Google+
Apologetica Cattolica,Apologetica,Papa Francesco,Papa,chiesa cattolica,bibbia,sacre scritture,sacra scrittura,cristiani,chiesa,cattolici,religione,chiese,evangelici,testimoni di geova,protestanti,eresie,Dio,Gesù,Maria,Madonna Visualizza articoli per tag: bibbia

Messa in diretta live  

Clicca qui, e scorri in fondo alla pagina per la diretta video


   

Vedi anche…  

   

Adorazione Perpetua Online  

Adorazione di Gesù Eucarestia perpetua online


   

Bibbia Online  

Leggi la Bibbia online: Dopo l’apertura della pagina potete anche ascoltare i passi cliccando su questo simbolo:

Cerca nella BIBBIA
Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

Proseguiamo il nostro approfondimento sulla traduzione della Bibbia dei testimoni di geova, denominata Traduzione delle Sacre Scritture del Nuovo Mondo (TNM), potete trovare la prima parte a questa pagina.

I TdG si vantano non solo di aver tradotto la Bibbia in un italiano moderno e facile a capirsi, ma esaltano la TNM per la fedeltà ai testi originali.
Quanto moderno e comprensibile sia l’italiano della TNM, lo abbiamo appurato nel precedente capitolo
Ora cercheremo di dimostrare che, lungi dall’essere fedele all’originale, la TNM è infedele all’originale nei testi dottrinali che non si armonizzano con la dottrina geovista. Secondo la teologia geovista, Cristo non è coeterno col Padre ma è «un dio», cioè un essere divino, la prima creatura di Dio. Tutti i testi biblici che non si armonizzano con questa dottrina vengono accuratamente manipolati e distorti. Ne esaminiamo alcuni nella traduzione CEI e in quella TNM.


Giovanni 16,27

TNM     CEI
«…avete creduto che sono
uscito come rappresentante
del Padre
».
 «…avete creduto che io sono
    uscito da Dio»

 

Ecco il testo greco traslitterato e la traduzione alla lettera:

pepistèukate oti ego parà tou Theou exelthon.
… avete creduto che io da Dio sono uscito.


La traduzione CEI è «alla lettera». I «traduttori» geovisti sostituiscono il testo con la loro interpretazione, secondo la quale Cristo è una specie di «rappresentante legale» di Dio che autorizzerebbe Gesù a compiere funzioni (perdonare i peccati, annullare le disposizioni dell’Antico Testamento) di pertinenza esclusiva di Dio.

 

Matteo 2,11

TNM     CEI
Ed entrati nella casa videro il
fanciullino con sua madre Maria
e, prostratisi, gli resero omaggio.
Entrati nella casa, videro il 
bambino con Maria sua madre,
si prostrarono e lo adorarono.


Testo greco traslitterato:
…pesòntes prosekynesan autò
. …prostratisi adorarono lui.



La frase è tratta dal vangelo dell’adorazione dei Magi.
     Il verbo proskynèo, che in tutte le Bibbie è tradotto adorare, nella TNM è reso con rendere omaggio. Tra «adorare» e «rendere omaggio» c’è una differenza sostanziale di significato. L’adorazione è dovuta solo a Dio. Si può, invece, rendere omaggio a qualsiasi persona. Riconoscere un atto di adorazione verso Cristo, equivale a credere alla sua divinità, cosa decisamente negata dai TdG. Il geovismo, perciò, distingue due tipi di adorazione: un’adorazione assoluta, dovuta solo a Dio, e un’adorazione relativa, che sarebbe un «rendere omaggio», dovuta a Cristo come «rappresentante legale» di Dio. Il verbo proskynèo riferito a Cristo significherebbe quindi «adorare Geova mediante o per mezzo del suo principale rappresentante Gesù Cristo», cioè un’adorazione indiretta, indirizzata in realtà a Geova.
    Nel greco biblico, il verbo proskynèo può significare «adorare, onorare, rendere omaggio, inginocchiarsi davanti a…».


In questo testo e in quelli analoghi, la chiave per capire il significato del verbo proskynèo sta nel verbo che lo precede: pesòntes (participio aoristo del verbo pìpto = cadere giù, prostrarsi in segno di rispetto e di omaggio). Il verbo pìpto può significare:

1. Prostrarsi senza adorazione, quindi «rendere omaggio»: Mc 5,22 Giairo… gli si gettò (pìptei) ai piedi (Mc 5,22; cfr. Mt 18,29; Lc 8,41; 5,12; 17,16; Gv 11,32; Mt 17,6).

2. Prostrarsi con adorazione. Assume questo significato quando è in correlazione con il verbo proskynèo.

Ecco alcuni esempi:

Matteo 4,910: [11 Diavolo] gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi (pesòn), mi adorerai (proskynèses)». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

1Corinti 14,25: Prostrandosi a terra (pesòn), adorerà (proskynèsei) Dio…

Apocalisse 5,14: E gli anziani si prostrarono (èpesan) e adorarono (prosekynesan).
 
Apocalisse 19,10: Allora mi prostrai (èpesa) ai suoi piedi per adorarlo (proskynèsai)…

In Matteo 2,11 il verbo proskynèo significa «adorare». 
     I Magi riconoscono nel bambino la divinità. La preoccupazione dei TdG è salvaguardare la dottrina geovista. Il verbo proskynèo compare 59 volte nel Nuovo Testamento ed è riferito al Padre, a Cristo, a Satana, agli idoli. I TdG lo traducono sempre «adorare». Solo quando è riferito a Cristo lo traducono «rendere omaggio».



Giovanni 8,58

TNM     CEI
Edizione 1967:
Gesù    disse    loro:    «Verissi–
mamente vi dico: Prima che
Abraamo venisse all’esistenza, io sono stato».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima
che Abramo fosse, Io Sono».
Edizione 1987:
Gesù    disse    loro:    «verissi–
mamente vi dico: Prima che
Abraamo venisse all’esisten–
za, io ero».
 

 

Ecco il testo greco traslitterato e la traduzione «alla lettera»: 

Prìn Abraàm genèsthai egò eimì.
Prima che Abramo fosse io sono.

Nell’edizione del 1967, i geovisti traducono con un passato prossimo. Poi ci ripensano e, nell’edizione del 1987, traducono con un imperfetto (io ero). Il motivo è facile da comprendere. Come spiegheremo più avanti, per la dottrina geovista Cristo è una creatura divina, il primo angelo creato da Dio e come tale esisteva prima di Abramo.      Perciò la TNM traduce io ero, cioè: Io sono stato creato da Dio, prima che Abramo venisse all’esistenza.
     Ma nel testo greco c’è un presente indicativo assoluto (Io sono).  L’espressione Io sono, che Cristo attribuisce a se stesso, è una chiara affermazione di uguaglianza di natura col Padre e un evidente richiamo a Esodo 3,1314 in cui Dio si presenta a Mosè come Io sono: «Così dirai agli Israeliti: «Io-sono mi ha mandato a voi ». Applicando l’espressione «Io Sono» a se stesso, Gesù si mette sullo stesso piano di Dio, facendosi uguale a lui. Questo testo non si accorda con la dottrina geovista. Allora Io sono diventa io ero. 


Giovanni 10,33


 

TNM     CEI
I giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per un’opera eccellente, ma per bestemmia, perché tu, benché sia un uomo, fai di te stesso un dio». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».


Nella TNM, i Giudei vogliono lapidare Gesù, perché lo accusano non di farsi uguale a Dio ma di fare di se stesso un dio, cioè un essere divino. L’interpretazione geovista è errata, perché «la bestemmia, per i Giudei era concepibile solo in funzione di Dio, non già in funzione di altri «esseri potenti» putativi»(vedi). Bestemmiare non significava spacciarsi per un essere divino, ma insultare il nome di Dio, toccare il suo onore. I Giudei non si scandalizzano quando Gesù afferma di esistere prima ancora di Abramo (Gv 8,58). Fanno solo dell’ironia (Gv 8,57). Lo scandalo scoppia quando Gesù pretende per sé l’eternità (Io Sono), che è attributo esclusivo di Dio e quindi agli occhi dei Giudei si macchia di bestemmia, perché si mette alla pari con Dio. Questa interpretazione è confermata dallo stesso Evangelista, il quale dice chiaramente che il motivo dell’odio dei Giudei verso Gesù era il suo farsi uguale a Dio: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18).

    Giovanni 5,18 smentisce, dunque, l’interpretazione geovista di Giovanni 10,33 ma, cosa strana, i TdG lo traducono correttamente. Poi, però, spiegano che, in questo testo (Gv 5,18), Giovanni non riferiva il suo pensiero ma quello dei Giudei.
     Non sarebbe stato Giovanni; cioè, a credere che Gesù volesse farsi uguale a Dio, ma i Giudei i quali, per questa sua pretesa, volevano ucciderlo. Gli stessi traduttori geovisti annullano poi però questa interpretazione traducendo Giovanni 10,33 nel modo sopra esaminato:
     «I Giudei gli risposero:… ti lapidiamo… perché tu… fai di te stesso un dio». Ma se i Giudei pensavano che Gesù volesse farsi un dio, chi era che pensava che volesse farsi uguale a Dio? Giovanni, evidentemente!



Ebrei 1,8

 

TNM     CEI
Ma riguardo al Figlio: Dio
il tuo trono per i secoli dei
secoli.
Al Figlio invece dice: Il tuo è 
trono, Dio, sta nei secoli dei 
secoli.…

Nella TNM Dio è soggetto e il tuo trono è predicato. Tradotta in questo modo, la frase significa che Dio è il trono su cui siede il Figlio.
     Nella CEI Dio è un vocativo riferito al Figlio e il tuo trono è soggetto. Così tradotta, la frase significa che il Regno (trono) del Figlio dura in eterno. Dal punto di vista grammaticale, sono possibili entrambe le traduzioni, ma la versione geovista è esclusa da tutti.
     La frase è una citazione del versetto 7 del Salmo 45, con la quale l’Autore della Lettera agli Ebrei contrappone il Figlio agli angeli: questi sono inferiori. Ecco il versetto inserito nel suo contesto: «Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio. Mentre degli angeli dice… Al Figlio invece dice: Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli» (Eb 1,6).

     Il Figlio gode di un dominio eterno il tuo trono sta nei secoli dei secoli; gli angeli, invece, sono soltanto servi.
La TNM che considera Dio come trono del Figlio è un» assurdità. Il trono, infatti, è inferiore a chi vi sta sopra. Le creature sono il trono di Dio e non viceversa: «Signore degli eserciti, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini…» (Is 37,16; cfr. 66,1; Sai 80,13; Mt 5,34).
Che il Figlio abbia per trono il Padre è, ripetiamo, un» assurdità; ma che il Figlio sia una creatura e si sieda su Dio è una bestemmia.


Colossesi 2,9

 

TNM     CEI
Perché il lui dimora corpo–
ralmente tutta la pienezza
della qualità divina.
È in lui che abita corporalmente
tutta la pienezza della divinità.


In italiano, la parola divinità ha due fondamentali significati:

1. Natura, essenza divina, cioè l’essere Dio, deità.
2. Qualità divina, proprietà del divino.

In greco, divinità secondo il primo senso si dice theòtes; nel senso di qualità divina si dice theiòtes.
In questo testo si afferma che in Cristo dimora 

Pan tò pleroma tes theòtetos somatikòs.
Tutta la pienezza della divinità corporalmente.

Theòtetos è il genitivo di theòtes e indica la deità, la divinità come essenza.
La TNM sostituisce il termine theòtetos (genitivo di theòtes) col termine theiòtetos (genitivo di theiòtes).
Questo testo, infatti, afferma due cose negate dal geovismo:

1. Il Logos (cioè il Verbo, Gesù) si è incarnato in un corpo (somatikòs) umano, reale, quello di Cristo.
2. Il Cristo possiede la pienezza della natura divina.

«Per quanto attiene somatikòs (corporalmente), l» avverbio era già oggetto di attenzione presso i commentatori antichi, ma in questo contesto è per lo più inteso come rafforzativo della realtà dell’incarnazione. Dunque, lo stico si riallaccia all’inno del capitolo precedente e afferma perentoriamente la natura divina del Logos e al tempo stesso… ricorda che questa natura divina ha abitato in un corpo reale di carne e ossa»(Polidori, La Bibbia, pag.90).



Colossesi 1,1517

TNM     CEI
Egli è l’immagine dell’invisibile Iddio, il primogenito di tutta la creazione; perché per mezzo di lui, tutte le (altre) cose furono create…
Tutte le (altre) cose sono state create per mezzo di lui e per lui. Egli è prima di tutte le (altre) cose e per mezzo di lui tutte le (altre) cose furono fatte esistere.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché lui furono create tutte le cose…
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

La parola altre non è nel testo greco, ma i traduttori geovisti la inseriscono con l’espediente della parentesi. Il motivo è evidente.
Con la parola altre, il testo verrebbe a significare che il Figlio non è eterno come il Padre, ma è una creatura come le altre, anche se la prima.
I traduttori geovisti, per giustificare tale scorrettezza, fanno un parallelo col seguente passo di Luca:

«E rispondendo egli disse loro: «Immaginate voi che questi galilei fossero peccatori peggiori di tutti gli altri galilei perché hanno sofferto queste cose?»» (Le 13,24, trad. geov.).

In questo versetto la parola altri non c’è nel testo greco, ma i traduttori geovisti l’aggiungono perché è implicita nel testo. Anche altre bibbie, dicono, aggiungono in questo versetto la parola altre per rendere più chiaro il testo. Allo aggiungendo la parola altre in Colossesi 1,1517, essi avrebbero reso esplicito e chiaro il significato implicito in questo testo.
Il confronto fra i due brani è fuori luogo. È vero che nel testo di Luca la parola altri è implicita. Infatti, vengono contrapposti due gruppi omogenei: «questi Galilei» massacrati da Pilato e «tutti i Galilei» sono della stessa specie; sono Galilei quelli e Galilei questi. Quindi, aggiungere nel testo di Luca la parola altri è perfettamente corretto, perché non cambia il senso del versetto. Con o senza altri, la frase ha sempre lo stesso significato.

     Ma in Colossesi 1,1517, la parola altre non è implicita nel testo, perché dà al versetto un senso completamente diverso. Qui, infatti, la contrapposizione non è tra due gruppi omogenei, ma tra due realtà di diversa specie. Da una parte c’è Cristo, e tutte le cose dall’altra. Perciò, Cristo non è della stessa specie delle cose, ma è da esse distinto. Paolo sottolinea questa differenza usando un pronome neutro: tà pànta che, a rigore, dovrebbe essere tradotto il tutto. È estraneo al pronome plurale neutro, qual è tà pànta, un valore partitivo come quello che gli danno i TdG.

     La stessa espressione si trova in Ebrei 2,10:

«Conveniva infatti che Dio — per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose (tà pànta)».

     In questo testo vengono usate le stesse parole di Colossesi 1,1517, ma i traduttori geovisti non hanno inserito la parola altre, perché si riferiscono al Padre. Questo prova che la traduzione TNM non è fatta su obiettive basi grammaticali, ma su presupposti dottrinali. Se un testo va d’accordo con la dottrina geovista, i traduttori di Brooklyn rispettano la grammatica, se non si concilia con la loro ideologia, la grammatica viene del tutto ignorata.

 

Atti 10,36

 

TNM     CEI
«Egli ha mandato la parola ai figli d’Israele per dichiarare loro la buona notizia della pace per mezzo di Gesù Cristo: Questi è Signore di tutti (gli altri)». «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli di Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.»

La TNM inserisce nel testo le parole gli altri con la solita prassi della parentesi. L’inserzione, assente nel testo greco, ha «l’evidente finalità di attribuire una limitazione alla signoria di Cristo, che se non avesse un limite sarebbe uguale a quella di Dio Padre, il che non si concilia con la visione geovista».


Giovanni 14,911


 

TNM     CEI
«Chi ha visto me ha visto (anche) il Padre. Come mai dici «mostraci il Padre»? Non credi che io sono unito al Padre e che il Padre è unito a me?… Credetemi che io sono unito al Padre il Padre è unito a me». «Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?…
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me».


Ecco il testo greco della seconda frase, traslitterato secondo l’alfabeto italiano e la traduzione alla lettera:

Ou pistèueis òti egò en to Patrì kai o Patèr en emòi estin?
Non credi che io nel Padre e il Padre in me è?

Nella TNM viene aggiunta, con il solito espediente della parentesi, la parola anche per eliminare alla radice un possibile significato incompatibile con la teologia geovista. Le espressioni nel Padre e in me, non sono tradotte ma parafrasate e trasformate in unito al Padre e unito a me. Il testo sottolinea una mutua immanenza del Figlio nel Padre. La TNM suggerisce, invece, solo un’unione morale tra il Padre e Cristo. L’interpretazione si sostituisce al testo.


Seconda Corinzi 4,6


 

TNM     CEI
… con la gloriosa conoscenza di Dio mediante la faccia Cristo. la conoscenza della gloria
di Dio sul volto di Cristo.


Il testo greco traslitterato.

tes gnòseos tes dòxes tou Theou en prosopo Christou.
della conoscenza della gloria di Dio nel volto di Cristo.

Secondo questo testo, sul volto di Cristo è impressa e brilla la conoscenza della gloria di Dio. «La TNM, con una «traduzione» grammaticalmente ingiustificata, stravolge il senso della frase, che è chiaro in tutte le versioni, fatta eccezione per quella della TNM che, al consueto scopo di rendere più labile, se non inesistente, Io stretto legame ontologico tra Padre e Figlio, sovverte completamente il senso di questo versetto, rendendolo peraltro poco chiaro anche nella sua versione manipolata».


Romani 10,12


 

TNM     CEI
Poiché non c’è distinzione fra
giudeo e greco, poiché sopra
tutti è lo stesso Signore
, che è
ricco verso tutti quelli che lo
invocano.
 Poiché non c’è distinzione fra
Giudeo e Greco, dato che lui
stesso è il Signore di tutti
, ricco 
verso tutti quelli che lo
invocano.


Traduzione letterale della seconda proposizione:

Poiché lui è il Signore di tutti, ricco verso tutti coloro che lo invocano.

La frase è completamente stravolta con l’aggiunta di un sopra.

      La manipolazione ha un duplice scopo: limitare la signoria di Cristo, riferendo la parola lui al Padre e conciliare il testo con la dottrina geovista, secondo cui si possono rivolgere preghiere (quelli che lo invocano) solo al Padre e non a Cristo.

     Ma dal contesto (specialmente a partire dal v. 9) appare chiaro che il pronome lui e quindi il Signore è riferito a Gesù, che è il Signore dei Giudei e dei Greci (cfr. At 10,36; Rm 9,5).
    «Nell’Antico Testamento «coloro che invocano il nome del Signore» era una designazione degli Israeliti sinceri e pii. Nel Nuovo Testamento la stessa frase viene riferita ai cristiani (1 Cor 1,2; At 9,14) e l’oggetto, colui che viene invocato, è Cristo.

I vv. 1213 costituiscono una testimonianza eloquente: la Chiesa primitiva adorava Cristo come Kyrios. I Giudei aspettavano la salvezza dal Kyrios dell’Antico Testamento (Yahweh); ora viene loro annunciato che la salvezza viene da colui che Jahvéh stesso ha costituito Kyrios (Atti 2,36) attraverso la risurrezione».




Atti 7,5960

 

TNM     CEI
E tiravano pietre a Stefano
mentre faceva appello e diceva: «Signore Gesù, ricevi
mio spirito». Quindi, piegando le ginocchia, gridò a gran
voce: «Geova, non imputare
loro questo peccato».
E lapidavano Stefano, che
pregava e diceva: «Signore
Gesù, accogli il mio spirito.
Poi piegò le ginocchia e gridò
a gran voce: «Signore non imputare loro questo
peccato».


Secondo i TdG si deve pregare solo Dio. Poiché, per il geovismo, Gesù non è Dio, non gli si possono rivolgere preghiere.
    Nel testo greco di Atti 7,5960, ci sono due Kyrie (Signore): «Signore Gesù, accogli il mio spirito» e «Signore, non imputare loro questo peccato».

È chiaro che sono due invocazioni rivolte a Gesù al quale Stefano chiede due cose:

1) che accolga il suo spirito,
2) che perdoni i suoi uccisori.

Per il geovismo solo la seconda richiesta sarebbe una preghiera rivolta a Dio, perciò sostituisce anche in questo testo, il secondo Kyrie, che è riferito a Gesù, con «Geova».
La prima richiesta, invece («Signore Gesù, accogli il mio spirito»), non sarebbe una preghiera ma un fare appello. Nel testo greco è usato il verbo epikalèo, che significa «fare appello, appellarsi» in senso giuridico-legale, ed è usato in questo senso solo in Atti 25,11, in cui l’apostolo Paolo, sottoposto a giudizio, dichiara di appellarsi a Cesare: «Mi appello a Cesare». 
     In tutti gli altri casi, il verbo epikalèo significa «invocare». E «invocare» significa «pregare, supplicare». Nel Nuovo Testamento vi sono numerosi esempi di preghiere rivolte a Gesù: il lebbroso che «lo supplicava in ginocchio» (Mc 1,40); la donna cananea che «si gettò ai suoi piedi… lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia» (Mc 7,2526).
     Stefano non si appella, ma fa una richiesta, invoca Gesù, chiedendogli una cosa: accogli il mio spirito. Stefano era cristiano e quindi «invocava Gesù». I cristiani, infatti, sono «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,2; cfr. At 9,21 e 22,16).
     L’espressione «invocare il nome di Gesù» significa pregare e adorare Gesù, così come «invocare Dio» (Sal 86,5) o «invocare il nome di Dio» (Gl 3,5) significa pregare e adorare Dio.

Dai pochi testi esaminati, crediamo d’aver dimostrato che l’accusa fatta ai TdG, di aver tradotto la Bibbia in base alle loro credenze, corrisponda a verità. Ma la cosa  sorprendente è che anche il CD riconosce come fondata tale accusa:

«La traduzione del Nuovo Mondo delle Scritture Greche Cristiane ha dato origine all» accusa che il Comitato di Traduzione… si sia lasciato influenzare dalle credenze religiose. Tale accusa è fondata, ma questo non è stato fatto erroneamente o indebitamente». (La Torre di Guardia, 15 giugno 1964, pag. 383.)

Per loro stessa ammissione, dunque, i TdG non hanno ricavato la loro dottrina dalla Bibbia, ma hanno tradotto la Bibbia (falsificandola) in base alle loro credenze religiose.

«È necessario imparare le lingue bibliche?».
    A questa domanda, fatta da un lettore alla Società Torre di Guardia, il CD faceva rispondere che studiare le lingue bibliche (ebraico e greco) non solo non è necessario, ma è sconsigliabile perché:

 «anche se uno conosce l’ebraico e il greco antico non significa che riuscirà miracolosamente a comprendere il messaggio biblico… Un secondo fattore è che, per quanto oggi molti parlino ebraico o greco, queste lingue sono cambiate molto da quando fu scritta la Bibbia… Il terzo fattore è questo: apprendere una lingua può essere veramente difficile». (La Torre di Guardia, 1° novembre 2009, pag. 20.)

Sono ragioni che convincono solo il TdG indottrinato.
I veri motivi sono due: chi studia l’ebraico e il greco biblico scopre le manipolazioni operate dalla Società sui testi biblici; chi studia non ha tempo per la predicazione e per il proselitismo.

Pubblicato in Testimoni di geova
Domenica, 23 Novembre 2014 00:00

Introduzione.

Introduzione

Il riconoscimento dello status canonico di numerosi libri del Nuovo Testamento fu il risultato di un processo lungo e graduale, nel corso del quale taluni scritti considerati autoritativi furono separati da una massa molto più ampia di opere della prima letteratura cristiana. Sebbene questo fosse uno dei più importanti sviluppi nel pensiero e nella pratica della vita della Chiesa primitiva, la storia è in realtà muta su come, quando e da chi esso fu determinato. Nulla è più sorprendente negli annali della Chiesa cristiana dell’assenza di precisi resoconti su un processo tanto significativo.
   Tenendo conto di questa mancanza specifica, non desta meraviglia che la ricerca sulla messa in canone del Nuovo Testamento abbia sollevato molte questioni e tanti studi. Sappiamo per certo che alcuni problemi furono legati alla necessità di arginare alcuni gruppi eretici, come Marcione, che rischiavano di intaccare irreversibilmente la successione delle varie parti del Nuovo Testamento con l’introduzione di libri spuri (non autentici), altri problemi riguardano questioni testuali: ci si chiede se il cosiddetto tipo occidentale del testo del Nuovo Testamento fu creato perché fosse il veicolo del testo canonico emergente e quali forme di testo, tra la moltitudine di varianti trasmesse dai manoscritti, debbano ritenersi oggi come testo canonico. 
     Ulteriori problemi ancora investono aspetti teologici, alcuni dei quali comportano implicazioni di vasta portata.  Fra questi problemi sono centrali le domande se, da un lato, il canone vada considerato aperto o chiuso, e se, dall’altro, sia profittevole cercare un canone dentro il canone. 
     Nonostante il silenzio degli scrittori patristici per quanto concerne le testimonianze sul processo della messa in canone, vi è consenso unanime fra gli studiosi moderni su quelli che dovrebbero essere alcuni fattori che determinarono l’individuazione del canone del Nuovo Testamento. Prima di rivolgere l’attenzione a una moltitudine di testimonianze letterarie e di problemi storici sarà utile delineare brevemente alcuni dei più saldi punti di riferimento in quella che altrimenti potrebbe apparire come una landa desolata di particolari disparati e sconnessi.

     Il punto di partenza  della nostra indagine è il tentativo di classificare le fonti autorevoli riconosciuto il cristianesimo primitivo e vedere come queste esercitavano la loro influenza.
1. Dal primo giorno della sua esistenza la Chiesa cristiana possedette un canone di scritti sacri, le Scritture giudaiche, composte originariamente in lingua ebraica e ampiamente impiegati in una traduzione greca detta dei Settanta. I limiti precisi del canone giudaico poteva non essere ancora definitivamente fissati (nota 1: per ragguagli sul cosiddetto sinodo di Jamnia, circa 90 d.C., in cui si discusse delle scritture ebraiche) ma i libri che lo componevano erano già sufficientemente definiti perché si potesse riferirsi ad essi collettivamente come «Scrittura», o «Le Scritture»; le relative citazioni erano introdotte dalla formula «sta scritto» (γέγραπται).
     Al pari di ogni giudeo devoto, Gesù accettò le Scritture ebraiche come parola di Dio e attinse ad esse con frequenza nel suo insegnamento e nei suoi dibattiti. Sotto questo aspetto egli fu seguito dai primi predicatori e maestri cristiani, che a esse si appellavano per dimostrare la correttezza della Fede cristiana. Il grande rispetto della chiesa primitiva per l’Antico Testamento (come la tradizione cristiana chiamava le Scritture giudaiche) era fondamentalmente dovuto alla convinzione che i suoi contenuti fossero stati ispirati da Dio (2Tim. 3,16; 2 Pt. 1,20 s.).

2. Nelle comunità cristiane più antiche anche un altra fonte autorevole aveva preso posto accanto alle Scritture giudaiche: le parole di Gesù quali erano state trasmesse dalla tradizione orale. Nel suo ministero pubblico Gesù aveva rivendicato alle proprie parole un autorità in nulla inferiore a quella della legge antica e aveva collocato le sue dichiarazioni fianco a fianco dei precetti della legge stessa, con l’intenzione di completarli o anche correggerli e di revocarli. Ciò trova chiara dimostrazione, ad esempio, dalla sua posizione sul problema del divorzio (Mc. 10, 2 e parr.) e dei cibi impuri (Mc. 7,1419), atteggiamenti che risultano rafforzati dalle implicazioni delle cosiddette antitesi riportate da Matteo nel discorso della Montagna (Mt. 5,2148) « Nel tempo antico è stato detto…ma io vi dico».

     Non sorprende quindi che nella chiesa primitiva le parole di Gesù che si ricordavano fossero gelosamente custodite e citate, pretendendo il loro posto accanto alla Legge e ai Profeti, rispetto ai quali esse erano considerate di autorità pari o anche superiore. È a queste «parole del Signore», che l’apostolo Paolo si richiama con tanta sicurezza in varie occasioni per rafforzare qualche ammonimento (1Cor. 9,14; Lc. 10,7), o per risolvere qualche difficoltà (1Tess. 4,15; 1Cor. 7,10), o a conferma di qualche rito (1Cor. 11,23).
     All’inizio gli insegnamenti di Gesù circolarono oralmente, da ascoltatore ad ascoltatore, diventando, per così dire, il nucleo del nuovo canone cristiano. Ma poi furono composte narrazioni che registravano le parole rimaste nella memoria, insieme con i ricordi dei suoi atti di misericordia e delle sue guarigioni. Alcuni documenti di questo tipo sono alla base dei nostri vangeli e vi si accenna nella premessa al terzo vangelo (Lc. 1,14 , nota:Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.).
 
3. Parallele alla circolazione orale degli insegnamenti di Gesù erano l’interpretazioni apostoliche dell’importanza della sua persona e della sua opera per la vita dei credenti. Queste interpretazioni, insieme con le esortazioni, erano comunicate direttamente alla comunità di nuova fondazione durante la prima attività missionaria. Per mezzo di lettere, inoltre, era possibile continuare in qualche misura la tutela delle comunità dopo che i missionari erano partiti per altre regioni, o anche trasmettere direttive ai credenti in città non precedentemente visitate (come accadde, ad esempio, con le lettere ai Romani e ai Colossesi). Tali lettere, come avevano ammesso perfino i critici di Paolo nella Chiesa di Corinto, erano «dure forti» (2Cor. 10,10). 
     quando doveva risolvere problemi sui quali mancava la parola del Signore, Paolo rivendicava di essere un «delegato del Signore» e di avere lo spirito di Dio (1Cor 7,2540). Egli considerava «del Signore» le sue istruzioni ai suoi comandi (1Cor 14,37), in altre parole, riteneva che il Signore stesso parlasse attraverso di lui (1Tess 2,13).
La circolazione delle lettere di Paolo ebbe inizio già durante la sua vita, ciò è provato dalla prescrizione dell’apostolo secondo la quale avrebbe dovuto esserci uno scambio di (copie di) lettere fra i Colossesi e i Laodicesi (1Col. 4,16). Inoltre gli indirizza alla lettera ai Galati «alle chiese di Galazia» (Gal. 1,2) e raccomanda che 1Tess. sia letta «ma tutti fratelli» (1Tess. 5,27), il che forse implica l’esistenza di numerose «chiese domestiche».
     gli scrittori di questa lettera apostolica, pur confidando di parlare con autorevolezza, non mostrano di essere consapevoli che le loro parole potessero essere considerate come modello durevole di dottrine e di vita nella Chiesa cristiana. E si scrivono per un proposito immediato e proprio come avrebbero desiderato parlare se avessero potuto esser accanto le persone cui si indirizzavano. È naturale che simili lettere fossero conservate amorosamente elette più e più volte dalle comunità che l’avevano ricevute per primo, ed altri che dovevano apprezzare le coppie di così preziose testimonianze dell’età apostolica. [(Nota 4: qua e là negli scrittori patristici si incontrano notizie sulla conservazione dell’autografo di questo o quel libro del nuovo testamento. Tertulliano (praescr. her. 36) nomina Tessalonica fra le città cui erano state indirizzate lettera apostolica che venivano ancora lette sull’autografo (apud quas [sc. ecclesias] ipsae authenticae litterae eorum recintatur, dove ipsae impedisce di interpretare authenticae come «non mutile» o «non falsificate dagli eretici)].
 
4. Con il passare del tempo una letteratura cristiana crebbe in quantità e fu fatta circolare attraverso differenti comunità. Verso la fine del primo secolo Clemente di Roma scrisse una lettera alla Chiesa di Corinto e all’inizio del secondo secolo Ignazio, vescovo di Antiochia, in viaggio verso il martirio Roma, inviò sei brevi lettere a varie chiese e una Policarpo di Smirne. In queste opere, e ancor più nella successiva letteratura cristiana secondo secolo, gli scrittori incorporarono idee e frasi familiari degli scrittori apostolici in qualche caso li citarono espressamente. Quale che fosse il loro consapevole atteggiamento nei confronti di simili documenti apostolici, è chiaro che loro pensiero si modellò fin da principio su di essi. Al tempo stesso allusioni alla maggiore autorevolezza degli scrittori apostolici, in quanto vissuti in tempi tanto vicini al ministero terreno di Gesù, staccarono sempre di più i primi documenti dagli scritti contemporanei e giovarono a consolidarli come corpo letterario ben distinto. La lettera di Clemente e le lettere di Ignazio, ad esempio, risentono chiaramente dello spirito dell’età subapostolica. 

 

Pubblicato in Canone Biblico
Domenica, 16 Febbraio 2014 18:44

Il ritorno di Nestorio

 
madonna in preghiera
 
 
 
 
Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio di nestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 
Vero Dio e vero Uomo?

 
Come ho già avuto modo di notare, l’incontenibile e talvolta ossessiva avversione di molti evangelici per la figura di Maria nasconde qualcosa di molto più grosso di quella – a sua volta morbosa – paura dell’idolatria. L’appellativo di “Madre di Dio” suona loro come una bestemmia, né può giovargli la spiegazione che Maria lo è solo in quanto madre di Cristo come Dio Incarnato. Per il semplice motivo che molti di loro alla divinità di Cristo non credono proprio. Per quanto può sembrare incredibile, chi frequenta i pentecostali prima o poi si trova di fronte a domande del tipo “ma nella Scrittura dove sta scritto che Cristo è Dio”?
 
Secondo loro infatti “non sta scritto”, anzi è detto tutto il contrario. E quindi vi daranno anche illuminanti prove “bibliche” come il fatto che Dio non può essere tentato (Gc 1, 1314) mentre Cristo lo fu. Oppure che il Figlio di Dio “è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita” (Eb 7, 3), mentre i Vangeli riportano la genealogia di Gesù. Fino a negare l’Incarnazione in quanto il Messia sarebbe stato solo un uomo in cui abitava la deità (Col 2, 9), cosa che spiegherebbe ad un tempo l’assunzione da parte sua di prerogative divine (come il perdono dei peccati) e l’equivoco di chi per questo lo ha scambiato per Dio in persona.  Una vera e propria Incarnazione non sarebbe infatti avvenuta, e comunque non in Maria. Infatti, almeno durante la vita terrena di Cristo, nessuno lo avrebbe mai chiamato Dio ed è inutile spiegare loro che appellativi come “il Signore” e “Figlio di Dio” (cioè della stessa natura di Dio) invece vogliono dire proprio questo. Né serve citare episodi come l’adorazione dei Magi, ignorata o negata proprio come fanno i testimoni di Geova. Il tutto condizionato da una certa confusione che spesso porta a stridenti contraddizioni e a continue oscillazioni tra arianesimo (negazione della divinità di Cristo) e nestorianesimo (negazione dell»unione ipostatica per cui Cristo avrebbe due nature separate). Infatti, non si può più dire che Gesù Cristo sia Dio ma che in Gesù Cristo era presente Dio.
 
 
 
 
 
Un semidio nascosto

 
Infatti non è chiaro se Gesù sia per loro un uomo posseduto dalla divinità o un dio che, assumendo l’umanità, si è liberato della natura divina per poi riprenderla dopo la resurrezione. Una sorta di semidio decaduto che, come Ercole, deve passarne di tutti i colori per tornare all’Olimpo, per cui allo stesso tempo è dio ma non lo è; come se fosse possibile una via di mezzo: avere la natura divina, ma non abbastanza per essere Dio. Come al solito, anche qui ogni evangelico tende a farsi la sua teoria ma una cosa è certa ed è il rifiuto – anche se occultato – della cristologia ortodossa sancita dalla Chiesa universale riunita nel Concilio di Calcedonia. Il nestorianesimo è una base comune su cui sono state innestate fantasie di ogni tipo, come questa divinità che si spegne e si accende a mò di una lampadina, fino a conclusioni quasi ariane. 
 
 
Ma tutto questo non avviene alla luce del sole, ed è facile immaginare il perché. Molti di questi evangelici appartengono alle ADI che, almeno sul loro sito, professano ancora una cristologia ortodossa. Quanto quelle parole siano sincere non saprei dire, potrebbe trattarsi anche qui di uno specchietto per le allodole. Di sicuro le Adi non sembrano affatto interessate a contrastare il ritorno delle eresie cristologiche tra le loro fila. Tra le chiese evangeliche vige spesso un certo relativismo teologico (purchè non si tratti di condannare la Chiesa). Ad ogni modo, almeno per ora, questa nuova forma di nestorianesimo viene tenuta perlopiù segreta, non la troverete mai esposta in un sito evangelico né un pentecostale verrà mai a parlarvi di queste cose. Piuttosto verrà a parlarvi di Maria e di come la avete divinizzata, ma mai a dirvi che Gesù (entità distinta dal Cristo) non è Dio: quando questa sarebbe la cosa più importante da riferire. In quel caso, però, la loro predicazione assumerebbe una chiara connotazione anticristiana che li squalificherebbe a priori. Sanno bene che la predicazione antimariana è un ottimo grimaldello: da un lato va a colpire al cuore la dottrina della Chiesa, mentre dall’altro si può demolire la divinità di Cristo senza nemmeno nominarlo. Inoltre Maria, come figura femminile, è più vulnerabile ad attacchi stereotipati e misogini (del tipo “non capiva; non ascoltava; non credeva” ecc…). Secondo molti evangelici, la “benedetta tra le donne” per tutte le generazioni avrebbe infatti esaurito il suo compito dando alla luce Gesù: cioè le attribuiscono un comportamento che non assumerebbe nemmeno la peggiore delle madri (Is 49, 15).
 
 
 
 
Come scoprire un nestoriano

 
Ma stanare questi nestoriani “nicodemisti” non è difficile, basta incalzarli con domande del tipo “Credi che Gesù sia sempre stato vero uomo e vero Dio, con due nature unite in una sola persona?”. Può essere utile anche riportare le espressioni dei grandi concili cristologici, la chiarezza del Magistero opposta alle loro elucubrazioni impedisce di nascondersi ulteriormente. Anche se, puntualmente (almeno a me è capitato quasi sempre), dopo essere venuti allo scoperto fanno subito marcia indietro lamentando di essere stati fraintesi. Anche se magari hanno affermato di essere proprio d’accordo con Nestorio. 

Tra gli altri, io ho parlato anche con due pastori Adi. Il primo mi ha detto di essersi convinto della consequenzialità tra la divinità di Cristo e il titolo di “Madre di Dio” per Maria, ma riconoscere quest’ultimo vorrebbe dire sconfessare in maniera troppo plateale una secolare tradizione anti-ecclesiastica. Quindi il problema doveva essere nella divinità di Cristo, negata infatti da una lettura “ispirata” della Sacra Scrittura secondo cui – almeno sulla Terra – Gesù sarebbe stato solo vero uomo e non vero Dio. Il secondo pastore, invece, dopo molte reticenze mi ha fatto una domanda molto significativa: “Ma secondo te sulla croce è morto l’uomo o Dio?”. Confermandomi poi che, secondo lui, sulla croce è morto l’uomo Gesù ma non Dio. Non stupisce che questo sia un argomento proprio di Nestorio che non accettava si dicesse che il Figlio di Dio fosse morto sulla croce: neanche specificando che questo gli era avvenuto in quanto uomo. Ed è così che i pentecostali oggi negano in maniera evidente l’unione ipostatica delle due nature, per cui quando le cose vanno male e l’uomo Gesù muore – essendo una sorta di tramite – il dio lo lascia. In questo senso non c’è Incarnazione, e anche quando dicono di crederci ne intendono una puramente virtuale in cui la natura divina si congiunge solo a quella umana ma senza unirsi in una sola persona (unione ipostatica). Infatti non esiste Gesù Cristo, ma un uomo (Gesù) che contiene un dio (Cristo). Non due nature, quindi, ma due persone. Tutta la teologia di Dio che si fa uomo per redimere l’umanità, entrando nella morte e sconfiggendola, sembra diventata del tutto accessoria. Non a caso, molti pentecostali sono allergici a croci e crocifissi e accusano la Chiesa di predicare un «Cristo crocifisso» (1 Cor 23) che secondo loro sarebbe in contraddizione con quello «risorto». E» chiaro che, se Dio non si è davvero fatto uomo, quello della croce non può che essere «scandalo» e «stoltezza». 


 
I nestoriani inconsapevoli

 
Ma il grado di penetrazione di questa nuova forma di nestorianesimo non è uguale per tutti gli evangelici. Ci sono infatti i nestoriani consapevoli (li si può facilmente individuare anche perché di solito sono quelli più arrabbiati contro l’ingombrante figura di Maria) e quelli inconsapevoli. In questi ultimi ci sono diversi gradi di inconsapevolezza, ma tutti sono portatori (talvolta sani) di questo germe. Ci sono infatti evangelici che credono davvero alla cristologia calcedonese, ma si sentono così legati alla predicazione antimariana che all’occorrenza diventano nestoriani. Nell’illusione che si tratti di posizioni conciliabili tra loro, probabilmente anche perché non vengono del tutto comprese. In pratica sono nestoriani quando si parla di Maria, ma sono calcedonesi per quanto riguarda Gesù (è il caso, di solito, dei butindariani). Con una tale ambiguità, non è difficile immaginare che col tempo molti finiscano per passare dalla premessa di Nestorio (Maria madre di Cristo e non di Dio) alla tesi vera e propria (negazione della divinità di Cristo, secondo le declinazioni che ciascuno preferisce). Finendo poi per fare ancora un altro passo: Maria madre di Gesù (cioè dell’uomo) e non di Cristo (Dio). E sembra che il progetto sia proprio questo: non predicare apertamente il nestorianesimo ma seminarlo nelle sue premesse, così che ognuno ci possa arrivare da solo e credere che sia una rivelazione divina. Alla quale necessariamente arriveranno anche gli altri ma che – per il momento – è meglio non scandalizzare.


Conclusioni


 
Questa strategia è, almeno per l’ultimo pentecostalismo, sistematica e non occasionale. Infatti ci sono molti concetti teologici che i pentecostali condividono solo apparentemente ma ai quali — in realtà — attribuiscono significati completamente diversi da quelli della Tradizione cristiana. Se può capitare che un nestoriano sia convinto di credere a Cristo come vero Dio e vero Uomo in una sola persona, allora può anche dire di credere alla Trinità ma negando che sia composta da tre Persone distinte (usando cioè argomenti tipici degli unitariani per negare la Trinità). Infatti anche quella dell’unitarianesimo inconsapevole è una realtà molta diffusa, perché è importante mantenere l’apparenza di una predicazione cristiana alternativa. Invece predicare apertamente contro la divinità di Cristo e la Trinità accosterebbe i pentecostali a realtà protestanti ormai del tutto estranee al Cristianesimo come quella dei testimoni di Geova.
 
 
Pubblicato in Pentecostali
Sabato, 01 Febbraio 2014 11:13

Capire la Bibbia da soli - Illusione antica

Sant’Agostino di Ippona (†nel 430), nel suo Contra epistulam fundamenti, 5, scrive:

   «Non crederei al vangelo se non mi spingesse l’autorità della Chiesa cattolica»

Agostino (convertitosi nel 387, morto nel 430), che alcuni definiscono «il più importante dottore della chiesa tra Paolo e Lutero», diede queste risposte: «Perché quei libri attestano la loro ispirazione per il loro carattere intrinseco; perché essi hanno riscosso il consenso generale dei Cristiani; perché le chiese che li hanno sostenuti erano quelle che avevano mantenuto integra la tradizione apostolica».
Leggendo s.Agostino, ci rendiamo conto di quanto attuali siano i suoi assunti, egli scriveva contro le eresie della sua epoca, eppure le modalità e le invettive usate dagli eretici per attaccare la sana dottrina cattolica erano e sono sempre le stesse.

Essi dicevano e dicono di capire la Bibbia da soli, con l’aiuto dello Spirito Santo, calpestando la ragione umana e la loro stessa coerenza, ho fatto notare infatti che in simili contesti i corsi e commentari biblici sono o sarebbero fuori luogo, eppure tutti i protestanti ne usufruiscono. Dov’è la coerenza tra quello che affermano e quello che fanno?

Leggiamo cosa scriveva s.Agostino nella sua opera Dottrina Cristiana, agli eretici che pretendevano di capire la Bibbia da soli, tanto per delegittimare la Chiesa, sola colonna e sostegno della verità:

 

(Dottrina cristiana –Prologo– s.Agostino)

Qualcuno forse riterrà false tutte queste cose; né io voglio accanirmi in senso contrario. In effetti la disputa è con dei cristiani che hanno la soddisfazione di conoscere le Sacre Scritture senza bisogno di uomini che li guidino, e pertanto, se così è, posseggono un bene vero e di non poco valore. Tuttavia debbono ammettere che ciascuno di noi ha imparato la propria lingua nella sua infanzia a forza di ascoltarla e, quanto alle altre lingue, — supponiamo il greco, l’ebraico o altra — l’hanno apprese o ascoltandole come sopra o mediante l’insegnamento di qualche persona. Inoltre, se fosse davvero così, potremmo esortare i fratelli a non insegnare queste cose ai loro piccoli, poiché in un batter d’occhio, alla venuta dello Spirito Santo, gli Apostoli ripieni del medesimo Spirito parlarono le lingue di tutte le genti , ovvero, se di tali effetti non beneficiano, diciamo loro che non si ritengano cristiani o dubitino d’aver ricevuto lo Spirito Santo. Viceversa, ciascuno apprenda con umiltà quanto deve essere imparato dall’uomo, e colui, ad opera del quale viene impartito l’insegnamento, senza insuperbirsi e senza provarne invidia, comunichi all’altro ciò che egli stesso ha ricevuto. Né tentiamo colui nel quale abbiamo creduto, come faremmo se, ingannati dalle astuzie e dalla malvagità del nemico, non volessimo andare in chiesa ad ascoltare e apprendere il Vangelo o non volessimo leggerne il testo o ascoltare chi ce lo legge e lo espone predicando, attendendo d’essere rapiti al terzo cielo, sia col corpo sia senza il corpo — come dice l’Apostolo — e lassù ascoltare parole ineffabili, di cui all’uomo non è consentito parlare, o magari vedere, sempre nel cielo, il Signore Gesù Cristo e ascoltare da lui stesso, piuttosto che dall’uomo, l’annuncio evangelico.

Guardiamoci da tali tentazioni frutto di grande superbia e assai pericolose. Pensiamo piuttosto all’apostolo Paolo. Sebbene abbattuto e istruito da una voce divina proveniente dal cielo, egli fu mandato da un uomo per ricevere i sacramenti ed essere inserito nella Chiesa. Così il centurione Cornelio. Un angelo gli annunziò che le sue orazioni erano state esaudite e le sue elemosine gradite a Dio; tuttavia, per essere catechizzato fu mandato da Pietro, dal quale non solo avrebbe ricevuto i sacramenti ma anche udito cosa avesse dovuto credere, sperare e amare. E in realtà tutte queste cose avrebbe potuto farle l’angelo stesso, ma se Dio avesse fatto capire di non voler dispensare la sua parola agli uomini per mezzo di altri uomini, la dignità dell’uomo ne sarebbe risultata sminuita.

E qui, ovviamente, ricordiamo anche quell’eunuco che leggeva il profeta Isaia ma non lo comprendeva. L’Apostolo non lo mandò da un angelo, e ciò che non comprendeva né gli fu spiegato da un angelo né gli fu rivelato alla mente da Dio stesso senza l’intervento dell’uomo. Al contrario, per ispirazione divina, fu mandato a lui Filippo, che conosceva il profeta Isaia. Sedutosi con lui, Filippo con parole e linguaggio umano gli rese manifesto quanto si celava in quel passo scritturale. O che forse Dio non parlava con Mosè? Eppure costui, uomo sommamente avveduto e per nulla superbo, accettò il consiglio di reggere e governare il suo popolo, divenuto troppo numeroso, dal suocero che pur era uno straniero. Quell’uomo esimio infatti sapeva che, da qualunque persona fosse venuto un consiglio verace, lo si doveva attribuire non a quella persona ma a colui che è la verità, cioè a Dio che non è soggetto a mutazioni. Un’ultima parola a tutti coloro che si gloriano di comprendere tutte le parti oscure della Bibbia per dono di Dio e senza essere istruiti con norme umane. È certamente retta la loro opinione quando ritengono che tale facoltà non è risorsa loro, quasi derivata da loro stessi, ma elargita da Dio. E pertanto essi cercano la gloria di Dio e non la propria: leggono e capiscono senza che altri uomini vengano a spiegare. Ma allora perché loro stessi si industriano di spiegare agli altri e non piuttosto li lasciano all’azione di Dio, affinché anch’essi apprendano non tramite l’uomo ma da Dio che li illumina interiormente? Senza dubbio temono di sentirsi dire dal Signore: Servo cattivo, avresti dovuto dare il mio denaro ai banchieri. Come dunque costoro, o scrivendo o parlando, comunicano agli altri le cose comprese, così (la cosa è ovvia) neanche io debbo essere messo sotto processo se paleserò non solo cose da comprendersi ma anche quelle che, una volta comprese, debbono essere praticate.”

Leggendo queste righe di s.Agostino oltre a notare che non dà affatto ragione al metodo protestante della Sola Scriptura, mi sembra di sentire l’eco delle frasi pentecostali o protestanti in genere, che pretendono di capire la Bibbia da soli, nascondendo inconsciamente orgoglio e presunzione, annullando il significato delle parole di s.Paolo che troviamo in

1 Cor 12,28. Purtroppo vengono abituati dai loro pastori a pensare così!

Ancora una volta notiamo il modo fazioso di citare addirittura i padri della Chiesa che di sicuro non vanno a favore delle tesi protestanti, per “provare” come “l’ingannatrice” Chiesa cattolica romana “prenda in giro” i suoi fedeli. Come abbiamo visto Blocher a pag. 26 del suo libro cita s.Agostino per avvalorare la sua tesi della Sola Scrittura, a sfavore della Tradizione, peccato che come è suo stile “dimentica” di citare il paragrafo della stessa opera in cui Agostino dice:

Quanto a noi, riportiamo la considerazione a quel terzo gradino del quale avevamo stabilito di approfondire ed esporre ciò che il Signore si fosse degnato di suggerirci. Pertanto sarà diligentissimo investigatore delle divine Scritture colui che, prima di tutto, le legge per intero e ne acquista la conoscenza e, sebbene non le sappia penetrare con l’intelligenza, le conosce attraverso la lettura. Mi riferisco esclusivamente alle Scritture cosiddette canoniche, poiché, riguardo alle altre le legge con tranquillità d’animo chi è ben radicato nella fede cristiana, per cui non succede che gli disturbino l’animo debole e, illudendolo con pericolose menzogne e fantasticherie, gli distorcano il giudizio in senso contrario alla retta comprensione. Nelle Scritture canoniche segua l’autorità della maggior parte delle Chiese cattoliche, tra le quali naturalmente sono comprese quelle che ebbero l’onore di essere sede di un qualche apostolo o di ricevere qualche sua lettera.”

Quanti fra quelli che hanno letto il libro “La Chiesa cattolica romana allo specchio” sono andati a controllare gli scritti dei padri, compreso quello appena visto di s.Agostino, citati dall’autore?

Notate come alcuni citano faziosamente gli scritti patristici? Cosa producono nel fedele che legge in buona fede? Antipatia verso la Chiesa cattolica “ingannatrice”, e la falsa illusione di trovarsi nella verità cristiana.

La Bibbia stessa attesta che la sua interpretazione presenta varie difficoltà. Accanto a testi limpidi contiene passi oscuri. Leggendo certi passi di Geremia, Daniele s’interrogava a lungo sul loro significato (Dn 9, 2). Secondo gli Atti degli Apostoli, un etiope del I secolo (l’eunuco che fu battezzato da Filippo) si trovava nella stessa situazione a proposito di un passo del libro di Isaia

(Is 53 78), riconoscendo di aver bisogno di un interprete (At 8, 3035).

Ancora in Dn 7,15 troviamo una visione che ebbe il profeta:

“Io, Daniele, mi sentii venir meno le forze, tanto le visioni della mia mente mi avevano turbato; mi accostai ad uno dei vicini e gli domandai il vero significato di tutte queste cose ed egli me ne diede questa spiegazione: «Le quattro grandi bestie rappresentano quattro re, che sorgeranno dalla terra; ma i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per secoli e secoli».”

Ma, non era più semplice che Dio gli dicesse in maniera chiara quello che voleva?

Perché si doveva ricorrere all’interpretazione?

Semplicemente perché ogni dono, compreso quello dell’interpretazione non viene dato a tutti, lo Spirito Santo lo dona solo ad alcuni che Lui ritiene adatti. Daniele indubbiamente, pieno di Spirito Santo, che lo faceva profetare al popolo, dovette riflettere a lungo sul significato delle Scritture e/o delle visioni, c’è chi invece dice di veder tutto ben chiaro della Bibbia, nessun dubbio, poi però assistiamo a dottrine che negano la Trinità, o la divinità di Cristo, oppure l’esistenza dell’inferno ecc., questi sono i frutti della sfacciata faciloneria e presuntuosità.

I fratelli separati si sentono tutti dottori biblici, come se ognuno di loro avesse il dono della scienza e della sapienza, come se tutti fossero maestri. Non funziona così, come non tutti hanno il dono di guarigione, allo stesso modo non tutti hanno il dono della scienza che serve per bene interpretare le Scritture.

Riflettiamo ancora su qualche altro versetto:

Zaccaria riceve una visione da interpretare:

“L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne. Due olivi gli stanno vicino, uno a destra e uno a sinistra». Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio».” (Zc 4,14)

La seconda lettera di Pietro dichiara che «nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1, 20) e osserva, d’altra parte, che le lettere dell’apostolo Paolo contengono «alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16).

All’epoca del primo secolo dopo Cristo tutti avevano, o dovevano avere, ancora ben vivi gli insegnamenti cristiani, e tutti potevano asserire di essere divinamente guidati, meglio degli odierni protestanti, eppure alcuni travisavano le lettere di Paolo. Il problema è perciò antico, ma col passar del tempo si è accentuato: venti o trenta secoli separano ormai il lettore dai fatti e detti riferiti nella Bibbia, e questo non manca di sollevare varie difficoltà. D’altra parte, a causa del progresso delle scienze umane, i problemi concernenti l’interpretazione sono divenuti nei tempi moderni più complessi. Sono stati messi a punto metodi scientifici per lo studio di testi dell’antichità. In che misura questi metodi si possono considerare appropriati all’interpretazione della Sacra Scrittura?”

La Bibbia contiene la verità, la Bibbia è Verità, ma affinché non venga storpiata, Cristo ha stabilito una colonna a suo sostegno, 1 Tm 3,15, la Chiesa. Senza di essa la Bibbia non sarebbe mai sopravvissuta attraverso tutte le eresie comparse nei diversi secoli.

Cosa ci dice s. Paolo in merito ai doni dello Spirito, alcuni di questi utili per capire bene e, di riflesso poter insegnare ad altri il significato profondo di molti versetti?

“Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?” (1 Cor 12,2830)

Citando i versetti di Paolo, colgo pure l’occasione per farvi notare come l’insistente frase protestante “Gesù ha detto che non ci sono maestri, tranne Lui…” è un altro errore di interpretazione che fanno i protestanti e pentecostali.

“Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.”

(Mt 23,812)

Beh, qui dovrebbe essere chiaro che Gesù ci sta insegnando l’umiltà, affinché i maestri deputati a insegnare al popolo, primi fra tutti gli Apostoli, non si inorgoglissero sentendosi chiamare maestri.

Abbiamo appena visto che Paolo dice che alcuni sono stati istituiti maestri, altri profeti, ecc., e se lo dice vuol dire che il ruolo di maestro, era normale già a quei tempi, anche per i cristiani. I maestri delle Sacre Scritture insegnavano al popolo come ben capirle.

Ripeto, a che servono i maestri, se ognuno può capire da solo la Bibbia, come asseriscono i protestanti? Ecco come in realtà, riflettendo serenamente sul significato di alcuni versetti, sia la stessa Bibbia a dirci che non tutti la possiamo capire per intero e da soli. Diversamente non si capisce a che cosa servirebbero questi maestri di cui parla Paolo. Naturalmente ciò non toglie che il Maestro supremo è Cristo, che misericordiosamente affida il dono dell’insegnamento ad alcuni suoi discepoli scegliendoli come maestri.

Ma non tutti abbiamo il dono o il ministero dell’insegnamento, di conseguenza non è credibile che ognuno di noi possa capire tutta la Bibbia da solo. Spesso dimentichiamo le nostre miserie derivanti dal peccato e ci sentiamo talmente puri, da ricevere l’insegnamento biblico direttamente dallo Spirito Santo. Questo accade soprattutto ai protestanti, ignorano la propria miseria umana, e peccano inconsciamente di orgoglio.


“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore.” (Ef 4,1114)

 

S. Paolo da’ per scontato che ci debbano essere i maestri, non che si auto-proclamino tali, ma scelti dai loro predecessori, che a loro volto sono stati scelti, fino a risalire agli Apostoli.

Nel mondo protestante quasi sempre il maestro o pastore, si auto-proclama tale, anche se in buona fede, e con tutta la buona volontà del caso. Conosco diversi pastori pentecostali, che diventano tali, solo perché si sentono nell’animo di farlo. Il pastore T., ad esempio dove ha trovato il fondamento biblico per consentire a sua moglie Miriam di diventare anch’ella pastore? Questa buona volontà, questo spirito di sacrificio, da un lato sono da apprezzare, ma dall’altro manifestano e producono anarchia disciplinare e dottrinale.

In questi contesti ognuno insegna quello che vuole, quello che ritiene più opportuno, secondo la propria visione dottrinale, e nessuno può rimproverargli nulla. Tutto è autonomo, tutto è frazionato, tutto è incontrollabile, nel mondo protestante funziona così. Chi controlla se un pastore di una chiesa libera insegni una dottrina veramente cristiana? Ma la Bibbia ci insegna veramente ad agire così? Basta la buona fede a giustificare ogni nuovo maestro?

Vediamo cosa raccomanda S. Paolo ai suoi discepoli, e soprattutto a coloro i quali viene affidata la guida di una particolare Chiesa.

“Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.” (2 Tm 4,35)

 

Timoteo non si proclamò maestro da se stesso, fu Paolo a ordinarlo vescovo, tramite l’imposizione delle mani. Nei versetti qui sopra vediamo che Paolo aveva profetizzato i falsi maestri, e non solo lui. Lo stesso Paolo dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco, si recò da Anania, per essere guarito, battezzato, e poter iniziare la predicazione cristiana (At 9,10) poi si recò dagli apostoli tramite Barnaba. Che bisogno c’era che Paolo si presentasse da Anania e dagli Apostoli, visto che era stato lo stesso Gesù a sceglierlo? Che ci vuole dire la Bibbia in questi versetti? Sicuramente che ogni nuovo battezzato deve rimanere in comunione con la Chiesa, e non fare di testa propria, in maniera autonoma e distaccata. Ancora Paolo ci dice“dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni” (Gal 1,18) egli evidentemente non aveva la stessa arroganza dei pastori protestanti, infatti andò a consultarsi con Pietro e qualcun altro degli apostoli. Sicuramente non andò da loro per giocare a carte, o per fare del gossip. Paolo volle verificare se le sue idee e interpretazioni dottrinali rispecchiavano quelle degli apostoli, indubbiamente fece un atto di umiltà che purtroppo manca a tutti i pastori protestanti.

E’ evidentissimo che nel mondo protestante vi sono troppo maestri, e ognuno di essi predica un vangelo diverso dall’altro. Quando sorsero false dottrine ad opera di Simon Mago, Cerinto, Valentino, Marcione, Ario, Donato, Massimino, Parmeniano, Pelagio, Petiliano, Secondino, Emerito, Giuliano, Gaudenzio, Felice, Mani, ecc., chi si oppose a costoro a difesa della sana dottrina?

A chi poté guardare il popolo, come faro acceso nelle tenebre delle eresie?

I protestanti risponderebbero “Il popolo guardò il faro della Bibbia, unica autorità per il cristiano”,

ma purtroppo era con la stessa Bibbia che gli eretici insegnavano false dottrine. Evidentemente la interpretavano in maniera diversa dagli apostoli e dai loro successori. Simon Mago garantiva di credere in Gesù, e di essere lui il vero maestro da seguire, cercando di dimostrarlo con prodigi eclatanti. Egli ad esempio si sollevava fino a tre metri da terra, nel tentativo di stupire i fedeli, e dimostrare la potenza di Gesù, che “era in lui”. Cerinto si dichiarava anche lui cristiano, e tentava di sostituirsi ai vescovi legittimamente ordinati per imposizione delle mani dai loro predecessori.

Oggi i protestanti tentano di sostituirsi all’autorità costitutita dagli apostoli, cioè la Chiesa cattolica, producendo una sterminata serie di eresie frutto della libera interpretazione biblica.

Salvatore Incardona

Pubblicato in Esegesi

Testi magisteriali o di organismi della Curia romana che trattano della esegesi biblica.

UN IMPORTANTE DOCUMENTO DI BENEDETTO XVI SULLA PAROLA DI DIO

http://www.vatican.va/…/hf_ben-xvi_exh_20100930_verbum…

www.vatican.va
Perché la nostra gioia sia perfetta [2]Dalla «Dei Verbum» al Sinodo sulla Parola di Dio [3]Il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio [4]Il Prologo del Vangelo di Giovanni come guida [5]     
 
Importante enciclica papale, di Pio XII, sugli studi biblici

http://www.vatican.va/…/hf_p-xii_enc_30091943_divino…
Pubblicato in Bibbia
Giovedì, 05 Dicembre 2013 23:40

Come è fatta la Bibbia.

LA SACRA BIBBIA

 Iniziamo col dire che la Bibbia ancor prima che essere il libro di riferimento per tutti i cristiani lo è per gli Ebrei che nei libri dell’Antico Testamento conservarono la Parola di Dio, ispirata agli uomini, affinché si realizasse per mezzo loro la manifestazione di Dio all’umanità intera.La parola «Bibbia» sembra indicare un solo libro; invece essa deriva da un nome plurale: «biblia», che in greco vuol dire «libri». 

Si tratta infatti di una piccola bibliote­ca formata da 73 libri, tra grandi e pic­coli, 46 dei quali, scritti prima della venuta di Gesù, sono L’ANTICO TESTAMENTO, mentre i rimanenti 27, scritti dopo la venuta di Gesù, sono IL NUOVO TESTAMENTO.Vedremo più avanti, come a seconda delle confessioni cristiane il numero dei libri può variare.

 

Ogni credente deve conoscere almeno i nomi, gli autori e la data di composizione di questi libri. Eccone quindi l’elenco secondo l’ordine comu­nemente seguito.

 

Al titolo di ogni libro abbiamo aggiun­to l’indicazione del secolo o dell’anno in cui fu scritto: quando i numeri sono due, il primo si riferisce ai documenti più antichi contenuti nel libro, o alla sua prima fase di composizione; il secondo alla composizione o redazione definiti­va. Infatti alcuni di questi libri ebbero una storia molto lunga e complicata: la loro composizione poté durare anche dei secoli.

 LIBRI DELL ANTICO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

Il «Pentateuco», cioè i «cinque libri» attribuiti a Mosé: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio: sec. XIII-VI avanti Cristo. 

Giosué: secoli XII-VII av. C.

Giudici: sec. XII-VII av. C.

Rut: sec. VIIVI av. C.

1° e 2° di Samuele: sec. XI-VII av. C.

i° e 2° dei Re: sec. VII-VI av. C.

i° e 2° delle Cronache (o Paralipòmeni): sec. VI av. C.

Esdra e Neemia: sec. V-IV av. C.

Tobia: sec. III av. C.

Giuditta: sec. II av. C.

Ester: sec. IV av. C.

i° dei Maccabei: circa il 140 av. C.

2° dei Maccabei: circa il 110 av. C.

 

LIBRI DIDATTICI

Giobbe: sec. V av. C.

Salmi: sec. XI-IV av. C.

Proverbi: sec. X– IV av. C.

Ecclesiaste (o Qoelet): sec. III av. C.

Cantico dei Cantici: sec. IV av. C.

Sapienza: circa il 100 av. C.

Ecclesiastico (o Siràcide): circa il 190 av. C.

LIBRI PROFETICI

I quattro profeti maggiori: Isaia: sec. VIII av. C.

(i capi 4o-66 sono del secolo VI av. C.)

Geremia: sec. VII-VI av. C.,

con Baruch: sec VI av. C.

e con le Lamentazioni (o Threni): circa il 586 av. C.

Ezechiele: sec. VI av. C.

Daniele: sec. VI-II av. C.

I dodici profeti minori:

Osea: sec. VIII av. C.

Gioele: sec. V av. C.

Amos: sec. VIII av. C.

Abdia: sec. VI-V av. C.

Giona: sec. V-IV av. C.

Michea: sec. VIII av. C.

Nahum: circa il 620 av. C.

Abacuc: circa il 620 av. C.

Sofonia: circa il 640630 av. C.

Aggeo: nell’anno 520 av. C.

Zaccaria: negli anni 520518 av. C. (i capi 914 sono del secolo IV)

Malachia: tra il 500 e il 455 av. C.

LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

I quattro Vangeli (o Evangeli):

Matteo: circa l’anno 50 dopo Cristo.

Marco: circa l’anno 55 dopo C.

Luca: circa il 60 d. C.

Giovanni: circa l’anno 65 d. C.

Gli Atti degli Apostoli: nel 63 d. C.

LIBRI DIDATTICI

Le quattordici Epistole (o Lettere) di S. Paolo:

Ai Romani: anno 58 d. C.

1 e 2 ai Corinzi: anni 56 e 57 d. C.

Ai Galati: anno 55 o 56 d. C.

Agli Efesini: tra il 61 e il 63 d. C.

Ai Filippesi: circa il 61 d. C.

Ai Colossesi: tra il 61 e il 63 d. C.

1 e 2 ai Tessalonicesi: anno 50 e 52 d. C.

1 e 2 a Timoteo: anni 6465 e 6667 d. C.

A Tito: circa l’anno 65 d. C.

A Filemone: tra il 61 e il 63 d. C.

Agli Ebrei: circa l’anno 67 d. C.

Le sette Epistole dette «Cattoliche»:

Di Giacomo: circa l’anno 49 (oppure verso l’anno 60)

1 e 2 di Pietro: negli anni 6364 e 67 d. C.

1, 2 e 3 di Giovanni: verso il 100 d. C.

Di Giuda: circa il 6364 d. C.

LIBRO PROFETICO

L’Apocalisse di San Giovanni: circa l’anno 95 d. C. 

 

I GENERI LETTERARI

Per comprendere davvero la Bibbia non possiamo fare a meno di valutare i differenti generi letterari che ci permettono di inquadrare in modo corretto i molteplici passi, spesso non semplici, in essa contenuti.

I generi letterari sono le varie forme o maniere di scrivere comunemente usate tra gli uomini di una data epoca e regione, poste in relazione costante con determinati contenuti.

 Nell» Antico Testamento si può trovare poesia popolare (canti del lavoro, dell’amore, del custode o della vittoria, satire, enigmi…), prosa ufficiale (patti, simboli della fede, leggi, istruzioni, esortazioni, cataloghi, lettere…), narrazioni (miti, saghe, racconti eziologici, fiabe, memorie, informazioni, autobiografie…), letteratura profetica (oracoli, visioni, sogni, apocalissi…), generi sapienziali (proverbi, sentenze…), ecc.

Quanto al Nuovo Testamento, nei Vangeli sinottici troviamo detti profetici e sapienziali, paradigmi, parabole, dispute, sentenze, racconti di miracoli, storie della passione, ecc.; nelle lettere si incontrano inni, confessioni di fede, cataloghi di vizi e virtù, precetti per la famiglia, formule di fede, dossologie, ecc.; negli Atti abbiamo discorsi, sommari, preghiere, lettere, racconti di missione, racconti di viaggi, ecc.

Avere coscienza della peculiarità dei generi è molto importante per il nostro accostarci alla Bibbia, proprio perché siamo tentati di livellare i suoi diversi modi di esprimersi. Questo vale soprattutto per le narrazioni, che si tende sempre a leggere come fossero cronache dei fatti, senza sapere poi come affrontare gli inevitabili problemi di storicità di testi che non sono resoconti storici o lo sono in modo assai diverso dal nostro scrivere storia.

 

I testi biblici sono stati scritti con generi letterari diversi, per approfondimento rimanderemo ad un altro articolo, per ora diciamo che abbiamo questi generi:

STORICO, DIDATTICO E PROFETICO.

Questa divisione è stata fatta perché alcuni libri della Bibbia intendono rife­rire fatti storici, veramente successi, altri intendono solo dare un insegna­mento, altri ancora enunciare avveni­menti futuri.

La divisione tuttavia non è rigidissi­ma: alcuni libri «storici» contengono parentesi «didattiche» o «profetiche» e viceversa. Talvolta ancora la storia è insegnata attraverso una composizione poetica (come il racconto della creazio­ne in Genesi 1 e 2, o come quella del pec­cato originale in Genesi 2).

Ad ogni modo quando risulta chiaro che l’Autore intende narrare fatti storici non v’è motivo per dubitare della loro storicità.

Ciò è particolarmente evidente nelle narrazioni evangeliche, scritte da testi­moni oculari o da loro contemporanei degni della massima fede, e mai con­traddetti neppure dai nemici di Cristo.

Se si aggiunge la perfetta concordanza tra gli avvenimenti narrati dalla Bibbia e quelli della storia profana, l’esatta descrizione dei luoghi, la perfetta cono­scenza delle usanze e della mentalità del tempo, e soprattutto il credito straordi­nario che i Vangeli hanno riscosso tra i contemporanei fino a indurli a dare la vita per testimoniarne la verità, allora si comprende che quanto detto nei Vangeli non è che la narrazione fedele di quanto è storicamente.

TUTTO IL TESTO BIBLICO È STATO SCRITTO SOTTO ISPIRAZIONE DI DIO, ED HA PERCIò DIO COME AUTORE PRINCIPALE.

Questa affermazione, può essere accettata solo da chi ha già la Fede.

Per il credente, infatti, la Bibbia non è solo un documento storico-letterario, ma è anche e soprattutto il messaggio di Dio all’umanità.

Questa speciale assistenza di Dio è chiamata «ispirazione».

Nella «Ispirazione divina» l’assistenza di Dio si è estesa non solo alla mente ed alla volontà del­l’autore umano, ma anche all’atto dello scrivere. Ne consegue che il criterio base per sapere quali cose Dio ci ha voluto dire (o, con parola tecnica, «rivelare») nella Bibbia, è di «ricercare con attenzione che cosa in realtà gli scrittori sacri, ispirati da Dio, abbiano voluto significare»

I VANGELI

I quattro Vangeli — scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni — sono la «Magna charta» del Cristiano, perché essi ci testimoniano l’esistenza, l’opera e l’insegnamento di Gesù.

Gesù stesso consacra i Vangeli come il Suo messaggio eterno di salvezza, supe­riore ad ogni altro messaggio umano «Il cielo e la terra (ossia qualsiasi dottrina che nasce dalle creature) passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13,31).

Ecco perché dobbiamo anzitutto conoscere come sono nati i Vangeli; poi dobbiamo accertarci che gli Autori furo­no bene informati e sinceri, ossia che quanto essi dicono è veramente avvenu­to nella storia; e, infine, dobbiamo dare le prove che i loro scritti sono giunti integri fino a noi.

I — COME E QUANDO SONO NATI I VANGELI

Le persone che sono vissute con Gesù in Palestina 2000 anni fa, che hanno ascoltato le sue parole, che hanno assistito ai suoi miracoli, che l’hanno visto morire in croce, e poi l’hanno rivisto risorto, non hanno potuto tacere questa loro esperienza straordinaria, ma l’han­no raccontata a voce a quante più per­sone potevano e, appena fu loro possibile, hanno messo questi fatti per iscritto, affinché nulla andasse perduto.

É nata così, tra i discepoli di Gesù, cioè nella prima Comunità cristiana, una «tradizione orale» di quello che Gesù ha fatto ed ha detto, tradizione che, attraversando i secoli, è giunta fino a noi proprio attraverso i vangeli scritti.

GESU’ nacque, visse e predicò la sua dottrina in Palestina, e qui morì crocifisso nell’anno 778 di Roma, corrispondente all’anno 30 dell’Era Cristiana.

Negli ultimi tre anni della sua vita, ossia negli anni 28, 29 e 30, Gesù predi­cò il suo Vangelo al popolo, raccogliendo attorno a Sé un piccolo numero di disce­poli che divennero i testimoni privile­giati del suo insegnamento e di suoi miracoli.

Da studi differenti c’è chi sposta la data della morte di Gesù all’anno 33, tre anni più o meno non sono rilevanti.

Sicuramente, già in questi anni alcuni dei suoi insegnamenti furono messi per iscritto: si tratta della raccolta di detti del Signore che gli studiosi chiamano “fonte Q”, e che confluì poi nei Vangeli.

Tra gli anni 30 e 45, la divulgazione orale del Cristianesimo varca i confini della Palestina raggiungendo la Siria (dove, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani”, l’Asia Minore e la stessa Roma.

Ed è proprio a Roma che, verso l’anno 42, la predi­cazione di Pietro viene messa per iscritto in lingua ebraica da Marco, suo segreta­rio e interprete. Questo primo Vangelo sarà poi tradotto dallo stesso Marco in lingua greca, e così giungerà a noi.

Attorno agli anni 50, in Palestina, l’a­postolo Matteo scrive il suo Vangelo in lingua ebraica, Vangelo che sarà in seguito tradotto in greco, mentre negli stessi anni il discepolo di Paolo, il medi­co antiocheno Luca, scrive, forse in Grecia, il suo Vangelo in lingua greca.

Infine, tra gli anni 60 e 70, l’apostolo Giovanni scrive a Efeso il quarto Vangelo, integrando i tre già esistenti in base alla propria conoscenza diretta dei fatti.

Gli originali dei Vangeli non sono giunti fino a noi; ma ciò non deve meravi­gliare perché essi furono quasi certamente scritti su fogli di papiro che sono assai fra­gili e deperibili.

Però di essi ne furono fatte subito copie dagli stessi contemporanei degli evangeli­sti e poi, su su nei secoli, moltissime altre copie in modo che — come dimostreremo tra poco — il testo dei Vangeli che noi oggi possediamo rispecchia fedelmente quello degli originali.

La datazione dei Vangeli che qui abbiamo riferita è oggi comunemente ammessa dagli studiosi più seri ed obiettivi, specialmente dopo il ritrova­mento degli antichissimi papiri che pre­senteremo in seguito. (Cfr. Carsten Thiede, Gesù, storia o leggenda?, Bologna 1992, pagg. 3153. Hugo Staudinger, Credibilità storica dei Vangeli, Bologna 1991, pagg.3151. Craig Blomberg, in: Indagine su Gesù, Casale 1991, pagg. 4248).

Per la datazione di Giovanni prima dell’anno 70 (fino ad ora era ritenuto della fine del primo secolo) si veda quanto dicono il Thiede a pag. 37, lo Staudinger alle pagg. 4243 e il Blomberg a pag. 47.

Si aggiunga che il grande studioso pro­testante Oscar Cullmann arretra la data­zione del Vangelo di Giovanni addirittura all’anno 50. (Cfr. l’intervista a Oscar Cullmann pubblicata sul Sabato del 20/02/93 a pag. 62).

Come si sa, una datazione molto più tardiva di tutti gli scritti del Nuovo Testamento era stata sostenuta, fin dall’i­nizio del nostro secolo, dagli studiosi di scuola illuministica (cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Roma 1952, pagg. 207246) che, volendo negare la sto­ricità dei fatti soprannaturali (come i miracoli) narrati nei Vangeli, sostennero che i Vangeli stessi non riferiscono ogget­tivamente i detti e i fatti di Gesù, ma solo ciò che una comunità cristiana (che non aveva conosciuto né Gesù né gli Apostoli) pensava soggettivamente di Lui. Per giu­stificare un tale punto di vista era ovvia­mente necessario ipotizzare una composizione molto tarda dei testi evangelici, attorno all’anno 100 o anche dopo. E que­sta ipotesi di datazione tardiva (oggi smen­tita anche dagli ultimi ritrovamenti archeologici) fece scuola e influenzò pur­troppo anche molti biblisti cattolici e non.

IIGLI AUTORI DEI VANGELI SONO PERSONE BENE INFORMATE E DEGNE DI FEDE

Fin qui abbiamo detto cosa sono e come sono nati i Vangeli, ma ora dob­biamo dimostrare che i Vangeli ebbero come Autori persone che conobbero con esattezza i fatti e che erano degne di fede.

1) Ebbene, gli Autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni ocula­ri dei fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù, Luca spe­cialmente da Maria, mentre Marco da Pietro.

Inoltre, poiché gli Autori scrissero i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano mol­tissimi testimoni oculari dei fatti che narrano, essi erano praticamente nella impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi cri­stiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.

2) Che poi gli Evangelisti fossero per­sone degne di fede è dimostrato dal fatto che essi subirono persecuzioni e la stes­sa morte pur di non tradire la verità dei fatti da loro narrati.

IIIL TESTO DEI VANGELI È STATO TRASMESSO FEDELMENTE FINO A NOI.

Se è certo che gli Autori dei Vangeli hanno scritto quel che hanno visto e udito, possiamo anche essere certi che i loro scritti sono giunti intatti fino a noi?

Ossia, possiamo essere certi che i nostri Vangeli di oggi riferiscono con esattezza i fatti che riguardano Gesù avvenuti in Palestina 2.000 anni fa?

Per rispondere a questa domanda ri­percorriamo a ritroso, la «catena» dei testi evangelici, cominciando da quelli che oggi possediamo per discendere negli anni fino ai grandi Codici del IV secolo dopo Cristo, scritti su {tooltip}pergamena{end-texte}La pergamena (detta anche cartapecora o carta pecudina) è una pelle di animale non conciata e composta di collagene, utilizzata come supporto scrittorio fino al XIV secolo, quando venne gradatamente soppiantata dalla carta di canapa o d’altre fibre tessili.{end-tooltip}, ed ai numerosissimi frammenti di Van­gelo scritti sui fragili papiri, che sono databili ai primi decenni dalla morte di Gesù.

 I CODICI SCRITTI SU PERGAMENA

Si chiederà: dove i traduttori in lingua italiana hanno preso il testo originale greco? Rispondiamo che lo hanno preso dagli antichi codici del IV secolo dopo Cristo, scritti in lingua greca su perga­mena e che contengono tutto il testo dei Vangeli.

La ragione per cui si dovette atten­dere fino al IV secolo dopo Cristo per scri­vere i Vangeli su solidi fogli di pergamena è che solo nel IV secolo l’imperatore Costantino, con il rescritto di Milano del 313, concesse la libertà al Cristianesimo.

Solo allora i Vangeli (scritti prima nella semiclandestinità su economici ma fragili fogli di papiro) furono ricopiati sui più costosi ma solidissimi fogli di pergamena, e rilegati poi in forma di codice (cioè di libro).

Di questi codici ricorderemo qui solo i tre principali: Il Codice Vaticano; il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino.

Il Codice Vaticano (B,03) cosiddetto perché fin dal secolo XV è conservato nella Biblioteca Vaticana.

É il più antico dei grandi codici del IV secolo ed è anzi considerato molto vici­no all’epoca dei manoscritti su papiro.

É scritto su 3 colonne e contiene quasi tutto l’Antico Testamento, i quattro Vangeli integralmente e la maggior parte delle lettere degli Apostoli.

Il Codice Sinaitico (S,01), scoperto dal celebre papirologo von Tischendorf nel I Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. É scritto su 4 colonne.

É dell’inizio del IV secolo e contiene quasi tutto l’Antico Testamento, tutto il Nuovo Testamento.

Dopo molte vicissitudini è stato acquistato dal Museo Britannico di Lon­dra dove è conservato.

Alcuni fogli mancanti dello stesso codice furono più tardi ritrovati a S. Caterina e qui conservati.

Il Codice Alessandrino (A,02) è del secolo V e contiene quasi tutto l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento con solo poche lacune.

É pure conservato nel Museo Britan­nico di Londra.

Gli antichissimi frammenti di papiri evangelici furono ricopiati fedelmente, nel IV seco­lo (notiamo che nel IV sec. i papiri del Vangelo erano numerosissimi ed erano ancora intatti), sui robusti Codici di per­gamena, che fanno da «ponte» tra quelli e i Vangeli che noi oggi possedia­mo, ossia fanno da ponte tra Gesù e noi.

 GLI ANTICHISSIMI PAPIRI EVANGELICI DEI PRIMI DECENNI DOPO CRISTO

Quel che ci resta ora da dimostrare è che questi codici del IV secolo riproduco­no fedelmente gli antichissimi papiri scritti nei primi decenni dopo Cristo. Ed è appunto quanto ci accingiamo ora a fare.

Questi frammenti di papiri dei Vangeli — che vanno da Gesù al IV seco­lo — ne sono giunti a noi ben 4.680 par­ziali e circa 230 completi: ma il loro numero è destinato ad aumentare col procedere delle ricerche archeologiche.

Noi ne ricorderemo qui solo i princi­pali, per dimostrare che il loro testo è riprodotto esattamente nei grandi codi­ci del IV secolo.

Questi antichi papiri — anche se pic­coli — fanno infatti come da «tasselli di saggio» e confermano che tutto il testo dei Vangeli contenuto nei grandi Codici del IV secolo è fedele agli originali.

E incominciamo col mostrare il papi­ro Chester Beatty I (P45), ritrovato presso il Cairo nel 1930 ed ora custodito nel Museo Beatty di Dublino.

Esso è legato in forma di codice ed è databile alla prima metà del secolo III. Contiene gran parte dei Vangeli di Marco e di Luca, e degli Atti.

Più antico del Beatty I° è il codice in papiro P66, detto Bodmer II perché conservato nella Biblioteca Bodmer di Coligny, presso Ginevra.

É databile alla seconda metà del seco­lo II, forse anche verso il 150 d.C. Contiene i primi 14 capitoli del Vangelo di Giovanni, dai versi 1,1 ai versi 14,26 (mancano solo 24 versetti) e alcuni frammenti dei restanti 7 capitoli.

Più antico ancora è il frammento di codice P52, detto papiro Rylands, ritro­vato nel 1920 nell’alto Egitto e conserva­to nella Biblioteca Rylands di Man­chester.

É scritto sui due lati e contiene alcuni versetti del capitolo 18 del Vangelo di Giovanni.

L’esame della scrittura e la prova al radio-carbonio 14 lo fanno datare all’e­poca dell’imperatore Adriano (137139 dopo Cristo) se non prima. General­mente è ritenuto dell’anno 125.

Ma il più antico papiro contenente un testo del Vangelo è il 7Q5, così detto perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e catalogato con il numero pro­gressivo 5.

Di esso, data la sua antichità ed importanza, ci occuperemo ora più a lungo.

Qumran è una località della Pa­lestina a Nord-Est del Mar Morto dove ai tempi di Gesù fioriva una comunità religiosa di monaci Esseni, del cui monastero rimangono ancor oggi nume­rosi resti.

Quando Vespasiano, nell’anno 66 dopo Cristo, in seguito alla prima solleva­zione dei Giudei contro Roma, iniziò la repressione militare che si concluse con la distruzione di Gerusalemme i monaci fuggirono da Qumran non però prima di aver nascosto, nelle numerose grotte naturali che costellano le alture a nord del monastero, i loro libri sacri racchiusi in anfore di terracotta ben sigillate.

Fu così che quei preziosi manoscritti sfuggirono alla distruzione e poterono giungere fino a noi.

Infatti, quasi 2000 anni più tardi, nel 1947, alcuni pastori beduini che erano saliti sui dirupi di Qumran alla ricerca di una capra, penetrarono in una grotta dove trovarono alcune anfore piene di rotoli tutti coperti di scritture antiche.

La scoperta attirò subito l’attenzione del mondo scientifico: le grotte, in numero di 11, furono ispezionate siste­maticamente dagli archeologi: nella grotta n. 1 fu ritrovato il celebre rotolo di Isaia, scritto in ebraico su pergamena, risalente al I secolo avanti Cristo, mentre nella grotta ispezionata nel 1955, furono rinve­nuti alcuni frammenti di rotoli di papi­ro eccezionalmente scritti in lingua greca.

Ma fu solo 17 anni dopo, nel 1972, che il celebre papirologo spagnolo, Padre José O’Callaghan, mentre stava lavo­rando alla catalogazione scientifica dei papiri greci dell’Antico Testamento, cer­cando di decifrare il 7Q5, scoprì che esso conteneva non un testo dell’Antico Testamento ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo 6° del Vangelo di San Marco.

Ecco la trascrizio­ne in caratteri moderni delle lettere decifrate e la loro integrazione (qui evi­denziata) nel testo criticamente rico­struito e la traduzione italiana del passo:

«…avevano capito riguardo ai pani, ma il loro cuore era induri­to. 53 E compiuta la traversata vennero a Genesaret e approdarono. 54 E quando…»

Possiamo quindi affermare con cer­tezza che il papiro 7Q5 contiene il testo di Marco lo stesso testo che ritroviamo intatto nei grandi codici del IV secolo e che qui abbiamo messo in evidenza nel Codice Vaticano.

Ciò dimostra che la trasmissione del testo dei Vangeli si è mantenu­ta inalterata dai manoscritti del I secolo ai grandi codici del IV secolo e, da questi, fino ai nostri giorni.

Alla fine di questo nostro lavoro non ci resta che il dovere di precisare il meglio possibile l’anno nel quale fu scritto il papiro 7Q5.

In base ai dati storici esso è certa­mente anteriore agli anni 6668 dopo Cristo, anni nei quali — come sappiamo — fu nascosto nella grotta 7 di Qumran.

Ma in base ai dati paleografici, ossia in base al tipo di scrittura, esso risulta ancora più antico: infatti i paleografi Schubart e Roberts hanno datato il 7Q5 attorno agli anni 50; e questo ancor prima che O’Callaghan lo identificasse con Marco 6,5253.

Se poi, seguendo gli studi di Padre Carmignac, riflettiamo che il 7Q5 non è l’originale scritto in ebraico da Marco a Roma, ma una copia della sua traduzione greca giunta più tardi a Qumran, si deve concludere con lui che l’originale di Marco è ancora più antico e fu scritto assai prima dell’anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 1015 anni dalla mor­te di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti (Op.cit.­pag.104).

Notiamo infine che la vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi. Se si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da pochissimi manoscritti che distano 8 seco­li dall’originale; e che le opere dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi come Platone e Aristotele sono giunte a noi su copie scrit­te 12001300 anni dopo che fu scritto l’ori­ginale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli sono, sotto l’aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano.

Pubblicato in Bibbia
   

Mons. Luigi Negri


   

Chi è online  

Abbiamo 106 visitatori e nessun utente online

   

Versetto del giorno  

   

Liturgia del giorno  

   

Catechismo della Chiesa Cattolica  


Clicca sull’immagine

   

Associazione Quo Vadis  


Conosci davvero i testimoni di Geova?
   
   
Sali su
Vai giù
   
hasTooltip