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(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

La Chiesa da sempre fu intesa come Una.

La Chiesa cattolica crede che la Fede sia un dono gratuito di Dio nello Spirito Santo ma è anche ben consapevole di come la ragione non è contraria alla Fede e permette alla mente umana di scorgere la mano di Dio dietro la creazione e nel piano di salvezza preparato da Dio Padre a tutte le genti. 
Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina.
Ecco perché conoscere a fondo la storia del cristianesimo, supportata da tutte quelle scienze che negli ultimi 50 anni hanno fatto passi da gigante, non può che corroborare in noi la certezza di camminare sulla via che conduce a Cristo attraverso la Sua unica Chiesa da Egli stesso fondata.
Molti gruppi di origine protestante raccontano la «fiaba» che il cattolicesimo, con il riconoscimento di un unica chiesa cattolica, sia avvenuto sotto l’imperatore Costantino e segnatamente dopo il concilio di Nicea del 325.
La storia dei primi cristiani e le fonti in nostro possesso ci dimostrano come questo sia totalmente falso. Nello studio dello sviluppo del «credo» cristiano, quel simbolo della Fede che raccoglieva tutti i credenti sotto un unica divina ed apostolica dottrina, vengono alla luce documenti in cui in anni di molto antecedenti allo stesso concilio di Nicea, i credenti cristiani avevano la piena convinzione di essere parte di un unica Chiesa voluta da Cristo e tramandata dagli apostoli.
Per portare un esempio ecco una professione di Fede di Ippolito di Roma contenuta un uno suo scritto chiamato «apostoliké paradosis» (tradizione apostolica) scritta nel 215; al suo interno riporta nella forma più antica di interrogazione che è precedente a quella declamatoria:
Credi in Dio Padre onnipotente?
Credi in Cristo Gesù, Figlio di Dio, 
che è nato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine, 
e fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e morì e fu sepolto, e il terzo giorno risuscitò vivo dai morti, e ascese nei cieli e siede alla destra del Padre, verrà a giudicare i vivi e i morti?
Credi nello Spirito Santo e la santa Chiesa e la risurrezione della carne?

Possiamo vedere come sono già contenuti tutti i principali articoli come noi li recitiamo oggi, e siamo appena all’inizio del III secolo!
Viene confermata la certezza, perché è già parte della professione di Fede, che Maria fu e rimase Vergine, e si dichiara di credere in una sola e santa Chiesa cattolica.
Nei secoli futuri il «simbolo della Fede» in forma breve o più articolata porterà sempre con sé questi articoli definitivi che da alcuni antichi autori vengono attribuiti direttamente all’insegnamento apostolico.
Fa specie notare come in un antica opera scritta nel 160170 d.c. in Asia Minore nella versione etiopica scoperta da C. Schmidt, troviamo scritto che i 5 pani del miracolo raccontato in Mc. 6,39 vengono spiegati allegoricamente come simbolo di Fede di cinque articoli:
Nel Padre dominatore dell’universo
e in Gesù Cristo, Salvatore nostro
e nel Santo Spirito, paraclito
e nella santa Chiesa 
e nella remissione dei peccati.

Ecco come vi erano dei punti fermi, delle certezze da cui non ci si poteva allontanare. Molte eresie furono combattute fin dall’anno 100 contro chi asseriva il contrario di quello creduto in questi punti, inclusa la certezza che Cristo fondò una sola santa Chiesa cattolica ed apostolica.
Chi nega queste verità allo stesso modo nega il potere di giurisdizione della Chiesa di Roma, sopra tutte le altre Chiese sparse nel mondo, in virtù della personale elezione di Pietro in Cristo. A tal proposito vi è un antico documento, datato al 251 d.c. che tratta della confessione di Fede resa a Papa Cornelio da Massimo, Urbano e altri vescovi africani che erano ritornati dallo scisma di Novaziano e che Cornelio comunicò a Cipriano:

Lettera Quantum sollicitudinem ad Cyprianum anno 251:

«Noi sappiamo, che Cornelio eletto vescovo della santissima Chiesa cattolica da Dio onnipotente e da Cristo, Signore nostro, riconosciamo il nostro errore, siamo andati soggetti a una truffa; siamo stati circuiti con perfidia e verbosità ingannevoli; infatti anche se sembrava che avessimo avuto come una certa comunanza con gli scismatici e gli eretici, nondimeno il nostro cuore è rimasto sempre nella Chiesa; infatti non ignoriamo che c’è un solo Dio, che il solo Cristo è il Signore, che abbiamo pubblicamente riconosciuto, che uno solo è lo Spirito Santo, che uno solo deve essere il vescovo preposto nella Chiesa cattolica.»

Che testimonianza preziosa!!! nel 250 d.c. questi vescovi ben conoscevano che vi è una sola Chiesa e, badate bene, un solo Vescovo (il Papa) preposto alla guida nella Chiesa cattolica. Sapevano bene quello che gli evangelici oggi candidamente ignorano e con inganno vogliono traviare chi è più ignorante di loro facendo credere che la Chiesa è la comunità spirituale dei credenti. 
Come visibile fu Cristo incarnato, visibili furono gli apostoli da cui il Vangelo doveva procedere a tutte le genti, così visibile è la Chiesa. Come uno è il corpo di Cristo così uno è il Vangelo proclamato dagli Apostoli, e una è anche la Sua Chiesa che non può portare in sé alcuna macchia di divisioni se non quelle volute e perpetrate nei secoli da satana il divisore per eccellenza.

Pubblicato in Apologetica
Giovedì, 19 Giugno 2014 00:00

La Chiesa vive della Eucarestia

L’Eucaristia è un mistero della fede. Essa è il centro ed il vertice della storia della salvezza, il memoriale delle grandi opere di Dio.
Così si esprimeva s. Giovanni Crisostomo: “Inchiniamoci a Dio, senza contraddirgli, anche se ciò che Egli dice può sembrare contrario alla nostra ragione ed intelligenza; ma la sua Parola prevale sulla nostra ragione ed intelligenza. Comportiamoci così anche riguardo al mistero eucaristico, non considerando solo quello che cade sotto i nostri sensi, ma stando alle sue parole, perché la sua Parola non può ingannare”.
Tutti i sacramenti sono segni che rendono attuale il mistero salvifico di Cristo, ma nell’Eucaristia tale mistero raggiunge tutta la sua pienezza di efficacia di grazia. E’ nell’Eucaristia che il Verbo di Dio incarnato si dona al mondo ed è in essa che il cristiano aderisce al piano di redenzione attuato da Cristo ed ideato da Dio Padre.
Se tutti i sacramenti contengono una potenza salvifica conferita ad essi da Cristo, l’Eucaristia contiene Cristo stesso, nostra Pasqua e pane vivo, che mediante la sua carne, vivificata dallo Spirito e vivificante, dà la vita a tutti gli uomini. La Chiesa vede nell’Eucaristia “la norma di tutti i mezzi di santificazione”. 
     L’accettazione della Parola di salvezza può avvenire anche al di fuori della celebrazione eucaristica, ma ciò è possibile solo in virtù dell’evento che, nell’Eucaristia, attualizza l’unico sacrificio operato da Cristo Sacerdote una volta per sempre. Nel momento in cui Cristo si dona ai suoi nell’Eucaristia, la sua vita diventa la loro vita, il suo Spirito è anche il loro Spirito. Così scriveva s. Leone Magno: “La partecipazione al Corpo ed al sangue di Cristo non opera niente altro che la nostra trasformazione in ciò che riceviamo”. E’ per questo che l’Eucaristia è la fonte ed il culmine della vita della Chiesa. Senza la comunione eucaristica con il Cristo Signore non c’è piena comunione ecclesiale; senza la comunione ecclesiale non c’è vera comunione nell’Eucaristia. Ne consegue che senza Eucaristia non c’è Chiesa, la quale “vive dell’Eucaristia”.5
L’Eucaristia è il corpo di Cristo dato per gli uomini, è il sangue di Cristo sparso per gli uomini della Nuova Alleanza, per cui è il sacrificio della Nuova Alleanza essenzialmente unito alla croce.
    
     

In quanto Alleanza Nuova, essa fa riferimento a tutto il contesto biblico sacrificale dell’alleanza di Dio con gli uomini. Nell’antico Oriente i patti fra i singoli e fra i popoli venivano sanciti dopo aver sacrificato un animale, che poi veniva diviso in due parti, in mezzo alle quali passavano i contraenti. Costoro erigevano una lapide o piantavano un albero come testimonianza e memoriale dell’alleanza sancita. La Bibbia è storia di alleanze e di segni che rendono testimonianza del patto stipulato tra Dio e gli uomini: l’arcobaleno, la circoncisione, l’arca contenente le tavole della Legge e la tenda del convegno (o Tabernacolo).
In particolare, l’alleanza con Mosè è prefigurazione e preparazione della nuova, perfetta ed eterna alleanza destinata a cambiare il cuore degli uomini ed a rinnovare il patto del Sinai, sancito da Dio con Mosè per fare sì che Israele diventasse “suo popolo” ‚regno di sacerdoti e nazione santa.
Nella celebrazione del Giovedì Santo (In Coena Domini), il Canone Romano ricorda i tre sacrifici dell’Antico Testamento che sono figura ed anticipazione del sacrificio di Gesù sulla croce: il sacrificio di Abele il giusto, di Abramo nostro padre nella fede, di Melchisedech sommo sacerdote di Salem. Il sacrificio per eccellenza, collegabile a quello di Cristo, è l’agnello pasquale sacrificato e consumato durante un pasto prima che Israele lasciasse, in tutta fretta, l’Egitto oppressore e si incamminasse verso la Terra Promessa. L’agnello pasquale è figura della passione e del sacrificio di Cristo, servo di YHWH, il Signore Dio di Israele.
La morte di Cristo riprende e compie in modo perfetto il significato di tutti questi sacrifici biblici: la sua offerta sulla croce è il sacrificio perfetto della nuova Legge: infatti, Cristo è il sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, attua l’olocausto di Abramo, è il sacrificio espiatorio ed è l’agnello di espiazione. Nella croce di Cristo confluiscono i sacrifici e le alleanze dell’Antico Testamento: la morte in croce di Gesù è il vero ed unico sacrificio nella Nuova Alleanza, prefigurato ed illuminato dai sacrifici e dalle alleanze dell’antico popolo eletto.

L’Eucaristia, voluta e realizzata da Cristo in relazione e dipendenza dalla croce, acquista il suo pieno carattere sacrificale di liberazione. Come l’agnello pasquale liberò il popolo ebraico dalla morte e dalla schiavitù, consentendogli di attraversare in maniera prodigiosa il Mar delle Canne1 e di raggiungere le pendici del Sinai (dove Dio stabilì un nuovo patto con Mosè), così nell’Eucaristia un nuovo Agnello viene immolato, liberando col proprio sangue l’uomo dalla morte del peccato, permettendogli il passaggio alla nuova vita in un nuovo patto di amicizia con Dio.

 POTETE SCARICARE E LEGGERE L’INTERO DOCUMENTO CLICCANDO QUA

Pubblicato in Sana Dottrina

Quanto è importante il Vangelo di oggi per ogni cristiano. Come è chiaro in questi passi quanto la Chiesa di Dio sia una, e una sola, e quanto tutte le sette che hanno raccolto e raccolgono i secoli altro non siano che un inganno. Ecco che ben comprendiamo come sia stolto dire Cristo sì e la Chiesa no! Chi rifiuta la Chiesa rifiuta Cristo che quella Chiesa ha voluto come prolungamento della Sua opera di Salvezza nella storia fino alla consumazione dei secoli. Tenetelo sempre a mente, chi rifiuta la Chiesa rifiuta Cristo!

Ecco cosa ci dice il vangelo:

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,1931.

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.»

Colpisce da subito la Pace che il Signore Gesù rivolge ai suoi per ben tre volte. Essa è frutto della Resurrezione, come frutto è lo Spirito Santo che dal Risorto procede sugli Apostoli. Ecco il frutto della Pasqua : La Pace, e lo Spirito.
Gesù si mostra ai discepoli con le sue piaghe che sono il segno della Misericordia infinita di Dio, del suo amore infinito per l’uomo peccatore. Dopodiché ecco che dice delle parole molto importanti: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi!», cioè io mando la Chiesa, ed alitando su di loro dice :«Ricevete lo Spirito Santo, a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati.» Ecco il cuore della Misericordia di Dio, Gesù è venuto a salvare gli uomini dal male e dal peccato e lo fa proprio per mezzo dei suoi Apostoli che nella Chiesa offriranno a tutti i doni di quella Passione e Risurrezione. Lo fa per mezzo della sua Chiesa e nella sua Chiesa.

Questa è l’unica via che Gesù ha stabilito per l’uomo, Le parole di Cristo sono chiare ed inequivocabili. Lui è venuto sulla Terra in obbedienza e sottomissione al volere del Padre che lo ha inviato ed allo stesso modo, con la stessa autorità e potere, Egli manda la sua Chiesa nel mondo a portare la Pace e a rimettere nel Suo nome il peccato.
Allora tu fratello protestante, tu evangelico, tu testimone di Geova, tu cristiano che vuoi seguire Gesù e non riconosci la sua unica Chiesa, apri il tuo cuore alla Parola di Dio! pulisci i tuoi occhi dalle squame che ti rendono cieco e guarda la mirabile opera che Gesù ha operato nei suoi Apostoli.
È nel mistero di Dio che l’uomo passi anche attraverso il ministero ed il mistero della Chiesa per ottenere salvezza e remissione dei propri peccati. Gesù ha voluto la Chiesa e quindi non ci possiamo stoltamente darci il peccato da soli o come molti affermano «io chiedo perdono direttamente a Dio». Il Peccato non è solo una questione tra me e Dio ma riguarda anche gli altri in quanto è una ferita al Corpo della Chiesa che è uno solo, e quindi la riconciliazione passa attraverso la mediazione, il ministero della Chiesa.
In questi pochi passi crolla miseramente ogni teologia protestante, si schianta e perisce tristemente ogni pretesa di sequela di Cristo senza o fuori dalla Sua Chiesa. Essa non è possibile se si vuole rimanere nella Verità. Gesù stesso ci disse che Lui è la Via, la Verità la Vita; ecco allora che fuori dalla Verità si è su una falsa via e questa falsa via non porterà alla Vita bensì alla morte.
Quel potere di amore e di servizio, il Figlio li ha affidati alla Chiesa per la sua missione, che è quella di continuare l’opera di Cristo in ogni tempo e in ogni luogo, quell’opera che il Padre ha affidato al Figlio e che il Figlio affida alla Chiesa. E per quest’opera Gesù-Dio dona il Suo stesso Spirito, «alitò su di loro», affinché abbiano i suoi stessi doni, il suo stesso potere. In un altro brano del Vangelo Gesù disse :«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni.»
Ogni potere Egli ha ricevuto dal Padre e questo stesso potere per amore divino concede ai suoi apostoli affinché operino nel mondo secondo la sua volontà nel proclamare il Regno di Dio e nel mondare l’uomo dal peccato.

Il brano si conclude poi con un affermazione importante per capire che la Sola Scrittura è smentita dalla stessa scrittura che afferma:

«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.»

Ecco che da qui si può ben comprendere l’importanza della Tradizione, che ha conosciuto e conservato, e tramandato, anche quello che non fu scritto ma che sempre da Gesù proviene e che tanto quanto la sacra scrittura ci porta alla pienezza della Verità nelle cose di Dio.
Grazie allora Signore Gesù per averci donato la tua Chiesa, che lo Spirito Santo possa condurvi in essa sempre più uomini e donne in cerca del senso della vita. Sia lodato Gesù Cristo!

Pubblicato in Apologetica
Domenica, 27 Aprile 2014 00:00

Sulla decima e sul vangelo della prosperità

 
 
 
 
 
 
 
Non tutti sanno che nel variegato mondo pentecostale il vangelo della prosperità occupa una parte importante. Di cosa si tratta? È un portato della terza ondata pentecostale e prende il nome di Movimento della fedeNato negli Usa, come al solito, è arrivato in Italia e si sta molto diffondendo in Africa. Il motivo di questo successo non è difficile da comprendere visto che l’unico Dio adorato da costoro è il denaro. Il loro messaggio è sostanzialmente questo: “Se diventi cristiano Dio ti benedice. Essere benedetti da Dio vuol dire diventare ricchi, vivere una vita “abbondante” (significativamente, termini come questo ricorrono spesso fin nei nomi delle loro chiese) e senza malattie”. Un ottimo affare, insomma. La fregatura è che per diventare davvero cristiani bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 116 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 4144 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.
 
Come del resto denunciano molti protestanti di buona volontà. Prima di tutto bisogna però cercare di capire il grado di diffusione di questo “vangelo” in Italia. Sarebbe, infatti, un grandissimo errore ritenere che si tratti di qualcosa confinato alle chiese che esplicitamente si richiamano al Movimento della fede (e che secondo il Cesnur sono una decina, ma probabilmente ce ne sono anche di più). Infatti il successo è stato troppo grande per lasciare indifferenti le altre denominazioni. È stata fondata perfino una grande scuola internazionale chiamata Centro di formazione biblica Rhema che ha la sua filiale anche in Italia. Stando al sito, ci sarebbero nel mondo quasi trentamila diplomati Rhema che in seguito possono anche ricevere licenza e ordinazione ministeriale. È utile saperlo perché se un vostro parente o amico finisce in una chiesa che magari non è nella lista del Cesnur ma ha un pastore Rhema, potete capire subito che il vostro congiunto subirà un bombardamento continuo sul tema ricchezza. Come accennavo prima, queste indicazioni non devono alimentare una falsa sicurezza. Infatti il vangelo della prosperità, magari camuffato o rimodulato, è generalmente diffuso in molte chiese pentecostali.
 
 
 
Le Adi e la decima

 
Come abbiamo visto, quello della decima è un cardine del vangelo della prosperità. Ma cosa ne pensano le Adi in merito? Ufficialmente nulla, come sempre, ma sembra che la tendenza generale sia quella di imporla. Non a caso è uno degli argomenti di tutti i delusi che lasciano le Adi. Molte di queste testimonianze denunciano da parte delle chiese Adi una continua richiesta di soldi, con culti e prediche interamente dedicate all’argomento del “dare” (sempre alla chiesa, mai ai poveri). Alcune chiese Adi si spingono al punto di non concedere nemmeno l’anonimato, imponendo di compilare un foglio con nome, cognome e importo. Ovvero una modalità che sembra essere tipica delle chiese della prosperità vere e proprie, che dà al pastore un potere ancora più assoluto.
 
Quelle che ho riportato sono però testimonianze di fuoriusciti che, in quanto tali, potrebbero essere portati ad esagerare. Sarebbe ingiusto prendere le loro parole per oro colato, senza vagliarle, ma in effetti basta farsi un giro sul web per rendersi conto che dicono la verità. È tristemente famoso il video di Tommaso Grazioso, predicatore Adi e venditore di “risvegli”. Secondo lui, infatti, il primo passo del “risveglio” è la decima, senza la quale non c’è benedizione di Dio. Tanto che c’è addirittura la mistica del “sacchetto” che passa per la raccolta, in cui Dio ha nascosto il “risveglio”. Come vedete, i passi tipici del vangelo della prosperità ci sono tutti (Malachia, vedova al Tempio ecc..), solo che qui non si promette ricchezza materiale ma spirituale. E questo predicatore sembra che sia anche un pezzo grosso delle Adi. 

Inoltre, in un articolo di un periodico delle Adi tutto incentrato sulla decima di Malachia come diritto di Dio: si legge che chi non lo riconosce è un ladro e “difficilmente” (per usare un eufemismo) può ottenere la benedizione divina: infatti “la disobbedienza spalanca le porte della maledizione”. Nel sito di un’altra chiesa leggiamo, invece, che la decima era un obbligo della Legge, a cui il cristiano non è quindi più obbligato. Ma visto che la Grazia è “sovrabbondata”, se prima si dava la decima adesso si dovrebbe dare molto di più… per questo la chiesa, nella sua generosità, si accontenta della decima che però deve essere periodicamente accompagnata da una “bella offerta”. Per chi obbedisce è garantito un raddoppio dello stipendio (come sarebbe accaduto a questo John Wesley).
 
Anche in un altro sito Adi (ma non credo sia ufficiale) si ammette candidamente che la decima non è comandata per i cristiani, non presentando il Nuovo Testamento nessun “sistema legalistico” di questo tipo. Però – alla faccia della Sola Scriptura – le chiese la pretendono lo stesso come “minimo raccomandato”, anche se in molte la decima viene messa “eccessivamente in risalto”. Secondo questo sito, infatti, si tratta di un obbligo ma non di un imperativo categorico. Una decima potremmo dire “dal volto umano” che è lasciata alla coscienza del fedele e alle sue possibilità. Bisogna però mettere in evidenza come in teoria la decima resta comunque il “minimo raccomandato”, espressione che non si può comprendere davvero senza tenere conto del contesto. Infatti le chiese evangeliche sono spesso molto numerose, fino a contare centinaia – quando non migliaia – di persone. Questo pone forti problemi di ordine pratico, visto che la gestione di questi soldi non è per niente trasparente nonostante la grande entità degli introiti. Poniamo il caso di una chiesa con 500 fedeli, fingiamo che ognuno guadagni mille euro al mese. Questo vuol dire che nelle disponibilità del pastore entrano ogni mese 50mila euro. Una cifra da capogiro, e abbiamo giocato al ribasso calcolando una media di stipendio molto bassa. Le cose non cambiano di molto se pensiamo ad una chiesa più piccola, magari con 250 persone. In questo caso l’importo totale diventa di 25mila euro. Sono calcoli astratti, certo, ma rendono bene l’idea dell’insaziabile avidità denunciata dai fuoriusciti.
 
 
Considerazioni pratiche e teologiche

 

Indubbiamente, l’Antico Testamento presenta la ricchezza come una benedizione divina (basti pensare a Giacobbe e ad altri personaggi) ma certo non nei termini posti dal vangelo della prosperità. La ricchezza non è mai presentata come un indice preciso del grado di benedizione, l’accento è piuttosto sulla Provvidenza. Nel libro dei Proverbi si legge “non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?»” (Prov 30, 89). Quindi c’è anche un punto di vista critico della “pancia piena” come rischio di ingratitudine. Del resto non tutti i personaggi biblici eccellono in ricchezze come, per esempio, i profeti quali Giovanni Battista che viveva nel deserto (Mc 3, 4). Anche l’apostolo delle genti afferma di alternare povertà e ricchezza (Filippesi 4, 12), fino a definirsi sostanzialmente un povero (2Corinzi 6, 10) senza che questo volesse dire minimamente una minore benedizione da parte di Dio. Anche san Pietro non sembra farsi problemi del fatto di essere sprovvisto di oro e di argento (Atti 3,6) e nella parabola del ricco epulone (Lc 16, 1931) è il povero Lazzaro che si salva. Sempre san Paolo, infine, mette in guardia dall’avarizia (Ef. 5, 5) e da quelli che vogliono usare la religione come fonte di guadagno. Senza però per questo cadere nell’eccesso opposto, visto che Paolo non si sente certo imbarazzato quando è nell’abbondanza (Filippesi 4, 18) per il sostegno ricevuto, nè quando deve amministrarla (2 Co. 8, 1821).

 

Cosa dire invece del surrogato di questo “vangelo” presente nelle Adi? È significativo il fatto che pur sapendo che la decima non è un obbligo per il cristiano, la pretendono lo stesso) lo stesso (come noto, la Sola Scripturaè sempre per gli altri). Non a caso, i pochi passi citati sono tutti dell’Antico Testamento. Infatti Gesù e gli apostoli non hanno mai chiesto la decima, ma solo libere offerte. E libere per davvero, senza minacce o promesse di facili arricchimenti.  Senza nessun sistema legalistico ma secondo le possibilità e la coscienza di ciascuno (Atti 11,29; 2 Corinzi 9, 7). È vero che gli Atti presentano una comunità cristiana dove tutto è in comune (Atti 4, 34) ma è qualcosa che non ha il sapore della costrizione. Non è sistema imposto dall’alto ma il prodotto di un vivo senso di fraternità, anche perché aveva lo scopo di sostenere i bisognosi della comunità in modo che a nessuno mancasse il necessario. Tanto che Pietro fa notare ad Anania l’insensatezza del suo gesto proprio facendogli notare che la vendita dei suoi beni era stata una sua scelta, e che comunque il ricavato sarebbe rimasto sempre a sua disposizione (Atti 5, 16). 

Tutt’altro spirito da quello delle chiese evangeliche, quindi. Le quali, accusando ingiustamente la Chiesa di non fare abbastanza per i poveri, rischiano davvero di creare ulteriore povertà. Ovviamente ognuno può fare quello che vuol con i suoi soldi ed è normale che una chiesa chieda il sostegno dei propri fedeli, il problema sta però nel come lo si chiede – o meglio – si impone. Come abbiamo visto, nelle chiese in cui si pratica la decima devono girare molti soldi, ma che fine fanno?

 

Tommaso Grazioso dice, giustamente, che per il cristiano è importante il “dare”, ma stranamente a beneficiarne non sono mai i poveri. È significativo il fatto che siano praticamente esclusi tutti quei passi in cui si parla di carità per i poveri, esercitata in modo diretto e senza la mediazione di alcuno. Per intenderci, se piace molto la vedova che versa i suoi ultimi spiccioli al tesoro del Tempio lo stesso non si può dire per Zaccheo che dà la metà dei suoi beni ai poveri (Lc 19, 8) e per il giovane ricco a cui è chiesto di farsi un “tesoro in cielo” (Mt 10, 21) vendendo tutti i suoi beni per i poveri. Citare passi simili sarebbe controproducente per chi vuole far credere che compito primario del cristiano sia quello di svenarsi per la sua chiesa. Né è da credere che quella dei poveri sia la prima preoccupazione dei pastori, visto che loro stessi non ne parlano e nessuno sa precisamente come vengano spesi i soldi. E non è difficile immaginare il perché: se il fedele deve dare alla chiesa decima, offerte e primizie non gli si può chiedere di farsi anche “tesori in cielo”. La chiesa viene prima di tutto, gli esempi di generosità presentati come modello sono soltanto quelli utili allo scopo.

 
 
Conclusioni
 
 

Di fronte a tutto questo, fanno ancora più impressione quegli evangelici che accusano la Chiesa di essere ricca e avida. Avendo addirittura da ridire sulle offerte che si fanno talvolta per i sacramenti e per le messe di suffragio, quando queste sono veramente libere e – almeno teoricamente – non possono essere pretese. È vero che molti preti hanno il malcostume di imporre dei tariffari, ma siamo ben lontani dalla pretesa della decima mensile di tutte le entrate. Sia perché l’entità è infinitamente inferiore sia perché si tratta comunque di una contribuzione occasionale (battesimo, prima comunione e – di solito – il matrimonio si celebrano una volta sola nella vita). Però, mentre si viene tartassati e spogliati dal pastore di turno, ha senza dubbio una forte valenza psicologica convincersi che per i cattolici sia anche peggio perché nella Chiesa tutto sarebbe “a pagamento”. Questo quando essere cattolici è praticamente gratis, mentre in molte chiese (in realtà, come sembra dimostrare Butindaro, praticamente tutte) essere un buon evangelico vuol dire sostenere un importante impegno finanziario e con forti venature simoniache.

 

Pubblicato in Pentecostali
Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

I primati della Chiesa di Roma

I primati della Chiesa di Roma

tratto da una trasmissione di Radio Maria (serata sacerdotale) e pubblicato su Il Timone — n. 6 Marzo/Aprile 2000
di Giampaolo Barra

1. Se dobbiamo dare un titolo alla conversazione odierna potremmo utilizzare una sola parola: Roma. O meglio: i primati di Roma. Meglio ancora: i primati della Chiesa di Roma.
2. A chi, per grazia di Dio, ha il dono della fede, della vera fede, che è soltanto la fede cattolica, il nome Roma evoca una realtà importantissima, richiama alla mente verità fondamentali, inerenti la nostra fede e che ci distinguono da altri cristiani.
3. L’anno passato, in diverse conversazioni radiofoniche [pubblicate in volume dal titolo «Perché credere»], abbiamo trattato la figura, il ruolo, i compiti del Romano Pontefice e abbiamo esaminato le ragioni del Primato del Vescovo di Roma su tutti gli altri pastori della Chiesa.
4. Primato su tutta la Chiesa universale. Primato di giurisdizione, primato di governo, di onore e dignità.
5. Ora vedremo altri primati della Chiesa di Roma; primati significativi e utili per confermarci nella convinzione che Roma ricopre un ruolo fondamentale per la nostra fede cattolica.
6. Non per niente, anche taluni di coloro che si sono separati dalla vera Chiesa, dalla Chiesa di Roma, si considerano legati alla città eterna. Hanno sentito il bisogno di sottolineare una qualche loro relazione con Roma, per giustificare in qualche modo (modo che noi riteniamo sbagliato) la scelta di separarsi dalla Chiesa cattolica.
7. Ricordiamo, per fare un primo esempio, gli scismatici della Confessione greco ortodossa, i cosiddetti «Cristiani ortodossi», che fanno capo al Patriarca di Costantinopoli. Bene, essi considerano Costantinopoli come la seconda Roma, dopo quella dei Papi.
8. Pensiamo, per fare un secondo esempio, agli scismatici della Confessione ortodossa russa. Essi considerano Mosca, ove ha sede il Patriarca di tutte le Russie, come la terza Roma, dopo quella dei papi e quella di Costantinopoli.
9. Insomma, come si può ben vedere, siamo di fronte al tentativo di giustificare l’esistenza e la legittimità delle confessioni nate dal seno dell’unica Chiesa cattolica creando un ponte storico con la Chiesa madre, con la Chiesa di Roma. Un modo per dire che soltanto chi si richiama a Roma può vantare di essere la vera Chiesa di Cristo.
10. Noi siamo ben consapevoli che la vera Chiesa, la sola Chiesa edificata da Cristo sull’apostolo Pietro, e quella che fa capo al Vescovo di Roma e che i soli e autentici pastori nella Chiesa sono quelli in comunione con il Vescovo di Roma, con il Papa.
11. Solo a questi pastori noi dobbiamo obbedienza filiale, rispetto, considerazione. Dobbiamo certamente pregare per l’unità dei Cristiani, dobbiamo pregare perché questo riferirsi a Roma da parte di quanti hanno lasciato la Chiesa cattolica, questo attribuirsi i titoli di «seconda» e di «terza» Roma si traduca in un ritorno all’ovile, alla prima e unica Roma, alla sola Chiesa edificata da Cristo: la Chiesa cattolica, la Chiesa della «prima» Roma.
12. Veniamo, allora, ai primati della chiesa di Roma. Ci facciamo guidare da un bei libro della nota studiosa. Margherita Guarducci. Il libro si intitola «Il primato della Chiesa di Roma», è edito da Rusconi e lo si può trovare nelle librerie.
13. Questa studiosa è conosciuta in tutto il mondo perché ha identificato la più antica reliquia cristiana sicuramente autentica: vale a dire le ossa dell’Apostolo Pietro, nella Basilica Vaticana.
14. Esamineremo, in breve, i cinque primati della Chiesa di Roma. Sono «primati» perché si tratta di fatti che soltanto la Chiesa di Roma può vantare rispetto a tutte le Chiese esistenti nel mondo.
15. Abbiamo già accennato alle ossa di san Pietro, la più antica reliquia sicuramente autentica del mondo cristiano. Ma alla città eterna appartiene anche un secondo primato: quello della più antica basilica cristiana «ufficiale», la Basilica Lateranense.
Poi, a Roma appartiene un terzo primato: quello del più antico ritratto di Cristo; quindi un quarto primato: quello del più antico ritratto di Maria, la Madre di Gesù, e infine a Roma appartiene un quinto primato: quello della più antica statua cristiana.
17. Esaminiamo rapidamente questa serie impressionante di primati.
18. Cominciamo dal primo, dalle ossa di san Pietro nella Basilica Vaticana.
19. Si tratta di un dato di fondamentale importanza per la verità della fede cattolica, specialmente per quel che riguarda il primato di Pietro. Fino a qualche decennio orsono, una parte del mondo protestante negava che Pietro fosse mai stato a Roma e con ciò negava il Primato dei successori di Pietro, cioè dei vescovi di Roma.
20. Oggi, nessuno, salvo i Testimoni di Geova, nega più che Pietro sia stato effettivamente a Roma, che qui abbia subito il martirio sotto l’imperatore Nerone, nell’anno 64, o nel 67 stando ad alcuni studiosi. E dobbiamo questa unanimità di giudizio proprio a Margherita Guarducci.
21. La Chiesa di Roma possiede l’unica reliquia sicuramente dimostrabile di uno dei Dodici Apostoli, una reliquia di Pietro: le sue ossa. E significativo che l’unica reliquia al mondo sicuramente identifìcabile di un uomo santo che abbia conosciuto personalmente Gesù Cristo sia proprio quella di Pietro, del Principe degli Apostoli e che questa si trovi a Roma.
22. Ci sono reliquie attribuite ad altri Apostoli: reliquie di Andrea, di Giacomo e altre dello stesso Pietro. Ma in genere si tratta di brandelli di stoffa che sarebbero stati messi a contatto con le tombe di questi apostoli. Soltanto di Pietro possediamo vere reliquie.
23. Intanto, cominciamo con il dire che di nessuno degli Apostoli si conosce con certezza la tomba, se non per Pietro: nella Basilica Vaticana, a Roma.
24. Pietro venne a Roma per portarvi il Vangelo e qui morì martire. Il martirio avvenne nel Circo di Nerone, in Vaticano, dove Pietro fu crocifisso e poi seppellito. Teniamo presente che nessun’altra città del mondo ha mai preteso di possedere la tomba di Pietro: solo Roma vantava questa pretesa.
25. La tomba di Pietro è stata fin da subito venerata, l’imperatore Costantino vi fece costruire sopra la prima basilica in onore di Pietro. Si è sempre saputo, inoltre, da una lunga e tenace tradizione, che la tomba di Pietro si trovava sotto l’altare della Confessione, cioè sotto quello che è ancora oggi l’altare papale della Basilica Vaticana. Questo era quello che si sapeva per storia e per tradizione Ma le prove?
26. Per cercare la prova definitive si deve aspettare l’incoraggiamento di uno dei più grandi papi della storia della Chiesa, Pio XII, il quale volle che si intraprendessero degli scavi per la ricerca della tomba di Pietro.
27. La studiosa Margherita Guarducci giunse alla conclusione, rigorosamente scientifica, del ritrovamento delle ossa di san Pietro nell’anno 1953. Ma solo dieci anni dopo furono riconosciute come le reliquie dell’apostolo Pietro e nel 1965 questa scoperta fu pubblicata e resa di pubblico dominio.
28. Papa Paolo VI annunciò a mondo intero, il 28 giugno de 1968, il ritrovamento delle ossa dell’apostolo Pietro sotto l’altare della Confessione nella Basilica Vaticana.
29. Secondo Margherita Guarducci questa reliquia testimonia il primato spirituale della Chiesa di Roma nei confronti di tutte le chiese del mondo.
30. Veniamo ora, sempre breve mente, al secondo primato: si trova a Roma la più antica Basilica cristiana «ufficiale», la Basilica Lateranense.
31. Diciamo «ufficiale» perché s tratta della più antica Basilica cristiana riconosciuta come tale anche dall’autorità civile, dall’autorità politica. Anzi, si tratta d una Basilica costruita proprio dal l’autorità politica suprema del tempo, l’Imperatore Costantino.
32. Sappiamo che nei primissimi tempi di vita del Cristianesimo, il culto si teneva in casa, nella domus ecclesiae, nella chiesa domestica Solo più tardi, si sentì il bisogno di avere appositi edifici nei quali fedeli potevano radunarsi per celebrare il culto religioso e per manifestare più liberamente la loro religiosità.
33. Già nel III secolo, dunque in epoca antichissima, vi sono a Roma e altrove edifici adibiti al culto. La maggior parte di essi si trovava in Oriente, edificati da vescovi e da fedeli zelante utilizzati specialmente nei momenti di pace, quando cessava la persecuzione e passava il pericolo di radunarsi pubblicamente.
34. Ma la Basilica Lateranense ha un primato singolare: fu il primo edificio eretto per volere della somma autorità dell’epoca, per volere dell’Imperatore Costantino che si accollò tutte le spese dovute alla costruzione.
35. Fu costruita, molto probabilmente, come ex voto a Cristo Salvatore, subito dopo la vittoria contro Massenzio. Nella seconda metà del XII secolo la Basilica era ancora dedicata a Cristo Salvatore e solo più tardi assunse stabilmente il nome di San Giovanni, come la conosciamo oggi: San Giovanni in Laterano.
36. Fu dedicata, cioè inaugurata, il 9 novembre dell’anno 318. Ne risulta che la Basilica Lateranense è il primo edificio cristiano riconosciuto ufficialmente come tale; finalmente, ai cristiani veniva riconosciuto un luogo pubblico dove poter celebrare il culto religioso.
37. Veniamo al terzo primato della Chiesa di Roma: il più antico ritratto di Cristo. Parliamo di ritratto, cioè di una immagine di Gesù eseguita con lo scopo principale di renderne le sembianze, cioè, appunto, di farne un ritratto.
38. In verità, ci sono altre immagini di Cristo che precedono nel tempo quella di cui stiamo per parlare; ma si tratta sempre di immagini di Gesù accompagnato da altre figure, e perciò inserito in un contesto diciamo diverso. Non proprio un ritratto.
39. Invece, la più antica notizia di un ritratto di Cristo ci porta proprio a Roma. Non solo la notizia: anche il più antico ritratto conservato di Cristo ci porta a Roma.
40. Per quanto riguarda notizie sui ritratti di Cristo, sappiamo che verso la metà del secondo secolo, ai tempi di Papa Aniceto (155166) venne a Roma una eretica di nome Marcellina. Questi eretici, ci informa il grande Ireneo, vescovo di Lione, avevano immagini di Cristo e le onoravano. Questa è una notizia confermata anche da altri, tuttavia queste immagini non sono giunte fino a noi. Siamo fermi, quindi, alla «notizia» della esistenza di immagini.
41. Per quanto riguarda, invece, il ritratto di Cristo più antico materialmente giunto fino a noi, eseguito con l’intenzione di farne un ritratto, questo si trova, stando a Margherita Guarducci, nella catacomba di Commodilla, nel famoso e antico cimitero cristiano situato nei pressi della via Ostiense, a Roma.
42. Probabilmente risale agli anni 375380 dopo Cristo; è un ritratto antichissimo. Il più antico che si conosca, anche se nessuno può negare che a Roma ve ne fossero altri, ancora più antichi, che tuttavia non sono giunti fino a noi.
43. Veniamo ora al quarto primato della Chiesa di Roma: il più antico ritratto di Maria, della Madre di Gesù.
44. Per trovare il più antico ritratto di Maria finora conosciuto bisogna rimanere a Roma. Come abbiamo detto per il ritratto di Cristo, anche in questo caso non parliamo della prima immagine di Maria, ma proprio di un ritratto, cioè di una immagine eseguita con lo scopo di riprodurre i tratti caratteristici del personaggio rappresentato.
45. Una tradizione largamente diffusa sia in Oriente che in Occidente vuole che san Luca, il terzo evangelista, abbia avuto il privilegio di ritrarre dal vero le sembianze della Vergine Maria. Ma questa tradizione nasce solo nel VI secolo e va considerata una pia leggenda.
46. Certamente non è sbagliato pensare che esistessero immagini mariane in terre come l’Egitto, la Palestina e l’Asia Minore già nei primi secoli (IV secolo), ma nessuna di queste immagini ci è pervenuta.
47. La presenza di ritratti della Vergine si impone, quasi di forza, dopo l’anno 431, cioè dopo il Concilio di Efeso che proclamò solennemente la divina maternità di Maria, che proclamò Maria Madre di Dio ed è evidente che il culto di Maria e le immagini ricevettero da questo Concilio un forte impulso.
48. Margherita Guarducci spiega molto bene i complessi passaggi che hanno portato a Roma questa antichissima immagine. Io mi limito soltanto a invitare a leggere il bei libro che ha scritto «I primati della Chiesa di Roma».
49. Questa immagine si trova oggi nella Chiesa di Santa Francesca Romana. Essa è una copia di una immagine della Vergine venerata a Costantinopoli già dal quinto secolo, ma distrutta nel 1453, quando la città cadde nelle mani dei Turchi.
50. Gli studi della Guarducci hanno potuto dimostrare che una copia di questa antichissima immagine si trova a Roma e fu scoperta in modo casuale.
51. Alla vigilia dell’Anno Santo 1950, quando nelle Chiese di Roma furono sottoposte a restauro molte opere per mostrarle ai pellegrini nella Chiesa di Santa Francesca Romana si mise mano al restauro di una icona. Bene, sotto questa icona, rimaneggiata nei secoli, si scoprì il volto di un’antichissima immagine della Vergine Maria e fu datata al V secolo.
52. È il ritratto più antico esistente della Vergine Maria. È stata la Guarducci a scoprire, attraverso studi rigorosamente scientifici, che si trattava della copia dell’immagine antica venerata a Costantinopoli, poi andata distrutta dai Turchi.
53. Veniamo ora all’ultimo dei cinque primati della Chiesa di Roma: la più antica statua cristiana che si conosca.
54. Quando parliamo di statua non si intende parlare di statuette di modeste dimensioni, ma di statue vere e proprie, a grandezza naturale o anche maggiore del vero.
55. La più antica statua cristiana che si conosca è proprio il famoso san Pietro di bronzo che oggi possiamo vedere tutti nella Basilica Vaticana.
56. L’apostolo Pietro vi è rappresentato in dimensioni un po» più grandi del vero. È seduto in un trono bianco di marmo, ha la mano destra alzata nel solito gesto benedicente, mentre la mano sinistra, ripiegata sul petto, stringe le chiavi, le simboliche chiavi del regno dei Cieli.
57. Questa statua appartenne in origine al mausoleo degli imperatori romani d’Occidente, che era posto vicino alla basilica costantiniana, cioè vicino a Piazza san Pietro oggi.
58. Quindi questa statua risale al V secolo dopo Cristo, probabilmente al suo inizio. Forse il mausoleo fu eretto dall’Imperatore Onorio nell’anno 404 o poco dopo, e la statua probabilmente è stata fusa proprio a Roma, quando sotto gli auspici degli Imperatori romani l’arte doveva ancora fiorire nelle officine.
59. Comunque, resta il fatto che questa è fino ad oggi la più antica statua cristiana che si conosca nel mondo intero. E si trova a Roma. E questo è un altro dei primati che la chiesa di Roma può vantare.
60. Credo che sia giunto il momento di trarre qualche conclusione da quanto abbiamo detto.
61. Sappiamo che oggi Roma non gode di buona fama presso la cultura dominante dell’Italia «laica». Esiste una vera e propria avversione per questa città, così importante per la fede cattolica.
62. Questa avversione nasce già ai tempi di Lutero e si sviluppa con la feroce lotta al cattolicesimo iniziata dal protestantesimo e proseguita dal laicismo.
63. Questa avversione si alimenta dal fatto che, al contrario di quanto speravano i massoni fautori del Risorgimento, i romani non insorsero contro il Papa, non erano affatto scontenti del governo papale, del potere temporale del Papa e, così facendo, non diedero pretesti al governo italiano per intervenire con le armi per «liberare» i romani dalla «oppressione» dello Stato Pontificio. Questo non venne loro mai perdonato dai vincitori.
64. In tal modo, l’occupazione di Roma, nel settembre del 1870, e la distruzione dello Stato Pontificio si risolse, nei fatti, ad una operazione militare di occupazione, di vera e propria invasione.
65. Ora, per noi cattolici Roma ha un significato singolare. E la città che Dio ha prescelto per essere la sede del Pontefice, è la città che la Provvidenza ha voluto fosse il cuore della Chiesa cattolica; è la città che conserva, come abbiamo visto, importanti primati nei confronti di tutte le altre chiese esistenti nel mondo.
66. La Roma cristiana, la Roma papale, la Roma capitale dello Stato Pontificio entra a pieno titolo nel cuore di ogni cattolico e questa vicinanza la trasformiamo in preghiera per il Papa e per la Chiesa.
67. Grazie e a risentirci fra quindici giorni.

Bibliografia

Margherita Guarducci, Le chiavi sulla pietra Studi, ricordi e documenti inediti intorno alla tomba di Pietro in Vaticano Piemme, Casale Mon.to (AL) “95
Margherita Guarducci, II primato della Chiesa di Roma Rusconi, Milano 1991
Margherita Guarducci, La tomba di san Pietro Rusconi, Milano 1989
Gianpaolo Barra, Il Primato di Pietro nella storia della Chiesa, Mimep-Docete, Pessano (MI) 1995

Pubblicato in Apologetica
Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

La Verità del Cattolicesimo

tratto da una trasmissione dell’apologeta Giampaolo Barra tenuta su Radio Maria

La Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger il 6 agosto dell’anno 2000 ha emanato un documento intitolato “Dominus Iesus” e in questo documento sono esposti e chiariti, con le dovute ragioni, temi fondamentali della nostra fede cattolica.

Temi che riguardano la “unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”.

Noi vogliamo riprendere da questo documento alcune considerazioni che si prestano anche ad una lettura sanamente apologetica. Cercheremo di cogliere quegli elementi che sono importanti per il discorso apologetico.

Questo documento è importante anche perché ricorda, proprio in apertura, che la missione della Chiesa, che è quella di annunciare ad ogni uomo Gesù Cristo, è oggi messa in pericolo dal “relativismo”, cioè da quelle teorie che vogliono giustificare il pluralismo religioso, cioè l’esistenza di tante religioni, non solo “de facto”, cioè nei fatti, ma anche “de iure”, cioè per principio, come se fosse una cosa buona, voluta da Dio che ci siano tante religioni così diverse tra loro.

E questo tipo di relativismo – diciamolo apertamente – ha fatto breccia anche nella mente di tanti cattolici, che non sono più capaci né di apprezzare la verità e la bontà della fede che professano, né il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo.

Bisogna porre rimedio a questo danno, anche a costo di scontentare tanti interlocutori del cosiddetto “dialogo interreligioso” perché si tratta di un punto sul quale noi cattolici non possiamo venir meno.

Ricordo che all’epoca della pubblicazione della “Dominus Iesus” si alzarono grandi proteste. Hanno protestato gli Ebrei, che hanno minacciato di non partecipare in Vaticano alla giornata giubilare loro dedicata; hanno protestato i Protestanti (e mi si perdoni il gioco di parole). Ha protestato anche il mondo laicista.

Insomma, abbiamo visto levarsi una notevole protesta proveniente da mondi e da realtà molto diverse tra loro, ma che ha usato argomenti e toni sostanzialmente identici, che possiamo raccogliere in poche affermazioni.

Una prima: la Chiesa, con questo Documento, avrebbe rinnegato il Concilio Vaticano II;

una seconda: la Chiesa, sempre con questo Documento, avrebbe fatto un passo indietro nel dialogo tra cristiani e appartenenti ad altre religioni; quindi, avrebbe messo in pericolo questo dialogo;

una terza: la Chiesa avrebbe assunto una posizione di chiusura, arroccandosi in difesa di una verità dogmatica;

e, per ultimo, si è persino sentito dire che questo Documento sarebbe stato voluto dal Cardinale Ratzinger e dai membri della Congregazione per la Dottrina della Fede all’insaputa, forse in dissenso, del Santo Padre.

Insomma, si tratta, come possiamo facilmente immaginare, di accuse certamente pesanti. Cominciamo subito con lo sgomberare il campo dall’ultima. A questa accusa ha pensato bene di rispondere lo stesso Giovanni Paolo II, all’Angelus dell’1 ottobre 2000, quando ha invitato tutti noi cattolici a leggere, comprendere e accettare questo importante Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede.

In verità, a pensarci bene, non era necessario che si scomodasse il Papa in persona. Sarebbe stato sufficiente leggere la conclusione del Documento che recita così: “Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’udienza concessa il giorno 16 giugno 2000 al sottoscritto cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, con certa scienza e con la sua autorità apostolica ha ratificato e confermato questa Dichiarazione, decisa nella sessione plenaria, e ne ha ordinato la pubblicazione”. Firmato cardinale Joseph Ratzinger.

Vedete bene il tono solenne della conclusione. Il Papa, “con certa scienza e con la sua autorità apostolica”, cioè in virtù del suo essere Successore di Pietro e Capo visibile della Chiesa Cattolica, ha “ratificato” e “confermato” il contenuto di questo documento.

Ora ne consegue che chi lo contesta – e qui vorrei richiamare l’attenzione di quei nostri fratelli cattolici che hanno espresso qualche dubbio — deve tener conto che sta contestando ciò che il Sommo Pontefice “con certa scienza” e con la sua “autorità apostolica” ha ratificato e confermato.

Ora, detto questo, va fatta anche un’altra precisazione, della quale pochi sembrano aver tenuto conto. Nella Introduzione al documento si precisa che non si è inteso “trattare in modo organico” il tema della unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, ma – e questo è importante – si è voluto esporre la dottrina della fede cattolica riguardo questi articoli fondamentali della nostra fede.

Ora, sarebbe stato sufficiente prendere in considerazione questa affermazione per evitare di accusare la Chiesa di avere cambiato posizione rispetto al dettato del Concilio Vaticano II. In realtà, questo Documento richiama ciò che la Chiesa insegna da duemila anni, senza interruzione, riguardo la salvezza che ogni uomo riceve da Gesù Cristo per mezzo della Chiesa.

Questo viene detto esplicitamente nella stessa introduzione quando si afferma che “la Dichiarazione riprende la dottrina insegnata in precedenti documenti del magistero, con l’intento di ribadire le verità che fanno parte del patrimonio di fede della Chiesa”.

Ma dobbiamo aggiungere che se questa affermazione fosse stata tenuta in debito conto da tutti, forse si sarebbero evitate altre accuse. Quelle, per esempio, di aver creato un ostacolo al dialogo con i membri delle altre confessioni religiose.

Su questo punto delicato dobbiamo spendere una parola.

Tutti noi sappiamo bene che un dialogo, per essere fecondo e portare frutti, deve partire da una posizione di chiarezza: bisogna che gli interlocutori, coloro che dialogano, si conoscano bene per quello che sono, senza infingimenti, senza trucchi, senza nascondersi, senza mentire.

Bisogna conoscere l’interlocutore, bisogna capire che cosa pensa, aver chiaro in che cosa crede, sapere che cosa intende fare. Ma bisogna anche che l’interlocutore sappia bene chi siamo e in che cosa crediamo.

Ora, questo Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si limita proprio a questo: espone con chiarezza e semplicità quello che la Chiesa Cattolica ha sempre creduto e ancora crede, da duemila anni, e sempre crederà riguardo l’unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa.

Questo è il modo di presentarsi della Chiesa, è un dire ai nostri interlocutori che noi crediamo queste verità, che la nostra fede parte da queste verità e che è bene, quando si dialoga, che anche i nostri interlocutori conoscano quello che noi professiamo, abbiano ben chiaro quello che la Chiesa crede, che noi cattolici professiamo.

Naturalmente, la Chiesa non vuole obbligare nessuno a credere che soltanto Gesù Cristo è il Salvatore dell’uomo e che soltanto la Chiesa Cattolica è la vera Chiesa edificata da Gesù Cristo.

E’ chiaro che la Chiesa vorrebbe convincere di queste verità tutte le genti, tutti i popoli, ma non vuole costringere nessuno ad abbracciare la fede cattolica.

Se si fosse capito bene questo punto, se si fosse letto bene il Documento, io credo che gli Ebrei, i Protestanti e quanti altri hanno levato la loro voce contro questo Documento non lo avrebbero fatto. Anzi: avrebbero preso atto – ma in fondo già lo sapevano – che la Chiesa professa questa fede e non un’altra.


La Chiesa

Andiamo avanti. C’è un altro punto che dovrebbe essere ben compreso soprattutto da noi cattolici, ai quali in primo luogo è rivolto il Documento che stiamo esaminando, ma anche dai nostri interlocutori.

Il punto è questo: la Chiesa crede di avere una missione evangelizzatrice universale, cioè crede di avere il compito di presentare e portare il Vangelo a tutti gli uomini, anche a coloro che non credono, anche a coloro che professano un’altra religione, che dicono di credere in Dio ma non conoscono Gesù Cristo, oppure Lo conoscono ma Lo rifiutano.

Non si può onestamente dare colpa alla Chiesa di avere questa pretesa. Questa convinzione, questa missione universale non è nata per opera di qualche Papa o di qualche istituzione ecclesiale, ma è stata voluta direttamente da Gesù Cristo.

E’ Gesù Cristo che ha affidato alla Chiesa il compito di battezzare tutte le genti, tutti i popoli di tutte le nazioni, e di battezzarli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Opportunamente, la Dichiarazione Dominus Iesus riporta, proprio in apertura, alcuni brani del Vangelo nei quali si trova l’esplicito comando di Cristo e portare il Vangelo ad ogni creatura.

San Marco scrive: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,1516).

Come si vede, come si può facilmente capire, non è possibile chiedere alla Chiesa Cattolica, che da duemila anni annuncia il Vangelo, di rinunciare – per amore del dialogo, per amore del quieto vivere, per un presunto rispetto di tutte le religioni – alla missione universale di evangelizzare solo perché questo non piace a qualcuno.

Oppure, non si può chiedere alla Chiesa di portare il Vangelo solo in qualche parte del mondo, e di non evangelizzare quelle terre e quei popoli che sono soggetti ad altre religioni.

Non solo la Chiesa disobbedirebbe al suo fondatore Gesù Cristo, ma verrebbe snaturata essa stessa: la Chiesa esiste per portare Gesù Cristo e il Vangelo a tutto il mondo, a tutti gli uomini. Se eliminiamo questo compito, non avremmo più la Chiesa, ma un’altra cosa.

Ricordiamo anche quello che scrive san Paolo, e che la Dichiarazione Dominus Iesus ricorda,: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è una necessità che mi si impone: guai a me se non predicassi il Vangelo» (1 Cor 9,16).

Ora, tra coloro che hanno contestato il Documento sembra di poter dire – questa è una impressione personale – che ci sia qualcuno che desidera proprio questo: vuole che la Chiesa smetta di credere che Gesù e il Vangelo sono destinati a tutti gli uomini; vuole che Gesù Cristo e il Vangelo siano posti sullo stesso piano di altri uomini e altri libri ritenuti sacri da altre religioni. Questo la Chiesa non lo può accettare, perché è contrario alla volontà del suo fondatore e alla verità del Vangelo.

Badate bene, amici ascoltatori: non è una questione di superbia: nessuno – torno a dire – viene obbligato a credere alla verità del Vangelo, ma nessuno può chiedere alla Chiesa, o obbligare la Chiesa, a non insegnare più il Vangelo.


Gesù Cristo

Andiamo avanti. C’è un altro punto di questa Dichiarazione che ha suscitato polemiche molto accese. Ed è forse il punto più importante di tutta la Dichiarazione.

Il punto contestato riguarda proprio l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo.

Come possiamo tradurre in parole povere questi termini? Direi così: la Chiesa cattolica dichiara a tutti i suoi interlocutori che essa crede che soltanto Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è il Salvatore dell’uomo e che non esiste altro nome per mezzo del quale è possibile salvarsi.

Il Documento sente il bisogno di chiarire questo punto. E’ un punto contestato, ma il Documento risponde: “..deve essere fermamente creduta, come dato perenne della fede della Chiesa, la verità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Signore e unico salvatore, che nel suo evento di incarnazione, morte e risurrezione ha portato a compimento la storia della salvezza, che ha in lui la sua pienezza e il suo centro”.

Ora, vogliamo sottolineare una espressione che forse è sfuggita: “come dato perenne della fede della Chiesa”.

Cioè, questo dato di fede (la fede in Gesù Cristo unico Salvatore) è sempre stato creduto ed insegnato dalla Chiesa, lo è oggi e lo sarà sempre. La Chiesa ha creduto, crede e sempre crederà che Gesù Cristo ha portato definitivamente a compimento la storia della salvezza e che non ci sarà un altro salvatore dopo di lui”.

La Chiesa crede questo perché questo è stato insegnato da Gesù Cristo e questo è scritto nei Libri del Nuovo Testamento. Nel Documento sono riportati molti esempi tratti dalla Sacra Scrittura e chi vuole può leggerli. Resta il fatto che non la Chiesa, ma Gesù Cristo stesso ha disposto le cose in questo modo. E la Chiesa deve restare fedele a Gesù Cristo; è importante che questo venga ben spiegato agli interlocutori del dialogo interreligioso.

Proseguiamo nella riflessione. Dire che solo Gesù Cristo è Salvatore dell’uomo non vuol dire – attenti bene – che chi non è cristiano, non per colpa sua, viene escluso dalla salvezza, viene escluso dal Paradiso ed è destinato all’inferno. La Chiesa non ha mai insegnato questo. Ma ha sempre creduto, ed insegnato, che se un non cristiano si salva, il suo Salvatore è sempre Gesù Cristo, anche se lui non lo sa.

E aggiungo: noi crediamo che Gesù Cristo, con l’invio dello Spirito Santo, ha compiuto e completato la Rivelazione di Dio. L’ha “compiuta e completata” vuol dire che non ci sarà alcuna rivelazione pubblica che vada ad aggiungersi alla Rivelazione (n. 5).

Questo vuol dire che è sbagliato pensare, come succede talvolta di sentire anche in casa nostra, che la rivelazione di Gesù Cristo sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni (n. 6). Quasi che dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo dalle altre religioni che si aggiunga alla nostra vera religione.

Chiarissima poi la distinzione che troviamo nella Dominus Iesus tra “vera fede” e “credenza nelle altre religioni”.

E’ un discorso complesso, di carattere teologico, nel quale non voglio entrare. Ma almeno un richiamo mi è proprio d’obbligo.

Naturalmente, la risposta che ogni uomo deve alla rivelazione di Gesù Cristo è la fede, l’«obbedienza della fede», cioè il «pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela» (n. 6).

La “vera fede” è adesione di tutto l’uomo a Dio e a tutta la verità che Dio ha rivelato. La “credenza” nelle altre religioni è un insieme di idee e di esperienze che nascono dall’uomo che si è messo a cercare la verità.

E’ importante capire bene questa distinzione. Perché, si legge nella Dominus Iesus, c’è il rischio di ridurre, addirittura di annullare, le differenze tra il cristianesimo e le altre religioni. E questo è un rischio molto grosso, che dobbiamo evitare.


Unicità della Chiesa

Andiamo avanti. Strettamente collegato – e consequenziale – a questo dato di fede il Documento spiega bene un altro dato, quello relativo alla unicità e unità della Chiesa.

Il Documento che stiamo esaminando invita innanzitutto i cattolici a credere fermamente che: “Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola su Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica” (n.16).

E il documento precisa anche che noi cattolici siamo «tenuti a credere» che esiste una continuità storica “tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica”, continuità storica che è possibile spiegare anche dal punto di vista apologetico, documenti storici alla mano, prove alla mano.

Proprio questa sera, possiamo riassumerle in modo sintetico.

Un primo punto: stando al Vangelo, Gesù ha edificato una sola Chiesa: “Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”, narra Matteo al cap. 16.

Questa Chiesa doveva possedere alcune caratteristiche, due delle quali sono storicamente verificabili.

La prima: doveva durare per sempre (“E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”). La seconda: doveva avere per fondamento visibile Simon Pietro (“Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”).

E’ chiaro che, dovendo durare per sempre, anche il fondamento “Pietro” doveva durare per sempre, quindi passare ai suoi successori.

Ora, dal punto di vista storico, solo la Chiesa cattolica ha conservato intatte queste due caratteristiche. Solo la Chiesa cattolica ha duemila anni di età e conserva intatto il Primato di Pietro che, da Pietro e attraverso altri 263 pontefici, è giunto fino a Papa Giovanni Paolo II (il documento è posteriore alla morte di Giovanni Paolo II, il nuovo Papa è Benedetto XVI).

Tutte le comunità ecclesiali che fanno capo alla variegata famiglia protestante, le comunità ecclesiali anglicane, i valdesi, i Testimoni di Geova (che per la verità, non credendo nella divinità di Cristo, non sarebbero da considerare cristiani in senso stretto), non hanno duemila anni di età e non hanno il fondamento Pietro.

Le Chiese ortodosse, dell’Oriente cristiano, possono bensì vantare la successione apostolica, risalire fino a Gesù, ma non hanno conservato il Primato di Pietro. Dunque, solo la Chiesa cattolica è quella edificata da Gesù Cristo.

Chiedo scusa per la breve e superficiale sintesi apologetica, ma riprendo quanto scrive il Documento della congregazione per la Dottrina della Fede: “Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui” (n. 17).

il documento invita soprattutto noi cattolici ad avere le idee ben chiare in questa materia. C’è in giro la vaga idea che la vera Chiesa di Cristo sia ancora da costituire, sia da ricercare, sia da trovare e costruire grazie all’esperienza, alla storia, alla dottrina delle varie Chiese o comunità ecclesiali che si stanno impegnando nel dialogo ecumenico.

Il documento è chiaro ed esprime la dottrina di sempre: la vera Chiesa di Cristo esiste già, vive ed opera da duemila anni, ed essa è la Chiesa cattolica.

Ora, a dimostrazione che non si tratta di una novità, ma che si tratta di dottrina perennemente insegnata dalla Chiesa, nel Documento si cita, tra parentesi o in nota, sia alcuni passi del Vangelo, sia la fede professata dai primi cristiani, come il grande vescovo s. Ireneo, vissuto nel II secolo, sia il grande sant’Agostino, per salire su su fino al Concilio Vaticano II che insegna esattamente – e non poteva fare altrimenti – la stessa cosa.

A questo punto, potrebbe sorgere una domanda: che cosa dobbiamo pensare delle altre Chiese e confessioni cristiane non cattoliche? Che cosa ci dice in merito la nostra dottrina?

La dichiarazione Dominus Iesus risponde in questo modo: «Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa cattolica, restano unite a essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del primato che, secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa» (n. 17).

Chi ricorderà le nostre conversazioni sul Primato di Pietro sa che qui si sta parlando delle Chiese cosiddette “ortodosse”, che vantano al pari della Chiesa cattolica la successione apostolica, ma non obbediscono al Papa.

E’ importante notare come il Primato di Pietro, ribadisce la Dominus iesus, è stato voluto da Dio, non creato dalla Chiesa, magari nel secondo millennio, dopo la separazione da parte dell’Oriente dalla Chiesa di Roma, come qualche volta si legge o si sente dire anche in casa nostra.

Invece, si legge nella Dominus Iesus, le «comunità ecclesiali che non hanno conservato l’episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio».

E qui si sta parlando di tutta la famiglia protestante, alle cui comunità noi non possiamo riconoscere il titolo di “chiese”.

E tuttavia, aggiunge la Dominus Iesus, poiché i membri di queste comunità sono battezzati, proprio in virtù del battesimo sono in qualche modo in una certa comunione con la Chiesa, comunione naturalmente imperfetta.

Non voglio entrare nell’analisi teologica di queste considerazioni proprio perché questo è il compito dei teologi e io voglio rispettare il carattere delle nostre conversazioni, che sono conversazioni di apologetica e non di teologia.

Ma mi sembrava opportuno almeno ricordare queste verità così come sono espresse nella Dichiarazione Dominus Iesus, perché sono importanti per la nostra fede.


Conclusione

In conclusione, voglio ricordare a tutti noi cattolici che, se da un lato dobbiamo essere grati a Dio del dono immeritato di appartenere, con il battesimo, alla sola vera Chiesa edificata da Gesù Cristo, dall’altro lato stiamo bene attenti alla responsabilità che deriva dal saper usare bene di questo dono.

Non crediamoci già salvi solo perché siamo cattolici. E non pensiamo che chi non è cattolico, solo perché non è cattolico, si perde.

Per chi volesse approfondire ecco la Dominus Iesus da sito vaticano Dichiarazione DOMINUS IESUS.

Pubblicato in Apologetica

Impariamo a conoscere l’unica Chiesa di Cristo:

LA CHIESAUNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

811 « Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ». 261 Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, 262 indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

812 Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. « La Chiesa – ricorda il Concilio Vaticano –, a causa della sua eminente santità […], della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina ».

I. La Chiesa è una

«Il sacro mistero dell’unità della Chiesa»

813 La Chiesa è una per la sua origine: « Il supremo modello e il principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo ». La Chiesa è una per il suo Fondatore: « Il Figlio incarnato, infatti, […] per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, […] ristabilendo l’unità di tutti i popoli in un solo popolo e in un solo corpo ». La Chiesa è una per la sua « anima »: « Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa ». È dunque proprio dell’essenza stessa della Chiesa di essere una:

« Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa ».

814 Fin dal principio, questa Chiesa « una » si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell’unità del popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; « nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni ». La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all’unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell’unità. Anche l’Apostolo deve esortare a « conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4,3).

815 Quali sono i vincoli dell’unità? Al di sopra di tutto la carità, che « è il vincolo di perfezione » (Col 3,14). Ma l’unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione:

— la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli;
— la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti;
— la successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio.

816 « L’unica Chiesa di Cristo… » è quella « che il Salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste [«subsistit in»] nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui ».

Il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: « Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio ».

II. La Chiesa è santa

823 « Noi crediamo che la Chiesa […] è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », e i suoi membri sono chiamati « santi ».

824 La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità».

825 « La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste ».

826 La carità è l’anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »:

« Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l’Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!… Insomma che è Eterno!… ».

827 « Mentre Cristo «santo, innocente, immacolato», non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ». Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

« La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ».

828 Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. « I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa ». Infatti, « la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario ».

829 « Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria »: in lei la Chiesa è già tutta santa.

III. La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire «cattolica»?

830 La parola « cattolica » significa « universale » nel senso di « secondo la totalità » o « secondo l’integralità ». La Chiesa è cattolica in un duplice senso.

È cattolica perché in essa è presente Cristo. « Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica». In essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo, e questo implica che essa riceve da lui « in forma piena e totale i mezzi di salvezza » che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di pentecoste e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

831 Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano:

« Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. […] Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell’unità del suo Spirito».

Ogni Chiesa particolare è «cattolica»

832 La « Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro Pastori, sono anche esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. […] In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore […]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica ».

833 Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l’eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro Vescovo ordinato nella successione apostolica. 317 Queste Chiese particolari sono « formate a immagine della Chiesa universale »; in esse e a partire da esse « esiste la sola e unica Chiesa cattolica ».

834 Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, « che presiede alla carità ». « È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato ». « Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa ».

835 « Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione […] di Chiese particolari […]. È la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse ». La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle « Chiese locali tra loro concordi dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa ».

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

836 « Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio […], alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza».

837 « Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo – che la dirige mediante il Sommo Pontefice e i Vescovi – dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane, sì, in seno alla Chiesa col «corpo» ma non col «cuore»».

838 « Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l’unità della comunione sotto il Successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita». «Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica».327 Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così profonda « che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizzi una celebrazione comune della Eucaristia del Signore».

«Fuori della Chiesa non c’è salvezza»

846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:

Il santo Concilio « insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare ».

IV. La Chiesa è apostolica

857 La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:

— essa è stata e rimane costruita sul « fondamento degli Apostoli » (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso;

— custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli;

— fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, « coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa ».

« Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito Pastori ».

La missione degli Apostoli

858 Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, « chiamò a sé quelli che egli volle […]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare » (Mc 3,1314). Da quel momento, essi saranno i suoi « inviati » (è questo il significato del termine greco •B“FJ@8@4). In loro Gesù continua la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv 20,21). Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: « Chi accoglie voi, accoglie me », dice ai Dodici (Mt 10,40).

859 Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2 Cor 3,6), « ministri di Dio » (2 Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2 Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).

860 Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. La « missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli […] ebbero cura di costituirsi dei successori ».

I Vescovi successori degli Apostoli

861 «Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’incarico di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero».

862 «Come quindi permane l’ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l’ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei Vescovi ». Perciò la Chiesa insegna che « i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali Pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato».

L’apostolato

863 Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è « inviata » in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. « La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato ». Si chiama « apostolato » « tutta l’attività del corpo mistico » ordinata alla « diffusione del regno di Cristo su tutta la terra ».

864 « Siccome la fonte e l’origine di tutto l’apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell’apostolato », sia quello dei ministri ordinati sia quello « dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo ». Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l’apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell’Eucaristia, rimane sempre « come l’anima di tutto l’apostolato ».

865 La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi « il regno dei cieli », « il regno di Dio », che è venuto nella persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi « santi e immacolati al cospetto » di Dio « nella carità », saranno riuniti come l’unico popolo di Dio, « la Sposa dell’Agnello », « la Città santa » che scende « dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio »;e « le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello » (Ap 21,14).

Pubblicato in Sana Dottrina
Giovedì, 27 Febbraio 2014 00:00

Mamme, non abortite ...MAI!!!

Bellissima testimonianza . Lode a Dio per queste mamme con la M maiuscola!!!

Le scrivo per dare la mia testimonianza su un fatto simile a quello della mamma che ha partorito un bimbo senza occhi a maggior gloria di Dio. 
Tre anni fa mi accorsi di aspettare un bimbo e fu una gran sorpresa, così ringraziai con gioia il Signore per l’inaspettato dono. Dopo pochi mesi, a seguito di controlli, il mio medico di fiducia mi disse che quasi sicuramente il bimbo era affetto da gravissime patologie 
invalidanti. Sconvolta come si può ben immaginare, decisi di rivolgermi ad un altro medico per sentire un diverso parere sul caso ma ebbi la stessa sentenza di condanna oltre il consiglio di abortire subito, prima che fosse troppo tardi. Così girai di medico in medico per sentirmi dire ciò che il mio cuore desiderava e cioè che il mio bimbo fosse sano, ma invano. Nonostante ciò la mia fede non vacillò di un millimetro. In preda alla disperazione mi inginocchiai davanti al Santissimo e lo pregai ardentemente tutti i giorni fino al parto. Rifiutai anche l’amniocentesi dicendo al medico:» non é mio diritto e di nessun altro indagare sullo stato di salute di un figlio del Signore, solo Lui deve sapere. Sia fatta solo la Sua volontà, io l’accetterò.». E il Signore ha avuto pietà di noi, il bimbo é nato perfettamente sano e bellissimo, una forza della natura! Vorrei dire a tante madri di confidare in Dio, in Gesù, in Maria, nei Santi e di non ascoltare medici 
che consigliano l’aborto in nessun caso!
Grazie per l’attenzione, un saluto cordiale.
(Testimonianza vera ricevuta da me d. Tullio Rotondo e pubblicata con il consenso scritto della persona, che l’ha fatta per la più grande gloria di Dio).

Domenica, 16 Febbraio 2014 18:44

Il ritorno di Nestorio

 
madonna in preghiera
 
 
 
 
Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio di nestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 
Vero Dio e vero Uomo?

 
Come ho già avuto modo di notare, l’incontenibile e talvolta ossessiva avversione di molti evangelici per la figura di Maria nasconde qualcosa di molto più grosso di quella – a sua volta morbosa – paura dell’idolatria. L’appellativo di “Madre di Dio” suona loro come una bestemmia, né può giovargli la spiegazione che Maria lo è solo in quanto madre di Cristo come Dio Incarnato. Per il semplice motivo che molti di loro alla divinità di Cristo non credono proprio. Per quanto può sembrare incredibile, chi frequenta i pentecostali prima o poi si trova di fronte a domande del tipo “ma nella Scrittura dove sta scritto che Cristo è Dio”?
 
Secondo loro infatti “non sta scritto”, anzi è detto tutto il contrario. E quindi vi daranno anche illuminanti prove “bibliche” come il fatto che Dio non può essere tentato (Gc 1, 1314) mentre Cristo lo fu. Oppure che il Figlio di Dio “è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita” (Eb 7, 3), mentre i Vangeli riportano la genealogia di Gesù. Fino a negare l’Incarnazione in quanto il Messia sarebbe stato solo un uomo in cui abitava la deità (Col 2, 9), cosa che spiegherebbe ad un tempo l’assunzione da parte sua di prerogative divine (come il perdono dei peccati) e l’equivoco di chi per questo lo ha scambiato per Dio in persona.  Una vera e propria Incarnazione non sarebbe infatti avvenuta, e comunque non in Maria. Infatti, almeno durante la vita terrena di Cristo, nessuno lo avrebbe mai chiamato Dio ed è inutile spiegare loro che appellativi come “il Signore” e “Figlio di Dio” (cioè della stessa natura di Dio) invece vogliono dire proprio questo. Né serve citare episodi come l’adorazione dei Magi, ignorata o negata proprio come fanno i testimoni di Geova. Il tutto condizionato da una certa confusione che spesso porta a stridenti contraddizioni e a continue oscillazioni tra arianesimo (negazione della divinità di Cristo) e nestorianesimo (negazione dell»unione ipostatica per cui Cristo avrebbe due nature separate). Infatti, non si può più dire che Gesù Cristo sia Dio ma che in Gesù Cristo era presente Dio.
 
 
 
 
 
Un semidio nascosto

 
Infatti non è chiaro se Gesù sia per loro un uomo posseduto dalla divinità o un dio che, assumendo l’umanità, si è liberato della natura divina per poi riprenderla dopo la resurrezione. Una sorta di semidio decaduto che, come Ercole, deve passarne di tutti i colori per tornare all’Olimpo, per cui allo stesso tempo è dio ma non lo è; come se fosse possibile una via di mezzo: avere la natura divina, ma non abbastanza per essere Dio. Come al solito, anche qui ogni evangelico tende a farsi la sua teoria ma una cosa è certa ed è il rifiuto – anche se occultato – della cristologia ortodossa sancita dalla Chiesa universale riunita nel Concilio di Calcedonia. Il nestorianesimo è una base comune su cui sono state innestate fantasie di ogni tipo, come questa divinità che si spegne e si accende a mò di una lampadina, fino a conclusioni quasi ariane. 
 
 
Ma tutto questo non avviene alla luce del sole, ed è facile immaginare il perché. Molti di questi evangelici appartengono alle ADI che, almeno sul loro sito, professano ancora una cristologia ortodossa. Quanto quelle parole siano sincere non saprei dire, potrebbe trattarsi anche qui di uno specchietto per le allodole. Di sicuro le Adi non sembrano affatto interessate a contrastare il ritorno delle eresie cristologiche tra le loro fila. Tra le chiese evangeliche vige spesso un certo relativismo teologico (purchè non si tratti di condannare la Chiesa). Ad ogni modo, almeno per ora, questa nuova forma di nestorianesimo viene tenuta perlopiù segreta, non la troverete mai esposta in un sito evangelico né un pentecostale verrà mai a parlarvi di queste cose. Piuttosto verrà a parlarvi di Maria e di come la avete divinizzata, ma mai a dirvi che Gesù (entità distinta dal Cristo) non è Dio: quando questa sarebbe la cosa più importante da riferire. In quel caso, però, la loro predicazione assumerebbe una chiara connotazione anticristiana che li squalificherebbe a priori. Sanno bene che la predicazione antimariana è un ottimo grimaldello: da un lato va a colpire al cuore la dottrina della Chiesa, mentre dall’altro si può demolire la divinità di Cristo senza nemmeno nominarlo. Inoltre Maria, come figura femminile, è più vulnerabile ad attacchi stereotipati e misogini (del tipo “non capiva; non ascoltava; non credeva” ecc…). Secondo molti evangelici, la “benedetta tra le donne” per tutte le generazioni avrebbe infatti esaurito il suo compito dando alla luce Gesù: cioè le attribuiscono un comportamento che non assumerebbe nemmeno la peggiore delle madri (Is 49, 15).
 
 
 
 
Come scoprire un nestoriano

 
Ma stanare questi nestoriani “nicodemisti” non è difficile, basta incalzarli con domande del tipo “Credi che Gesù sia sempre stato vero uomo e vero Dio, con due nature unite in una sola persona?”. Può essere utile anche riportare le espressioni dei grandi concili cristologici, la chiarezza del Magistero opposta alle loro elucubrazioni impedisce di nascondersi ulteriormente. Anche se, puntualmente (almeno a me è capitato quasi sempre), dopo essere venuti allo scoperto fanno subito marcia indietro lamentando di essere stati fraintesi. Anche se magari hanno affermato di essere proprio d’accordo con Nestorio. 

Tra gli altri, io ho parlato anche con due pastori Adi. Il primo mi ha detto di essersi convinto della consequenzialità tra la divinità di Cristo e il titolo di “Madre di Dio” per Maria, ma riconoscere quest’ultimo vorrebbe dire sconfessare in maniera troppo plateale una secolare tradizione anti-ecclesiastica. Quindi il problema doveva essere nella divinità di Cristo, negata infatti da una lettura “ispirata” della Sacra Scrittura secondo cui – almeno sulla Terra – Gesù sarebbe stato solo vero uomo e non vero Dio. Il secondo pastore, invece, dopo molte reticenze mi ha fatto una domanda molto significativa: “Ma secondo te sulla croce è morto l’uomo o Dio?”. Confermandomi poi che, secondo lui, sulla croce è morto l’uomo Gesù ma non Dio. Non stupisce che questo sia un argomento proprio di Nestorio che non accettava si dicesse che il Figlio di Dio fosse morto sulla croce: neanche specificando che questo gli era avvenuto in quanto uomo. Ed è così che i pentecostali oggi negano in maniera evidente l’unione ipostatica delle due nature, per cui quando le cose vanno male e l’uomo Gesù muore – essendo una sorta di tramite – il dio lo lascia. In questo senso non c’è Incarnazione, e anche quando dicono di crederci ne intendono una puramente virtuale in cui la natura divina si congiunge solo a quella umana ma senza unirsi in una sola persona (unione ipostatica). Infatti non esiste Gesù Cristo, ma un uomo (Gesù) che contiene un dio (Cristo). Non due nature, quindi, ma due persone. Tutta la teologia di Dio che si fa uomo per redimere l’umanità, entrando nella morte e sconfiggendola, sembra diventata del tutto accessoria. Non a caso, molti pentecostali sono allergici a croci e crocifissi e accusano la Chiesa di predicare un «Cristo crocifisso» (1 Cor 23) che secondo loro sarebbe in contraddizione con quello «risorto». E» chiaro che, se Dio non si è davvero fatto uomo, quello della croce non può che essere «scandalo» e «stoltezza». 


 
I nestoriani inconsapevoli

 
Ma il grado di penetrazione di questa nuova forma di nestorianesimo non è uguale per tutti gli evangelici. Ci sono infatti i nestoriani consapevoli (li si può facilmente individuare anche perché di solito sono quelli più arrabbiati contro l’ingombrante figura di Maria) e quelli inconsapevoli. In questi ultimi ci sono diversi gradi di inconsapevolezza, ma tutti sono portatori (talvolta sani) di questo germe. Ci sono infatti evangelici che credono davvero alla cristologia calcedonese, ma si sentono così legati alla predicazione antimariana che all’occorrenza diventano nestoriani. Nell’illusione che si tratti di posizioni conciliabili tra loro, probabilmente anche perché non vengono del tutto comprese. In pratica sono nestoriani quando si parla di Maria, ma sono calcedonesi per quanto riguarda Gesù (è il caso, di solito, dei butindariani). Con una tale ambiguità, non è difficile immaginare che col tempo molti finiscano per passare dalla premessa di Nestorio (Maria madre di Cristo e non di Dio) alla tesi vera e propria (negazione della divinità di Cristo, secondo le declinazioni che ciascuno preferisce). Finendo poi per fare ancora un altro passo: Maria madre di Gesù (cioè dell’uomo) e non di Cristo (Dio). E sembra che il progetto sia proprio questo: non predicare apertamente il nestorianesimo ma seminarlo nelle sue premesse, così che ognuno ci possa arrivare da solo e credere che sia una rivelazione divina. Alla quale necessariamente arriveranno anche gli altri ma che – per il momento – è meglio non scandalizzare.


Conclusioni


 
Questa strategia è, almeno per l’ultimo pentecostalismo, sistematica e non occasionale. Infatti ci sono molti concetti teologici che i pentecostali condividono solo apparentemente ma ai quali — in realtà — attribuiscono significati completamente diversi da quelli della Tradizione cristiana. Se può capitare che un nestoriano sia convinto di credere a Cristo come vero Dio e vero Uomo in una sola persona, allora può anche dire di credere alla Trinità ma negando che sia composta da tre Persone distinte (usando cioè argomenti tipici degli unitariani per negare la Trinità). Infatti anche quella dell’unitarianesimo inconsapevole è una realtà molta diffusa, perché è importante mantenere l’apparenza di una predicazione cristiana alternativa. Invece predicare apertamente contro la divinità di Cristo e la Trinità accosterebbe i pentecostali a realtà protestanti ormai del tutto estranee al Cristianesimo come quella dei testimoni di Geova.
 
 
Pubblicato in Pentecostali

 

 

Nel 595 papa Gregorio Magno (540604) entrò in conflitto con il Patriarca di Costantinopoli che aveva assunto il titolo di «ecumenico». Gregorio protestò vivamente inviando molte lettere destinate allo stesso Patriarca e ad altri vescovi. In queste lettere definiva quello di «vescovo universale» come un titolo blasfemo pericoloso per l’unità della Chiesa. Questo fatto è ancora oggi causa di fraintendimento in ambito sia protestante sia ortodosso. Perchè Gregorio rifiutava con tanta forza quel titolo «superbo» anche per se stesso?

Dalle argomentazioni che si leggono nelle sue lettere, si deduce chiaramente che egli per “universale” intendeva «unico»: cioè chi usava quel titolo era come se stesse dicendo che lui era l’unico vescovo della Chiesa e tutti gli altri solo dei suoi delegati. Per questo, ad un vescovo che lo definiva «papa universale» rispose che non era giusto: perché anche lui era vescovo a tutti gli effetti [1]. Tutto questo non influiva minimamente sul ruolo  che Gregorio credeva dovesse avere il vescovo di Roma nella Chiesa. Infatti, come si può leggere nella Treccani egli fu
 

Fermissimo nella difesa dell’ortodossia e della dignità della Chiesa romana, si batté per eliminare lo scisma dei Tre capitoli in Istria e per contestare al patriarca di Costantinopoli il titolo di ecumenico, cioè universale, facendo osservare che tale designazione spettava se mai al solo vescovo di Roma; del resto contrappose a questo titolo quello umile di servus servorum Dei, dopo di lui ripetuto da tutti i suoi successori.

Quindi secondo Gregorio se “universale” era inteso non come «unico» ma in senso gerarchico, allora il titolo spettava al vescovo di Roma. Si tratta di una convinzione testimoniata dalla stessa pastorale di Gregorio Magno che era convinto di essere il vescovo – in quanto successore di Pietro – a cui spettasse la cura di tutta la Chiesa. Per quanto, come oggi, nel rispetto delle prerogative di ogni vescovo nei confronti della sua diocesi. E questo è un concetto ribadito spesso nelle sue lettere:

Per tutti quelli che conoscono il Vangelo, è chiaro che dalla parola del Signore fu affidata la cura della Chiesa universale al santo apostolo Pietro, principe di tutti gli apostoli…Ecco egli riceve le chiavi del regno celeste; a lui è attribuito il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il primato su tutta la Chiesa, e tuttavia non è chiamato apostolo <universale>…[2].

 

E» evidente come Gregorio riconosca il primato petrino e gli attribuisca — di fatto — funzioni universali che non poteva non avere anche il successore del “principe degli apostoli” (espressione che ricorre in moltissime lettere):

La tua dolcissima Santità mi ha parlato molto nella vostra lettera circa la cattedra di San Pietro , il principe degli apostoli , dicendo che lui ora siede su di essa nelle persone dei suoi successori . E anzi io riconosco di essere indegno […] Ma ho accettato volentieri tutto ciò che è stato detto […] Chi ignora che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del principe degli apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi dalla pietra Pietro? E per lui è detto dalla voce della Verità , A te darò le chiavi del regno dei cieli (Mt XVI. 19 ). E ancora gli si dice, e tu una volta ravveduto convertito, conferma i tuoi fratelli ( XXII. 32 ) . E ancora una volta , Simone, figlio di Giona , mi ami tu? Pasci le mie pecorelle ( Joh. XXI . 17 )[3].

 

E’ vero che Gregorio teneva molto alla collegialità con i patriarchi di Alessandria e di Antiochia (non più esistenti da molti secoli) ma – in questa stessa lettera – specifica che spettava al vescovo di Roma il presiedere perché era quella la sede che san Pietro aveva onorato di più. Tanto che – proprio per la questione del titolo “universale” – poteva rivolgersi loro con queste parole:

Vi esortiamo quindi di nuovo al cospetto di Dio e dei suoi santi che osserviate queste norme con sommo zelo e con tutto l’impegno della vostra mente. Se qualcuno, infatti ciò che non crediamo trascurerà in qualche aspetto la presente lettera, sappia di essere escluso dalla pace con san Pietro, principe degli apostoli[4].

 

Quindi, pur non amando fare uso della sua autorità, non si tirava indietro quando la situazione lo richiedeva. Un altro esempio è quello che si legge in quest’altra lettera:

 

abbiamo ritenuto necessario inviare appositamente questi rigorosi ordini scritti, per cui, con l’autorità del beato Pietro, principe degli apostoli, noi comandiamo che….[5].

 


[1]Epistolario, Libro VIII, Lettera XXX. Alcuni stralci dell’Epistolario si trovano in italiano in rete. Per consultarlo nella sua interezza sono fruibili versioni online in inglese o in latino. La prima può essere letta e scaricata qui.http://www.ccel.org/ccel/schaff/npnf212.html

[2]Lettere, V, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1996, p.183.1851869

[3] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book VII, Epistle LX, pp. 796797. Traduzione dall’inglese mia.

[4]Epistolario , Libro V; Lettera XLIII.

[5] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book IV, Epistle X, p. 661. Traduzione mia.

 

 

Gregorythegreat

 

 

 

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Mons. Luigi Negri


   

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