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Venerdì, 28 Marzo 2014 00:00

Le vere ragioni delle crociate

 

 

      Goffredo di Buglione e i suoi cavalieri

 
 
 
 
Le crociate fanno ormai parte dell’immaginario collettivo come simbolo di fanatismo, tanto che il termine stesso è entrato nel linguaggio quotidiano con accezione negativa. Ma cosa sono state davvero le crociate? Si tratta del primo esempio di colonizzazione occidentale ai danni dell’Oriente? Sono state la manifestazione della volontà cristiana di convertire a forza gli islamici? Hanno costituito un evento storico che ha visto contrapporsi – da una parte – una civiltà fanatica intenzionata allo sterminio e – dall’altra – invece un popolo pacifico e culturalmente superiore?

Rodney Stark, importante accademico statunitense (e non cattolico), ha risposto a queste domande in Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate (Lindau). Si tratta di una delle migliori pubblicazioni di sempre su questo argomento per chiarezza ed esaustività. In questo articolo cercherò di riassumerne le conclusioni più importanti, anche nella speranza di invogliare qualcuno alla lettura del volume (il carattere divulgativo lo rende davvero alla portata di tutti).


L’Islam e la fine dell’ecumene cristiana


Al sorgere della religione islamica, nel VII secolo, il mondo era cristiano. Tutto il mediterraneo – da Gibilterra al Bosforo – bagnava regni cristiani. Neanche un secolo dopo, la situazione era radicalmente mutata. Cos’era successo? Semplicemente gli islamici avevano conquistato buona parte dell’ecumene cristiana (Siria, Palestina, Egitto, Nord Africa, Spagna, Sicilia, Cipro, Rodi, Sardegna, Creta, Malta) e non (la Persia). Con continui tentativi nei secoli di invasione della stessa Europa, il primo dei quali fallì grazie alla sconfitta di Poitiers (732). Improvvisamente il Mediterraneo era diventato insicuro con scorrerie che spesso non si limitavano alla semplice pirateria sul mare ma si spingevano fino al saccheggio dell’entroterra (la stessa Roma, uno dei più importanti centri della cristianità, fu messa a sacco nell’846). Inutile sottolineare che, quindi, gli islamici non si rivelarono affatto pacifici né – com’è facile immaginare – furono gentili nelle loro conquiste. E i tentativi di conquista militare dell’Europa finiranno solo nel 1683, col fallito assedio alla città di Vienna.


Le ragioni delle crociate


Le crociate vanno quindi inserite nel contesto di una secolare aggressività islamica che, nello specifico, si manifestava col continuo massacro della numerosa – e inerme – popolazione che si recava in pellegrinaggio in Terra Santa; con la profanazione e distruzione degli antichi luoghi di culto e – non ultima ragione – con la minaccia alla stessa esistenza dell’impero bizantino (già pesantemente mutilato). Costantinopoli aveva già subito due assedi (nel 674 e nel 717) e sarebbe caduta definitivamente nel 1453. Per questo fu proprio l’imperatore bizantino a sollecitare la prima crociata (10961099) anche se, in seguito, il massiccio afflusso di cavalieri occidentali suscitò la sua diffidenza.

Ma perché i crociati accettarono l’invito di Urbano II a prendere le armi? Molti hanno pensato che a spingere i cavalieri fossero motivazioni economiche, in altre parole la speranza di fare bottino; magari per sfuggire ad un destino di miseria che avrebbe afflitto i cadetti (membri di famiglie nobili esclusi dall’eredità). In realtà, analizzando la lista dei nomi dei partecipanti alla prima crociata si è scoperto che erano soprattutto personaggi di primo piano (con seguito annesso). Non dei disperati, quindi, ma dei ricchi signori feudali che, per organizzare la crociata, facevano fronte a spese ingenti che spesso li costringeva ad indebitarsi. Così come per le famiglie nobili sarebbe stato molto meno dispendioso fornire i cadetti di un vitalizio che trovare i fondi da investire nella crociata. Tutto questo rispetto a possibilità di arricchimento esigue, tutti sapevano infatti che la Palestina non era certo una terra ricca. Inoltre, i territori conquistati – questo era l’intento – sarebbero stati riconsegnati ai bizantini perché li difendessero (quello era il piano, la successiva nascita degli stati crociati si deve proprio dal disinteresse bizantino per località non considerate strategiche per l’impero, come la stessa Gerusalemme).

Quindi cosa spinse effettivamente i crociati? Sostanzialmente la fede, ai loro occhi si trattava davvero di un pellegrinaggio armato, e motivazioni politiche a dir poco legittime (la prima crociata, come abbiamo visto, fu bandita in risposta ad un escalation di provocazioni sempre più arroganti). Il vero obiettivo era quello di tutelare la sicurezza dei pellegrini e preservare i luoghi sacri da profanazioni e distruzioni, del resto proprio per questo nacquero gli ordini cavallereschi dei templari e degli ospitalieri.


Un primo esempio di colonialismo?


Alcuni hanno affermato che quello delle crociate fu il primo tentativo occidentale di colonizzare il ricco Oriente: niente di più falso. Gli stati crociati possono essere considerati colonie solo nel senso più neutro del termine, mancando i requisiti fondamentali che invece contraddistinguono quello che solitamente si intende per “colonialismo”. Perché quest’ultimo prevede lo sfruttamento economico della popolazione conquistata, con un flusso di ricchezza dalla colonia alla madre-patria. Nel caso degli stati crociati si è riscontrato l’esatto contrario: continuo flusso di denaro dall’Occidente per provvedere alla difesa militare dei nuovi regni cristiani. Peso che alla lunga si rivelò troppo grave e fu una delle cause principali che portò alla fine delle crociate e all’abbandono al proprio destino, dopo due secoli di difficile sopravvivenza, degli stati crociati. Inoltre questi ultimi erano del tutto indipendenti da ogni monarchia occidentale e i musulmani in essi residenti, come registrano anche cronache islamiche, non se la passavano affatto male (niente sfruttamenti coatti o conversioni).


Il problema della violenza


Spesso, quando si parla delle crociate, si indugia sul numero di morti o sui massacri come se fossero state guerre particolarmente sanguinose. In realtà furono campagne militari condotte come le altre e, soprattutto, secondo le regole della guerra medievale (e non certo le convenzioni moderne). In quei tempi una città assediata poteva decidere se arrendersi o combattere fino alla fine e, in caso di sconfitta, subire il saccheggio con conseguenti massacri di popolazione civile (come monito per le altre città). Allora quello era il normale modo di fare guerra di tutti, compresi i musulmani. Solo che loro, a volte, non rispettavano i patti e – come era abitudine di Baibars, il condottiero che mise definitivamente fine agli ultimi regni cristiani di Terra Santa – massacravano anche le popolazioni delle città arrese (vendendo i sopravvissuti come schiavi).

La facile “canonizzazione” di Saladino ha giocato anche sul fatto che, mentre i crociati si erano macchiati del massacro di una parte della popolazione di Gerusalemme, lui si accontentò di vendere come schiavi metà della popolazione latina (ottenendo per l’altra metà un ricco riscatto). Cosa per nulla dovuta alla sua clemenza ma al fatto che la città si era arresa, mentre – a suo tempo – aveva combattuto fino alla fine contro i crociati. Inoltre quella della presa di Gerusalemme fu un’eccezione, Saladino aveva infatti l’abitudine di compiere stragi talvolta indiscriminate come quella dei templari e degli ospitalieri fatti prigionieri in seguito alla battaglia di Hattin (1187), dove l’esercito crociato era stato praticamente distrutto. Un massacro quindi del tutto inutile e immotivato, ben diverso da quello che si rimprovera a Riccardo cuor di Leone (maturato in circostanze ben più complesse).


La nascita del risentimento islamico


La sopravvalutazione del fenomeno storico delle crociate ha portato alla comune convinzione che il mondo islamico abbia covato, per secoli, un rancore che poi si è trasformato nel fondamentalismo che oggi ci affligge. In effetti, oggi gli islamici additano come “crociati” tutti i loro nemici ma pochi sanno che è un fatto relativamente recente. Infatti

l’odio islamico verso le crociate non apparve che verso il 1900, come reazione al declino dell’Impero Ottomano e al reale esordio di un colonialismo europeo in Medio Oriente. I sentimenti di ostilità verso le crociate, inoltre, si intensificarono soltanto dopo la fondazione dello stato di Israele (p. 14).

Anche i cronisti arabi del tempo vi fecero poca attenzione, in quanto i califfi avevano ben altri problemi che pensare ai crociati. Quindi si tratta di un risentimento “artificiale” e che, come spesso accade, guarda più al presente che al passato.


Conclusioni


Le crociate, in tutto, furono meno di una decina e interessarono un periodo relativamente breve (meno di due secoli). Per giunta, solo la prima riuscì veramente vittoriosa mentre le altre fallirono miseramente oppure ottennero solo qualche risultato a livello diplomatico. Gli stati crociati costituirono una piccolissima enclave occidentale all’interno dell’immenso mondo islamico (che una volta apparteneva alla Cristianità) e scomparvero insieme alle crociate. Queste ultime non furono mai bandite per semplice fanatismo o brama di conquista ma in seguito alle provocazioni musulmane che – dopo aver dimezzato l’impero bizantino – minacciavano di prendere la stessa Costantinopoli (cosa che puntualmente sarebbe avvenuta).

 



Pubblicato in Storia del Cristianesimo
Domenica, 16 Febbraio 2014 18:44

Il ritorno di Nestorio

 
madonna in preghiera
 
 
 
 
Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio di nestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 
Vero Dio e vero Uomo?

 
Come ho già avuto modo di notare, l’incontenibile e talvolta ossessiva avversione di molti evangelici per la figura di Maria nasconde qualcosa di molto più grosso di quella – a sua volta morbosa – paura dell’idolatria. L’appellativo di “Madre di Dio” suona loro come una bestemmia, né può giovargli la spiegazione che Maria lo è solo in quanto madre di Cristo come Dio Incarnato. Per il semplice motivo che molti di loro alla divinità di Cristo non credono proprio. Per quanto può sembrare incredibile, chi frequenta i pentecostali prima o poi si trova di fronte a domande del tipo “ma nella Scrittura dove sta scritto che Cristo è Dio”?
 
Secondo loro infatti “non sta scritto”, anzi è detto tutto il contrario. E quindi vi daranno anche illuminanti prove “bibliche” come il fatto che Dio non può essere tentato (Gc 1, 1314) mentre Cristo lo fu. Oppure che il Figlio di Dio “è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita” (Eb 7, 3), mentre i Vangeli riportano la genealogia di Gesù. Fino a negare l’Incarnazione in quanto il Messia sarebbe stato solo un uomo in cui abitava la deità (Col 2, 9), cosa che spiegherebbe ad un tempo l’assunzione da parte sua di prerogative divine (come il perdono dei peccati) e l’equivoco di chi per questo lo ha scambiato per Dio in persona.  Una vera e propria Incarnazione non sarebbe infatti avvenuta, e comunque non in Maria. Infatti, almeno durante la vita terrena di Cristo, nessuno lo avrebbe mai chiamato Dio ed è inutile spiegare loro che appellativi come “il Signore” e “Figlio di Dio” (cioè della stessa natura di Dio) invece vogliono dire proprio questo. Né serve citare episodi come l’adorazione dei Magi, ignorata o negata proprio come fanno i testimoni di Geova. Il tutto condizionato da una certa confusione che spesso porta a stridenti contraddizioni e a continue oscillazioni tra arianesimo (negazione della divinità di Cristo) e nestorianesimo (negazione dell»unione ipostatica per cui Cristo avrebbe due nature separate). Infatti, non si può più dire che Gesù Cristo sia Dio ma che in Gesù Cristo era presente Dio.
 
 
 
 
 
Un semidio nascosto

 
Infatti non è chiaro se Gesù sia per loro un uomo posseduto dalla divinità o un dio che, assumendo l’umanità, si è liberato della natura divina per poi riprenderla dopo la resurrezione. Una sorta di semidio decaduto che, come Ercole, deve passarne di tutti i colori per tornare all’Olimpo, per cui allo stesso tempo è dio ma non lo è; come se fosse possibile una via di mezzo: avere la natura divina, ma non abbastanza per essere Dio. Come al solito, anche qui ogni evangelico tende a farsi la sua teoria ma una cosa è certa ed è il rifiuto – anche se occultato – della cristologia ortodossa sancita dalla Chiesa universale riunita nel Concilio di Calcedonia. Il nestorianesimo è una base comune su cui sono state innestate fantasie di ogni tipo, come questa divinità che si spegne e si accende a mò di una lampadina, fino a conclusioni quasi ariane. 
 
 
Ma tutto questo non avviene alla luce del sole, ed è facile immaginare il perché. Molti di questi evangelici appartengono alle ADI che, almeno sul loro sito, professano ancora una cristologia ortodossa. Quanto quelle parole siano sincere non saprei dire, potrebbe trattarsi anche qui di uno specchietto per le allodole. Di sicuro le Adi non sembrano affatto interessate a contrastare il ritorno delle eresie cristologiche tra le loro fila. Tra le chiese evangeliche vige spesso un certo relativismo teologico (purchè non si tratti di condannare la Chiesa). Ad ogni modo, almeno per ora, questa nuova forma di nestorianesimo viene tenuta perlopiù segreta, non la troverete mai esposta in un sito evangelico né un pentecostale verrà mai a parlarvi di queste cose. Piuttosto verrà a parlarvi di Maria e di come la avete divinizzata, ma mai a dirvi che Gesù (entità distinta dal Cristo) non è Dio: quando questa sarebbe la cosa più importante da riferire. In quel caso, però, la loro predicazione assumerebbe una chiara connotazione anticristiana che li squalificherebbe a priori. Sanno bene che la predicazione antimariana è un ottimo grimaldello: da un lato va a colpire al cuore la dottrina della Chiesa, mentre dall’altro si può demolire la divinità di Cristo senza nemmeno nominarlo. Inoltre Maria, come figura femminile, è più vulnerabile ad attacchi stereotipati e misogini (del tipo “non capiva; non ascoltava; non credeva” ecc…). Secondo molti evangelici, la “benedetta tra le donne” per tutte le generazioni avrebbe infatti esaurito il suo compito dando alla luce Gesù: cioè le attribuiscono un comportamento che non assumerebbe nemmeno la peggiore delle madri (Is 49, 15).
 
 
 
 
Come scoprire un nestoriano

 
Ma stanare questi nestoriani “nicodemisti” non è difficile, basta incalzarli con domande del tipo “Credi che Gesù sia sempre stato vero uomo e vero Dio, con due nature unite in una sola persona?”. Può essere utile anche riportare le espressioni dei grandi concili cristologici, la chiarezza del Magistero opposta alle loro elucubrazioni impedisce di nascondersi ulteriormente. Anche se, puntualmente (almeno a me è capitato quasi sempre), dopo essere venuti allo scoperto fanno subito marcia indietro lamentando di essere stati fraintesi. Anche se magari hanno affermato di essere proprio d’accordo con Nestorio. 

Tra gli altri, io ho parlato anche con due pastori Adi. Il primo mi ha detto di essersi convinto della consequenzialità tra la divinità di Cristo e il titolo di “Madre di Dio” per Maria, ma riconoscere quest’ultimo vorrebbe dire sconfessare in maniera troppo plateale una secolare tradizione anti-ecclesiastica. Quindi il problema doveva essere nella divinità di Cristo, negata infatti da una lettura “ispirata” della Sacra Scrittura secondo cui – almeno sulla Terra – Gesù sarebbe stato solo vero uomo e non vero Dio. Il secondo pastore, invece, dopo molte reticenze mi ha fatto una domanda molto significativa: “Ma secondo te sulla croce è morto l’uomo o Dio?”. Confermandomi poi che, secondo lui, sulla croce è morto l’uomo Gesù ma non Dio. Non stupisce che questo sia un argomento proprio di Nestorio che non accettava si dicesse che il Figlio di Dio fosse morto sulla croce: neanche specificando che questo gli era avvenuto in quanto uomo. Ed è così che i pentecostali oggi negano in maniera evidente l’unione ipostatica delle due nature, per cui quando le cose vanno male e l’uomo Gesù muore – essendo una sorta di tramite – il dio lo lascia. In questo senso non c’è Incarnazione, e anche quando dicono di crederci ne intendono una puramente virtuale in cui la natura divina si congiunge solo a quella umana ma senza unirsi in una sola persona (unione ipostatica). Infatti non esiste Gesù Cristo, ma un uomo (Gesù) che contiene un dio (Cristo). Non due nature, quindi, ma due persone. Tutta la teologia di Dio che si fa uomo per redimere l’umanità, entrando nella morte e sconfiggendola, sembra diventata del tutto accessoria. Non a caso, molti pentecostali sono allergici a croci e crocifissi e accusano la Chiesa di predicare un «Cristo crocifisso» (1 Cor 23) che secondo loro sarebbe in contraddizione con quello «risorto». E» chiaro che, se Dio non si è davvero fatto uomo, quello della croce non può che essere «scandalo» e «stoltezza». 


 
I nestoriani inconsapevoli

 
Ma il grado di penetrazione di questa nuova forma di nestorianesimo non è uguale per tutti gli evangelici. Ci sono infatti i nestoriani consapevoli (li si può facilmente individuare anche perché di solito sono quelli più arrabbiati contro l’ingombrante figura di Maria) e quelli inconsapevoli. In questi ultimi ci sono diversi gradi di inconsapevolezza, ma tutti sono portatori (talvolta sani) di questo germe. Ci sono infatti evangelici che credono davvero alla cristologia calcedonese, ma si sentono così legati alla predicazione antimariana che all’occorrenza diventano nestoriani. Nell’illusione che si tratti di posizioni conciliabili tra loro, probabilmente anche perché non vengono del tutto comprese. In pratica sono nestoriani quando si parla di Maria, ma sono calcedonesi per quanto riguarda Gesù (è il caso, di solito, dei butindariani). Con una tale ambiguità, non è difficile immaginare che col tempo molti finiscano per passare dalla premessa di Nestorio (Maria madre di Cristo e non di Dio) alla tesi vera e propria (negazione della divinità di Cristo, secondo le declinazioni che ciascuno preferisce). Finendo poi per fare ancora un altro passo: Maria madre di Gesù (cioè dell’uomo) e non di Cristo (Dio). E sembra che il progetto sia proprio questo: non predicare apertamente il nestorianesimo ma seminarlo nelle sue premesse, così che ognuno ci possa arrivare da solo e credere che sia una rivelazione divina. Alla quale necessariamente arriveranno anche gli altri ma che – per il momento – è meglio non scandalizzare.


Conclusioni


 
Questa strategia è, almeno per l’ultimo pentecostalismo, sistematica e non occasionale. Infatti ci sono molti concetti teologici che i pentecostali condividono solo apparentemente ma ai quali — in realtà — attribuiscono significati completamente diversi da quelli della Tradizione cristiana. Se può capitare che un nestoriano sia convinto di credere a Cristo come vero Dio e vero Uomo in una sola persona, allora può anche dire di credere alla Trinità ma negando che sia composta da tre Persone distinte (usando cioè argomenti tipici degli unitariani per negare la Trinità). Infatti anche quella dell’unitarianesimo inconsapevole è una realtà molta diffusa, perché è importante mantenere l’apparenza di una predicazione cristiana alternativa. Invece predicare apertamente contro la divinità di Cristo e la Trinità accosterebbe i pentecostali a realtà protestanti ormai del tutto estranee al Cristianesimo come quella dei testimoni di Geova.
 
 
Pubblicato in Pentecostali
Lunedì, 03 Febbraio 2014 13:47

Maria Theotokos: Madre di Dio

 

La figura di Maria sembra essere sempre più al centro di una polemica vecchia di secoli. Per molti evangelici, Maria è diventata un vero e proprio idolo polemico anche a causa di una certa tradizione misogina. La quale ha bisogno di vedere nella madre di Gesù una piccola donna che non lo capiva, e che spesso e volentieri veniva  ignorata o disconosciuta. L’avversione per Maria è una costante della propaganda pentecostale che accusa i cattolici di esagerare il ruolo della Madre a discapito del Figlio. E, in effetti, è questa l’impressione che si potrebbe avere a prima vista: che con un po’ di buona volontà, si potrebbe raggiungere l’unità fra i cristiani guardando solo a Cristo. Nulla di più falso, il problema di Maria è essenzialmente cristologico.

Anche storicamente, il «problema» Maria è nato da una discussione sulla natura di Cristo. Per i primi cristiani era naturale tributare un onore particolare a Maria, perché la sua figura era al centro del mistero dell’Incarnazione: una creatura che dà alla luce il Creatore (usando la famosa espressione di san Bernardo). Quando è sorto il problema? Quando qualcuno ha provato a mettere in discussione quel mistero della fede cristiana, non si è potuto evitare di coinvolgere anche Maria. Ovvero quando Nestorio si convinse che non c’era stata una vera e propria Incarnazione, per cui Gesù non era Dio ma un uomo che conteneva il Verbo. Quasi come se ci fossero non solo due nature (quella umana e quella divina) ma anche due persone (Gesù e Cristo) congiunte in qualche modo. Di conseguenza, se Gesù non è Dio, Maria non è Madre di Dio.

In netta opposizione ai nestoriani, c’erano i monofisiti che invece esageravano in senso inverso. Essi infatti accentuavano la divinità di Cristo, quasi come se la natura umana ne fosse stata assorbita. In queste dispute cristologiche, la Chiesa non poteva sottrarsi dal dare un giudizio perché si andava a intaccare il nucleo fondamentale della fede cristiana. La Chiesa Universale rispose con due importanti concili (accettati anche dalle chiese protestanti storiche) che hanno segnato profondamente la storia del Cristianesimo.


Il Concilio di Efeso (431)



Il concilio ecumenico del 431 riaffermò la fede nell’Uomo-Dio, condannando le teorie nestoriane. Può essere utile andare a rileggere i canoni conciliari:

1. Se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne (40), sia anatema. 2. Se qualcuno non confessa che il Verbo del Padre assunto in unità di sostanza l’umana carne, che egli è un solo Cristo con la propria carne, cioè lo stesso che è Dio e uomo insieme, sia anatema. […] 5. Se qualcuno osa dire che il Cristo è un uomo portatore di Dio, e non piuttosto Dio secondo verità, come Figlio unico per natura, inquantoché il verbo si fece carne (41) e partecipò a nostra somiglianza della carne e del sangue (42), sia anatema 8. Se qualcuno dice che l’unico Signore Gesù Cristo è stato glorificato dallo Spirito, nel senso che egli si sarebbe servito della sua potenza come di una forza estranea, e che avrebbe ricevuto da lui di potere agire contro gli spiriti immondi, e di potere compiere le sue divine meraviglie in mezzo agli uomini, sia anatema.


Si tratta di dodici anatemi in cui, come potete vedere, Maria viene citata solo una volta. Appunto perché il problema di fondo è di natura cristologia, la legittimità o meno del titolo di Theotokos (Madre di Dio) è solo la spia di una dottrina eterodossa. Non è che si vuole esaltare Maria, è che la sua figura è così legata al Figlio che non si può levare qualcosa a lei senza diminuire anche Lui. Questo si vede anche nella bellissima Formula di unione del 433:

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.


Quindi Maria è Madre di Dio, senza per questo diventare una divinità a sua volta in quanto madre “secondo l’umanità”. Non si tratta di un’aggiunta alla Rivelazione né di una novità, ma della concettualizzazione di una realtà presente nella Scrittura implicitamente e che – se negata – va a demolire il centro della fede cristiana.


Il Concilio di Calcedonia (451)



Questo concilio si espresse, ancora una volta, sulla natura del Cristo. Anche in questi atti conciliari, ci viene testimoniato che chi aveva problemi a credere nell’Uomo-Dio non poteva non rimettere in discussione la maternità di Maria:

Ma poiché quelli che tentano di respingere l’annuncio della verità, con le loro eresie hanno coniato nuove espressioni: alcuni cercando di alterare il mistero dell’economia dell’incarnazione del Signore per noi, e rifiutando l’espressione Theotokos [Madre di Dio] per la Vergine; altri introducendo confusione e mescolanza e immaginando scioccamente che unica sia la natura della carne e della divinità, e sostenendo assurdamente che la natura divina dell’Unigenito per la confusione possa soffrire, per questo il presente, santo, grande e universale Sinodo, volendo impedire ad essi ogni raggiro contro la verità, insegna che il contenuto di questa predicazione e sempre stato identico; e stabilisce prima di tutto che la fede dei 318 santi padri dev’essere intangibile; conferma la dottrina intorno alla natura dello Spirito, trasmessa in tempi posteriori dai padri raccolti insieme nella città regale contro quelli che combattevano lo Spirito santo; quella dottrina che essi dichiararono a tutti, non certo per aggiungere qualche cosa a quanto prima si riteneva, ma per illustrare, con le testimonianze della Scrittura, il loro pensiero sullo Spirito santo, contro coloro che tentavano di negarne la signoria
[…]
Seguendo, quindi, i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio: il signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e del corpo, consustanziale al Padre per la divinità, e consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (45), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di Dio, secondo l’umanità, uno e medesimo Cristo signore unigenito;



Gli evangelici e la Theotokos


Di solito, come quando si parla di tradizione, l’evangelico medio diventa subito ostile se si parla di concili. Perché è stato convinto che i concili facciano parte di una storia oscura, in cui qualcuno si è riunito per aggiungere alla fede cristiana credenze pagane o simili, andando oltre la Sacra Scrittura. Quando invece l’istituzione conciliare è di origine biblica (Atti 15) e – come si legge dai documenti – non ha la pretesa di aggiungere alcunché ma solo il desiderio di difendere la fede così come è stata trasmessa dagli apostoli. Stupisce che sia così difficile comprendere, per alcuni, la necessità del ragionamento teologico visto che – per fare un esempio – nella Scrittura non solo non c’è la parola Trinità ma non è mai espresso nemmeno il concetto in maniera esplicita. Eppure molti evangelici alla Trinità ci credono, forse perché non sanno che anche questa verità è di origine conciliare. Mentre tanti altri, cosiddetti unitari, rifiutano la Trinità per coerenza verso il loro (sbagliato) metodo.

Quindi la questione se Maria sia o meno Madre di Dio, è molto interessante perché ci offre anche indicazioni di metodo nell’approccio alla Scrittura. Infatti, l’espressione Theotokos non compare nella Scrittura e non c’è nemmeno il concetto espresso in maniera esplicita. Se però neghiamo a Maria questo titolo, incorriamo inevitabilmente in queste conseguenze teologiche:

1– Se Maria non è Madre di Dio, allora Gesù non è Dio.

2– Se Maria non è Madre di Dio, allora è madre di Gesù che quindi è solo un uomo-contenitore del Verbo.


Entrambe le conseguenze, sono inaccettabili alla luce della Scrittura. Se Gesù non è Dio, infatti, tutta la fede cristiana si poggia sul nulla. La seconda posizione, invece, può sembrare astrusa ma è quella che più spesso viene fuori. Perché gli evangelici, con questa continuata polemica anti–Theotokos, hanno finito con l’assimilare un nestorianesimo strisciante. Io personalmente ne ho interrogati molti, e ho avuto sempre imbarazzate – e imbarazzanti – posizioni nestoriane anche se in versioni diverse. Ci sono quelli che assolutizzano l’espressione paolina di uomo in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Colossesi 2, 9), come se san Paolo volesse dire che Gesù era un semplice uomo che faceva quello che faceva non perché era Dio ma perché la deità abitava in lui. Nel senso che era un uomo – magari particolarmente giusto e ispirato – posseduto da Dio. Capite bene che, in questa dimensione, non c’è più spazio per l’Incarnazione di cui parla – ovviamente – lo stesso Paolo (Filippesi 2, 67). E questo vuol dire, allora, negare la Trinità? Non necessariamente, è possibile fare un ulteriore salto mortale: il Verbo è sceso sulla Terra andando ad abitare in un uomo e quindi annichilendosi del tutto, poi dopo la morte è tornato Dio a tutti gli effetti. Con grande semplicità, si ammette che Dio possa cambiare natura a piacimento

Altri, in maniera meno sofisticata, si rifugiano nel fatto che Maria, per essere Madre di Dio, dovrebbe essere eterna come Dio. Quando, ovviamente, si parla sempre della nascita del Dio incarnato, di una maternità secondo la carne che però non vuol dire madre della natura umana (e cosa vorrebbe dire, poi, essere madre di una natura? Dalle madri non nascono persone?). Spesso, infatti, chi usa l’argomento eternità non si rende nemmeno conto che sta dividendo Cristo in due persone: un Cristo umano che sarebbe figlio di Maria, e un Cristo divino Figlio di Dio. Mentre nelle Scritture si parla di Incarnazione, di Verbo che si fa carne in una persona. Per questo non ci sono versetti che ci mostrano un Gesù dalla personalità dissociata, come se in quella persona abitassero due individui distinti ma sempre e solo come una persona sola: nato da Maria. Infatti anche san Paolo dice che il Figlio di Dio è “nato da donna” (Gal 4,4), non nato in parte da donna, non insediato in una forma umana nata da donna.

Conclusioni 

 

Oggi, come in passato, chi non digerisce l’idea del Verbo incarnato si fa scudo con la figura di Maria. Ovvero, si preferisce non negare la divinità di Cristo apertamente, ma far filtrare queste posizioni eterodosse spostando l’attenzione su Maria. Perché il pretesto della venerazione che i cristiani nutrono, da sempre, per la Madre di Gesù faccia passare sotto silenzio l’attacco al cuore della fede cristiana. Infatti, nessun evangelico se ne va dicendo che Cristo non è Dio ma insiste tantissimo sul problema della Theotokos (come gli hanno insegnato). Così facendo, si rendono involontari portatori di un nestorianesimo di cui non sono consapevoli ma che – paradossalmente – finiscono nella maggior parte dei casi ad assimilare incosciamente. Ma ormai, anche per questo, riconoscerli non è più difficile. Infatti, tutti quelli che se la prendono con Maria nascondono (ripeto, magari senza volerlo) teorie eterodosse sulla divinità di Cristo. Il modo più semplice per farli uscire allo scoperto è chiedere se credono o meno a Cristo come vero Dio e vero Uomo. Se vi danno risposte evasive, del tipo “era un uomo in cui abitava tutta la deità” con ogni probabilità avete colto nel segno. Nella maggior parte dei casi, anche chi vi dà una risposta affermativa poi – se incalzato – mostra che sotto c’è comunque il trucco (come, può essere, per esempio, il credere che solo dopo l’Ascensione Cristo sia diventato vero Dio, oltre che vero Uomo). Tutto questo non può non riportare alla mente gli avvertimenti di san Pietro sulle “interpretazioni personali” (2 Pietro 1,20), anche a causa degli ignoranti che travisano le “cose difficili” (2 Pietro 3,16) e che per giunta pretendono di non avere guide umane: finendo così, inevitabilmente, a rifiutare la guida autorevole della Chiesa in cambio di una veramente “umana” che però ha il “vantaggio” di farti credere che tutte queste dottrine siano frutto della tua libera interpretazione delle Scritture.

 

 

Pubblicato in Pentecostali

 

 

Nel 595 papa Gregorio Magno (540604) entrò in conflitto con il Patriarca di Costantinopoli che aveva assunto il titolo di «ecumenico». Gregorio protestò vivamente inviando molte lettere destinate allo stesso Patriarca e ad altri vescovi. In queste lettere definiva quello di «vescovo universale» come un titolo blasfemo pericoloso per l’unità della Chiesa. Questo fatto è ancora oggi causa di fraintendimento in ambito sia protestante sia ortodosso. Perchè Gregorio rifiutava con tanta forza quel titolo «superbo» anche per se stesso?

Dalle argomentazioni che si leggono nelle sue lettere, si deduce chiaramente che egli per “universale” intendeva «unico»: cioè chi usava quel titolo era come se stesse dicendo che lui era l’unico vescovo della Chiesa e tutti gli altri solo dei suoi delegati. Per questo, ad un vescovo che lo definiva «papa universale» rispose che non era giusto: perché anche lui era vescovo a tutti gli effetti [1]. Tutto questo non influiva minimamente sul ruolo  che Gregorio credeva dovesse avere il vescovo di Roma nella Chiesa. Infatti, come si può leggere nella Treccani egli fu
 

Fermissimo nella difesa dell’ortodossia e della dignità della Chiesa romana, si batté per eliminare lo scisma dei Tre capitoli in Istria e per contestare al patriarca di Costantinopoli il titolo di ecumenico, cioè universale, facendo osservare che tale designazione spettava se mai al solo vescovo di Roma; del resto contrappose a questo titolo quello umile di servus servorum Dei, dopo di lui ripetuto da tutti i suoi successori.

Quindi secondo Gregorio se “universale” era inteso non come «unico» ma in senso gerarchico, allora il titolo spettava al vescovo di Roma. Si tratta di una convinzione testimoniata dalla stessa pastorale di Gregorio Magno che era convinto di essere il vescovo – in quanto successore di Pietro – a cui spettasse la cura di tutta la Chiesa. Per quanto, come oggi, nel rispetto delle prerogative di ogni vescovo nei confronti della sua diocesi. E questo è un concetto ribadito spesso nelle sue lettere:

Per tutti quelli che conoscono il Vangelo, è chiaro che dalla parola del Signore fu affidata la cura della Chiesa universale al santo apostolo Pietro, principe di tutti gli apostoli…Ecco egli riceve le chiavi del regno celeste; a lui è attribuito il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il primato su tutta la Chiesa, e tuttavia non è chiamato apostolo <universale>…[2].

 

E» evidente come Gregorio riconosca il primato petrino e gli attribuisca — di fatto — funzioni universali che non poteva non avere anche il successore del “principe degli apostoli” (espressione che ricorre in moltissime lettere):

La tua dolcissima Santità mi ha parlato molto nella vostra lettera circa la cattedra di San Pietro , il principe degli apostoli , dicendo che lui ora siede su di essa nelle persone dei suoi successori . E anzi io riconosco di essere indegno […] Ma ho accettato volentieri tutto ciò che è stato detto […] Chi ignora che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del principe degli apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi dalla pietra Pietro? E per lui è detto dalla voce della Verità , A te darò le chiavi del regno dei cieli (Mt XVI. 19 ). E ancora gli si dice, e tu una volta ravveduto convertito, conferma i tuoi fratelli ( XXII. 32 ) . E ancora una volta , Simone, figlio di Giona , mi ami tu? Pasci le mie pecorelle ( Joh. XXI . 17 )[3].

 

E’ vero che Gregorio teneva molto alla collegialità con i patriarchi di Alessandria e di Antiochia (non più esistenti da molti secoli) ma – in questa stessa lettera – specifica che spettava al vescovo di Roma il presiedere perché era quella la sede che san Pietro aveva onorato di più. Tanto che – proprio per la questione del titolo “universale” – poteva rivolgersi loro con queste parole:

Vi esortiamo quindi di nuovo al cospetto di Dio e dei suoi santi che osserviate queste norme con sommo zelo e con tutto l’impegno della vostra mente. Se qualcuno, infatti ciò che non crediamo trascurerà in qualche aspetto la presente lettera, sappia di essere escluso dalla pace con san Pietro, principe degli apostoli[4].

 

Quindi, pur non amando fare uso della sua autorità, non si tirava indietro quando la situazione lo richiedeva. Un altro esempio è quello che si legge in quest’altra lettera:

 

abbiamo ritenuto necessario inviare appositamente questi rigorosi ordini scritti, per cui, con l’autorità del beato Pietro, principe degli apostoli, noi comandiamo che….[5].

 


[1]Epistolario, Libro VIII, Lettera XXX. Alcuni stralci dell’Epistolario si trovano in italiano in rete. Per consultarlo nella sua interezza sono fruibili versioni online in inglese o in latino. La prima può essere letta e scaricata qui.http://www.ccel.org/ccel/schaff/npnf212.html

[2]Lettere, V, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1996, p.183.1851869

[3] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book VII, Epistle LX, pp. 796797. Traduzione dall’inglese mia.

[4]Epistolario , Libro V; Lettera XLIII.

[5] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book IV, Epistle X, p. 661. Traduzione mia.

 

 

Gregorythegreat

 

 

 

Pubblicato in Storia del Cristianesimo

Sono un Dottore in S. Teologia con specializzazione in Teologia morale, ho studiato e studio tuttora con impegno la santa morale cattolica e mi occupo anche di apologetica. La mia tesi di Dottorato ha per titolo «L» Eucaristia come causa della vita morale cristiana, e le sue risonanze teologiche, nella dottrina di s. Tommaso d’Aquino» … insomma …non vi sto a raccontare favole …  Per quello che ho studiato ritengo di avere una certa competenza allorché si parla di morale e dunque allorché si esprimono giudizi morali … perciò ritengo di avere anche una certa competenza allorché ci si impegna a dare giudizi morali su questioni attinenti alla storia della Chiesa.

Appunto in quanto competente in materia mi pare importante mettere in guardia i lettori dagli storici che vogliano farsi moralisti ed emettere giudizi morali infondati. Mi spiego: per emettere giudizi morali fondati occorre avere alle spalle una solida morale ben fondata , altrimenti i giudizi che si danno sono infondati .… dunque sono senza valore reale …sono ingiustificati .…  Mi spiego ancora meglio: se io dico che una certa azione è malvagia devo avere alle spalle una solida morale che giustifichi questo giudizio, devo avere chiaro e ben fondato a livello morale  quale è lo scopo della vita umana, quali sono le regole morali, che estensione temporale hanno tali regole, chi le ha promulgate etc. senza basi ben fondate i giudizi morali sono appunti infondati, ingiustificati ed evidenziano una contraddizione profonda in chi li emette .  Ora, mi domando, quali sono gli storici che hanno una seria morale fondata alle spalle …?  I giudizi morali dati da chi non ha una tale morale sono, come ripeto, infondati e ingiustificati !!  I romani dicevano «sutor ne supra crepitas» .… ma  se gli storici vogliono andare oltre la loro materia ed emettere giudizi che a loro non competono, fanno un grandissimo errore !! Quando si tratta di farsi operare tutti cercano il chirurgo , e possibilmente il più bravo, nessuno va dal macellaio per farsi operare .…ma quando si tratta di religione o di morale ognuno si sente in grado di parlare e di giudicare … ovviamente chi non conosce la morale e non l’ha studiata a fondo parlerà e giudicherà male …  Cerco di  chiarire meglio quello che sto dicendo: per dare un giudizio morale sulla Inquisizione non basta essere storici …occorre essere moralisti con una morale solidamente fondata, per dare un giudizio morale su Pio XII non basta essere storici …occorre essere moralisti con una morale solidamente fondata .… per dare un giudizio morale sulle Crociate non basta essere storici .…occorre essere moralisti e avere una morale solidamente fondata .… per dare un giudizio morale sul caso Galilei non basta essere storici o scienziati …occorre essere moralisti e avere una morale solidamente fondata .…etc.

Esaminate gli scritti di tanti storici che parlano di questi temi e guardate se essi stessi , che non hanno una seria morale alle spalle,  sferrino giudizi morali contro la Chiesa .….in caso affermativo ora sapete chiaramente che tali giudizi sono senza valore, perché infondati e ingiustificati !!

Concludo facendo notare che una seria morale risponde anzitutto e in modo profondo a queste domande: quale è lo scopo della vita dell’uomo sulla terra? Esistono leggi morali che valgono per tutti e sempre? Se tali leggi esistono, cosa comandano e chi le ha promulgate?

La morale cattolica è perfettamente fondata perché radicata in Dio e nei segni che Egli da della sua opera e della sua parola, tale morale afferma che Dio creatore ha fissato fin dalle origini, per gli uomini, delle regole di condotta che valgono sempre e per tutti e ha fissato per la vita dell’uomo uno scopo preciso: il raggiungimento del Paradiso.

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
   

Mons. Luigi Negri


   

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