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Giovedì, 04 Febbraio 2016 00:00

La morte e l'anima per i TdG

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LA MORTE E L’ANIMA

IL PENSIERO GEOVISTA
     Punto cardine della dottrina geovista è la negazione dell’immortalità dell’anima. Secondo il geovismo, non esiste sopravvivenza, perché la morte è la distruzione totale dell’uomo, per cui non c’è alcuna differenza tra la morte di un uomo e quella di un animale. Entrambi sprofondano nel nulla. L’anima non è un’entità spirituale, ma è l’alito della vita che Dio soffiò su Adamo:
«Quando Dio gli soffiò nelle narici l’alito della vita, i polmoni dell’uomo si riempirono d’aria… La Bibbia non dice che Dio diede all’uomo un’anima, ma che quando Dio ne ebbe avviato la respirazione, l’uomo divenne un’anima vivente»». (Potete vivere…,1980, pg. 72)

     L’uomo dunque non ha un’anima, ma è un’anima esattamente come gli altri animali. E la morte è la distruzione di tutto, per l’uomo come per gli animali.
Con la morte si entra in un periodo di «non esistenza» che cesserà con la risurrezione, intesa come una sorta di «ricostruzione», nel senso che Dio «ricorda» i defunti e li ricrea in base al ricordo. Quindi «i defunti esistono solo nella memoria di Dio, ridotto a una specie di calcolatore elettronico che ha immagazzinato la schedatura completa delle singole persone, con tutti i dati psico-somatici, e che, non appena riceve l’impulso concordato, riproduce la personalità del morto da far risorgere».
   Quindi tra l’uomo oggi vivente e il risuscitato non c’è continuità. Vediamo cosa insegna la Bibbia.

NELLANTICO TESTAMENTO
La neshamah

Nel primo libro della Genesi, Dio è rappresentato come un vasaio che «costruisce» l’uomo dalla terra, poi soffia nelle sue narici il nismat hayym (il soffio, l’alito vitale) che entra ed esce dal naso. Per mezzo di questo soffio divino, l’uomo diventa un nefesh hayym, cioè un essere vivente, un’anima vivente. Il nismat hayym, cioè l’alito vitale, l’uomo lo ha in comune con gli altri animali. Ma all’uomo viene dato qualcosa che gli animali non hanno: la neshamah. La parola neshamah ricorre ventiquattro volte nella Bibbia ed è posseduta solo da due persone: Dio e l’uomo. La neshamah, che anche Dio ha, non può essere il respiro, perché Dio non respira se non per simbolismo.
      «Per capire cosa sia la neshamah dobbiamo leggere un passo del Libro dei Proverbi nella traduzione più letterale possibile: «Lampada di Jahweh è la neshamah dell’uomo, essa scruta tutte le camere oscure del ventre» (20,27).
     Che vuol dire questa immagine così barocca?… Che cos’è questa neshamah, questo dono mirabile che Dio ci dà e che egli solo possiede e che noi solo possediamo sulla faccia della terra? Sono state date tre definizioni. La prima è di una bibbia tedesca che traduce neshamah con «autocoscienza»… Una bibbia inglese, non ufficiale ma molto diffusa traduce «potere di introspezione». La Traductiuon oecumenique de la Bible. francese traduce «conoscersi e giudicarsi». Perciò attraverso la neshamah abbiamo qualcosa che ci rende infinitamente superiori alle colossali realtà del mondo: «Tu l’hai fatto veramente di poco inferiore a Elohim (Salmo 8), di poco inferiore a Dio stesso».

 Nella Genesi non si parla dunque di «anima» nel senso comunemente inteso. Sarà la rivelazione posteriore a illuminarci su questo argomento. Il geovismo si ferma a questa antropologia e legge la Bibbia con il solito metodo: parte da qualche testo o da qualche termine preso dall’AT con i quali annulla il NT. Ricorre a tre temini: nèfesh, sheòl, geenna.


Nèfesh
È una parola ebraica che può avere molti significati, da scoprire in base al contesto. I TdG la traducono sempre «anima» e, per dimostrare che l’anima muore, citano Ezechiele 18,4 che traducono così: «L’anima (nèfesh) che pecca, essa stessa morirà».
     Ma in questo testo nèfesh non significa «anima» nel senso comune di questa parola. Il contesto non parla di anime, ma di persone: «Tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà» (CEI); «Colui che pecca, lui solo deve morire» (Nuovissima versione, Ed. Paoline).

Dunque, in questo testo nèfesh significa «persona».
     Il significato fondamentale di nèfesh è «soffio, respiro». Si tratta tanto del soffio del vivente, come delle esalazioni delle piante, quindi «profumo» (Is 3,1820).
Nèfesh è anche l’organo attraverso cui passa il respiro, quindi «gola, collo» (Gn 2,6); significa «vita» legata a un determinato individuo, quindi «persona, individuo»; può significare «stomaco» e tante altre cose da capire in base al contesto. Questa parola non significa quindi «anima» nel senso che comunemente diamo a questo termine. È il Nuovo Testamento a dare, qualche volta, al corrispondente termine greco psychè un significato simile a quello che intendiamo noi con «anima».

Sheòl
I TdG sostengono che la parola ebraica sheòl significa sempre «sepolcro» o «fossa» dove vengono sepolti i morti e che, quando l’AT parla del dopo-morte, intende solo la tomba, per cui l’espressione «scendere nello sheòl» significa «essere nella tomba» sinonimo di «distruzione» del defunto. Ma molti passi dell’AT smentiscono l’equivalenza sheòl = tomba = annientamento.
     In Genesi 37,35, Giacobbe credendo che suo figlio Giuseppe sia stato divorato da una belva, piangendo dichiara di voler andare da suo figlio nello sheòl: «Io scenderò in lutto da mio figlio nello sheòl» (CEI: negli inferi; Nuovissima traduzione: nell’oltretomba). È evidente che Giacobbe non intendeva «tomba» o «fossa», perché era convinto che suo figlio fosse stato divorato da una belva (Gen 37,33) e non poteva, perciò, stare in una tomba. Anche senza sepoltura, suo figlio Giuseppe si trovava nello sheòl.

Ma cos’era lo sheòl?
Era il regno dei morti, immaginato come un luogo sotterraneo. La Bibbia non vuole insegnarci la scienza, come credono i TdG, ma indicarci «la via del cielo» come diceva Galileo, cioè la verità religiosa, un messaggio di salvezza, comunicato gradualmente e rivestito con la cultura e le cognizioni «scientifiche» dell’epoca.

     La Bibbia presenta il cosmo diviso in tre strati: cielo, terra e ciò che è sotto terra, cioè lo sheòl, il soggiorno dei morti. Ma cosa andava esattamente nello sheòl? Che cosa sopravviveva alla morte? Certamente non l’anima come la intendiamo noi e come è intesa dal Nuovo Testamento, perché l’idea di una vita dopo la morte si sviluppa lentamente e gradualmente. I morti che stavano nello sheòl erano chiamati rephaìm, che possiamo tradurre con «ombre, spiriti»: spiriti degli individui vissuti, non del tutto spirituali, con una minima vitalità, «non l’annientamento dell’uomo, ma la sua riduzione a una forma spettrale e attenuata» (G. Ravasi) e che avevano della materialità.

In I Samuele 28,1114, quando la negromante di Endor richiama Samuele dallo sheòl, egli è riconoscibile dal suo mantello di profeta.
In 1Samuele 28,819, Saul è convinto che Samuele, morto da tempo, viva ancora e possa essere consultato. E l’autore sacro aggiunge nella narrazione che Samuele compare realmente a Saul e gli parla.
     Questo non significa che la Bibbia approvi l’evocazione dei morti, che invece condanna come pratica abominevole agli occhi di Dio. Dunque, nei primi libri del l» AT non c’è il dualismo che troveremo nel NT (corpo-anima), ma un altro tipo di dualismo: cadaveri e rephaìm: i cadaveri si trovano nei sepolcri, i rephaìm nello sheòl, che è il domicilio comune di tutti i morti, tanto per i giusti quanto per i malvagi. Il concetto di retribuzione (premio per i giusti, castigo per malvagi) si trova nella rivelazione posteriore.

Geenna
Questa parola deriva dall’ebraico ge-ben-Hinnon o «valle dei figli di Hinnon». Era una valle a ovest di Gerusalemme, divenuta tristemente nota perché vi erano stati offerti sacrifici umani al dio Moloc, per mezzo del fuoco. Per questo motivo Geremia lo considera un luogo maledetto (Ger 7,32; 19,6). 
Poi fu trasformata in luogo in cui si portavano i rifiuti della città e dove ardeva continuamente il fuoco per bruciare tali rifiuti. Nel NT la Geenna diventa il simbolo della dannazione e non della distruzione, come sostengono i TdG.


Obiezione geovista 
     
Il testo maggiormente citato dai TdG per sostenere che la Bibbia nega la sopravvivenza dell’anima è un passo del Qoèlet:
«I vivi sanno che devono morire, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo» (9,5). 
Come abbiamo detto sopra, le verità della fede non vengono rivelate fin dall’inizio, ma con una gradualità che ha il suo perfezionamento e compimento in Gesù Cristo. Il metodo geovista è sempre Io stesso: prende dall’AT una frase che si armonizza con la sua dottrina e con questa annulla tutte le altre. 
     Oltretutto, «se dovessimo interpretare letteralmente questa frase, dovremmo prendere allo stesso modo anche quest’altra, pure contenuta nel Qoèlet: «Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche» (2,24). Dovremmo concludere che la Bibbia insegna il materialismo? Il Qoèlet è un libro certamente  pessimista che vuole dimostrare la vanità di tutte le cose e perciò sottolinea che dal punto di vista fisico l’uomo muore come gli animali. Ma è significativo il fatto che in Qoèlet 9,10, si dice che l’uomo dopo la morte va nello sheòl, mentre non dice mai che ci vadano gli animali».
    E lo stesso libro smentisce la chiave ermeneutica geovista, quando in 12,7 afferma: «Ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato».

 

MACCABEI E SAPIENZA 
I libri veterotestamentari di Maccabei e Sapienza, che la Chiesa cattolica ha inserito nel canone biblico perché li ritiene ispirati, sono ritenuti centrali per la dottrina dell’immortalità dell’anima. I TdG li ritengono ispirati da Satana, perciò nella loro Bibbia non figurano. Ma anche in questo caso, cadono in strane contraddizioni. Infatti, i TdG accettano il canone biblico delle Chiese protestanti, che essi ritengono sataniche. Ma si può accettare una dottrina di una chiesa satanica? Consiglio al lettore di esaminare i seguenti testi: Sapienza 3,14; 9,1516,1314. 

     Nel Secondo Libro dei Maccabei (12,4345), si narra che Giuda Maccabeo fece pregare per i soldati caduti in battaglia e, fatta una colletta di 2000 dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme per far offrire un sacrificio di espiazione per quelli che erano morti, perché fossero assolti dal peccato. Secondo questo testo «vi deve essere, dopo la morte, uno stato intermedio, in cui alle anime è permesso di purificarsi dai loro peccati, in virtù e per merito delle buone opere compiute dai viventi.
È proprio ciò che la Chiesa insegna, quando tra le verità di fede pone anche quella dell’esistenza del Purgatorio
» (nota alla Nuovissima versione, Paoline).


NEL NUOVO TESTAMENTO
L’idea di sopravvivenza, incompleta e legata all’antropologia ebraica antica, si perfeziona agganciandosi alla tradizione sapienziale, con la distinzione tra anima e corpo che diventa uno dei cardini dell’insegnamento di Gesù e degli Apostoli.
Analizziamo i testi più significativi del Nuovo Testamento, stravolti o manipolati dai «traduttori» geovisti.
 

MATTEO 10,28: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire
nella Geenna e l’anima e il corpo
».
In questo testo ci sono due concetti:
1. C’è un corpo materiale, che può essere ucciso e quindi morire, e un’entità spirituale (l’anima) che non può essere uccisa e quindi non può morire.
2. Dio ha il potere di far perire l’anima e il corpo.

La prima parte di questa frase la TNM la traduce correttamente:
«Non abbiate timore di quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima».
     Dà, però, alla parola anima il senso di «persona, vita come creatura». Ma se sostituiamo la parola anima con «persona», avremo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere la persona». Ma come si fa a uccidere il corpo senza uccidere la persona? I TdG rispondono:

«Gli uomini possono uccidere il corpo ma non possono uccidere per sempre la persona, in quanto vive nel proposito di Dio… La persona muore fisicamente ma vive nel ricordo di Dio».

Cioè, la persona uccisa muore, ma continua a vivere nel ricordo di Dio che, in base al «ricordo» la «ricostruirà» nella risurrezione.
Ma questa è dottrina geovista, non biblica. 

Nella seconda parte del versetto («Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo»), il verbo far perire dalla TNM è reso con distruggere («Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima che il corpo nella Geenna»).

    Matteo usa due verbi diversi: nella prima parte della frase usa il verbo apoktèino (uccidere), nella seconda parte usa il verbo apòllymi che, in contesti simili, significa «perire, mandare in rovina, mandare in perdizione».
     Non, dunque, una distruzione in senso materiale, ma una perdizione spirituale, quella dell’anima che può morire spiritualmente.
Lo stesso concetto è espresso da Luca che però parla solo del corpo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo… temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna» (Le 12,45).


Luca 23,43

TNM     CEI
Ed egli (Gesù) disse a lui:
«veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso»
Gesù gli rispose:«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».


È la promessa che Gesù fa al «buon ladrone», crocifisso insieme a lui. In questo testo, che il geovismo non può accettare perché annulla la sua escatologia, non ci sono problemi di traduzione, bensì di punteggiatura che, com’è noto, è assente nei codici più antichi ed è stata reintegrata dagli studiosi.
I «traduttori» geovisti sistemano i due punti dopo «oggi».
     Il senso della frase cambia completamente. Tutte le edizioni critiche, compresa quella di Wescott e Hort, usata dai TdG e da loro considerata autorevole, pongono i due punti prima di oggi. In questo caso, la Wescott e Hort non è più autorevole. Infatti, nella nota in calce alla TNM, i TdG affermano:

«Benché la Wescott e Hort metta una virgola ncl testo greco prima della parola «oggi», le virgole non erano usate nei mss. gr. onciali. Alla luce del contesto, noi omettiamo la virgola prima di «oggi»» (pag. 1279, nota).

     In realtà, i TdG non omettono la virgola, ma la spostano dopo «oggi», dando così al testo sacro un senso in armonia con la dottrina geovista secondo cui dopo la morte non c’è nulla, si entra in un periodo di «inesistenza» che cesserà con la risurrezione dei corpi.
Ma perché tutte le edizioni critiche pongono i due punti (o la virgola) prima di «oggi»?
     Perché con la punteggiatura geovista, la parola «oggi» diventa superflua. Era ovvio che la promessa era fatta «oggi».
Gesù usa molto spesso l’espressione «In verità ti (vi) dico» e sempre senza l’avverbio oggi, anche quando predice un avvenimento futuro, come il tradimento di Giuda: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13,21). Non dice: «In verità vi dico oggi: uno di voi mi tradirà». La parola oggi non c’è perché è superflua. Ma se in questo caso la usa è perché la vuole mettere in evidenza (qualcosa che avviene oggi). La parola oggi compare in un altro passo, quello notissimo del canto del gallo: Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai» (Mc 14,30; di: Lc 22,34 e Mt 26,34).

     «In questi brani, equivalenti in quanto a costruzione con quello in esame, i TdG traducono correttamente: «in verità ti dico che oggi» e non «in verità ti dico oggi:», come è logico che sia. Alla domanda del ladrone a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», Gesù risponde che non solo si ricorderà di lui in quel tempo, ma che proprio in quello stesso giorno i due sarebbero stati insieme.
     Circa il senso teologico di quel «essere insieme in Paradiso» lo stesso giorno della morte, occorre fare riferimento alla sensibilità del ladrone per capire a quale paradiso Gesù alludesse. È verosimile che Gesù alludesse a quella parte del regno dei morti dove le anime dei giusti attendono la risurrezione, conformemente alla letteratura rabbinica contemporanea secondo la quale una parte dello sheòl è riservata ai morti che sono nel favore di Dio.

     È significativo che questo brano in poche righe riesca a indicare tre capisaldi della teologia cristiana, tutti rigettati dal geovismo: la preghiera a Cristo da parte del ladrone (secondo il geovismo, non si deve pregare Cristo, ma solo Geova), l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un paradiso che non sia quello terrestre».

     I TdG respingono la dottrina della sopravvivenza dell’anima senza il corpo, chiaramente proclamata in Sapienza Maccabei, come filosofia greca di origine satanica. La Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, parlerebbe solo della risurrezione dei morti. I TdG citano alcuni testi paolini (1Cor 15,5053; lTs 4,1517) in cui si parla solo della risurrezione. L’opinione che Paolo credesse solo nella risurrezione dei morti e non nell’immortalità dell’anima, è smentita da altri testi, come quelli qui sotto riportati, in cui l’Apostolo parla di una comunione col Signore subito dopo la morte.

Filippesi 1,2124

TNM    edizione 1967 CEI
Poiché nel mio caso vivere è Cristo, e morire, guadagno. Or se sia vivere nella carne, questo è frutto della mia opera, eppure non so quale cosa scegliere. Sono messo alle strette da queste due cose; ma ciò che desidero è la liberazione e di essere con Cristo, poiché questo, per certo, è molto migliore. Comunque, è più necessario che io rimanga nella carne per voi. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
TNM edizione 1987 ALTRE TRADUZIONI
Poiché nel mio caso vivere è Cristo, e morire, guadagno. Ora se sia il continuare a vivere nella carne, questo è frutto della mia opera, eppure ciò che sceglierei non lo faccio conoscere. Sono messo alle strette da queste due cose; ma ciò che desidero è la liberazione e di essere con Cristo, poiché questo, certo, è molto meglio. Comunque, è più necessario che io rimanga nella carne a motivo di voi. Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere in carne, questo deve significare per me frutto di apostolato, allora non so cosa preferire. Sono preso, infatti, fra queste due brame: desidero andarmene ed essere con Cristo, cosa di gran lunga migliore, ma d’altra parte, il rimanere ancora nella carne è più necessario per il vostro bene.
(Nardoni-Garofalo)


     Si leggano attentamente le due versioni geoviste. Ci si accorgerà che è impossibile capirne il senso, perché il testo è talmente manipolato da risultare incomprensibile. Si leggano, poi, le altre traduzioni e si vedrà che il pensiero dell’Apostolo è chiarissimo.
     Per Paolo, la morte è un guadagno, perché gli consente di vivere con Cristo. Ma il bene dei Filippesi esige che egli non muoia subito, ma continui a vivere nel corpo. Quindi l’Apostolo è combattuto da questi due desideri contrari: morire subito per essere con Cristo o continuare a vivere per il bene dei Filippesi.
Sulla «traduzione» geovista faccio due osservazioni.
1. Il testo viene, di proposito, reso incomprensibile. La virgola, posta tra morire e guadagno è un errore. Guadagno è predicato nominale (Il morire è un guadagno). Morire è un infinito sostantivato, con funzione di soggetto, preceduto dall’articolo: il (greco: ) morire (greco: apothanèin).
     Nel secondo periodo, il non so quale cosa scegliere dell’edizione del 1967, che era l’unica proposizione tradotta bene, nell’edizione del 1987 diventa: Ciò che sceglierei non lo faccio conoscere.
Si parla di due cose (sono messo alle strette da queste due cose), ma non si capisce quali siano queste due cose.
2. Il verbo analysai. La frase desidero andarmene (greco: analysai) ed essere con Cristo non piace ai TdG che traducono il verbo analysai col sostantivo liberazione (ciò che desidero è la liberazione). E commentano così:
«Paolo in nessun modo afferma qui che, immediatamente alla sua morte egli sarà mutato in spirito per essere con Cristo… Paolo vuol parlare del ritorno di Cristo e della liberazione dell’apostolo per essere sempre col Signore».

     Il verbo analysai richiama queste situazioni: togliere l’àncora perché la nave lasci il porto oppure smontare la tenda per spostare altrove la propria dimora; una chiara metafora della morte intesa come cambio di residenza. 
     Lo stesso pensiero si trova in 2Corinzi 5,69 (anche questo testo è «ritoccato» dai TdG), in cui Paolo considera la morte come un cambio di residenza: quaggiù i cristiani sonò in esilio, lontano dal Signore, ma per andare dal Signore bisogna uscire dal corpo, paragonato a una tenda, simbolo della vita nomade.

     Quindi, mentre tutte le bibbie danno al verbo analysai il significato di «essere sciolto dal corpo, partire dal corpo» e, quindi «morire», il geovismo gli dà il significato di essere «liberato dalla morte nella risurrezione finale». In altre parole, Paolo direbbe ai Filippesi: «Non vedo l’ora di morire per essere con Cristo alla fine del mondo!».
     Se Paolo, però, pensava che la morte non l’avrebbe riunito a Cristo subito, ma avrebbe dovuto aspettare nella tomba sino alla fine del mondo, cosa avrebbe guadagnato morendo subito? Il suo desiderio della morte, definita un guadagno, sarebbe incomprensibile. È lo stesso contesto che indica chiaramente che analysai significa essere sciolto o liberato dal corpo e quindi morire. Paolo afferma di essere combattuto da due desideri contrari: o rimanere nella carne, cioè vivere per il bene dei Filippesi, o essere liberato dalla carne, cioè morire. Preferirebbe morire perché la morte è un guadagno, in quanto gli consente di essere con Cristo.

     Il verbo analysai e il sostantivo corrispondente anàlysis compaiono altre volte nel Nuovo Testamento e sempre col significato di morire. In 2Timoteo 4,6 Paolo, riferendosi alla sua morte, che sente imminente, scrive: «Io sono già offerto in libagione e il tempo della mia partenza (analyseos) è imminente». I traduttori geovisti traducono, anche qui, il sostantivo analyseos con liberazione. Ma l’aggettivo imminente li costringe ad ammettere che qui Paolo parla della sua morte. Anche la TNM dà ad analysai il significato di morire. Solo in Filippesi 1,2124 non avrebbe tale significato, perché esso non si concilia con la dottrina geovista.
     «L’idea dell’immortalità dell’anima faceva parte dell’eredità culturale (greca e giudaica) di Paolo. Del resto le motivazioni addotte dall’Apostolo per sostenere la sopravvivenza dell’anima non sono le stesse della filosofia greca. Infatti, nella Lettera ai Filippesi, Paolo non deduce l’immortalità dell’anima dalla natura immortale della stessa, ma dal fatto che il credente, unito a Cristo già in questa vita, non potrà essere separato da lui nel mondo a venire. In Filippesi la prospettiva di uno stadio intermedio dopo la morte è complementare a quella della risurrezione della carne alla fine dei tempi. Per il credente il legame con Cristo dopo la morte diventa un preludio alla condivisione della sua gloria nella trasformazione finale della resurrezione.



2 Timoteo 4,22

TNM CEI
Il Signore (sia) con lo spirito che tu (mostri). Il Signore sia con il tuo spirito.

Testo greco traslitterato e traduzione alla lettera:
O Kyrios metà tou pnèumatos sou.
Il Signore (sia) con lo spirito tuo.

È un esempio di palese manipolazione in ordine alla negazione dell’esistenza dell’anima. Né il pronome che né il verbo tra parentesi mostri sono presenti nel testo greco che è assolutamente intelligibile così com’è: Il Signore sia con il tuo spirito. Il Signore può essere in comunione con lo spirito di una persona, «inabitare» in lei.
     «In questo caso, della manipolazione si accorgerebbe anche uno studente del ginnasio. Il motivo dell’alterazione è evidente: secondo il geovismo, non c’è uno spirito nell’uomo o comunque nulla che anche solo vagamente possa ricordare il concetto di anima. In questo caso, lo spirito sarebbe solo una «disposizione dell’animo», un’attitudine, uno stato che si manifesta, donde la necessità di inserire «che tu mostri»».

IL METODO ERMENEUTICO GEOVISTA
     Tutta la Bibbia è interpretata dai TdG in senso rigorosamente e fanaticamente letterale. Solo quando un testo contrasta con le loro teorie, ricorrono all’interpretazione simbolica. Tutti i testi che parlano della sopravvivenza sarebbero allegorici.
     Ogni volta che nell’Apocalisse compare la parola anime non si intenderebbe anime, ma corpi. Ecco due esempi.

Apocalisse 6,9: Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio.
Apocalisse 20,4: Vidi… le anime dei decapitati.

     In questi testi, la parola anime non significa certamente «persone, creature dotate di un corpo». Sono anime di persone uccise.
I TdG, non potendo in questo caso manipolare il testo, lo annullano con la seguente interpretazione:
«L’apostolo Giovanni usava la parola anime nel senso in cui le ispirate sacre Scritture la usano e intese dire creature viventi, coscienti, dotate di un corpo». (Il millenario regno di Dio, 1975, pg.30)
È il solito metodo. Poiché in alcuni passi delle «ispirate Scritture», cioè dell’Antico Testamento, anima significa «creatura dotata di un corpo», anche nel Nuovo Testamento deve avere lo stesso significato.
 «Giovanni non vide anime uccise, ma creature dotate di un corpo». (Ivi).
Con un giro di parole, si fa dire alla Scrittura il contrario di quanto essa afferma. Il testo non parla di «anime uccise», ma di anime di coloro che furono immolati, anime di decapitati, cioè di persone uccise. Non potevano essere «creature dotate di un corpo» perché il loro corpo era stato ucciso. Sono anime che sopravvivono in cielo in modo pienamente cosciente, perché cantano e pregano. Come già notato, quasi tutta la Bibbia viene interpretata in senso fanaticamente letterale; solo i testi «scomodi» sono letti sempre in chiave simbolica, con esegesi allegoriche assurde e strampalate.

Un altro esempio.
Apocalisse 14,912: Chiunque adora la bestia… sarà torturato con fuoco e zolfo… Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia… Qui sta la perseveranza dei santi. 

Ecco l’interpretazione geovista.
     I santi rappresentano i TdG, i quali «tormentano» gli altri uomini (quanti adorano la bestia). La bestia è il simbolo degli Stati e delle religioni. Il tormento a cui i TdG sottopongono gli altri uomini consiste nella predicazione fatta di casa in casa: una predicazione continua e martellante della fine di «questo sistema di cose» e che non deve dar riposo né giorno né notte agli altri uomini (speriamo che si limitino a tormentarci solo di giorno!). Naturalmente i malvagi cercano di non farsi tormentare, imponendo il silenzio ai TdG e perseguitandoli. I TdG, però, non devono scoraggiarsi ma devono continuare a tormentare gli altri uomini con costanza (qui sta la perseveranza dei santi)».
     La stessa interpretazione, ma in chiave anticlericale, viene data alla parabola di Lazzaro e del ricco Epulone.

Luca 16,1924: Lazzaro e il ricco Epulone
      La parabola parla chiaramente di un luogo di tormento (l’inferno) in cui vive l’anima dell’epulone e di un luogo di felicità e di consolazione (nel seno di Abramo metafora del paradiso) in cui vive l’anima di Lazzaro. É uno dei testi più «scomodi» perché, non solo si parla di un paradiso subito dopo la morte, ma anche dell’inferno, pure questo negato dai TdG.
     Per il geovismo, il ricco epulone rappresenta i farisei ipocriti e quindi i preti cristiani; Lazzaro rappresenta gli umili (non i poveri!) del tempo di Gesù e quindi i TdG. Il seno di Abramo, dove va Lazzaro dopo la morte, rappresenta il favore divino accordato ai TdG «su questa terra paradisiaca»; i tormenti dell’epulone nel fuoco dell’inferno sono «gli infuocati messaggi del giudizio di Dio, proclamati dai discepoli di Gesù» che angustiavano e tormentavano i capi religiosi ebrei e corrispondono ai tormenti del clero cristiano, provocati dalla predicazione della «verità», fatta dai TdG.

     In altri termini: «con questa parabola, Gesù intendeva parlare dei Testimoni di Geova, da lui incaricati di tormentare continuamente gli uomini increduli, specialmente il clero cristiano, con l’annuncio esplicito e non annacquato (questo sarebbe il significato della goccia d’acqua con cui l’epulone chiede ad Abramo che gli si rinfreschi la lingua) della imminente fine del mondo. Insomma, ogni volta che la Bibbia parla di inferno, fuoco eterno e tormento alluderebbe alla vocazione dei TdG a tormentare gli altri uomini con la loro predicazione».
     «L’allegoria della parabola viene spostata dai TdG su un piano diverso da quello originario, perché il ricco del racconto era, per Gesù, proprio il simbolo dei ricchi egoisti, e la parabola commenta il capovolgimento delle situazioni umane e dei rapporti tra poveri e ricchi davanti al giudizio di Dio (si confrontino i «guai» contro i ricchi in Luca 6,2026). 

Letto 522 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Febbraio 2016 13:40
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Laurea in Teologia presso Facoltà Teologica di Lugano.
Dottorato in Sacra Teologia Biblica presso Pontificia Università Gregoriana.

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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