, adorare ciò che non conosciamo. Certamente. Ma, conoscere non significa comprendere. Pretendere di comprendere Dio e i suoi disegni è stoltezza e presunzione (cfr. Gb 11,78; Is 55,8; Rio 11,3334).

 

Il geovismo ha una concezione materialistica di Dio, cerca di semplificare ogni concetto per renderlo comprensibile a tutti, anche alla persona più semplice e meno acculturata. Le descrizioni antropomorfiche, di cui la Bibbia è piena, vengono spesso prese alla lettera. Ecco come ragionano i TdG.
     Dio è la grande mente che ha creato l’universo: «Se c’è una mente ci dev’essere un cervello in un corpo di forma ben definita… Dio, anche se non ha un corpo materiale, ne ha uno spirituale». (Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, pg.36)

Un corpo spirituale, invisibile, ma dotato di tutti i sensi: «Dio è un’incorruttibile persona con sensi di vista, udito, ecc.». (Accertatevi di ogni cosa. Attenetevi a ciò che è eccellente, Brooklyn 1974, pg.204)

 

Dio abita in un luogo

Attribuito a Dio un corpo spirituale, occorre localizzarlo da qualche parte:

«Essendo una persona con un corpo spirituale, Dio deve avere un luogo in cui vivere». (Potete vivere…, pag. 36.)

Ma dove abita Dio? Noi diciamo che Dio, essendo purissimo spirito, non ha un luogo di dimora, ma è onnipresente. È un concetto difficile. Il geovismo semplifica e «ragionevolizza». Se Dio ha un corpo, sia pure spirituale, non può essere onnipresente, ma deve necessariamente stare in un luogo. Ma dove»? Negli anni ’20, i Testimoni pensavano che Dio abitasse nella stella Alcione delle Pleiadi e precisavano che gli angeli per giungere sulla terra impiegano sei giorni.

Venticinque anni dopo, riconoscono di aver detto una «stoltezza»:
«Le Pleiadi non si possono più considerare come il centro dell’universo e sarebbe stolto cercare di determinare il trono di Dio in un particolare punto dell’universo». (La Torre di Guardia, 1° settembre 1954, pag. 542)

Passano altri vent’anni e dicono una sciocchezza ancora più grossa: rimettono Dio al centro dell’universo e noi uomini, con la terra, giriamo intorno a Dio in una sorta di giostra cosmica:
«La terra non è il centro dell’universo ma lo è il suo invisibile Fattore celeste… percio noi che abitiamo sulla terra, ci troviamo necessariamente a girare intorno al celeste Fattore della nostra terra».
(Il nostro prossimo governo mondiale: il Regno di Dio, Brooklyn 1977, pagg. 1415)

     Oggi si limitano a dire che Dio abita «nei cieli». A questo punto, viene spontaneo chiedersi: se Dio abita nei cieli, ed è il creatore di tutte le cose (compresi i cieli), dove abitava prima di creare i cieli? Il geovismo ha la risposta pronta anche per questo imbarazzante quesito:

«Dio prima di cominciare a creare, era completamente solo nello spazio universale». (Potete vivere…, pag. 44)

     Ma lo spazio non è il nulla, altrimenti non esisterebbe; è qualcosa, è «la parte dell’universo non occupata dagli astri, ma non priva del tutto di materia» (Devoto-Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana). Se lo spazio è qualcosa, è anch’esso creato da Dio. E dov’era Dio prima di creare lo spazio? Il tentare di localizzare Dio non sfugge alla critica di materialismo, per il semplice motivo che un luogo è sempre limitato. Non c’è luogo che possa contenerlo: «I cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti» (1Re 8,27). Egli è l’Onnipresente: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 139,8).

Gli attributi di Dio

I Testimoni non negano a Dio gli altri attributi, cioè l’onnipotenza, l’eternità e l’onniscienza, ma non comprendono che, attribuendo un corpo a Dio, insieme all’onnipresenza cadono anche gli altri attributi. Infatti, se Dio ha un corpo:

1. non è autosufficiente, perché ha bisogno di qualcosa (una dimora) fuori di lui;
2. non è onnipotente. L’onnipotenza è la qualità di chi può fare tutto ciò che vuole: «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Ma se Dio ha un corpo, non può essere col corpo ovunque e, quindi, non è onnipotente.

     A questi argomenti, i Testimoni rispondono con disprezzo:

«Questi sono fallaci ragionamenti umani, satanica sapienza, filosofia!». Quando la «ragionevolezza» è contro la dottrina geovista diventa satanica.


Onnisciente?

La concezione che i Testimoni hanno dell’onniscienza divina è molto curiosa. Onnisciente è colui che conosce tutto: il passato, il presente, il futuro. Ma come conciliare l’onniscienza divina con il libero arbitrio dell’uomo? Se Dio sapeva che Adamo avrebbe peccato, perché lo ha messo alla prova?
     Noi non abbiamo una risposta «ragionevole», ma diciamo che questo è un mistero, cioè qualcosa che supera la capacità di comprensione della nostra mente. Ma, come ho detto sopra, i Testimoni non vogliono sentir parlare di misteri. Non esistono misteri per loro, perché Dio ci dà la spiegazione «ragionevole» di tutto.
     «Come conciliare allora l’onniscienza di Dio con la libera volontà dell’uomo? Mettere alla prova Adamo, sapendo che questi non avrebbe superato la prova, non equivale a predestinarlo al peccato?

Per risolvere questo problema, i Testimoni ricorrono a questa spiegazione: Dio è dotato di onniscienza, però non ne fa sempre uso. Egli, cioè, ha la capacità di conoscere le cose future, però può anche rifiutare di guardare nel futuro, se vuole. Nel caso di Adamo, non ha voluto vedere come andava a finire, altrimenti non avrebbe potuto metterlo alla prova. Ma in questo modo, Dio non è più libero, perché questa «onniscienza» è condizionata e sottomessa al comportamento dell’uomo».

Che cos’è, allora, il Dio dei Testimoni?
     Se Dio non è autosufficiente, non è onnipotente, non è libero, che cos’è? È un idolo, frutto di una concezione materialistica e infantile, non molto dissimile da quella che si riscontra nelle religioni pagane (gli dèi greci che abitano sull’Olimpo); un ibrido miscuglio di mitologia e fantascienza all’americana, che con la Bibbia ha ben poco a che fare.

Geova: il nome di Dio?

Secondo i TdG, Dio si sarebbe dato un nome per distinguersi da molti falsi dèi. La parola Dio non è un nome, è solo un titolo come quello di presidente o re. Il vero nome di Dio sarebbe Geova. Come diciamo «il presidente Napolitano» per distinguerlo da un altro presidente (Pertini ecc.), così bisogna dire il «Dio Geova» per distinguerlo dagli altri dèi. (potete trovare un approfondimento sul nome di Dio-Geova a questo articolo)


     Noi crediamo che Dio non abbia bisogno di un nome per distinguersi. Il nome Geova serve ai TdG per distinguersi dagli altri, non a Dio. Da chi dovrebbe distinguersi? C’è un solo Dio. Gli dèi, secondo la Bibbia, sono idoli e gli idoli sono un «nulla» cioè non esistono (cfr. 1Cor 8,4).

     Nell’Antico Testamento si trovano diversi nomi di Dio (Adunai, El-Saddai, Elhoim ecc.). Il nome più usato nella Bibbia ebraica è Jahveh che i TdG continuano a pronunciare erroneamente Geova. Dico «continuano» perché la parola Geova era usata durante il Medio Evo anche dai cristiani, cattolici e protestanti (si trova anche sulle pareti di qualche vecchia chiesa), fino a quando gli studi biblici più avanzati hanno documentato, agli inizi del secolo scorso, che la pronuncia più probabile è Jahvè.
     Di certo c’è una sola cosa: Geova è errato. Questo lo sanno anche i Testimoni. Infatti, nel libro Equipaggiato per ogni opera buona, a pagina 25 riconoscono che il nome Geova non è corretto e ammettono che la pronuncia Jahvè è la più probabile. Perché allora non usano il nome Jahvè e conservano il nome Geova? Perché non si nominano ufficialmente «Testimoni di Jahvè», dal vero nome di Dio?
Rispondono:
«La forma Geova è in uso da molti secoli ed è estesamente conosciuta». (Potete vivere…, pag. 43)
Questo significa che adottano la pronuncia Geova per tradizione. Le tradizioni non contano se le usano gli altri, ma se le osservano i TdG sono legittime anche se sono sbagliate. 
I veri motivi di tanto attaccamento alla parola Geova sono due:

 Il primo ce lo rivela Gunther Pape, ex Testimone tedesco: «Abolire la consuetudine di usare il nome Geova sarebbe fatale per l’organizzazione. Tutta la popolarità, raggiunta con tante fatiche, si dissolverebbe». (G. Pape, Io ero Testimone di Geova, Queriniana, Brescia 1990, pag. 76
Quel nome è come il titolo di una ditta affermata. Cambiare il nome a una ditta significa spesso perdere i clienti abituati alla precedente denominazione.
Ma il motivo principale è perché il nome Geova serve ai TdG per identificarsi e «per differenziarsi da tutti i professanti cristiani della religiosa cristianità» (Il millenario regno di Dio, 1975, pag. 240)

Usare il nome Geova?
     La cosa importante, dicono i TdG, è conoscere e usare il nome di Dio, perché chi non usa il nome Geova non può essere ascoltato da Dio e salvarsi:

         «Conoscere e usare il nome di Dio è l’unico snodo per avvicinarsi a Dio e stabilire con lui una relazione personale». (La Torre di Guardia, 15 ottobre 1982, pag. 31)

Ma la Bibbia dice diversamente. Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,914), ambedue iniziano la preghiera con la parola Dio e non Geova. La preghiera del fariseo viene respinta e quella del pubblicano esaudita non in forza della parola usata per rivolgersi a Dio (entrambi lo hanno chiamato semplicemente Dio), ma per l’atteggiamento interiore: l’umiltà nel pubblicano, la superbia nel fariseo. Noi pensiamo che sia un’offesa all’amore e alla sapienza di Dio credere che egli condizioni la salvezza eterna di una persona all’uso di una parola di cui non conosciamo con sicurezza neppure la pronuncia.

Un abuso dei copisti?
   Com’è noto, nel testo originale greco del Nuovo Testamento (NT), il nome Jahveh non ricorre mai; compare solo in Apocalisse 19 nella forma alleluja che deriva da due parole ebraiche: allelu+ja = lodate + Ja (abbreviazione di Jahveh) ma è diventata una parola unica. Il Nuovo Testamento non riporta mai la parola Jahveh e quando cita in greco frasi dell’Antico Testamento, il tetragramma Jhvh lo traduce sempre Kyrios (Signore), oppure Theòs (Dio).

     l TdG ammettono che in nessun manoscritto del Nuovo Testamento compare il nome Jahveh, ma sostengono che gli evangelisti devono aver scritto questo nome che poi fu eliminato dai copisti, quando la cristianità «cadde nell’apostasia» dopo la morte dell’ultimo apostolo. Poiché il testo originale è in ebraico, non è possibile, dicono i TdG, che Matteo non abbia usato il nome Jahveh. Ma si può portare come prova un documento che non esiste?

     Convinti che gli autori del NT avevano usato il nome Jahveh, i Testimoni introducono 237 volte abusivamente il nome Geova nel NT. Ovviamente l’introduzione di tale nome cambia spesso il senso originale della frase.

 Un esempio.
Romani 14,89 in tutte le Bibbie è tradotto così:

«Perché se noi viviamo, viviamo per il Signore (Kyrios): se noi moriamo, moriamo per il Signore (Kyrios). Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore (Kyrios). Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore (Kyrios) dei morti e dei vivi».

La TNM traduce così:
«Poiché se viviamo, viviamo per Geova, e se moriamo, moriamo per Geova. Perciò sia se viviamo che se moriamo, apparteniamo a Geova. Poiché per questo Cristo morì e tornò in vita, per essere Signore sia dei morti che dei vivi».

     Nel testo greco, c’è sempre Kyrios (Signore). Chi è qui il Signore? Geova o Cristo? Per i traduttori geovisti, preoccupati di sminuire la figura di Cristo, il Kyrios del versetto 8 è Geova; perciò sostituiscono la parola Signore con Geova. Ma se il «Signore» del versetto 8 è Geova, il versetto 9 non avrebbe più senso. In questo versetto, infatti, si dice che Cristo morì e tornò in vita per essere il Signore dei morti e dei vivi. È chiaro quindi che, o vivi o morti, siamo di Cristo. In altre parole: se Cristo è morto e ritornato in vita per essere il Signore dei morti e dei vivi, noi, o vivi (sia che viviamo) o morti (sia che moriamo) apparteniamo a Cristo. Perciò, in questo testo il Signore è Cristo e non Geova.

    Un pensiero analogo è espresso nella Seconda Lettera ai Corinzi 5,15: «Ed egli (Cristo) è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro». «Sostituendo Kyrios con Geova in passi strategici, la TNM ha potuto riferire al Padre brani che si riferiscono al Figlio, laddove questi avrebbero palesemente messo in crisi l’apparato teologico precostituito. Si tratta del peggiore scempio operato dai «traduttori» geovisti, compiuto con sistematica  disinvoltura». (Polidori, La Bibbia…, pag. 129.)

     Riguardo ai copisti della Bibbia, i Testimoni sostengono due cose contraddittorie: da un lato affermano che la Bibbia è giunta fino a noi integra, per intervento divino:

«Geova Dio ha fatto in modo che la sua Parola fosse protetta non solo dagli errori dei copisti, ma anche dai tentativi di altri di farvi delle aggiunte» (Potete vivere…, pag. 53)  dall’altro dicono che Dio ha permesso che la Scrittura fosse manomessa solo su una cosa: l’eliminazione della parola Geova. Una distrazione di Dio?


Obiezioni geoviste

Gesù dice: «Padre… ho manifestato il tuo nome agli uomini» (Gv 17,6; cfr. Gv 17,26) dunque, dicono i Testimoni, Gesù ha fatto conoscere (manifestato) il nome Geova. Gesù dice: «Padre… sia santificato il tuo nome» (cfr. Mt 6,9), dunque bisogna santificare il nome Geova. In Atti 15,I 7 si parla di un popolo per il suo nome dunque,  concludono i TdG, il nome Geova serve per distinguersi come popolo di Dio.

     Rispondiamo che nella Bibbia «nome» è spesso sinonimo di «persona». Quando Gesù dice: «Padre, ho fatto conoscere il tuo nome», non intende dire che ha fatto conoscere che Dio si chiama Geova, perché il nome Jahvè gli Ebrei già lo conoscevano, lo vedevano scritto sulla Bibbia, anche se non lo pronunciavano, ed era usato nella liturgia del Tempio. Non si può rivelare una cosa già conosciuta. Gesù intende dire: «Ho fatto conoscere te, la tua persona», come dice espressamente in Giovanni 17,3: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio».

     L’espressione Padre sia santificato il tuo nome non significa santificare il nome Geova ma riconoscere Dio come Santo o, come traduce la Bibbia Tob: «Fatti riconoscere come Dio». Così pure «un popolo per il suo nome» significa «popolo di esclusiva proprietà di Dio; dedito al suo servizio».

     Nel Nuovo Testamento si parla anche del nome di Gesù, quasi sempre nel senso della persona Gesù. Ecco un esempio: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). Anche qui nome sta per persona e il testo significa che solo Gesù ci salva.
     Abbiamo detto che nel Nuovo Testamento non compare mai la parola Jahvè. Dio viene chiamato sempre e solo con queste parole: Theòs (Dio), Pater (Padre), Kyrios (Signore). E quando Gesù ha voluto insegnare a noi come rivolgerci a Dio non ha detto: «Quando pregate dite: Geova nostro…», ma «Padre nostro» (Mt 6,9). Non occorre altro.
Concepito Dio in questo modo, è impossibile ai TdG accettare il concetto di Trinità. Lo Spirito Santo per il geovismo non è una persona, ma una impersonale forza energetica proveniente da Dio.

 

 

Pubblicato in Testimoni di geova
Lunedì, 03 Novembre 2014 00:00

Geova non è il nome di Dio.

Geova non è il nome di Dio.


Ecco cosa ci dice il prof. Valla, linguista e traduttore dei testi biblici.

 

Pubblicato in Testimoni di geova
   

Mons. Luigi Negri


   

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