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Domenica, 27 Aprile 2014 00:00

Sulla decima e sul vangelo della prosperità

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Non tutti sanno che nel variegato mondo pentecostale il vangelo della prosperità occupa una parte importante. Di cosa si tratta? È un portato della terza ondata pentecostale e prende il nome di Movimento della fedeNato negli Usa, come al solito, è arrivato in Italia e si sta molto diffondendo in Africa. Il motivo di questo successo non è difficile da comprendere visto che l’unico Dio adorato da costoro è il denaro. Il loro messaggio è sostanzialmente questo: “Se diventi cristiano Dio ti benedice. Essere benedetti da Dio vuol dire diventare ricchi, vivere una vita “abbondante” (significativamente, termini come questo ricorrono spesso fin nei nomi delle loro chiese) e senza malattie”. Un ottimo affare, insomma. La fregatura è che per diventare davvero cristiani bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 116 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 4144 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.
 
Come del resto denunciano molti protestanti di buona volontà. Prima di tutto bisogna però cercare di capire il grado di diffusione di questo “vangelo” in Italia. Sarebbe, infatti, un grandissimo errore ritenere che si tratti di qualcosa confinato alle chiese che esplicitamente si richiamano al Movimento della fede (e che secondo il Cesnur sono una decina, ma probabilmente ce ne sono anche di più). Infatti il successo è stato troppo grande per lasciare indifferenti le altre denominazioni. È stata fondata perfino una grande scuola internazionale chiamata Centro di formazione biblica Rhema che ha la sua filiale anche in Italia. Stando al sito, ci sarebbero nel mondo quasi trentamila diplomati Rhema che in seguito possono anche ricevere licenza e ordinazione ministeriale. È utile saperlo perché se un vostro parente o amico finisce in una chiesa che magari non è nella lista del Cesnur ma ha un pastore Rhema, potete capire subito che il vostro congiunto subirà un bombardamento continuo sul tema ricchezza. Come accennavo prima, queste indicazioni non devono alimentare una falsa sicurezza. Infatti il vangelo della prosperità, magari camuffato o rimodulato, è generalmente diffuso in molte chiese pentecostali.
 
 
 
Le Adi e la decima

 
Come abbiamo visto, quello della decima è un cardine del vangelo della prosperità. Ma cosa ne pensano le Adi in merito? Ufficialmente nulla, come sempre, ma sembra che la tendenza generale sia quella di imporla. Non a caso è uno degli argomenti di tutti i delusi che lasciano le Adi. Molte di queste testimonianze denunciano da parte delle chiese Adi una continua richiesta di soldi, con culti e prediche interamente dedicate all’argomento del “dare” (sempre alla chiesa, mai ai poveri). Alcune chiese Adi si spingono al punto di non concedere nemmeno l’anonimato, imponendo di compilare un foglio con nome, cognome e importo. Ovvero una modalità che sembra essere tipica delle chiese della prosperità vere e proprie, che dà al pastore un potere ancora più assoluto.
 
Quelle che ho riportato sono però testimonianze di fuoriusciti che, in quanto tali, potrebbero essere portati ad esagerare. Sarebbe ingiusto prendere le loro parole per oro colato, senza vagliarle, ma in effetti basta farsi un giro sul web per rendersi conto che dicono la verità. È tristemente famoso il video di Tommaso Grazioso, predicatore Adi e venditore di “risvegli”. Secondo lui, infatti, il primo passo del “risveglio” è la decima, senza la quale non c’è benedizione di Dio. Tanto che c’è addirittura la mistica del “sacchetto” che passa per la raccolta, in cui Dio ha nascosto il “risveglio”. Come vedete, i passi tipici del vangelo della prosperità ci sono tutti (Malachia, vedova al Tempio ecc..), solo che qui non si promette ricchezza materiale ma spirituale. E questo predicatore sembra che sia anche un pezzo grosso delle Adi. 

Inoltre, in un articolo di un periodico delle Adi tutto incentrato sulla decima di Malachia come diritto di Dio: si legge che chi non lo riconosce è un ladro e “difficilmente” (per usare un eufemismo) può ottenere la benedizione divina: infatti “la disobbedienza spalanca le porte della maledizione”. Nel sito di un’altra chiesa leggiamo, invece, che la decima era un obbligo della Legge, a cui il cristiano non è quindi più obbligato. Ma visto che la Grazia è “sovrabbondata”, se prima si dava la decima adesso si dovrebbe dare molto di più… per questo la chiesa, nella sua generosità, si accontenta della decima che però deve essere periodicamente accompagnata da una “bella offerta”. Per chi obbedisce è garantito un raddoppio dello stipendio (come sarebbe accaduto a questo John Wesley).
 
Anche in un altro sito Adi (ma non credo sia ufficiale) si ammette candidamente che la decima non è comandata per i cristiani, non presentando il Nuovo Testamento nessun “sistema legalistico” di questo tipo. Però – alla faccia della Sola Scriptura – le chiese la pretendono lo stesso come “minimo raccomandato”, anche se in molte la decima viene messa “eccessivamente in risalto”. Secondo questo sito, infatti, si tratta di un obbligo ma non di un imperativo categorico. Una decima potremmo dire “dal volto umano” che è lasciata alla coscienza del fedele e alle sue possibilità. Bisogna però mettere in evidenza come in teoria la decima resta comunque il “minimo raccomandato”, espressione che non si può comprendere davvero senza tenere conto del contesto. Infatti le chiese evangeliche sono spesso molto numerose, fino a contare centinaia – quando non migliaia – di persone. Questo pone forti problemi di ordine pratico, visto che la gestione di questi soldi non è per niente trasparente nonostante la grande entità degli introiti. Poniamo il caso di una chiesa con 500 fedeli, fingiamo che ognuno guadagni mille euro al mese. Questo vuol dire che nelle disponibilità del pastore entrano ogni mese 50mila euro. Una cifra da capogiro, e abbiamo giocato al ribasso calcolando una media di stipendio molto bassa. Le cose non cambiano di molto se pensiamo ad una chiesa più piccola, magari con 250 persone. In questo caso l’importo totale diventa di 25mila euro. Sono calcoli astratti, certo, ma rendono bene l’idea dell’insaziabile avidità denunciata dai fuoriusciti.
 
 
Considerazioni pratiche e teologiche

 

Indubbiamente, l’Antico Testamento presenta la ricchezza come una benedizione divina (basti pensare a Giacobbe e ad altri personaggi) ma certo non nei termini posti dal vangelo della prosperità. La ricchezza non è mai presentata come un indice preciso del grado di benedizione, l’accento è piuttosto sulla Provvidenza. Nel libro dei Proverbi si legge “non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?»” (Prov 30, 89). Quindi c’è anche un punto di vista critico della “pancia piena” come rischio di ingratitudine. Del resto non tutti i personaggi biblici eccellono in ricchezze come, per esempio, i profeti quali Giovanni Battista che viveva nel deserto (Mc 3, 4). Anche l’apostolo delle genti afferma di alternare povertà e ricchezza (Filippesi 4, 12), fino a definirsi sostanzialmente un povero (2Corinzi 6, 10) senza che questo volesse dire minimamente una minore benedizione da parte di Dio. Anche san Pietro non sembra farsi problemi del fatto di essere sprovvisto di oro e di argento (Atti 3,6) e nella parabola del ricco epulone (Lc 16, 1931) è il povero Lazzaro che si salva. Sempre san Paolo, infine, mette in guardia dall’avarizia (Ef. 5, 5) e da quelli che vogliono usare la religione come fonte di guadagno. Senza però per questo cadere nell’eccesso opposto, visto che Paolo non si sente certo imbarazzato quando è nell’abbondanza (Filippesi 4, 18) per il sostegno ricevuto, nè quando deve amministrarla (2 Co. 8, 1821).

 

Cosa dire invece del surrogato di questo “vangelo” presente nelle Adi? È significativo il fatto che pur sapendo che la decima non è un obbligo per il cristiano, la pretendono lo stesso) lo stesso (come noto, la Sola Scripturaè sempre per gli altri). Non a caso, i pochi passi citati sono tutti dell’Antico Testamento. Infatti Gesù e gli apostoli non hanno mai chiesto la decima, ma solo libere offerte. E libere per davvero, senza minacce o promesse di facili arricchimenti.  Senza nessun sistema legalistico ma secondo le possibilità e la coscienza di ciascuno (Atti 11,29; 2 Corinzi 9, 7). È vero che gli Atti presentano una comunità cristiana dove tutto è in comune (Atti 4, 34) ma è qualcosa che non ha il sapore della costrizione. Non è sistema imposto dall’alto ma il prodotto di un vivo senso di fraternità, anche perché aveva lo scopo di sostenere i bisognosi della comunità in modo che a nessuno mancasse il necessario. Tanto che Pietro fa notare ad Anania l’insensatezza del suo gesto proprio facendogli notare che la vendita dei suoi beni era stata una sua scelta, e che comunque il ricavato sarebbe rimasto sempre a sua disposizione (Atti 5, 16). 

Tutt’altro spirito da quello delle chiese evangeliche, quindi. Le quali, accusando ingiustamente la Chiesa di non fare abbastanza per i poveri, rischiano davvero di creare ulteriore povertà. Ovviamente ognuno può fare quello che vuol con i suoi soldi ed è normale che una chiesa chieda il sostegno dei propri fedeli, il problema sta però nel come lo si chiede – o meglio – si impone. Come abbiamo visto, nelle chiese in cui si pratica la decima devono girare molti soldi, ma che fine fanno?

 

Tommaso Grazioso dice, giustamente, che per il cristiano è importante il “dare”, ma stranamente a beneficiarne non sono mai i poveri. È significativo il fatto che siano praticamente esclusi tutti quei passi in cui si parla di carità per i poveri, esercitata in modo diretto e senza la mediazione di alcuno. Per intenderci, se piace molto la vedova che versa i suoi ultimi spiccioli al tesoro del Tempio lo stesso non si può dire per Zaccheo che dà la metà dei suoi beni ai poveri (Lc 19, 8) e per il giovane ricco a cui è chiesto di farsi un “tesoro in cielo” (Mt 10, 21) vendendo tutti i suoi beni per i poveri. Citare passi simili sarebbe controproducente per chi vuole far credere che compito primario del cristiano sia quello di svenarsi per la sua chiesa. Né è da credere che quella dei poveri sia la prima preoccupazione dei pastori, visto che loro stessi non ne parlano e nessuno sa precisamente come vengano spesi i soldi. E non è difficile immaginare il perché: se il fedele deve dare alla chiesa decima, offerte e primizie non gli si può chiedere di farsi anche “tesori in cielo”. La chiesa viene prima di tutto, gli esempi di generosità presentati come modello sono soltanto quelli utili allo scopo.

 
 
Conclusioni
 
 

Di fronte a tutto questo, fanno ancora più impressione quegli evangelici che accusano la Chiesa di essere ricca e avida. Avendo addirittura da ridire sulle offerte che si fanno talvolta per i sacramenti e per le messe di suffragio, quando queste sono veramente libere e – almeno teoricamente – non possono essere pretese. È vero che molti preti hanno il malcostume di imporre dei tariffari, ma siamo ben lontani dalla pretesa della decima mensile di tutte le entrate. Sia perché l’entità è infinitamente inferiore sia perché si tratta comunque di una contribuzione occasionale (battesimo, prima comunione e – di solito – il matrimonio si celebrano una volta sola nella vita). Però, mentre si viene tartassati e spogliati dal pastore di turno, ha senza dubbio una forte valenza psicologica convincersi che per i cattolici sia anche peggio perché nella Chiesa tutto sarebbe “a pagamento”. Questo quando essere cattolici è praticamente gratis, mentre in molte chiese (in realtà, come sembra dimostrare Butindaro, praticamente tutte) essere un buon evangelico vuol dire sostenere un importante impegno finanziario e con forti venature simoniache.

 

Letto 1285 volte Ultima modifica il Martedì, 29 Aprile 2014 14:10
Ettore

Ho una laurea triennale in “Scienze storiche” e mi sto specializzando in storia medievale. Sono da sempre appassionato di apologetica e storia della Chiesa.

   

Mons. Luigi Negri


   

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