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Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

Le parole del cardinale Muller assumono una importanza ancora più cruciale in questi giorni, quando è attesa la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale.
 

“Non è possibile negoziare sull’insegnamento di Gesù”. Il Cardinal Gehrard Ludwig Mueller, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, lo sottolinea in una lunga intervista al Koelner Stadt Anseiger, il giornale della diocesi di Colonia. Una linea dritta, quella del “guardiano della fede”. Già al convegno sulla Deus Caritas Est, in una inconsueta (per lui) interpolazione a braccio, sottolineò che “non ci può essere un matrimonio tra due uomini”, e che dirlo “non significava entrare in cose politiche”, ma chiedere ai politici di “rispettare la natura umana”. E, in un’intervista esclusiva ad ACI Stampa nel dicembre 2015, aveva messo in guardia da un mal interpretato concetto di misericordia: “Misericordia non significa laissez faire”.

Le parole del Cardinal Muller assumono una importanza ancora più cruciale in questi giorni, quando è attesa la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale (forse per il 19 marzo). Si è parlato di numerosi rilievi dottrinali al testo da parte della Congregazione da lui guidata, ma anche da parte del teologo della Casa Pontificia, il domenicano Wojciech Giertych. E il dibattito sembra farsi sempre più acceso.

Chiedono al Cardinal Muller della “battaglia per il futuro della Chiesa” cui si era riferito il Cardinale Walter Kasper in una intervista alla vigilia del Sinodo 2015. E il prefetto risponde: “Il Cardinal Kasper è poi tornato indietro, ritrattando l’affermazione. Una battaglia ha lo scopo di distruggere il nemico. Ma qui non si tratta di soggiogare altre persone, e non si tratta certamente di nemici. Il soggetto era l’insegnamento sul matrimonio”.

Sì, concede il Cardinale, “si può combattere per trovare il miglior modo di gestire una situazione difficile, per esempio quella dei divorziati e risposati”. Ma – ammonisce poi – “certamente non è possibile mettere l’insegnamento di Gesù Cristo sul tavolo perché sia negoziato”. E – sottolinea – “l’insegnamento è: non divida l’uomo ciò che Dio ha unito”. “Non ci può essere compromesso attraverso il quale noi umani cambiamo il chiaro insegnamento di Dio in qualcosa di vago” E un “solido approccio pastorale è l’opposto della relativizzazione della parola di Cristo

Quindi, il Cardinal Mueller prosegue: “Il Papa dice sempre” che la questione dei divorziati risposati “non riguarda solo l’accesso alla comunione, ma la loro integrazione nella vita della Chiesa, il cui passaggio finale è costituito dalla comunione, dopo un processo di conversione e penitenza, e se i prerequisiti necessari sono stati soddisfatti”.

Insomma, “un secondo matrimonio, un secondo sposo, finché l’altro sposo è in vita, non è possibile secondo l’interpretazione della Chiesa della parola di Dio”, e dunque “il Papa e tutti noi vogliamo evitare con cura che le persone lascino la Chiesa come vie di salvezza. Ci sono piuttosto altre forme di partecipazione alla vita della Chiesa, che sono valide da un punto di vista teologico”.

E al Cardinal Reinhard Marx che considera “irrealistico e fuori dalle necessità della vita contemporanea” il fatto che una coppia possa vivere insieme come fratelli e sorelle, il Cardinal Mueller risponde: “Anche gli apostoli dissero la stessa cosa, quando Gesù spiegò loro l’indissolubilità del matrimonio. Ma quello che sembra impossibile a noi umani è reso possibile dalla grazia di Dio” .


Fonte acistampa.com

Pubblicato in Attualità
Lunedì, 01 Febbraio 2016 00:00

Il Gesù dei Testimoni di Geova

GESÙ CRISTO
Nell’articolo precedente abbiamo appreso che il geovismo concepisce Dio come un «corpo spirituale» che abita in un luogo preciso del cielo. La prima conseguenza di questa concezione di Dio è la negazione del dogma trinitario. Se Dio ha un corpo, il concetto di Trinità diventa insostenibile. Quindi il geovismo non può accettare la divinità di Cristo, perché questo porterebbe alla Trinità. Perciò i TdG negano decisamente la divinità di Cristo. Questo li differenzia non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi, dagli Anglicani e dalla maggior parte dei Protestanti.

IL GESÙ DEL GEOVISMO
La cristologia geovista ripropone l’eresia ariana. Cristo non è Dio. Egli è «un dio», cioè un essere divino creato da Dio e precisamente l’arcangelo Michele.
     La prima creatura di Dio ha tre nomi: Michele, Parola di Dio, Gesù Cristo. Michele è il nome ufficiale che possedeva prima di venire sulla terra; Parola di Dio indica il compito che Michele aveva, cioè «portavoce di Dio» ai vari abitanti del cielo; Gesù Cristo è il nome che Michele ebbe sulla terra nei suoi 33 anni di vita di uomo. È «Figlio di Dio» perché creato a somiglianza di Dio, cioè di natura spirituale come Dio. È il Primogenito di Dio perché è il primo a essere stato creato da Dio. È l’Unigenito di Dio perché è l’unico ad essere creato direttamente da Dio. Il geovismo non fa distinzione tra unigenito e primogenito. A entrambi i termini dà il significato di «primo essere creato, prima creatura». Tutte le altre cose sono state create indirettamente cioè per mezzo di lui. 

    Il punto base è l’equivalenza che il geovismo fa  tra «creare» e «generare». Se Dio ha un corpo, sia pure spirituale, per generare avrebbe bisogno di una persona di sesso femminile. Ma prima di generare il Figlio, Geova era solo, non c’era nessuna femmina con lui. Perciò, generare riferito a Dio significa creare. In un libretto i TdG scrivono:

«C’era qualche persona di sesso femminile in cielo, da cui Geova generasse il suo Unigenito Figlio»?… L’Unigenito Figlio fu l’originale e prima creatura diretta di Dio, senza alcun intermediario di moglie o persona di sesso femminile. Inoltre, perché generò, non dobbiamo pensare che Dio abbia un seno come una persona di sesso femminile. Dio non è femmina». (
Cose nelle quali è impossibile che Dio menta, Brooklyn 1965, pagg.123127)

Quindi il geovismo annulla le verità fondamentali della fede cristiana. 

Nega l’incarnazione
Gesù non è l’incarnazione del Figlio di Dio in un corpo umano. È l’energia vitale, la forza vitale di Michele che viene trasferita a una cellula uovo nel ventre di Maria, fecondandola.

«Gesù fu non parte spirito e parte uomo… non fu nessuna incarnazione di una persona celeste; nessuna incarnazione della Parola di Dio».(Vita eterna nella libertà dei figli di Dio, New York 1967, pag. 75).

 

Nega la risurrezione corporale di Cristo
Il rifiuto della dottrina dell’incarnazione comporta la negazione della risurrezione corporale di Cristo. Il corpo di Gesù sarebbe stato fatto sparire da Dio dopo la sua sepoltura. Il corpo del Risorto non era il corpo di Gesù, ma «una materializzazione momentanea che rassomigliava al corpo di Cristo». In cielo, dicono i TdG, non possono esserci cose materiali ma solo persone con corpi spirituali. Quindi dato che Cristo non poteva andare in cielo col corpo e non era più sulla terra, bisogna concludere che venne fatto sparire da Geova.
     Dopo quaranta giorni dalla «risurrezione», sale al cielo spiritualmente, cioè con un corpo spirituale e, appena arrivato, paga a Geova il riscatto. La negazione della risurrezione e ascensione corporali viene motivata sulla base di una frase della Prima Lettera ai Corinzi: «Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità» (1Cor 15,50). Ma, come è abitudine dei TdG, la frase suddetta è isolata dal contesto. Qualche riga più sotto, Paolo dice: «È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità» (15,53). Quindi è questo nostro corpo mortale a risorgere, ma sarà un corpo glorioso, cioè non più soggetto alle leggi della materia, perché sarà trasformato da Dio che gli conferirà incorruttibilità e immortalità. Cristo
 non è neppure il Redentore; è solo il nuovo Adamo.


Il Gesù della Bibbia
I TdG affermano che, per contrastare Satana, angelo ribelle, occorreva un angelo fedele, cioè Michele-Gesù. Ma la Bibbia dice proprio il contrario. La Lettera agli Ebrei afferma la superiorità di Gesù sugli angeli, i quali devono adorarlo.

 

TNM CEI
Edizione del 1967 
Ma quando introduce di nuovo
il suo Primogenito nella terra 
abitata dice: «E tutti gli angeli di
Dio lo adorino».
Quando invece introduce il 
primogenito nel mondo,
dice: «Lo adorino tutti gli angeli
di Dio».
Edizione del 1987
Ma quando introduce di nuovo
il suo Primogenito nella terra
abitata dice: «E tutti gli angeli
di Dio gli rendano omaggio».
 


Ecco il testo greco traslitterato dell’ultima proposizione.

Kai proskynesàtosan autò pàntes angheloi Theou.
E adorino lui tutti (gli) angeli di Dio.

Proskynesàtosan è un tempo del verbo proskynèo di cui abbiamo trattato (vedi articolo).
La frase: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio» è la citazione di un’aggiunta della versione greca dei Settanta a Deuteronomio 32,43 e, nell’originale, è riferita a Jahvè stesso. S’intende, perciò, «adorare».
L’autore della Lettera agli Ebrei la applica al Figlio, per cui il senso di questo versetto è il seguente: gli angeli hanno l’ordine di tributare al Figlio la stessa adorazione che rendono al Padre. Se il Figlio dev’essere adorato dagli angeli, non può essere uno di loro, perché solo Dio dev’essere adorato (Ap 22,89).
Questo testo ha sempre messo in difficoltà i TdG, perché afferma chiaramente la divinità di Cristo.
Nella TNM del 1967, il versetto era stato tradotto correttamente («lo adorino»). Poi è stato corretto («gli rendano omaggio») per conciliarlo con la dottrina nell»»adorazione relativa».

 
Russell sosteneva che Gesù «mentre era sulla terra, fu veramente adorato e giustamente» (Watch Tower Reprints, pag. 2337). La Torre di Guardia del 15 ottobre 1945, riproponendo l’interpretazione di Russell, commenta così Ebrei 1,6: «Poiché Geova Dio regna come Re per mezzo di Sion,… chiunque lo voglia adorare deve anche adorare e prostrarsi davanti al principale rappresentante di Geova, cioè Gesù Cristo, il suo Co-reggente sul Trono della Teocrazia. Gli angeli santi ubbidirono lietamente al comando divino e dimostrarono la loro adorazione del nuovo Re di Geova e la loro sottomissione a lui, partecipando alla sua guerra in cielo contro Satana e i suoi angeli malvagi». Dunque, anche nel 1945 è giusto adorare Cristo, in quanto rappresentante di Geova.
     E resta giusto fino al 1983, quando comincia a delinearsi una nuova interpretazione. Il verbo proskynèo comincia a significare adorare Geova per mezzo di Cristo, cioè un’adorazione indiretta, indirizzata in realtà a Geova (La Torre di Guardia, 1° agosto 1983).

     Dal 1986 significa rendere omaggio a Cristo. Ma il Corpo Direttivo dei TdG, che nel suddetto numero de La Torre di Guardia ammetteva l’adorazione relativa, si era dimenticato di aver scritto proprio il contrario nel libro Sia Dio riconosciuto verace (Ed. 1949) a pag. 136: «L’onore relativo reso a Dio, per mezzo di un angelo, fu riprovato con queste parole:  «Guardati dal farlo: adora Dio»».  E aveva anche dimenticato di aver scritto su Accertatevi di ogni cosa…, a pag. 232: «Proibito inchinarsi in adorazione dinanzi a uomini o anche angeli come rappresentati di Dio». Le pubblicazioni geoviste, nella loro poco più che centenaria storia, sono piene di contraddizioni di questo tipo, che il Consiglio Direttivo giustifica con la teoria del bordeggio che spiegheremo bene in un prossimo articolo.

Una delle manipolazioni più gravi è quella di Giovanni 1,1, in cui il Verbo era Dio, nella TNM diventa era un dio. In Giovanni 20,28 Tommaso si rivolge a Cristo risorto con queste parole: «Mio Signore e mio Dio!». Non credo proprio che Tommaso pensasse di rivolgersi a Michele. E la professione di fede nella divinità di Cristo più esplicita e chiara del NT.

     Per tutti gli studiosi la traduzione geovista di Giovanni 1,1 («un dio») è grammaticalmente scorretta. I TdG giustificavano la loro traduzione citando il Manuale di grammatica del greco del Nuovo Testamento di Mantey. Ma la citazione (tattica consumatissima dei TdG) era incompleta. Il dott. Mantey difese il proprio prestigio di studioso con un articolo intitolato A shocking Mistranslation, nel quale scriveva: «Essi mi citano fuori del contesto… Tradurre Giovanni 1,1 «la Parola era un dio» è grammaticalmente scorretto». Vedendosi poi sempre citato nelle pubblicazioni geoviste, il dott. Mantey, in una lettera dell» 11 luglio 1974 indirizzata al CD dei TdG, nella quale faceva riferimento all’edizione inglese della TNM, scriveva: «Poiché mi avete citato fuori del contesto, vi invito a non citare più il mio Manuale, e neppure me, in nessuna delle vostre pubblicazioni» (Cfr. P. Hedley, Perché hanno lasciato…, pag. 200).

     In greco il termine logos (verbo, parola) non significa solo «parola» ma anche «pensiero». È la parola in quanto manifesta il pensiero. Il Logos, quindi, è Parola-Pensiero del Padre e viene generato da lui come il pensiero è generato dalla mente. Si tratta di una generazione spirituale. «La Parola pronunciata da Dio non può distaccarsi da lui. A differenza delle nostre idee e delle parole che le esprimono, che non si identificano con noi, la Parola di Dio è Dio stesso» (A. Feuillet, Il prologo del quarto Vangelo. Studio della teologia giovannea, Cittadella, Assisi 1971, pag. 33).
      La teologia distingue tra «generare» e «creare». Il Verbo non è creato ma generato, nel senso che abbiamo detto. In questo senso Cristo è «l’Unigenito Figlio di Dio», perché è l’unico ad essere Figlio naturale, cioè «generato». 
 Paolo chiama Cristo anche «primogenito di tutta la creazione» (Col 1,15), non nel senso di prima creatura di Dio (come sostengono i TdG), ma nel senso che Cristo ha la preminenza su tutte le creature.
Egli è al di sopra di tutte le creature «perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose» (Col 1,18). Qui il termine «primogenito» viene usato con riferimento al concetto legale ebraico di primogenitura, per esprimere la dignità, la posizione che nell’ordinamento del popolo ebraico spettava al primogenito anche se non aveva fratelli e quindi era unigenito.

L’incarnazione
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Con la parola «incarnazione» intendiamo dire che il Verbo, il Figlio eterno di Dio, si è incarnato nel seno della vergine Maria, ha un vero corpo umano ed è vero uomo. Quindi nel Cristo riconosciamo due nature: la natura divina e la natura umana nell’unica persona di Gesù Cristo.

La glorificazione
Il Cristo è risorto col suo vero corpo glorificato.



LA CENTRALITA DI CRISTO

L’INSEGNAMENTO DELLA BIBBIA
La Bibbia sostiene la centralità di Cristo, in quanto il Nuovo Testamento (NT) riferisce l’intero Antico Testamento (AT) alla persona e all’opera di Cristo. Gesù stesso dice che tutte le Scritture hanno in lui il vero punto di arrivo (Gv 5,39.46; Lc 24,2527.4446). Tutto questo è ricapitolato in una frase di Paolo: «il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,4). «Il termine» (telos) significa «scopo, culmine, compimento». Lo scopo della Legge, cioè dell’AT, è Cristo. L’AT è in funzione di Cristo.
  È quello che Paolo dice degli Ebrei, parlando del velo di Mosè (2Cor 3,1316). Solo convertendosi al Signore Gesù, «il velo» di incomprensione dell’AT sarà tolto, perché «è in Cristo che esso viene eliminato» (v. 14). Perciò, la Scrittura si comprende solo tenendo presente il suo centro, Gesù Cristo.


LA POSIZIONE GEOVISTA
Il geovismo oscura la centralità di Cristo e nel rapporto tra Antico e Nuovo Testamento fa il procedimento inverso. Non è l’AT che è in funzione del Nuovo, ma è quest’ultimo che viene come risucchiato dall’AT. La centralità biblica viene spostata da Cristo a Geova. I protagonisti della storia della salvezza sono Geova e Satana. Quest’ultimo ha un ruolo fondamentale nel geovismo, che è letteralmente ossessionato da Satana. Gesù ha un ruolo secondario. Viene minimizzato anche il suo ruolo di Redentore, perché al suo sacrificio si attribuisce un’importanza secondaria:

«La salvezza delle creature umane per mezzo del sacrificio di riscatto di Gesù Cristo era semplicemente secondaria». (Quindi è finito il mistero di Dio, pag. 108).

Il primo insegnamento della Bibbia sarebbe «la rivendicazione della sovranità universale di Geova per mezzo del suo regno messianico».


Da Cristo a Geova

the watch tower con croce

 

All’inizio della loro storia, i TdG erano più cristiani, perché Cristo era più al centro: avevano come segno distintivo la croce, sia nelle riviste che all’occhiello delle giacche.Gl i anni trenta del “900 furono quelli del distacco da Cristo. I cristiani sono «testimoni di Cristo» (cfr. At 1,8). I geovisti preferiscono chiamarsi «testimoni di Geova», espressione presa dall’AT (Is 43,10).

     Nel 1931 viene abolita la croce e La Torre di Guardia, che aveva sempre avuto come sottotitolo annunciante il Regno di Cristo, nel numero del 1° marzo 1939, cambiò ufficialmente titolo: non più annunciante il Regno di Cristo ma annunciante il Regno di Geova.
Da quegli anni, il centro non è più Cristo, ma Geova. La ragione di questa apostasia da Cristo sta nel fatto che il geovismo nega decisamente la divinità di Cristo e strumentalizza il passo di Giovanni 14,28: «ll Padre è più grande di me», in funzione di questa negazione.
     Tolta a Cristo la divinità, Gesù decade a livello degli altri personaggi della Bibbia. Conta ben poco! 

 

Viene eliminato anche ciò che richiama direttamente Gesù Cristo. Nelle loro pubblicazioni e riviste, i Testimoni non usano mai l’espressione avanti Cristo (a.C.) e dopo Cristo (d.C.), ma sempre «avanti l’Era Volgare» (a.E.V.) e «dopo l’Era Volgare» (E.V). Con l’espressione a.C. e d.C. si pone Cristo al centro della storia, come spartiacque di essa. Per il geovismo il centro della storia non è Cristo, ma il 1914.
     Secondo i TdG, il periodo che va dal 607 a.C. al 1914 d.C. è dominato completamente da Satana, che regna indisturbato. La morte e la risurrezione di Cristo, che avvengono entro questo tempo, non scalfiscono minimamente questo dominio di Satana, che termina nel 1914. Quindi il centro della storia della salvezza non è il mistero pasquale (morte e risurrezione di Cristo), ma il 1914.

La redenzione è l’applicazione della legge del taglione
     Della redenzione i TdG hanno un’idea quasi commerciale. Per il geovismo la morte di Cristo è stata solo un riscatto, un prezzo da pagare per riparare il peccato di Adamo. È la legge del taglione applicata al concetto di redenzione:
«Gesù Cristo cedette la sua vita perfetta per ricomprare ciò che Adamo aveva perso… Vi è implicato un principio legale che Dio diede alla nazione d’Israele, e cioè: «Vita per vita»»». (Potete vivere…, pag. 62)

     «Tutto il concetto Paolino di redenzione è ridotto a un semplice problema legale, secondo la prassi giudiziaria americana: qualcuno deve pagare la cauzione per ottenere la scarcerazione. Geova cancella il debito di Adamo, applicando rigorosamente il principio legale dell’ebraismo: anima per anima, occhio per occhio…
      Per «redenzione» i Testimoni non intendono tanto la riconciliazione dell’uomo peccatore con la misericordia paterna di Dio, bensì una specie di contratto legale con cui Cristo ricompera da Dio il paradiso perduto per ristabilirlo su questa terra, lasciando però Dio lontano e nascosto dietro le nuvole. Lo scopo primario della redenzione non è infatti la salvezza degli uomini, bensì il ristabilimento della teocrazia sulla terra paradisiaca. Non solo è scomparso il linguaggio neotestamentario della riconciliazione con Dio in Cristo, ma non hanno più alcun valore la fede in Gesù Cristo e la gratuità del suo gesto di donazione per tutti gli uomini». (P. A. Gramaglia, Perché non sono d’accordo con i Testimoni di Geova, Piemme, Roma 1984, pag. 59.)

     Il geovismo prende un testo dell’Antico Testamento, riguardante la legge del taglione, e lo usa come unica chiave per capire la realtà nuova della redenzione.
I Testimoni rimandano a una frase di Paolo: «Ha dato se stesso in riscatto (antìlytron) per tutti» (1Tm 2,6). Ma qui Paolo non si riferisce a una norma giuridica. Secondo i TdG, Gesù è redentore nel senso che ha «ricomprato da Dio quello che Adamo aveva perduto», né più né meno, e il prezzo pagato è stato il suo corpo sacrificato.

«Ma il concetto biblico di riscatto o redenzione, riferito a Dio, è analogico, cioè solo parzialmente uguale a quello umano. Esso non vuol dire pagare ma liberare dal male e riconciliare con Dio. Nell’AT, Dio stesso è chiamato «redentore» (ls 43,14; Sal 19,15). Se redimere è pagare in senso stretto, Dio a chi paga? Dunque, «redimere» in senso biblico significa «recuperare». Gesù è morto perché il Padre «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). La morte di Gesù non è quindi un pagare l’equivalente, ma un generosissimo dono d’amore»: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,1920).


La bilancia
     
Se, come credono i TdG, il compito di Cristo consiste solo nel pagare per riavere quello che Adamo aveva perduto, Gesù è l’equivalente perfetto di Adamo e nell’opera della salvezza ha la stessa importanza, lo stesso peso di Adamo. in un loro libretto, spiegano questo concetto con un’illustrazione: una bilancia a due piatti in equilibrio. Su un piatto c’è Adamo e sull’altro Gesù. Hanno lo stesso peso. Ma la Bibbia insegna questo? Il parallelismo secondo cui Adamo è uguale a Gesù è smentito dalla Lettera ai Romani. Paolo fa un parallelismo tra Adamo e Gesù, ma non li pone su un piano di parità; li mette su una bilancia simbolica, ma Gesù pesa infinitamente di più.
Gesù e Adamo
Si legga tutto il capitolo 5 della Lettera ai Romani, di cui riporto alcuni versetti: «Ma il dono di grazia non è come la caduta… E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato;… Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo… Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (cfr. Rm 5,1520). «La grazia, dunque, non è «corrispondente» al peccato ma, al contrario, è «sovrabbondante». Questo dimostra che l’immagine della bilancia in equilibrio, per indicare la parità di ruolo tra Adamo e Gesù, non corrisponde agli insegnamenti della Bibbia.
     La redenzione operata da Cristo non è un semplice riscatto, ma qualcosa di positivo, di molto più grande: è liberazione dal male, capacità di entrare in comunicazione con Dio e di chiamarlo Padre, è la possibilità di godere di Dio in una vita eterna non terrestre, ma celeste, che non è riservata a 144.000 privilegiati, ma è offerta a tutti quelli che amano Dio: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (1Cor 2,9)

«I doni della redenzione sono espressi con la parola charis tradotta in italiano con «grazia». Poiché il geovismo non coglie il concetto biblico della redenzione, ha creduto bene di far scomparire la parola «grazia» dalla sua bibbia manipolata ad uso e consumo dei Testimoni. Così ha sostituito sistematicamente «grazia» con «immeritata benignità», senza alcun motivo filologico».

Antico e Nuovo Testamento
     I TdG, negando la divinità e la centralità di Cristo, devono negare anche la distinzione tra Antico Testamento e Nuovo Testamento. La parola testamento, riferita alla Bibbia, significa «alleanza, patto». La loro Bibbia distingue i libri in base alla lingua in cui sono stati scritti: Scritture ebraico-aramaiche e Scritture greche. L’espressione Antico Testamento e Nuovo Testamento contiene un giudizio di valore tra i due Testamenti, un concetto di evoluzione negli insegnamenti biblici. Questo il geovismo non lo accetta e considera non biblica questa distinzione:

«È un errore dovuto alla tradizione dividere la scritta Parola di Dio in due parti, chiamando la prima, da Genesi a Malachia, «Antico Testamento», e la seconda, da Matteo a Rivelazione, «Nuovo Testamento»». (Tutta la Scrittura è ispirata e utile, pag. 11)

Ma è la Bibbia stessa che parla di Antico e Nuovo Testamento, di antica e nuova alleanza.
Ecco alcuni testi:

1) Dio promette una nuova alleanza: «Con la casa d’lsraele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri» (Ger 31,3132). II NT cita questo testo (Eb 8,812), poi lo commenta così: «Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima» (Eb 8,13).
2) L’apostolo Paolo chiama Antico Testamento, antica alleanza le scritture ebraiche (2Cor 3,1415).
3) Gal 4,24: «Le due donne infatti rappresentano le due alleanze». Agar la schiava è simbolo dall’antica alleanza; Sara rappresenta la nuova (Gal 4,2426).
4) Lc 22,20: Gesù disse: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue…»; nuova rispetto a quella del monte Sinai: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi…»» (Es 24,8).

Naturalmente tra l’Antico e il Nuovo Testamento c’è continuità.
«L» AT preannuncia la venuta di Cristo (Cfr. Lc 24,44; Gv 5,39; I Pt 1,10). Il NT spiega e illumina l’AT (Cfr. Mt 5,17; Lc 24,27; 2Cor 3,1416). Nella rivelazione c’è, dunque, un inizio (AT) e un perfezionamento (NT): «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità venne per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,1718; cfr. Eb 1,12). Queste parole mettono in evidenza la superiorità della rivelazione portata dal Figlio su quella dei profeti. Nel passaggio dall’AT al NT c’è un salto di qualità. Questo risulta anche dal discorso della montagna, nel quale Gesù perfeziona alcune parti dell’AT e lo fa con autorità (Mt 5, 1 748 )».

I TESTIMONI DI GEOVA SONO CRISTIANI?

Secondo il Consiglio Mondiale delle Chiese, per essere considerati cristiani, oltre a seguire gli insegnamenti di Gesù, bisogna essere battezzati nel modo stabilito da Cristo, cioè nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cosa che i TdG non fanno) e credere nella divinità di Gesù Cristo (cosa che i TdG non credono). Per questi motivi, i TdG non sono ritenuti cristiani né dalla Chiesa cattolica, né da quella ortodossa, né dal mondo protestante.
     Gli studiosi considerano i TdG un gruppo giudaico che accetta il NT, ma ne annulla l’originalità. «La fede dei TdG è una tipica concezione giudaica dell’esperienza religiosa… I TdG sono rimasti sul versante del giudaismo; la loro cristologia e la loro soteriologia non sono cristiane».

 

Pubblicato in Testimoni di geova

9 Ottobre 2014

Secondo Ignazio Perrucci, uno storico ed archivista che lavora per gli immensi archivi vaticani, con il compito di analizzare e classificare circa 6mila documenti da poco scoperti in quell’archivio, potrebbe trattarsi di un documento eccezionale. Si tratta di uno scritto dello storico dell’antica Roma Gaio Velleio Patercolo che conterrebbe la prima testimonianza oculare di un miracolo di Gesù non descritta da uno degli evangelisti, la resurrezione di un bambino nato morto. Patercolo è uno storico romano vissuto all’epoca dell’imperatore Tiberio e morto si presume intorno al 31 dopo Cristo, la cui opera da molti è stata criticata per essere troppo omaggiante nei confronti dello stesso Tiberio. Proprio poco prima della sua presunta morte, lo storico era tornato da un viaggio in medio oriente che racconta in questo documento. Ma soprattutto quello che ha attirato Perrucci è la descrizione di un evento che ebbe luogo nella città di Sebastia negli attuali territori palestinesi cosiddetti del West Bank. Patercolo descrive l’arrivo in città di un leader con un gruppo di discepoli e seguaci che fece accorrere sul luogo molti abitanti delle zone vicine. Il nome di costui, come si legge, è Iesous de Nazarenus, la traduzione greco latina del nome ebraico di Gesù, Yeshua haNotzri. Nel racconto si legge che Gesù va a visitare una donna di nome Elisheba che ha messo alla luce un bambino nato morto. Patercolo, che assiste a tutta la scena, dice che Gesù prese il bambino, recitò una preghiera definita «incomprensibile» e riportò quasi immediatamente alla vita il bimbo. Il documento è stato sottoposto  a molti esami e sembra essere proprio del primo secolo dopo Cristo, tra il 20 e il 45 dopo Cristo. Insomma, a parte i vangeli, questa sarebbe la prima documentazione scritta storica da parte di qualcuno che non era un autore dei vangeli stessi, e neppure un ebreo, di un miracolo di Gesù e della sua stessa esistenza.

Pubblicato in Attualità
Venerdì, 11 Aprile 2014 00:00

Meditazioni sulla Passione di Gesù Cristo

Diceva S. Agostino che vale più una sola lacrima sparsa meditando sulla Passione di Cristo, che un pellegrinaggio sino a Gerusalemme ed un anno di digiuno a pane ed acqua. Sì, il nostro amante Salvatore ha patito tanto affinché vi pensassimo, poiché pensandovi non è possibile non infiammarsi del divino amore. Gesù da pochi è amato, perché pochi sono quelli che considerano le pene che ha patito per noi; ma chi le considera spesso, non può vivere senza Gesù. Si sentirà talmente stringere dal suo amore che non gli sarà possibile resistere a non amare un Dio così innamorato che tanto ha patito per farsi amare. S. Francesco piangeva nel meditare le sofferenze di Gesù Cristo. Una volta mentre lacrimava gli venne chiesto che problema avesse, egli rispose che piangeva per i dolori e gli affronti dati al Signore e si dispiaceva nel vedere gli uomini ingrati che non l’amano e non lo pensano.

Anime devote […] mettiamoci spesso dinanzi agli occhi, particolarmente nei giorni di venerdì, Gesù moribondo sulla croce; e fermiamoci ivi con tenerezza a contemplare per qualche tempo i suoi dolori e l’affetto che aveva per noi, mentre stava agonizzando su quel letto di dolore. […] Oh che dolce riposo trovano le anime amanti di Dio nei tumulti di questo mondo e nelle tentazioni dell’inferno ed anche nei timori dei divini giudizi, nel contemplare da solo a solo in silenzio il nostro amoroso Redentore, mentre egli agonizzava sulla croce e  il suo divin sangue gocciolava da tutte le sue membra ferite già ed aperte dai flagelli, dalle spine e dai chiodi! Oh come nel pensare a Gesù crocifisso si allontanano dalle nostre menti tutti i desideri di onori mondani, di ricchezze di terra e di piaceri di senso! Allora spira da quella croce un’aura celeste, che dolcemente ci distacca dagli oggetti terreni ed accende in noi una santa brama di patire e morire per amor di colui, che volle tanto patire e morire per amor nostro. E come è possibile che non accenderà l’affetto di tutti i cuori, un Dio che muore in un mare di disprezzi e di dolori per amor delle sue creature? Come poi queste creature possono amare altra cosa all’infuori di Dio? come pensare ad altro che ad esser grate a questo loro così amante benefattore? […] Ah che così han fatto già tanti santi e tanti martiri che han lasciato tutto per Gesù Cristo. O vergogna nostra! Ma come è possibile che a molti Cristiani fa tanto poca impressione la Passione di Gesù Cristo? Ciò avviene, perché poco si fermano a considerare quanto patì Gesù Cristo per nostro amore. 

Cristo è morto in croce per espiare i nostri peccati.

Un Dio morto per gli uomini! Questo pensiero è stato sempre il trattenimento più dolce e più ordinario delle anime sante, e il motivo più forte per amarlo. Il pensiero che il Figlio di Dio è morto in croce per espiare le colpe commesse dal genere umano, è stato sempre la meraviglia e lo stupore degli angeli in cielo. Un Dio morto per gli uomini; questo sarà sempre un grande argomento di confusione e di disperazione ai dannati dell’inferno. Un Dio è morto per me, dirà eternamente il dannato negli abissi: e ciononostante io ardo e mi dispero tra queste fiamme. Al certo non posso dubitare della bontà di Dio per me, e di quella volontà sua sincera che egli ebbe di salvarmi, avendolo veduto morto per me. Dunque se son dannato, contro chi debbo infuriarmi se non contro me medesimo? È vero che è cosa aspra il pensare ad una eternità di pene: ma chiunque penetrerà bene queste poche parole, Iddio morto per l’uomo, non avrà difficoltà a persuadersi questa seconda verità, che l’uomo ingrato e ribelle al suo Dio, venga giustamente punito dallo stesso Dio con una eternità di pene. Quell’uomo che rifiutò d’ardere con fiamme d’amore verso Iddio morto per lui, un tal uomo merita bene di bruciare negli eterni ardori che la giustizia di Dio ha preparato nell’inferno agli ingrati. Con quali di queste due fiamme vuoi che arda il tuo spirito? Nelle fiamme infernali nell’altra vita in pena di non aver amato Dio, oppure nelle fiamme della sua santa carità in questo mondo? Tocca a te lo scegliere e l’adoperarti per concepire nel tuo spirito un vero amore di Dio. Ci riuscirai, se penserai spesso quanto abbia Iddio amato te, se riguarderai spesso l’immagine di Dio crocifisso, con dire tra te stesso: Ecco un Dio su questa croce per amar mio e per mio bene.

Considera che Iddio è morto per gli uomini suoi nemici ingrati e perfidi. Questo pensiero è un motivo d’amore meraviglioso. Gesù Cristo assicura, che non può darsi dimostrazione d’amore più grande quanto quella di morire per l’amico. Ma il suo amore s’avanza più oltre, perché muore per i suoi nemici medesimi, per nemici vili, insolenti e temerari, che non si curano di lui, né ad altro pensano che ad oltraggiarlo con enormi ingratitudini e pungenti offese. Io sono stato uno di quelli, per i quali Gesù e morto; e dopo averlo visto morto per me, non ho cessato di offenderlo e di disprezzare la sua amabile carità. Egli sapeva prima di morire che dava la vita per me suo nemico; ciononostante amò di darla, e a suo tempo non mancò di farmene godere il frutto, chiamandomi a penitenza, infondendomi il dolore delle mie colpe, applicandomi i frutti copiosi della sua Passione nella grazia, amicizia e figliolanza sua, tante volte restituitami, quante volte l’ho voluta perdere col peccato. Non c’era bisogno che morisse per noi. Poteva riscattarci e redimerci con una goccia sola del suo sangue o con una sola lacrima. Invece ha voluto dare la vita per palesarci l’eccesso dell’amor suo, che va a quest’estremo di dare tutto col mezzo di una morte la più infame e la più crudele per noi suoi nemici ingrati e abominevoli. Svegliamoci una volta per corrispondere a tanta dimostrazione di amore. Risolviamoci una volta di staccare coraggiosamente il nostro amore dalle cose terrene, dalle vanità, dall’ambizione, dalle amicizie, dal nostro corpo, per donare a Dio il maggior amore che possiamo.

Dobbiamo meditare spesso la Passione di Gesù, poiché il nostro amabile Redentore desidera sommamente che noi pensiamo alle atroci sofferenze della sua Passione causata dai nostri innumerevoli peccati. È di fede che i nostri peccati hanno crocifisso il Salvatore. La Sacra Scrittura afferma che le nostre iniquità lo hanno ricoperto di piaghe. Il Salvatore per nostro amore volle espiare al posto nostro la pena meritata dalle nostre colpe. Per gratitudine, cosa dovremmo dare ad un Dio così innamorato di noi? Dio vuole solamente che noi pensiamo qualche volta all’amore che egli ha avuto per noi fino a patire quei tormenti pur di salvarci. Gesù Cristo è morto in croce per noi, ma solo pochi uomini pensano alla sua Passione. Si pensa alle vanità e ai piaceri mondani, ma non si pensa alle sofferenze e all’amore di Gesù per noi. Che ingiustizia! Che ingratitudine! Il ricordo della Passione del Redentore è utilissimo perché ci rende vittoriosi sulle tentazioni. Chi amerà i piaceri illeciti, pensando a Cristo inchiodato sulla Croce? Se mediteremo attentamente il corpo di Gesù ricoperto di piaghe, avremo in orrore i piaceri peccaminosi e condurremo una vita più fedele al Vangelo.

Qui sotto un estratto audio del libro di Sant’Alfonso sulle meditazioni della Passione di Gesù Cristo.


Pubblicato in Preghiera
Bella testimonianza di conversione . Lode a Dio !! Don Tullio buongiorno,… seguo molto la sua pagina (apologetica) mi sta facendo capire tantissime cose.. Due anni fa mi sono allontanata dalla chiesa cattolica per tanti motivi..sono stata protestante per due anni attaccando la chiesa cattolica per ogni singola cosa… avevo il terrore dell’idolatria.. non riuscivo più a tenere S.Rosario tra le mani… pensavo che il mio timore era giusto e che Dio odiava queste pratiche… Ho sempre avuto una grande fede verso Gesù un pò meno per la sua Mamma ma c’è stato un periodo della mia vita in cui ho pregato tantissimo il S.Rosario.. i frutti erano di pace, le tentazioni c’erano ma ero in grazia di Dio… Frequentavo molto la chiesa cattolica, sono cresciuta li,ho fatto un cammino nelle cellule di evangelizzazione per piu di 14 anni… l’adorazione eucaristica, il S.Rosario,la confessione, il ricevere Gesù quasi tutti i giorni , la messa erano diventate il mio cibo quotidiano.Ricordo la pace che avevo.…. Quando sono stata protestante avevo cancellato questo passo importante della mia vita… sono stata una ragazza che ha voluto sempre capire… mi facevo molte domande…Leggevo molto la parola di Dio e vedevo alcune cose che non mi quadravano nella chiesa cattolica… mi dicevo chi fosse la Madonna?e del perche nella parola di Dio non era citato questo nome… mi chiedevo il perche il secondo comandamento non fosse scritto anche nei comandamenti della chiesa cattolica… e forse anche per questo mi sono anche allontanata.… Gesù l’ho sempre amato…Ho pregato Dio di farmi capire qual’era la mia strada…mi sono fatta molte domande.… ma nel mio cuore sentivo che dovevo rientrare nella chiesa cattolica… ho fatto un atto di fede… Ho detto a Gesù, ok io non capisco, però mi fido di te!!! mi sono confessata, ho ricevuto Gesù… sono riuscita a prendere la coroncina del Santo Rosario e pregare la mamma Santissima…IO NON RIUSCIVO A PREGARE PIU LA MADONNANON RIUSCIVO A PRENDERE LA CORONCINA TRA LE MANI… quando sentivo l’ave Maria io scappavo!!!! posso dire che il Signore sta compiendo ed ha compiuto meraviglie nella mia vita… lo ringrazio perche ancora una volta mi ha strappato dalla morte.….ci tengo a precisare che io non riuscivo a tenere la coroncina nella mani… Dio mi ha liberata… vivevo nelle tenebre senza rendermene conto… la storia è un pò lunga… ma ci tenevo a dare la mia testimonianza… Dio la benedica
Martedì, 07 Gennaio 2014 06:18

Gesù Cristo è il Messia.

GESÚ DI NAZARETH È IL MESSIA PROMESSO.

Il compimento delle profezie che riguardano la Persona e la missione di
Gesù Cristo

di W. Devivier S. J.

Enumerazione di alcune Profezie.

Cominciando dalla caduta del primo uomo, Dio non cessò d’inviare successivamente una moltitudine di profeti per annunciare e dipingere, con circostanze sempre più determinate, il Messia che alla religione mosaica doveva sostituire una religione più perfetta, destinata per tutti i popoli e per tutti i tempi. Questi inviati di Dio fissano con precisione sempre crescente il tempo in cui il Messia comparirà sulla terra, la famiglia alla quale apparterrà, la città in cui vedrà la luce: molti secoli prima danno le più precise circostanze della sua nascita, della sua vita, della sua predicazione, dei suoi miracoli, dei suoi patimenti, della sua morte, del suo trionfo sulla morte e sul mondo. Ricordiamo in modo speciale le celebri profezie di Giacobbe, di Daniele, d’Aggeo e di Malachia, che l’una dopo l’altra determinano sempre meglio il tempo in cui doveva comparire il Messia. Nello stesso tempo questi punti particolari faranno vedere l’importanza delle profezie a comprovare la divina missione del Salvatore.


Venuta e qualità del Messia.


«Figlio di Abramo» (Genesi, 12), discendente dalla tribù di Giuda (Gen.. 49), da Davide (Salm. 88, Is. II, Ger. 23 ecc.), il Messia aspettato da tutte le nazioni (Gen. 49, Agg. 52), nascerà dalla Vergine (Is. 7, Ger. A Ezech. 44), nella città di Betlemme (Mich. 5), prima della schiavitù della nazione (Gen. 49), la settantesima settimana d’anni dopo l’editto per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme (Dan. 9), e prima della distruzione di questo secondo tempio per opera d’una nazione straniera (Agg. 2, Malachia, 3).


La sua venuta sarà preceduta da una pace universale (Salm. 71, Is. 2, Dan. 2, Zacc. 3), e sarà annunziata e preparata da uno speciale inviato (Mal. 3), la cui voce risuonerà nel deserto (Is. 40).
Il Messia, di nome come di fatto, sarà Gesù ossia Salvatore (Habac. 3, Is. 5i, ecc.), Emmanuele ossia Dio con noi (Is. 7), il Cristo ossia l’Unto per eccellenza (Salm. 2, 44, Is. 61. Lament, 4), Figlio, di Dio (Salm. 2, Os. 11), Dio (Is. 9, 25, 35, 40, Sal. 44, 109, Bar . 3, Mal. 3), e Dio nascosto (Is. 45), pontefice secondo l’ordine di Melchisedec (Salm. 109), il giusto per eccellenza (Ger. 23, Sap. 2, Is. 45, 62 ecc.), il Santo ed il Santo dei Santi (Salm. 4, 15, Is. 12, Dan. 9), l’ammirabile, il consigliere, il Dio forte, il padre del futuro secolo, il principe della pace (Is. 9).


2. La sua nascita e la sua giovinezza.


Sarà adorato dai re d’Oriente, che gli offriranno oro ed incenso (Salm. 71, Is. 60); il Salvatore soggiornerà in Egitto (Os. II), e a Nazaret in Galilea (secondo il testo ebreo Is. 3) converserà cogli abitanti di Sion (Is. 12, ecc.) e colla sua presenza onorerà il secondo tempio (Agg. 2, Mai. 3).
Sarà povero e fin dalla sua giovinezza attenderà al lavoro (Salm. 87), e tuttavia sarà re e possessore eterno di un regno che si estenderà fino all’estremità della terra (Salm. 2). Sarà obbediente (Salm. 39), e dolce e pacifico (Salm. 119).


3. La sua carriera apostolica.


Egli non schiaccerà coi piedi la canna spezzata e non spegnerà il lucignolo che fuma ancora (Is. 42); andrà a cercare le pecorelle smarrite, solleverà quelle che sono cadute, fascerà le piaghe di quelle che sono ferite, fortificherà le deboli, confermerà le fedeli e le condurrà nelle vie della giustizia (Ezech. 34); consolerà gli afflitti (Is. 61), ed opererà miracoli a favore dei ciechi, dei sordi, dei muti ecc. (Is. 35, 42). Tuttavia ad onta dell’intrinseca efficacia della sua divina parola (Is. 11,49), malgrado lo splendore di questa luce divina (Is. 9, 43, 60), il Messia sarà una pietra di scandalo e una occasione di rovina per un gran numero di Giudei (Is. 1, 6, 8, 42).


4. La sua passione e la sua morte.


Isaia, Zaccaria ed i Salmi sono come una specie di Vangelo profetico. Lo si giudichi dai testi seguenti: «Mi pesarono per mia mercede trenta monete d’argento. E il Signore mi disse: Getta a quello statuario questa bella somma, a cui mi hanno stimato (Zacc. 21). Veramente si addossò i nostri languori, si caricò dei nostri dolori. Ci parve simile ad un lebbroso colpito da Dio ed umiliato. Per le nostre iniquità è stato coperto di piaghe, fu sfracellato per i nostri delitti. Su di lui è caduto il castigo che ci deve procurare la pace e colle sue lividure fummo guariti. Ci eravamo smarriti nelle false vie, e Dio lo aggravò di tutte le nostre iniquità, lo colpì per i delitti del suo popolo. Non c’è più in lui nè bellezza, nè splendore. Noi lo vedemmo: più non era riconoscibile, era un oggetto di disprezzo, l’ultimo degli uomini, un uomo di dolori e tutto sfigurato; come pecorella sarà condotto ad essere ucciso, e come un agnello si sta muto dinanzi a colui che lo tosa, cosi egli non aprirà la sua bocca (Is. 53); più somigliante ad un verme che ad un uomo, l’obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe (Salino 21). Che piaghe Sono queste in mezzo alle vostre mani? Sono piaghe fattemi da quelli che si dicevano miei amici (Zacc. 13). Forarono le mie mani e i miei piedi, contarono tutte le mie ossa. Mi considerarono e mi esaminarono; si divisero le mie vestimenta e gettarono le sorti per avere le mie vesti (Salmo 21). Quanti mi videro si burlarono di me, mossero le labbra e scossero la testa. Confidò nel Signore, essi dicono; lo, liberi, lo salvi, se è vero che lo ama (Salm. 21, Sap. 2). Come tori mi circondarono, ruggirono come leoni; come una muta di cani mi si attaccarono con furore (Sal. 21). Per cibo mi diedero fiele, e per calmare la mia sete mi offersero aceto (Salmo 68). Tutto il giorno fui oggetto di derisione per tutto il mio popolo (Ger. 3).


5. Stabilimento della sua Chiesa.


La più parte delle profezie l’annunziano: «Sugli abitatori di Gerusalemme Dio stenderà il suo spirito, darà loro uno spirito nuovo ed un cuor nuovo (Is. 46, Ezech. 37, Jol. 2). Predicata dapprima in Sion (Is. 2, Mich. 11) la parola di Dio sarà portata da testimoni fedeli (Is. 43, 44), in Africa, nella Lidia, in Italia, nella Grecia, alle isole lontane, ai popoli immersi nelle ombre della morte, che essi conquisteranno al Signore (Is. 60, 52). Li farà passare in mezzo al fuoco e li proverà come si prova l’oro (Zacc. 13). Una nuova alleanza riunirà tutti i popoli (Is. 49, Ger. 31, Os. 2 ecc.): lupi e agnelli, leoni e pecore, docili e pacifici vivranno insieme (Is. 11, Sof. 3, Ger. 32)».


6. Il sacrificio della legge nuova.


Per coronare il magnifico insieme delle rivelazioni sul Messia, Malachia, che termina la serie dei profeti, annunzia che i sacrifici dell’antica legge, fino ad allora offerti nel solo tempio di Gerusalemme, verranno surrogati da un’oblazione tutta pura, che sarà fatta in ogni luogo e presso tutti ì popoli (Mal. 1, 10, il). Isaia e Davide aggiungono che questo sacrificio della nuova alleanza sarà offerto da sacerdoti tolti da tutte le nazioni (Is. 66), sotto il pontefice supremo secondo l’ordine di Melchisedec (Salmo 109).


7. Figure profetiche del Messia.


Dio voleva che lo spirito del suo popolo fosse continuamente occupato del futuro Redentore, e tutto glielo richiamasse alla sua immaginazione. Quindi non fu contento di annunziarlo tramite il ministero dei profeti. Conformandosi al genio del popolo giudaico, e in generale di tutti i popoli dell’Oriente, procurò di figurare il Messia con tipi vivi e con fatti simbolici. Fra i primi citiamo Isacco, Giuseppe, Mosè, Davide, Giona; fra i secondi l’agnello pasquale, la manna, il serpente di bronzo. Anzi si può dine che tutto il culto e le istituzioni del popolo di Israele avevano un carattere tipica. «Tutto il governo di quel popolo, dice sant’Agostino, non fu che una continua profezia del re che aspettava». Non è da trascurare questa specie di profezia, la quale, sebbene non serva di base alla prova che in questo momento esponiamo, può nondimeno compire e confermare gli argomenti esposti.

8. Tra la fine delle profezie messianiche e il principio del loro compimento corsero cinquecento anni. D’altronde sappiamo che per rendere impossibile ogni dubbio riguardo a questa anteriorità delle profezie, la Provvidenza dispose che fosse tradotto in greco l’antico Testamento quasi 300 anni prima di Gesù Cristo, e che la traduzione detta dei Settanta fosse diffusa in tutto il mondo, molto tempo prima della venuta del promesso Messia.


Ma queste profezie che si succedettero tanto numerose in un corso di 4000 anni e che si trovarono concordi nell’annunziare lo stesso avvenimento straordinario, prodigioso, impossibile a prevedere si sono poi veramente compite? Ecco la questione che soprattutto importa esaminare.


L’avveramento delle profezie.

Per convincersi appieno del perfetto avveramento di tutte queste profezie in Gesù Cristo, e solo in Gesù Cristo basta leggere i Vangeli. L’accordo dell’Antico col Nuovo Testamento è tanto meraviglioso, che se con tutta certezza non sapessimo che i libri profetici esistevano molti secoli prima di Gesù Cristo, saremmo tentati a credere che quelle così numerose e precise circostanze furono scritte dopo gli avvenimenti da storici e non da profeti.


Sono noti gli sforzi tentati dai critici moderni, specialmente da Renan, Wellhousen, Darmstetter ecc. per togliere il carattere soprannaturale alla missione profetica, e per assegnare ai profeti una parte storica differente da quella che loro attribuisce la tradizione. Non vi è genere di stortura che non si sia fatta subire ai testi, nessuna interpretazione fantastica alle quali non si sia fatto ricorso per abbassare i profeti alla stregua di semplici indovini, o per rappresentare le loro predizioni come scritte dopo il fatto. Orbene, se la teoria naturalistica è insostenibile in ciò che riguarda la storia e la religione d’Israele, perchè non risponde ai fatti, essa è ancor meno sostenibile, come vedremo, in ciò che concerne l’annunzio del Messia.

1. L’epoca della venuta del Messia era stata tanto bene determinata e diffusa per tutta la terra, che al tempo della proclamazione dell’impero romano sotto Augusto, non soltanto i Giudei, ma tutti i popoli aspettavano il grande avvenimento. Questa stessa attesa, che era stata predetta dai profeti, è attestata da tutti gli storici contemporanei. «Sulla fede d’antiche profezie, dice Tacito, era generale la persuasione che pervaderebbe l’Oriente, e che dalla Giudea uscirebbero i padroni del mondo». Presso a poco coi medesimi termini parlano Svetonio e Giuseppe ebreo. L’attesa del liberatore promesso era così generale e così viva presso i Giudei, che molti tra essi seguirono ciecamente alcuni faziosi, i quali si spacciarono per precursori del Messia o per la stesso Messia. Da ciò le numerose ribellioni che precedettero la rovina di Gerusalemme.
Cosa notevole! mentre l’Europa aspettava un Salvatore dall’Oriente, gl’Indiani e i Cinesi l’aspettavano dall’Occidente. Codesto è affermato da Voltaire nelle sue aggiunte alla storia generale. Dall’una e dall’altra parte gli sguardi si concentravano sopra un piccolo punto del globo, che Boulanger, un altro incredulo, assai giustamente chiama «il polo della speranza di tutte le nazioni».
Le altre profezie si sono del pari avverate. Possiamo dire che il quadro delle profezie dell’Antico Testamento è il quadro della vita e della morte di Gesù Cristo, la storia compendiata delle sue opere e del meraviglioso stabilimento della sua Chiesa. Il confronto è chiaro e l’applicazione non solo è facile, ma si fa da se stessa. I profeti sono testimoni che depongono unicamente a favore di Gesù: Huic omnes prophetae testimonium perhibent, disse S. Pietro ai Giudei (Atti 10, 43). Tutte, le loro predizioni, tutti i tipi profetici, tutte le istituzioni figurative dell’antica legge si riferiscono a Gesù di Nazaret e provano che egli è il vero Messia designato dalla divina ispirazione, il Salvatore del genere umano.

2. Ci si dovrà dunque meravigliare vedendo gli apostoli invocare costantemente la testimonianza dei profeti per convincere i Giudei della divina missione di Gesù Cristo? Ad altri uditori presentavano argomenti d’un altro genere; ma per i loro compatrioti nulla poteva uguagliare la forza di questo. Perciò S. Pietro ne fece la base delle sue esortazioni che convertirono migliaia di persone. Dopo d’essersi dichiarato come testimone della voce celeste udita sul Tabor, fa appello alle profezie come ad una prova ancora più irrefragabile: Habemus firmiorem propheticus sermonem (II. Ep. 1, 19).
S. Paolo da parte sua consacrava giornate intere a far loro vedere Gesù nella legge di Mosè e nei profeti: Suadebat eis de Jesu ex lege Moysi et prophetis a mane, usque ad vesperam (Atti, VIII, 23).

3. Lo stesso Gesù rialzò il coraggio dei suoi discepoli, dimostrando loro che tutto quanto li turbava non era che il compimento delle profezie: Interpretabatur illis in omnibus scripturis quae de ipso erant (s. Luca, 24). E perciò aveva detto ai Giudei: Studiate le Scritture, voi i quali credete che contengano le parole di vita esse testificano a mio favore (S. Giov. 5, 39).


Conclusione.


Dal compimento di tante profezie, fatte molti secoli innanzi, circa avvenimenti che era impossibile congetturare, risulta colla massima evidenza che Gesù Cristo è veramente il Messia, l’inviato da Dio, annunziato ed aspettato da parecchie migliaia d’anni, e che per conseguenza la religione da lui fondata e da sì lungo tempo predetta, è veramente divina. Infatti, solo, Colui a cui tutti i secoli sono presenti e che solo può preparare e dirigere gli avvenimenti colla sua sapienza ed onnipotenza, potè fare somiglianti rivelazioni. «Il compimento di tutte le profezie, disse Pascal con ragione, è un miracolo perpetuo, e non c’è bisogno di altre prove per riconoscere la divinità della religione cristiana».


Non possiamo trattenerci dal citare qui una magnifica pagine di Lacordaire. Dopo aver accennato alle principali profezie messianiche, così esclamava:

«Eccovi, o signori, due fatti paralleli e correlativi, tutti e due certi, tutti e due di una proporzione gigantesca, l’uno che durò duemila anni prima di Gesù Cristo, l’altro che dura da mille ottocento dopo Gesù Cristo: l’uno che annunzia una rivoluzione importante ed impossibile a prevedere, l’altro che ne è il compimento, aventi tutti e due Gesù Cristo per principio, per termine, per congiunzione. Vi chiedo un’altra volta: che ne pensate? Prendereste forse il partito della negazione? Ma che cosa neghereste?

Forse l’esistenza dell’idea messianica? Ma questa si trova nel popolo giudeo, che è vivente, in tutta la serie dei monumenti della sua storia, nelle tradizioni universali del genere umano, nelle più aperte confessioni della incredulità più profonda.

Forse l’anteriorità delle circostanze profetiche? Ma il popolo giudeo che ha crocefisso Gesù Cristo, e che ha un interesse nazionale e secolare a rapirgli le prove della sua divinità, vi asserisce che le sue Scritture erano un tempo ciò che sono oggidì; ed a maggior sicurezza, duecentocinquant’anni prima dì Gesù Cristo, sotto il re d’Egitto Tolomeo Filadelfo, e dietro i suoi ordini, tutto l’Antico Testamento, tradotto in greco, divenne proprietà del mondo romano, di tutto il mondo civile.

Vi rivolgerete all’altro polo della questione, e negherete il compimento dell’idea messianica? Ma la Chiesa cattolica, figlia di questa idea, è sotto i vostri occhi, vi ha battezzati.

Forse cercherete il vostro punto d’appoggio nell’incontro di questi due formidabili avvenimenti? Negherete che Gesù Cristo abbia nella sua persona verificato l’idea messianica, che egli sia giudeo, della tribù di Giuda, della casa di Davide, colui che fondò la Chiesa cattolica sopra la doppia rovina della Sinagoga e dell’idolatria? Ma le due parti interessate e nemiche inconciliabili convengono in tutto ciò. Il giudeo dice: sì; e il cristiano dice: si.

Direte che questo incontro di prodigiosi avvenimenti, al punto preciso di Gesù Cristo, è l’effetto del caso? Ma il caso, se pur ve n’ha, non è che un accidente breve e fortuito, la sua definizione esclude l’idea di successione: non si dà caso di duemila anni, e di altri mille ottocento da aggiungersi a quei duemila».

«Signori, quando Dio lavora, nulla rimane a fare contro di lui, e Gesù Cristo ci appare il motore del passato e il motore dell’avvenire, l’anima dei tempi a lui anteriori, e l’anima dei tempi a lui posteriori. Per mezzo dei suoi antenati egli si lega al popolo giudeo, che è il più grande monumento sociale e religioso dei tempi antichi, e per la sua posterità si lega alla Chiesa cattolica, che è la più grande opera sociale e religiosa dei tempi nuovi. Egli ci appare tenendo nella sua mano sinistra l’antico Testamento, il più gran libro dei tempi che lo precedettero, e nella sua mano destra tenendo il Vangelo, il più gran libro dei tempi che lo seguirono. E intanto, così preceduto e seguito, egli è in se stesso ancora più grande dei suoi antenati e della sua posterità dei patriarchi e dei profeti, degli apostoli e dei martiri. Benchè tutto quanto c’è di più illustre prima e dopo di lui lo suffraghi, la sua personale fisionomia si stacca ancora da questo fondo sublime, e ci rivela il Dio che non ha né modello né uguale» (41° conferenza, 1846).

(Tratto da W. Devivier S.J., Corso d’apologetica cristiana. Esposizione ragionata dei fondamenti della fede, 6.a ediz. italiana riveduta e aggiornata da P. Celestino Testore S.J., Libreria Emiliana Editrice, Venezia 1937).

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Domenica, 05 Gennaio 2014 10:16

La divinità di Gesù Cristo.

di Mons. Giovanni Celi

Sembrerà strano e fuori luogo intrattenerci oggi, dopo tanti anni di vita cristiana, sulla divinità di Gesù Cristo. Voi potreste dirmi: «e che! forse non sappiamo che Cristo è esistito, è Dio ed è morto per noi? Il fatto che siamo venute o che andiamo in chiesa non le dice che noi conosciamo il Signore e lo amiamo?» Sì, e vero ciò che voi dite e ciò che voi fate; però e anche vero che nella vostra vita, nel vostro lavoro, lungo i momenti di solitudine interiore o di lotta con voi stessi o con gli altri, il dubbio e, qualche volta — oserei dire — la certezza che non è vero niente; che non esiste niente e che fanno bene coloro che non credono a nulla e che non si preoccupano di nessuna cosa dell’altro mondo; questo dubbio — dico — vi ha presi e vi ha, forse, sbattuti di qua e di là lasciandovi più freddi nell’amore e più tiepidi nel servizio di Cristo Signore.

Ebbene, ecco il motivo della trattazione di oggi: abbiamo detto di come dovrebbe essere un vero fidanzamento ed una vera amicizia; spesso sentiamo ripetere che la nostra vita, per essere ben vissuta, deve essere penetrata dalla grazia; ma, forse, mai ne abbiamo sentito dire il motivo.
Sì — ci si dice — per amore di Gesù! Ma chi è Gesù Cristo per cui io devo rinunciare a me stesso e vivere come vuole Lui? Che autorità ha Egli nella mia esistenza? E se fosse tutto falso ciò a cui credo non ho perduto questa e l’altra vita? E se fosse vero e vivo come se non fosse vero niente? Che sarà di me?
Ecco alcune domande che ci siamo posti e a cui tenterò di rispondere, nel migliore dei modi, affinché la vostra gioia sia completa.

Dividerò l’argomento in 4 parti:

1) Dimostrerò che i libri che parlano di Gesù Cristo dicono la verità e quindi, come tali, bisogna crederli;
2) Servendomi di ciò che dicono questi libri, dimostrerò che Cristo è Dio;
3) Dimostrerò la verità della divinità di Cristo attraverso la prova della sua resurrezione;
4) Infine, se Cristo é Dio, deve essere da noi adorato.

I Vangeli sono veri libri storici e quindi ad essi bisogna prestare fede.

» L’autorità storica dei Vangeli, come di ogni altro libro, dipende da tre cose: l’autenticità, l’integrità, la veridicità. Essi sono autentici se appartengono veramente al tempo e agli autori ai quali si attribuiscono, ossia se sono scritti che risalgano all’era apostolica, redatti dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai discepoli Marco e Luca.
Sono integri se non hanno subito nel corso dei secoli alcuna alterazione essenziale; veridici, se i loro autori sono competenti e riferiscono fatti certi. «(G. Falcon: Manuale di Apologetica, pag. 162; 2 edizione — Ed. Paoline )
Ciò premesso andiamo provando uno per uno questi tre elementi che ci daranno la certezza della nostra fede.

I vangeli sono autentici perché sono stati scritti dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai discepoli Marco e Luca.
» Che un libro sia di un autore o di un’altro si sa specialmente dalle testimonianze dei contemporanei «.

Ora dell’autenticità dei Vangeli vi sono:

I. Le testimonianze dei discepoli degli apostoli.

Papia ( + c. 150) fu discepolo di S. Giovanni e parla esplicitamente dei Vangeli di S. Matteo e di S. Marco. » Matteo — Egli dice — scrisse in lingua ebraica i discorsi del Signore, e ciascuno li tradusse come poté». Di S. Marco scrive «che fu interprete di Pietro, il quale avendo bene impresso nella memoria tutto ciò che il Signore avesse detto o fatto, il tutto diligentemente scrisse, benché non con ordine, poiché egli non aveva udito il Signore, né l’aveva mai seguito ma, come dissi, fu seguace di Pietro, il quale, predicando il Vangelo, l’adattava alla capacità degli ascoltatori, non intendendo già di compilare una storia metodica delle parole del Signore. Quindi non é colpa di Marco se scrisse le cose come gliele suggeriva la memoria: una sola cosa essendogli a cuore, di non trascurare nulla di quel che aveva udito, né mescolarvi nulla di falso» ( Eusebio, Storia eccl., III, 39).
Al vangelo di S. Luca e di S. Giovanni essi alludono citando alcuni loro detti.
Per es. S. Clemente romano (+ 101) discepolo di S. Pietro cita un detto del Vangelo di S. Luca : » Il Signore dice nel Vangelo: Chi è fedele nel poco, sarà fedele anche nel più». ( Luc. 16,10) ( lett. 2 Cor. 8).
Il Vangelo di S. Giovanni è citato a non di rado da S. Ignazio d’Antiochia, suo discepolo (+107), da Policarpo pure discepolo di S. Giovanni ecc. ecc.

2. Le testimonianze di tutti gli scrittori del II secolo.

S. Giustino martire del 167 chiama in genere gli Evangeli commentari scritti dagli apostoli e dai loro discepoli». — L’autore del canone Muratoriano ( scritto tra il 160170), parla esplicitamente degli ultimi due vangeli però sottintende i primi due; ecco come si legge nel pezzo da noi posseduto: » … alle quali però fu presente e così riferì. Il terzo Vangelo è di Luca, medico, compagno di Paolo…; il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli».
Infine vediamo ciò che dice S. Ireneo che fu vescovo di Lione e discrepolo di S. Policarpo (+ 202).
Egli così scrive: » Matteo, dimoroando tra gli ebrei, scrisse nella loro lingua il suo Vangelo, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma. Dopo la loro dispersione Marco, discepolo ed interprete di Pietro, anch’esso ci tramandò in iscritto le cose che erano da Pietro predicate. E Luca, seguace di Paolo, raccolse in un libro il Vangelo predicato da lui. Poscia anche Giovanni, discepolo del Signore.… diede alla luce il suo Vangelo in Efeso, città dell’Asia Minore».» ( E. Polipdori: Corso di religione, I4° Ed. pag. 7778)

3. Le testimonianze degli eretici dei primi tempi.

Anche gli gnostici Basilide ( 130 ), Valentino ( 140 ) e Marcione ( 150 ), nonostante la loro estrema indipendenza, non pongono mai in dubbio l’autenticità dei nostri libri, anche se cercano d’interpretarli in loro favore o di mutilarli.
Lo stesso dicasi degli Ebrei ( Trifone ) e dei Pagani ( Celso ), i quali, pur cercando
di cogliere in fallo i Vangeli e metterli in contraddizione fra loro, non gettano neppure l’ombra del dubbio sulla loro autenticità.
Se, infine guardiamo allo stile, alla lingua, alla cultura, alle condizioni storiche e geografiche riportateci dagli evangeli, non possiamo non concludere che tali libri riflettono solamente ed unicamente la mentalità e l’età in cui si dice siano stati scritti.
I Vangeli sono integri, cioè i Vangeli che noi oggi possediamo sono identici, nella sostanza, a quelli che hanno scritto gli autori sopra menzionati.
La genuinità dei libri del Nuovo Testamento si prova dai manoscritti, dalle versioni, dalle citazioni degli autori ecclesiastici e dall’impossibilità della corruzione.

Manoscritti e versioni

Si conoscono più di mille manoscritti del N.T. Due rimontano al IV secolo, cioè: il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico. Due sono del V secolo, cioè il Codice Alessandrino che é al museo britannico e il Codice Regio della Biblioteca nazionale di Parigi. — Quanto alle versioni, vi é l’Itala che rimonta al IV secolo; la versione Siriaca, detta Pescitto, pur dello stesso tempo. Vengono poi le versioni Copte, egiziane ecc.. ecc.; tanto i manoscritti, quanto le versioni concordano nella sostanza a quel vangelo che abbiamo noi oggi, quindi il vangelo non è stato alterato.

2. Le citazioni dei Padri e degli autori ecclesiastici.

Dalla fine del primo secolo fino al IV più di duecento scrittori ecclesiastici citano il nuovo Testamento. Tanto che un autore francese, l’Abate Gainet, pubblicò un libro, la Bibbia senza Bibbia, ricostruendo cioè tutta la dottrina degli Evangeli dalle citazioni degli autori ecclesiastici citati, di cui é rimasto qualche scritto. Ora la dottrina che ne emerge, é sostanzialmente la stessa. Dunque non vi fu nel N.T. alterazione sostanziale, altrimenti ciò non sarebbe stato possibile.

3. L’alterazione non poté farsi sotto gli occhi degli apostoli né dopo di loro.

Questo si deduce chiaramente dalla capacità degli apostoli di mantenere inalterata la dottrina che predicavano come consta da alcune loro espressioni. Eccone qualcuna: S. Paolo » L’uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione, fuggilo» (Tito 3,10 ); e S. Giovanni così scrive: » Se taluno viene a voi e non porta questa dottrina, non lo ricevete in casa, anzi non salutatelo neppure» (2Giov. 5,10 ) Così si comportarono i successori degli apostoli, così infatti scriveva S. Ignazio martire agli Efesini: » Se vi vengono esposte dottrine che alterano la fede degli apostoli, turatevi gli orecchi» ( Ef. 9,1 ).

I vangeli sono veritieri

infatti: gli autori:

a) Non poterono ingannarsi, narrando ciò che videro o udirono, giacche essi erano o testimoni oculari o testimoni auricolari. E, per di più narrano fatti pubblici visibili, manifesti, tali insomma, che per accettarli non v’era bisogno né di scienza, né di cultura, come udire un muto che parla, vedere un morto riprendere vita, ecc.: tanto più che i miracoli di Gesù erano operati alla luce del sole, e perciò stesso che erano fatti straordinari, destavano l’attenzione e l’esame di chi li vedeva o li ascoltava.

b) Non poterono ingannare; perché erano molti e narrarono le cose a coloro che le videro, poco dopo che erano accadute, e anche ai nemici, di cui molti si convertirono.

c) Non vollero ingannare. Si prova dalla loro condotta dopo la morte di Gesù Cristo; poiché predicarono con una persuasione ed un coraggio tale che non é da mentitori mentre prima erano timidi e paurosi e avevano già perduta la fede nel maestro (Atti 4,521; 5,2533). Si prova dal tipo di virtù che propongono da imitare in Gesù Cristo mentre il mondo di allora era diametralmente opposto a quella che era la dottrina del Cristo. Infine si prova dal fatto che scrivendo ognuno per conto proprio ed in località e tempi differenti concordano nel narrare i fatti.
A tutto ciò che abbiamo detto circa l’autenticità., la integrità e la veridicità dei Vangeli si devono aggiungere queste al tre prove: » La prima si deduce dalla maniera di narrare degli evangelisti. Un falsario scrive in una maniera, un uomo che narra la verità scrive in un altra.
La seconda dal tipo nobilissimo che gli scrittori evangelici ci danno di Gesù Cristo, tipo impossibile ad inventarsi umanamente. La terza dalla corrispondenza del Vangelo con la storia antica, con la storia sincrona ad esso e con la storia posteriore sino a noi » ( Polidori Op.cit. pag. 8586).
Ometto lo svolgimento di queste prove per non essere troppo lungo e per non annoiare di più l’uditorio, però se qualcuno volesse approfondire l’argomento sono disposto a farlo in separata sede.

Da tutto ciò che ho detto e da tutto ciò che non ho detto, sarebbe da sciocchi o da ciechi voler continuare a dire: » Io non credo a ciò che mi dicono i vangeli» oppure voler negare qualcosa del Vangelo! — Credetemi — se non si crede al Vangelo non é perché mancano gli elementi storici per dire il nostro sì, ma è semplicemente, perché non vi è la volontà di impegnarsi fino in fondo a ciò che il vangelo comanda e a ciò che la verità esige.
Harnack, che é uno di questi, così scrive: » Gli Evangeli non sono scritti di partito; inoltre non é vero che essi siano profondamente compenetrati dello spirito ellenico. Essi appartengono, se guardiamo il loro contenuto sostanziale, al periodo primitivo od ebraico del cristianesimo… E» gran ventura che la storia ci abbia conservato notizie di quei tempi… Il carattere originale degli vangeli è oggi — continua Harnack — concordemente riconosciuto dalla critica.…» però quando si tratta di tirare le conclusioni a ciò che aveva scritto prima, e ciò ammettere che Gesù é Dio e quindi riformare, la propria vita, dice: » Che una procella si sia sedata con una parola è cosa che non crediamo e che non crederemo mai più» ( da Falcon: Op. cit. pag. 171 ).
mando a voi il promesso del padre mio » ( Lc. 24,49)

Cristo è Dio.

Dopo aver visto che i Vangeli riportano la verità storica dell’esistenza e dell’azione di un uomo straordinario, riferendoci a ciò che questi stessi dicono, dimostrerò in un modoconciso, ma nello stesso tempo, esauriente che Gesù Cristo si disse ed è vero figlio naturale di Dio.
Gesù si proclama Figlio di Dio nel senso più stretto.

a) Fin dagli inizi della sua predicazione, egli usa studiosamente chiamare Dio suo Padre, e non permette mai che la sua filiazione venga confusa con quella degli altri, anche di coloro che chiama affettuosamente suoi amici e fratelli. » Vi assicuro che non berrò di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio» ( Mt. 26, 29)
«Venite, benedetti dal Padre mio prendete possesso del regno preparato per voi sin dalla fondazione del mondo» (Mt. 25,34) Invece quando si tratta degli altri, Gesù usa un altro linguaggio: » Il padre vostro sa che avete bisogno di tutto questo» (Mt. 6,32) » Il Padre vostro che è nei cieli concederà cose buone a quelli che glieli domandano» (Mt. 7,11). » Se non perdonerete agli uomini, nemmeno il padre vostro vi perdonerà le vostre mancanze» ( Mt. 6,10 ); » Voi dunque pregate così: Padre nostro…» (Mt. 6,9). E nulla induce a credere che il Cristo unisse la sua voce a quella dei discepoli per implorare il perdono delle mancanze, Egli che durante la sua vita sfidò chiunque a convincerlo di peccato.
In tutti i discorsi di Gesù vi è contrapposizione costante tra le espressioni: Padre mio, Padre vostro. Sempre si tiene separato dal resto degli uomini, e pertanto Egli è figlio di Dio a titolo personale ed incomunicabile, » Il Figlio » per eccellenza, in senso assoluto, come ripete con insistenza (Mt. 11,27; 28,I9; Mc. 13,32).

b) — Ecco ulteriori dichiarazioni. Il Salvatore deplora l’accecamento dei giudei. Però, se è vero che le classi elevate della città orgogliosa hanno respinto il vangelo, i semplici l’hanno accettato. Gesù ringrazia il Padre della rivelazione che ha riservata per loro. » Ti ringrazio, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Così, o Padre, perché così ti é piaciuto. Tutto é stato affidato a me dal Padre e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre tranne il Figlio e colui al il quale il Figlio avrà voluto rivelarlo.» ( Matt. 11,3527; Lc. 10,2122).
La dignità del figlio é dunque così grande che solo il Padre può comprenderla e reciprocamente solo il Figlio può conoscere il Padre. Noi lo conosciamo soltanto attraverso la rivelazione del Figlio.
Tale affermazione evidentemente pone il Figlio sullo stesso piano del Padre. C’é già in germe la dottrina di S. Giovanni: «Nessuno ha mai veduto Dio: l’Unigenito Figlio che é nel seno del Padre, Egli stesso ce l’ha rivelato» (Giov. 1,18).

d) Gesù anche al cospetto di Caifa si proclama Dio infatti ecco cosa ci dice il Vangelo: » Da capo il sommo sacerdote lo interrogò e gli disse: Sei tu il Cristo, figlio di Dio Benedetto? e Gesù rispose: sì, lo sono; e vedrete il figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza di Dio, venire sulle nubi del cielo. E il sommo sacerdote, stracciatosi le vesti, esclamò: che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentito la bestemmia? Che ve ne pare? e tutti lo condannarono come reo di morte.»( Mc.14,6164).
Gesù si attribuisce non solo il titolo di messia ma anche una dignità divina. Assicura che lo vedranno assiso alla destra dell’Onnipotente e si colloca senz’altro alla pari con Lui, in quanto l’esser seduti alla destra del Padre.. nello stile delle lingue orientali é una prerogativa del Figlio e dell’erede legittimo. D’altra parte l’accusa di bestemmia che prorompe dalla bocca dei giudei, dimostra che non si tratta di una filiazione adottiva, ma reale; poiché i figli di Dio in senso generico erano numerosi in Israele e la pretesa alla dignità Messianica non era di per se considerata come una bestemmia. Quello che agli occhi di Caifa costituisce una bestemmia é il carattere sopraumano e propriamente divino che Gesù si attribuisce nel proclamarsi Messia.

Gesù si é attribuito tutti i titoli e le prerogative divine.

a) Gesù ha assunto tutti i titoli che l’umanità ha sempre e ovunque considerati come caratteristica della divinità. «Io sono la via, la verità, la vita » ( Giov. 14,6). » Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita» (Giov. 8,12). » Io sono il pane vivo disceso dal cielo»(Giov. 6,51) «io sono la resurrezione e la vita» (giov.6,25).

b) In oltre si é attribuito apertamente tutte le perfezioni inerenti alla divinità.

L’Eternità. » Abramo, padre nostro, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò.» I giudei all’udire tali parole si sdegnarono e d’altronde non arrivano a comprenderle interamante:» Non hai ancora 50 anni e hai veduto Abramo? » » In verità… prima che Abramo fosse nato io sono» (Giov. 8,5658)». Pesate le parole, commenta S. Agostino, e comprendete il mistero. Comprendete che » fosse nato» si riferisce alla creazione dell’uomo che giunge all’esistenza: » Io sono» significa la sostanza divina, e il Cristo non dice » Io ero» ma » Io sono» per esprimere l’eternità del suo essere» (In Giov.. homilia 1).

L’Onnipotenza. Gesù é padrone della vita e della morte.

«Io do la mia vita per nuovamente riprenderla. E nessuno me la toglie; ma la dò io da me stesso e sono padrone di darla e padrone di riprenderla» (Giov. 10,17). » Come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, così pure il figlio dà la vita a quelli che vuole» (Giov. 5,21).
Egli infonde nelle anime la vita soprannaturale… » Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Giov. 6,55).

L’Onniscienza. Gesù infatti legge infondo al cuore i pensieri più reconditi: » V’eran lì a sedere degli scribi i quali pensavano in cuor loro perché parla così? Costui bestemmia. Chi può mai perdonare i peccati se non Dio solo? Avendo Gesù conosciuto nel suo spirito che ragionavano in quel modo dentro di sé disse loro: perché pensate queste cose nei vostri cuori? » (Mc. 8,69).

La santità. Tutte le anime, anche le più pure, avvertirono sempre il bisogno di confessare le loro colpe, sia pure le più piccole e di chiederne con sincerità il perdono a Dio. Gesù invece non conosce né la penitenza né il rimorso. » Chi mi potrà convince re di peccato?» domanda ai giudei (Giov. 8,46).

Inoltre Gesù si è arrogato i diritti e ha esercitato tutti i poteri divini.

a) Vuole che gli si renda culto pari a Dio: » Il Padre non giudica nessuno; ma ha rimesso ogni giudizio al figlio, affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre» Giov. 5,23).
Esige un amore sommo dovuto solo a Dio. Non soltanto identifica l’amore dovuto al Figlio con quello dovuto al Padre «chi odia me odia il Padre mio» (Giov. 15,23) ma vuole essere amato personalmente sopra ogni cosa «Chi ama il padre e la madre più di me, non é degno di me» (Mt. 10,37).
Richieste comprensibilissime e del tutto naturali se non da parte di un Dio, ma assurde e sacrileghe in bocca ad un uomo.

b) Inoltre Gesù esercita tutti i poteri divini.

Legifera come Dio. Fin dagli inizi del suo ministero, riferendosi ai comandamenti ricevuti da Mosè tra i lampi del Sinai, Egli dice: » Udiste quel che fu detto agli antichi .… ma io vi dico… è stato pur detto… ma io vi dico…»( Mt. 5,21).

Perdona come Dio. Alla mensa di Simone, di fronte a molti farisei, assolve la Maddalena, una pubblica peccatrice: » Donna, ti sono perdonati i peccati». Gli astanti sbalorditi mormorano dentro di sé: «Chi é Costui che perdona anche i peccati?» Gesù, conoscendo il loro intimo pensiero, si giustifica dicendo: » Questa peccatrice mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugata con i a suoi capelli; ha unto con l’unguento i miei piedi; ha molto amato.» Non dice: » Il suo cuore é tornato a Dio,» bensì: «mi ha dimostrato molto amore». Ciò significa che la perdona perché l’ha amato e amare Lui equivale ad amare Dio (Lc. 7,3650).
Verrà, a giudicare come Dio. » Quando verrà il Figlio del l’uomo sederà sul trono della sua gloria… e separerà le pecore dai capri … Dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite benedetti dal Padre mio … Perché ebbi sete e mi deste da bere. ebbi fame e mi deste da mangiare; fui nudo e mi vestiste, infermo e mi visitaste» (Matt. 25, 3146). Questo giudice non si preoccupa dell’obbedienza e dell’amore dovuti al Padre esamina le azioni riguardo a se stesso. Vice versa minaccia il fuoco eterno a quelli che avranno rifiutato di nutrirlo, di rivestirlo, di consolarlo.

Gesù si identificò espressamente con Dio.

a) L’azione del Padre e quella del Figlio hanno la stessa continuità, efficacia e potenza. » Il Padre mio opera ancora ed io pure opero» dice Gesù a quelli che l’accusavano di violare il Sabato. E i giudei a protestare perché si faceva uguale a Dio. Gesù risponde loro: » Le cose che fa il Padre mio, anch’io le faccio…Come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, così pure il Figlio dà la vita a quelli che vuole». Ciò significa non solo eguaglianza, ma identità di azione e questa azione unica è opera di due persone che si amano e si compiacciono l’una dell’altra: » perche il Padre ama il Figlio e gli manifestata ciò che fa egli stesso» (Giov..5,I7-8I).

b) Identità di natura: «Ciò che mi ha dato il Padre è più grande di tutto…IO e il Padre siamo una cosa sola» (Giov..10,29­3). L’affermazione è categorica e i giudei, che l’hanno compresa nel suo vero significato, si ribellano: «Diedero allora di piglio alle pietre per lapidarlo».
La stessa cosa dice nel Cenacolo a Filippo che voleva vedere il Padre. (Giov. 14,9-I2)
Ecco che cosa ha detto Gesù Cristo di se stesso. Parole inaudite, inammissibili non soltanto sulla bocca di un uomo ma neanche di ogni altra creatura, sia pura la più alta. Si può discutere su questa o quell’altra affermazione, ma, considerandole nel loro complesso, non si può negare che Gesù abbia avuto piena coscienza della sua eguaglianza e identità col Creatore. » ( G. Falcon, Op.cit.208 ss.).

Gesù dimostrò di essere Dio attraverso il miracolo della sua risurrezione.

Come se tutto ciò che Gesù ha detto di se non bastasse. Egli volle confermare la sua divinità attraverso i miracoli.
( Il miracolo viene definito: un fatto, scientificamente sperimentabile e storicamente trasmissibile, straordinario, cioè fuori di ogni ordine di cause naturali o preternaturali, divino, cioè tale che la causa di questo fatto deve trovarsi solamente ed unicamente in Dio Padrone e Signore di tutto il creato.)
Gesù di questi fatti che chiamiamo miracolasi, ne compì moltissimi. Nel Vangeli ne vengono registrati in un modo abbastanza diffuso bel 43; a noi qui basta richiamarne qualcuno per fermare poi la nostra attenzione sulla sua risurrezione.
I miracoli principali sono: le tre risurrezioni (Mc.5,2I-43; Lc.7,11-I6;Giov..11,I-44); le due moltiplicazione dei pani ( Mt.14,I3-36; Mt.I5,2939 ); la guarigione del cieco nato ( Giov. 9,1ss ); la guarigione del paralitico di Cafarnao ( Mc.2,I-I2 ); la tempesta sedata ( Me. 4,355,20 ); ecc; ecc.
Ma, dicevo a noi interessa sapere se veramente Gesù è risorto dai morti, e ciò perchè Egli stesso, a coloro che un giorno gli chiesero un segno: «Maestro desideriamo vedere un segno» rispose: «questa generazione malvagia e adultera cerca un segno e non le sarà dato altro segno se non quello di Giona.. Infatti, come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt.12,38,40; Lc.11,2932 ). Per Gesù quindi, unico segno per credere alla sua dottrina e per credere alla sua divinità è la sua risurrezione. Infatti è evidentemente impossibile che Dio consacri l’impostura. Se quindi Dio ha risuscitato Gesù da morte, vuol dire che Gesù è veramente il suo inviato, il suo :messaggero, il suo Figlio.

La prova di questo punto la dividiamo in due parti:

a) Gesù è veramente morto; b) Gesù è veramente risorto.

a) Gesù è veramente morto.

La morte di Gesù, morte violenta sulla croce, morte reale, e non semplice sincope o letargo, è attestata dai Vangeli con molti e decisivi particolari.
Essa innanzitutto risulta dalle circostanze della Passione. Sfinito da una lunga e tremenda agonia, Gesù è preso dai suoi avversar:i, interrogato, condannato trascinato da un tribunale all’altro, flagellato, incoronato di spine.
Non era nemmeno più in grado di portare la croce fino al luogo dell’esecuzione, tanto che si dovette ricorrere, lungo il cammino, all’opera di un oriundo di Cirene, Simone. Inchiodato sul legno, dissanguato e arso dalla sete, Gesù, dopo aver gridato a gran voce, rese lo spirito ( Mt. 27,50; Mc. 15,37; Lc.23,43; Giov.. 19,30 ). Un soldato, con una lancia, gli diede il colpo di grazia ( Giov.. 19,34); e fu seppellito avvolto in cento libbre di aromi che l’avrebbero soffocato se avesse ancora respirato (Mt. 27,5761; Marc.15,4247; Le.23,5056; Giov..19,3842).
Ma era veramente morto? Ce lo assicura il contegno di Pilato che nei confronti del trattamento del corpo di Gesù: a Giuseppe di Arimatea solo dopo essersi accertato della morte; dei soldati che finirono a colpi di mazza i ladroni crocifissi, ma non toccarono Gesù, vedendo che era già morto; degli amicidi Gesù che lo deposero dalla croce, ne prepararono il corpo e lo deposero nel sepolcro, cosa che non avrebbero fatto se avessero avuto il minimo dubbio che fosse ancora vivo; dei nemici che, temendo qualche frode, dovettero prendere precauzioni.
Altro fatto certo: la sepoltura di Gesù entro un sepolcro nuovo scavato nella pietra, datagli da Giuseppe di Arimatea (Mt. 27,61 ). Costui, uomo dabbene e ricco, membro del sinedrio, discepolo segreto di Gesù, non aveva consentito alle deliberazioni che si erano concluse con la condanna a morte di Gesù. Quando poi Gesù fu spirato, si presentò a Pilato e, secondo la disposizione della legge romana (Corpora animadversorum quìbuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt Digest. XLVIII, 24), riuscì ad ottenere il corpo. L’avvicinarsi del Sabato lo costrinse a limitarsi a un’imbalsamazione sommaria. E San Matteo parla dei parla dei soldati mandati dai principi dei sacerdoti a custodire il a sepolcro.»(Falcon: Op. Cit. pag.263264)
Gesù quindi è veramente morto! La sua morte fu dovuta, oltre al fatto che ormai era sfinito dalle fatiche dell’agonia e dei processi, anche per asfissia, infatti era tale la condizione dei crocifissi che, per la legge della somma delle forze, tutto quanto il peso gravava sul centro della persona, peso che schiacciava talmente la cassa toracica che non permetteva al condannato di respirare. La rottura delle ginocchia ai condannati aveva proprio lo scopo di affrettare questa a asfissia.

b) Gesù è veramente risorto.

1. Il fatto Evangelico:

«Appena terminato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono dei profumi, poi andarono per fare su di lui le unzioni. E, di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro, quando il sole era già sorto. E dicevano tra loro: “chi ci rivolterà la pietra del sepolcro?». Ma, guardando, videro che la pietra già stava rivoltata da un lato; era, infatti, molto grande. Ed entrate nel sepolcro, scorsero un giovane seduto, a destra vestito di bianco e furono prese da stupore e terrore. Ma egli disse loro: » non abbiate paura. Voi cercate Gesù di Nazareth, il Crocifisso: è risuscitato, non è più quì. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ma andate la a dire ai suoi discepoli e a Pietro Egli vi precede in Galilea; là voi lo vedrete, come egli vi ha detto. Esse uscirono dal sepolcro, fuggendo, perché erano fuori di se per lo spavento. E non dissero niente a nessuno tanto erano spaventate » (Mc. 16,18).
Fin qui il Vangelo di S. Marco. Fu così che i seguaci del Signore appresero la notizia della scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro, finchè non venne Gesù stesso, con le sue apparizioni, a confermare le parole del giovane e a dare vita alla fede degli Apostoli.

2. Le apparizioni del Signore.

Infatti Gesù Cristo apparve vivo successivamente alle pie donne, agli apostoli, ai discepoli, in Gerusalemme, nei dintorni e in Galilea.
Gesù apparve fin dal mattino di Pasqua a Maria Maddalena (Mc. 16,9; Giov..20,1415 ), quindi alle pie donne che si recavano al sepolcro ( Mt.28,9 ). Durante il giorno, non si sa preciso in quale momento, fu visto da Pietro ( Lc.24,34; 1Cor.I5,5), nel pomeriggio da due discepoli sulla strada di Emmaus ( Mc.16,I3; Lc.24,1335) Finalmente la sera, mentre i due discepoli erano tornati a raggiungere gli undici e raccontavano il prodigio di cui erano stati testimoni, Gesù apparve agli Undici radunati; uno solo mancava, Tommaso ( Me.16,14; Lc.24,3649; Giov. 20).
Dopo otto giorni, ancora in Gerusalemme, Gesù apparve agli Undici radunati, essendo presente Tommaso che fu invitato dal Signore a toccare la piaghe delle sue mani e del suo costato ( Giov..20,26).
Delle apparizioni avvenute in Galilea, ne conosciamo esplicitamente solo due: una, riferita da S. Giovanni, sul lago di Tiberiade a sette discepoli che stavano pescando ( Giov..21,114);l’altra,narrata da S. Matteo sopra una montagna davanti agli undici radunati ( Mt. 28,2620). L’ultima apparizione avviene in Gerusalemme, sul monte degli Olivi, e precede immediatamente l’Ascensione (Lc.24,4453; Atti 1,19).
A queste apparizioni si devono aggiungere le tre ricordate soltanto da S. Paolo, cioè l’apparizione ai cinquecento discepoli, quelle a S. Giacomo e a S. Paolo stesso.
E» Chiaro che qui si tratta di visioni sensibili e corporali, che implicavano la realtà del corpo del Signore; gli evangelisti parlano così chiaramente di corpo reale, di contatto sensibile, di parole pronunciate e udite. Per loro non sussiste alcun dubbio sul ritorno di Gesù alla vita corporale. D’altronde si deve escludere, in base a molte circostanze, l’illusione dei testimoni delle apparizioni.

3. Gli effetti della risurrezione.

E» un fatto innegabile che la fede della Pasqua domina il sorgere del Cristianesimo: essa riunisce gli Apostoli avviliti e dispersi dopo la passione e li lancia di nuovo a predicare il regno di Dio, prima nella stessa Gerusalemme, al cospetto dei giudici più adatti a confonderli; poi in tutto il mondo.
E questo con una tale ostinazione che ne la prigione, ne la flagellazione, ne il martirio subito da alcuni di loro, possono ridurli al silenzio.
Donde scaturisce questa fede ardente in Cristo risorto? Non vi è che una sola spiegazione possibile: la Risurrezione. Senza di essa, a quelli che avevano seguito Gesù non restava che fuggire da Gerusalemme e tornarsene alle loro reti.
Il loro stato d’animo era proprio l’opposto di quello che avrebbero dovuto avere per crearsi da soli visioni di Cristo risuscitato.
Anche San Paolo che era persecutore del Cristo diventa un suo tenace sostenitore. Ecco cosa dice egli di se stesso: » Voi avete sentito parlare delle mie relazioni di una volta col Giudaismo, come accanitamente perseguitassi la Chiesa di Dio e la devastassi, sorpassando nel Giudaismo molti della mia età e della mia nazione, come straordinario zelatore della tradizione dei miei padri » ( Gal. 1,1314 ).
Dopo l’apparizione sulla via di Damasco egli crede fermamente nel Cristo risorto e paga la sua credenza col proprio sangue, ecco cosa ci dice delle sue peripezie: » Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio, ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in Viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dai Gentili, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, in frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi viene dal di fuori, ho anche l’affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese » ( II Cor. 11,2429 ).
Infine il cambiamento degli abitanti di Gerusalemme che alla predicazione degli apostoli si convertirono in massa, mentre prima non avevano voluto riconoscere Cristo come Messia e per questo l’avevano condannato a morte.

4. La nostra risposta alla divinità di Cristo è la fede.

Gesù è Dio, e lo abbiamo dimostrato attraverso la prova della sua risurrezione e attraverso la sue stesse parole. Ma non basta credere e sapere semplicemente ciò per andare in paradiso e vivere da veri cristiani, è necessario che tutto ciò che è creduto con la mente venga attuato con le opere, perché, come dice S. Giacomo «la fede senza le opere è morta » cioè la semplice fede non è valida per la vita eterna.
Molte volte in noi subentra lo scoraggiamento, viene ad annullarsi la volontà per fare il bene proprio perché manchiamo di una fede ardente, di una fede che spera contro ogni speranza.
E» di questa fede che trattiamo oggi.
La fede è «una virtù teologale infusa da Dio nell’intelletto, mediante la quale diamo il fermo assenso alla verità divinamente rivelata per l’autorità o la testimonianza di Dio stesso che le rivela «, da questa definizione, veniamo subito a comprendere quanta differenza passa tra la fede e la scienza. In questa , infatti vi è la conoscenza e l’intelligenza della cosa che viene vista dal nostro intelletto ed attuata dalla nostra volontà; in quella, invece, molte volte, l’intelligenza non vede e non capisce il nesso tra un termine e l’altro, tra un avvenimento esterno ed una volontà superiore che governa questo avvenimento stesso; però tuttavia, poiché è Dio stesso che parla, o attraverso la Sacra Scrittura o attraverso la Chiesa, la volontà umana accetta la cosa così come le viene presentata ed adora in essa la volontà di Dio.
E» questa la fede che strappò i miracoli a Gesù; Vediamola infatti disseminata in tutto il Vangelo:
La donna emorroissa pensa in se stessa: «Basta che io riesca a toccare le sue vesti, e sarò guarita…» le tocca, ed ottiene il miracolo, e Gesù conclude: » la tua fede ti ha salvata «( Mt.9,22 ).
La donna Cananea che insiste presso Gesù per la, guarigione della figlia, e Gesù compie il miracolo dicendo: «grande è la tua fede! ti sia fatto come desideri» (Matt. 15,2128)
Commentando la preghiera del Centurione di Cafarnao a cui guarisce il servo, dice:» in verità vi assicuro neppure in Israele ho trovato una fede sì grande» (Matt. 8,513).

«Ai due ciechi che chiedevano pietà del loro stato, Gesù domanda: credete che io possa fare questo? Sì Signore — gli risposero — e Gesù a loro » vi sia fatto secondo la vostra fede» ed il miracolo avvenne! ( Mt. 9,2730 ).
Molti e molti altri esempi si potrebbero portare per di mostrare come Gesù, prima di operare i miracoli, scruta l’animo dei presenti, per vedere se veramente in essi vi è la fede.

Mentre, e lo vediamo dallo stesso vangelo, quando vien meno la fede viene anche a mancare l’effetto miracoloso.
Siamo sul lago di Genezareth, è una notte in cui soffia forte il vento, Gesù non è sulla barca con i discepoli, però sopraggiunge dopo, camminando sulle acque. Gli Apostoli, a quella visuale, si spaventarono e dissero: — è un fantasma! — e mandarono grida di paura. Ma subito Gesù disse loro: rassicuratevi, sono io: non temete! Ma Pietro rispose: Signore, se sei Tu, comanda che io venga da te sulle acque. Ed Egli: “vieni» gli disse. Allora Pietro, sceso di barca, cominciò a camminare sulle acque, per andare da Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, ebbe paura e, cominciando ad affondare gridò: Signore, salvami, e subito Gesù, stesa la mano, lo prese, poi gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Matt. 14,22 ss.).

Un’altra volta ai discepoli che avevano dimenticato di prendere dei pani, e Gesù aveva detto loro di «guardarsi dal lievito dei farisei e dei sadducei» per cui loro si erano rammaricati che Gesù avesse scoperto la loro negligenza, lo stesso Gesù disse: «Che cosa andate ragionando fra di voi, o uomini di poca fede, per non aver preso dei pani? Non avete ancora capito; e non vi ricordate dei cinque pani per i cinquemila uomini, e quante ceste ne avete raccolte? » (Mt. 15,810 ).
Adesso vi esorto a fare un serio esame sulla vostra vita di fede e vediamo profondamente in noi stessi, quale è il motivo per cui in noi c’è ancora tanto male e tanta negligenza nel fare il bene.

Penso che ognuno di noi, con tanta umiltà e tanta sincerità, deve confessare a se stesso e al Signore che manca di fede.

- Manca di fede nei sacramenti e nella forza che questi hanno nel trasformare le nostre cattive inclinazioni;
- Manca di fede in Gesù Eucaristia e nell’efficacia che ha la Santa Comunione sulla nostra volontà;
- Manca di fede nel sacramento della confessione e nella efficacia di purificazione che con esso è connessa;
- Manca di fede nella Provvidenza di Dio che dispone tutte le cose per il nostro maggior bene;
- Manca di fede nel vedere l’autorità civile e religiosa come strumento di santificazione per le nostre anime;
- Manca di fede in quelle parole che facevano volare S. Paolo: «posso tutto in Colui che mi da forza!» (Philp.4,I3 ).

Se ci convincessimo di questo la nostra vita sarebbe cambiata e tutto sarebbe più facile. Se ci abbandonassimo nelle braccia del padre Celeste, la nostra vita sarebbe trasformata ed il nostro operare, anche se pieno di sacrifici, ci condurrebbe alla santità.

Vogliamo essere santi?
Vogliamo superare tutto ciò che ci porta in basso?
Crediamo fermamente che tutto ciò ci è possibile, con la grazia di Dio, che a, chi la chiede non può mancare, ed allora la santità sarà nostra.
Diciamo, come gli apostoli: » Credo, o Signore, ma aumenta la mia fede!» (cf. Luc. 17,7)

Pubblicato in Teologia
   

Mons. Luigi Negri


   

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