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Martedì, 17 Gennaio 2017 14:29

Conoscere i Testimoni di Geova

Approfondiamo la conoscenza dei Testimoni di Geova con un corso specifico denominato le TORRI DI CARTA

Lo trovate su YouTube cliccando QUI.

Pubblicato in False chiese

Mi vengono fatte molte domande riguardo alla dottrina dei Testimoni di Geova. Cercherò di affrontare approfonditamente con questo mio studio in più parti dato che sono molte le tematiche da affrontare. Sperando di fare cosa gradita comincio.

I TESTIMONI DI GEOVA.

     Che cosa credono i testimoni di Geova e a che cosa aderiscono i Cattolici che — secondo una tipica espressione Geovista –fuggono da BABILONIA LA GRANDE (impero della falsa religione capeggiato dalla CHIESA CATTOLICA )e vanno a far parte dei fedeli di GEOVA? È opportuno darne qui, una descrizione organica, sia per meglio conoscere quello che i testimoni di Geova realmente insegnano, sia per misurare la distanza che separa il loro insegnamento non soltanto da quello della CHIESA CATTOLICA, ma anche da quello delle altre Chiese Cristiane. I TESTIMONI DI GEOVA, INFATTI, NEGANO I PIÙ FONDAMENTALI DOGMI CRISTIANIQUALI LA TRINITÀ DI DIO, LA DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO, LA PERSONALITÀ DELLO SPIRITO SANTO, L’ESISTENZA DELLANIMA SPIRITUALETANTO CHE CI SI DEVE CHIEDERE SE POSSANO ESSERE CONSIDERATI CRISTIANI. Per maggiore chiarezza condenseremo la dottrina dei testimoni di Geova in alcuni punti (cfr D. SGUBBI, IL VANGELO DI GESÙ CRISTO PER I CATTOLICI E I TESTIMONI DI GEOVA O BIBBIANI, COP. G.F. ‚FAENZA 1978).

1) Per i testimoni di Geova l’unica regola di fede è la BIBBIA. Essi perciò rigettano sia la TRADIZIONE, sia l’autorità della CHIESA come interprete della parola di DIO. Ma non distinguono tra ANTICO e NUOVO TESTAMENTO, che pongono sullo stesso piano a cui attribuiscono uguale valore, senza rendersi conto che la rivelazione è stata progressiva e ha raggiunto la sua pienezza definitiva in CRISTO, secondo l’affermazione del prologo della LETTERA AGLI EBREI (Ebrei 1,12 ).

     Inoltre, interpretano la SACRA SCRITTURA in maniera fondamentalistica, cioè materiale, senza tenere conto dei generi letterari (i quali possono far comprendere il senso vero di un testo),e senza curarsi del contesto; in tal modo essi possono far dire alla SACRA SCRITTURA tutto quello che vogliono, anche le cose più assurde. E,infatti, LA LORO PROPAGANDA È FATTA A COLPO DI CITAZIONI BIBLICHE STACCATE DAL CONTESTO, CHE VENGONO MEMORIZZATE DAI «PROCLAMATORI» PER SERVIRE DA PEZZE D’APPOGGIO ALLE LORO TEORIE

In terzo luogo, la prospettiva dominante nella lettura che della BIBBIA fanno è quella «Apocalittica»; di cui, la preferenza accordata all’APOCALISSE (che essi chiamano RIVELAZIONE) e la particolarissima attenzione che prestano ai numeri ed alle date.

     Così, per loro l’uomo è stato creato nell’autunno del 4026 A.C; il diluvio si è avuto nel 2370 A.C; la Creazione del mondo è avvenuta in 42.000 anni (siccome un giorno (Yôm) equivale a 7000 anni e siccome la Creazione si è fatta in 6 giorni, 7000 anni x 6 dà giusto 42.000 anni); la fine del «Tempo dei pagani » e «l’entrata invisibile di GESÙ nel suo tempio «con la conseguente distruzione del Regno di Satana sono avvenute nel 1914 (data spostata poi al 1918, poi al 1925. ..); gli eletti sono solo 144000 (numero chiuso); la profezia dell’Apocalisse circa i «due testimoni » si è verificata nella primavera del 1918, quando i due capi dei testimoni di Geova (RUTHERFORD e il segretario tesoriere) furono messi in prigione e condannati a 20 anni di penitenziario ad ATLANTA per aver incitato all»insubordinazione l’esercito americano, oltre ad aver rifiutato il Servizio Militare, e nel Marzo 1919, Quando furono rilasciati dietro pagamento di 100.000 dollari a testa. Va notato, infine, che per i testimoni di Geova l’interpretazione vera della BIBBIA è soltanto quella data dai dirigenti attraverso «LA TORRE DI GUARDIA «, che è il canale impiegato da DIO per dispensare la Verità (ANNUARIO 1976, pag 164). Di qui la possibilità per i dirigenti di fare nuove rivelazioni.

Così avvenne nel 1935, quando nel CONGRESSO DI WASHINGTON RUTHERFORD RIVELÒ CHE GLI ELETTI SAREBBERO STATI IN TUTTO 144.OOO E CHE LA «GRANDE MOLTITUDINE «DI CUI PARLA RIVELAZIONE 7,917 NON ERA UNA CLASSE SPIRITUALE O GENERATA DALLO SPIRITO; NON AVREBBE CONSEGUITO IN CIELO LA NATURA ANGELICA PER ASSISTERE I 144.OOO COEREDI DI CRISTO. ERA CHIARAMENTE UNA CLASSE TERRENA, CON LA SPERANZA D’UNA VITA UMANA PERFETTA, SENZA FINE, NEL PARADISO TERRESTRE SOTTO IL REGNO DI CRISTO (Lo SPIRITO SANTO FORZA DEL NUOVO ORDINE AVVENIRE, BROOKLYN 1977, pag 156 ).

2) Per i testimoni di Geova esiste un unico DIO ONNIPOTENTE ED ETERNO, il quale ha rivelato il suo nome che è Geova. Perciò rigettano la TRINITÀ, perché la dottrina trinitaria, secondo RUTHERFORD, è di origine babilonese ed egiziana, e quindi mitologica, e perché nè la parola nè l’idea di TRINIT
À (a suo dire) sono contenute nella BIBBIA, e perciò tale dottrina non ebbe origine da DIO, ma da Satana.

Certo, la verità della TRINITÀ non è contenuta nella SACRA SCRITTURA quanto al vocabolo «TRINITÀ», ma è contenuta chiaramente quanto alla realtà. Vi si parla; infatti, molte volte del PADRE, del FIGLIO GESÙ CRISTO come «uno col PADRE» e dello SPIRITO SANTO come persona distinta dal PADRE e dal FIGLIO, ma a essi eguale, tanto che sia nel testo di MATTEO 28,19 : «AMMAESTRATE TUTTE LE NAZIONI, BATTEZZANDOLE NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO, sia nel testo della SECONDA LETTERA AI CORINZI 13, 13: «LA GRAZIA DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO, L’AMORE DI DIO E LA COMUNIONE DELLO SPIRITO SANTO SIANO CON TUTTI VOI», si pongono sullo stesso piano e insieme si distinguono. Per meglio RADICARE NEI TESTIMONI DI GEOVA CHE LO SPIRITO SANTO NON È UNA PERSONA DIVINA, LA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO (BIBBIA LORO), SCRIVE SEMPRE «spirito santo» CON LA MINUSCOLA, MA SI TRATTA D’UN ESPEDIENTE PIUTTOSTO PUERILE. NON SI VEDE, INFATTI, PERCHÉ MAI TRE PAROLE UNITE DA UN » E (PADRE E IL FIGLIO E LO SPIRITO SANTO) DEBBANO ESSERE SCRITTE CON LA MAIUSCOLA LE PRIME DUE E CON LA MINUSCOLA LA TERZA

     INOLTRE, PER AFFERMARE CHE LO SPIRITO SANTO NON È UNA PERSONA, MA LA «FORZA ATTIVA» DI GEOVA, SI FA UN GRAVE ERRORE DI TRADUZIONE, EVIDENTEMENTE VOLONTARIO : SI TRADUCE «LA COMUNIONE DELLO SPIRITO SANTO (TOU HAGHIOU PNEUMATOS) con «LA PARTECIPAZIONE NELLO SPIRITO SANTO «.

     Quanto al «nome di DIO, per i testimoni di Geova è Geova e nessun altro, anche se, di fronte alla dimostrazione evidente fatta da tutti gli studiosi della BIBBIA, che la parola Geova è una trascrizione errata del nome Divino YHWH essi affermano che pronunciare Geova o JAHWEH (anche se più corretto) o qualche altra espressione, finché la pronunzia è comune nella lingua usata non è sbagliato; è sbagliato non usarlo (La VERITÀ CHE CONDUCE ALLA VITA ETERNA, 1968, pag 18). Ad ogni modo ribadiscono che chi non usa questo nome non può appartenere al popolo di DIO. MA NEL NUOVO TESTAMENTO NON C’È MAI IL NOME DI YHWH. NON IMPORTA. LA TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO CORREGGE GLI AUTORI DEL NUOVO TESTAMENTO, SCRIVENDO GEOVA DOVE ESSI SCRIVONO KYRIOS (SIGNORE).

3) Geova –DIO HA creato direttamente GESÙ come la prima delle Creature e per mezzo di lui gli angeli e il mondo (in 42000 anni ),formato di cielo e terra.

      Dice l’opuscolo ora citato (pag 47 ): LA BIBBIA ci informa che egli (GESÙ) è il «primogenito «di DIO. Questo significa che egli fu creato prima degli altri figli della famiglia di DIO. Egli è anche il «FIGLIO UNIGENITO » di DIO, in quanto è il solo creato direttamente da Geova — DIO; tutte le cose vennero all’esistenza per mezzo di lui quale principale agente di DIO.

Quindi per i Testimoni di Geova GESÙ è una creatura di DIO: è primogenito, perché creato prima delle altre cose. Perciò, la «TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO «dei testimoni di Geova traduce le parole di San PAOLO ai COLOSSESI 1,17: «EGLI È PRIMA DI TUTTE LE COSE E TUTTE SUSSISTONO IN LUI» con «EGLI È IL PRIMO DI TUTTE LE (ALTRE) COSE E PER MEZZO DI LUI TUTTE LE (ALTRE) COSE FURONO FATTE ESISTERE

Inoltre per i testimoni di Geova, il VERBO di DIO non si è incarnato nel seno di MARIA, ma la vita del FIGLIO DI DIO venne trasferita dalla sua gloriosa posizione con DIO PADRE nel cielo all’embrione umano di una Vergine GIUDEA chiamata MARIA, e dopo nove mesi quel celeste FIGLIO di Geova nacque come bambino umano sulla terra (DIO sia riconosciuto verace, BROOKLYN 1948, pag 38). 
Tuttavia fu non parte Spirito e parte uomo. .…Egli fu un puro uomo (Vita eterna nella libertà dei figli di DIO, BROOKLYN 1967, pag. 75). Al momento del battesimo, IDDIO lo generò ancora una volta quale suo FIGLIO spirituale invece di Figliuolo umano. Però egli soffrì e morì come uomo per poter offrire la sua vita come «riscatto corrispondente» per il peccato dell’uomo. Invece, il suo Padre immortale Geova lo risuscitò da morte, non come Figliolo umano ma come potente FIGLIO spirituale (DIO sia riconosciuto verace, cit, pag 42). Cioè, l’uomo GESÙ fu risuscitato come Spirito, «come creatura spirituale di essenza Divina «. Quanto al corpo di GESÙ non si sa se fu dissolto in forma di gas o se è ancora conservato da qualche parte come un grande memoriale dell’amore di DIO (C. T. RUSSELL, Studies in The Scriptures, 1889, II, pag. 129). Perciò, le apparizioni di GESÙ ai suoi discepoli dopo la Risurrezione furono semplici materializzazioni: GESÙ prese una forma umana allo scopo di confermare la loro fede.

 

4) Il cielo e la terra erano dominati l’uno da LUCIFERO, angelo perfetto, e l’altra dall “uomo (Adamo ed Eva), che aveva il compito di popolare la terra con una discendenza giusta. Egli era sotto la protezione di LUCIFERO. Quando questi si ribellò a DIO, anche ADAMO ed EVA peccarono, aderendo alla promessa menzognera dell “immortalità dell “anima. Infatti i testimoni di Geova negano sia l’esistenza di un’anima spirituale, sia la sua immortalità e sopravvivenza dopo la morte, non ammettendo una differenza di natura tra l’uomo e gli animali:

ADAMO, possedendo un corpo di carne e respirando l’aria contenuta nel firmamento, proprio come gli animali, era come essi un’anima vivente, con questa differenza che egli apparteneva ad una specie di ordine più elevato, con modo di incedere verticale e con un’intelligenza molto superiore ad essi, essendo fatto a immagine e somiglianza di DIO (La verità vi farà liberi, BROOKLYN 1943, ed francese, pag 6667).
 

5) Da allora DIO condannò a morte LUCIFERO divenuto Satana. Ma questi si pose come dominatore rivale di DIO. Anche la prima coppia umana si dichiarò indipendente da Geova e si pose sotto il controllo di Satana (La verità che conduce alla vita eterna ‚cit pag. 68).Così Satana ebbe il dominio su tutta l’umanità e iniziò la lotta contro DIO, che dapprima suscitò i suoi testimoni (Abele, Noè, Abramo) e poi con MOSÈ organizzò una teocrazia. Questa scomparve nel 606 A.C. Con la caduta di GERUSALEMME. Cominciarono allora «I TEMPI DEI PAGANI» durante i quali nacque GESÙ MESSIA che, dopo aver annunziato il Regno Teocratico di DIO, fu assiso al palo. Risorto come creatura spirituale, egli salì al cielo per tornare sulla terra allo scadere del «Tempo dei pagani».

6) Durante il «tempo dei pagani » Satana ha organizzato il «Sistema malvagio » costituito dall»»empia Trinità»: cioè, L’impero mondiale della religione babilonica, i poteri politici e i poteri economici, tutti e tre alleati contro i veri seguaci di GESÙ, I testimoni di Geova. Ma chi è BABILONIA LA GRANDE? Spiegano i testimoni di Geova :

BABILONIA LA GRANDE è l’impero mondiale della falsa religione, che comprende tutte le religioni che hanno come loro vera base gli insegnamenti e le pratiche dell’antica BABILONIA. Include quindi la Cristianità, che è la parte più notevoli e aggressiva dell’odierna BABILONIA LA GRANDE e in cui il CATTOLICESIMO ROMANO PRENDE LA DIRETTIVA (BABILONIA LA GRANDE È CADUTA. IL REGNO DI DIO DOMINA! , BROOKLYN 1972, PAG 5051).

     Di qui la condanna pronunciata dai Testimoni di Geova contro tutte le religioni e tutte le CHIESE; di qui anche l’avversione contro la CHIESA CATTOLICA, che RUTHERFORD nel 1937 definì «IL PRINCIPALE NEMICO VISIBILE DI DIO, IL PIÙ GRANDE E IL PEGGIORE NEMICO PUBBLICO». (ENEMIES, 1937, traduzione francese pag 286287).
     Come sono contro tutte le religioni, così i testimoni di Geova sono contro ogni organizzazione statale, vedendo negli Stati i «dieci Re» DELL» APOCALISSE che si alleano contro la «Grande prostituta», BABILONIA LA GRANDE, per combattere contro Geova e Gesù Messia. In particolare sono stati contro la LEGA DELLE NAZIONI, sorta nel 1919, e oggi sono contro L’ONU, sorta nel secondo dopoguerra, vedendo in esse organizzazioni di Stati che si alleano contro Geova. Di qui il rifiuto di riconoscere lo Stato, visto come opera di Satana, di prestare servizio militare ‚di salutare la bandiera. Anche la vita economica e il commercio sono cose Sataniche. Però, non insistono molto su questo punto, dato che la WATCHTOWER BIBLE AND TRACT SOCIETY OF NEW YORK, INC., è una Società commerciale, come dimostra senza ombra di dubbio l’abbreviazione Inc (Incorporated); i suoi dirigenti sono azionisti e la SOCIETÀ TORRE DI GUARDIA HA un’enorme giro d’affari.

7) Nel 1914 Geova è passato alla riscossa: ha posto fine al «Tempo dei Pagani «, ha scaraventato Satana dal cielo sulla terra e ha dato inizio agli «Ultimi Giorni «, nei quali sarà annientato il Sistema malvagio religioso –politico –commerciale che ora governa il mondo. La distruzione imminente dei malvagi e del loro Sistema malvagio avverrà nella tremenda battaglia di HARMAGHEDON che è prossima.

La Bibbia chiaramente addita la generazione vivente nel 1914 D.C. Come quella che pure vedrà introdurre il dominio del REGNO libero dall “interferenza di Satana. Quindi molti oggi viventi avranno l’opportunità di non morire mai (È questa vita tutto quello che c’è? ‚BROOKLYN 1975, pag 163).

      Già RUTHERFORD nel 1920 aveva scritto in un opuscolo col titolo: «MILIONI DI PERSONE ATTUALMENTE VIVENTI NON MORRANNO MAI «!, poiché la fine del mondo era prevista per il 1925. Ma si sbagliò. Da allora ‚si parla di fine imminente, prossima, e solo con cautela si avanzano date. Queste si ottengono aggiungendo al 1914 80, 90 anni, riferendosi al SALMO 89,10 che dice: «GLI ANNI DELLA NOSTRA VITA SONO SETTANTA, OTTANTA PER I PIÙ ROBUSTI . Sono ad ora passati 102 anni e purtroppo per loro non si è verificato niente e non si verificherà niente.

8) Nel 1914 GESÙ si è insediato Re in Cielo Dove regna con i 144.OOO Israeliti eletti da DIO (sono esclusi DAVIDE e GIOVANNI BATTISTA) e risorti Spiritualmente :

Ma quando avevate tale aspettativa (speranza), sapevate che la BIBBIA dice che i fedeli servitori di DIO come Re DAVIDE e GIOVANNI BATTISTA non andranno in cielo? In quel tempo sapevate che solo 144.OOO eletti fra il genere umano nei passati diciannove secoli avrebbero ottenuto la gloria celeste? E sapevate quindi che la BIBBIA offre la speranza della vita eterna in giuste condizioni qui sulla terra e tutti gli altri che sarebbero diventati servitori di DIO? (La VERITÀ che conduce alla vita eterna, cit, pag. 79).

IN REALTÀ, QUESTO È STATO IL PROBLEMA PIÙ GRAVE CHE I DIRIGENTI DEI TESTIMONI DI GEOVA HANNO AFFRONTATO :SE GLI ELETTI ERANO SOLO 144.OOO, E SE IL LORO NUMERO SI ERA CHIUSO O NE RIMANEVA SOLO UN PICCOLO GRUPPO (l’unto rimanente), CHE SAREBBE SUCCESSO DEGLI ALTRI CHE ADERIVANO A GEOVA, DIVENTANDO SUOI TESTIMONI
     ECCO, ALLORA, LA «RIVELAZIONE » DI RUTHERFORD NEL 1935: FONDANDOSI SULLAPOCALISSE CHE, DOPO AVER PARLATO DEI 144.OOO ELETTI, PARLA DI UNA «GRANDE MOLTITUDINE «, E RICORDANDO CHE NEL VANGELO DI GIOVANNI SI PARLA DI «ALTRE PECORE», EGLI RIVELA CHE COLORO CHE NON FANNO PARTE DEI 144.OOO ISRAELITI SPIRITUALI, SE DIVENTERANNO TESTIMONI DI GEOVA E PROCLAMATORI DEL SUO NOME IN TUTTO IL MONDO INSIEME CON «L’UNTO RIMANENTE «, FARANNO PARTE DELLA «GRANDE MOLTITUDINE » DELLE ALTRE PECORE CHE, DOPO LA BATTAGLIA DI HARMAGHEDON, DOVRANNO VIVERE FELICI PER MILLE ANNI, SOTTO IL COMANDO DEI GIUSTI RISUSCITATI DELLANTICO TESTAMENTO.

      Questa Rivelazione si basa su controsensi esegetici: il numero dei 144.OOO segnati col sigillo battesimale è un NUMERO SIMBOLICO CHE ESPRIME LA GRANDE MOLTITUDINE DEI SALVATI. Non c’è poi differenza tra i 144.OOO eletti e la «Grande Moltitudine». Infatti coloro che formano questa «Grande Moltitudine» stanno RITTI DAVANTI AL TRONO E DAVANTI ALL» AGNELLO, RAVVOLTI IN VESTI BIANCHE E CON PALME NELLE MANI (Apocalisse 7,9) in segno di vittoria. Anche i 1000 anni indicano un periodo di tempo simbolico: È IL TEMPO DELLA CHIESA CHE, INIZIATO CON LA PRIMA VENUTA DI GESÙ E LA SUA VITTORIA SU SATANA, SI CONCLUDERÀ CON LA SUA SECONDA VENUTA. SARÀ UN TEMPO DI LOTTE E DIFFICOLTÀ PER I CREDENTI, MA SI CONCLUDERÀ CON LA VITTORIA DEFINITIVA DI CRISTO. Questo il messaggio di gioia e di speranza che l’autore dell “APOCALISSE vuole trasmettere ai Cristiani. Egli lo fa usando un Simbolismo che è proprio del genere apocalittico e che è un errore e un controsenso prendere alla lettera. Chi lo fa mostra d’ignorare le più elementari regole dell “esegesi e rischia di cadere nel fantastico e nel ridicolo e, quel che è peggio, DI ESSERE SMENTITO DALLA STORIA, COME GIÀ TROPPE VOLTE È SUCCESSO AI TESTIMONI DI GEOVA.

9) Dopo i 1000 anni, ci sarà la prova finale, a cui parteciperanno tutti gli uomini. Satana e i suoi saranno annientati. Coloro che non avranno aderito a Geova saranno distrutti, mentre i testimoni di Geova vivranno felicemente sulla terra. Non ci sarà dunque, l’Inferno; e il paradiso sarà solo per i 144.OOO eletti. Le «altre pecore» dovranno accontentarsi del paradiso terrestre. Poiché il millennio è cominciato nel 1914 (o, secondo la correzione di RUTHERFORD nel 1918), il paradiso terrestre si aprirà nel 2914 o 2918.

Pubblicato in Testimoni di geova
Mercoledì, 17 Febbraio 2016 00:00

TdG: Gesù e i suoi fratelli


I FRATELLI DI GESÙ
I TdG credono, come i cattolici, nella nascita verginale di Cristo, cioè che Gesù sia nato da Maria per opera dello Spirito Santo, ma sostengono che dopo la nascita di Gesù, Maria abbia avuto altri figli e quindi le negano il titolo di «sempre vergine». I TdG credono di trovare nel Nuovo Testamento la prova di quanto sostengono.
La perpetua verginità di Maria è la convinzione della massima parte del popolo cristiano. Il Nuovo Testamento non dice nulla al riguardo.

NELLANTICO TESTAMENTO
Il concetto biblico di fratello è molto più ampio del nostro e arriva a comprendere parenti anche abbastanza lontani. Col termine ebraico ach (fratello) venivano indicati non solo i fratelli carnali ma anche parenti lontani, perché la lingua ebraica non aveva vocaboli distinti per i singoli gradi di parentela.
     Fratelli possono essere i parenti in genere e i cugini in specie. Ecco qualche esempio.
In Genesi 12,5 si legge che «Abram prese la moglie Sarai e Lot, figlio di suo fratello». Se Lot era figlio del fratello di Abramo, era suo nipote. Ma in Genesi 13,8 leggiamo: «Abram disse a Lot: «Non vi sia discordia tra me e te… perché noi siamo fratelli» ». Abramo e Lot, pur essendo zio e nipote, vengono detti fratelli.
In 1Cronache 15,5 si dice che David radunò «dei figli di Keat: Uriel e i suoi centoventi fratelli». Sempre in 1Cronache 9,6 si legge che a Gerusalemme abitavano «tra i figli di Zerach: Ieuèl. Con i loro fratelli erano seicentonovanta in tutto».

Speriamo che i TdG non vogliano fare credere che questi seicentonovanta fratelli fossero figli della stessa madre!
     Quando la Bibbia vuole indicare «fratello carnale», indica anche il nome della madre. Per esempio, quando la Genesi parla di Beniamino, fratello carnale di Giuseppe, dice: «Il suo fratello, figlio della stessa madre» (43,29). La precisazione figlio della stessa madre è dovuta al fatto che la parola fratello non significa necessariamente «figlio della stessa madre» ma può significare «cugino, nipote, zio», cioè «parente».
     Questa ricchezza di significati della parola fratello (ebraico ach) fu conservata nella versione greca detta dei Settanta, che usa abitualmente il terrmine greco 
adelfòs (fratello) per tradurre il termine ebraico ach anche quando si tratta di cugini o di parenti.

Obiezione geovista
I TdG sostengono che quanto abbiamo detto sopra valga per l’Antico Testamento, che è scritto in ebraico e aramaico, ma non valga per il Nuovo Testamento che è scritto in greco. I Vangeli usano sempre il termine adelfòs, che significa fratello.
    In greco, dicono i TdG, esiste la parola specifica anepsiòs (cugino). Quindi se il Vangelo voleva indicare cugino avrebbe usato il termine specifico anepsiòs e non adelfòs.
È un’obiezione che non regge. Lo dimostriamo con un esempio.
«In italiano, per indicare una vettura si può dire automobile (termine specifico) o macchina (termine generico). Sostenere che il Vangelo nel senso di cugino doveva dire anepsiòs, è come pretendere che non si possa dire macchina nel senso di automobile»». Sarà il contesto a chiarire se la macchina in questione è un automobile o un altro tipo di macchina (per scrivere, per fare il caffè, ecc.).
     Del resto basta consultare un qualsiasi dizionario di greco antico, per constatare che adelfòs può significare tanto «fratello carnale» quanto «parente» (cfr. Liddell-Scott, Dizionario illustrato greco-italiano, Le Monnier; L. Rocci, Vocabolario Greco-italiano, S.E.D.A.).


NEL NUOVO TESTAMENTO

Anche nel Nuovo Testamento, dunque, fratello può significare cugino, perché il greco dei Vangeli è influenzato dalla primitiva predicazione aramaica.
Prima di esaminare i testi sui fratelli di Gesù, è necessario notare un particolare significativo. Il Nuovo Testamento parla di «fratelli di Gesù», mai di «figli di Maria». Solo Gesù è detto «il figlio di Maria» (Mc 6,3) e Maria è detta solo e sempre «la madre di Gesù» e non di altri (cfr. Gv 2,1; At 1,14).

Questo particolare ci aiuta a capire i testi che riguardano i «fratelli» di Gesù. I più importanti sono due:
Matteo 13,5556: «E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?».
Marco 6,3: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?».

In questi testi la parola fratelli significa «fratelli carnali» o esprime solo una parentela? In altre parole: Giacomo, Giuseppe (Ioses), Simone e Giuda sono figli di Maria e quindi fratelli carnali di Gesù? Sottolineo un particolare importante: il Giuseppe di Matteo 13,55 e il Ioses di Marco 6,3 sono la stessa persona. loses è una forma secondaria e rara di Ioseph (Giuseppe).Confrontiamo questi versetti con altri testi. Matteo ci informa che davanti al sepolcro di Gesù c’erano due Marie: Maria Maddalena e un’altra Maria:
«Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria» (Mt 27,61).
Queste due Marie, passato il sabato, vanno a visitare il sepolcro di Gesù:
«Dopo il sabato… Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba» (Mt 28,1).

È possibile identificare l’altra Maria che viene presentata sempre insieme alla Maddalena? Certo, Marco ci rivela la sua identità: «Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di loses, e Salome» (Mc 15,40).
E sempre Marco dice: «Maria di Màgdala e Maria madre di loses stavano a osservare dove veniva posto» (Mc 15,47).
     Dunque l’altra Maria, che viene sempre presentata insieme alla Maddalena, è la madre dei primi due «fratelli» di Gesù, cioè di Giacomo e di loses (Giuseppe). Nessun evangelista avrebbe mai chiamato la madre di Gesù l’altra Maria. Chi è allora l’altra Maria, madre di Giacomo e di Ioses (Giuseppe)?
Ce lo dice Giovanni, quando enumera le donne che stavano presso la croce: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria di Màgdala» (Gv 19,25).

Dunque l’altra Maria, madre di Giacomo e di loses (Giuseppe), i cosiddetti «fratelli» di Gesù, in realtà sono cugini.
     Alcuni studiosi notano che difficilmente due sorelle potevano portare lo stesso nome, cioè Maria. Perciò ritengono che l’altra Maria fosse una cugina della madre di Gesù. Degli altri «fratelli» (Simone e Giuda), nella Scrittura non si indica la paternità o maternità. Secondo Egesippo, storico del II secolo, la cui autorevolezza è da tutti  riconosciuta, essi sarebbero nipoti di Giuseppe, lo sposo di Maria, madre di Gesù.

Primogenito (gr. Prototòkos).
In Luca 2,7, si dice che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito».
Se Gesù è il primogenito, dicono i TdG, Maria doveva avere altri figli. Nel mondo ebraico, si attribuiva il titolo di primogenito al primo figlio maschio che veniva alla luce, anche se era unico, perché il primogenito aveva dei diritti che non avevano gli altri maschi nati successivamente: era il rappresentante della famiglia, l’erede di quella speciale benedizione paterna che lo riconosce «primizia del suo vigore» e ne garantisce il primato tra i fratelli (cfr. Dt 21,1517). Ciò è comprovato dallo stesso ambiente ebraico.
     Nel 1922 in Egitto, nella necropoli ebraica di Tell-el-Yehu-dieh, è stata rinvenuta una tomba in cui era stata sepolta una donna, di nome Arsinoe, contemporanea di Gesù. Nell’iscrizione posta dal marito, ella si esprime così: «Ma la sorte, nei dolori del parto del mio figlio primogenito, mi condusse al termine della vita». Quella donna morì nel dare alla luce il figlio primogenito. Ovviamente non ebbe altri figli. Ciononostante, nella sua pietra tombale, compare il termine primogenito (greco prototòkos), lo stesso di Luca 2,7
Matteo 1,25: «(Giuseppe) non conobbe lei finché (greco: «èos») non partorì un figlio e lo chiamò Gesù». (traduzione lettera del versetto per soffermarci sul termine «èos» finché, presente nel testo greco ma spesso non reso nelle traduzioni)
Conoscere è un notissimo eufemismo biblico per indicare i rapporti coniugali. Questa frase viene citata spesso dai TdG e dal protestantesimo americano per negare la perpetua verginità di Maria.
Ma è facile rilevare che, nell’uso biblico, il finché, fino a… nega un’azione per il tempo passato, ma non implica che essa sia stata compiuta in seguito. Nel nostro caso, si nega ci siano stati rapporti prima della nascita di Gesù, ma non si afferma che ci siano stati dopo.
Ecco alcuni esempi.
Nel salmo 110,1 Dio invita il Messia alla sua destra finché ponga i nemici a sgabello dei suoi piedi. Ciò non significa che, dopo la vittoria, il Messia lascerà il suo posto d’onore.
In 2Samuele 6,23 si dice: «Mica!, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte». Il commento è superfluo.
In Matteo 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Ciò non significa che dopo la fine del mondo Gesù non sarà più con i suoi discepoli.

«Matteo si preoccupa di dimostrare che, secondo la profezia, una vergine è diventata madre, quindi presenta Maria come vergine fino al momento della concezione; il suo racconto non si riferisce ad un tempo posteriore, che è fuori quadro della sua narrazione. La verginità di Maria prima, durante e dopo il parto, è concordemente attestata dall’antica tradizione cristiana che si fonda sui Vangeli ed è verità di fede cattolica» (Garofalo).

Che Gesù fosse l’unico figlio di Maria, gli antichi Padri della Chiesa lo deducevano anche dal fatto che Gesù sul croce affida sua madre a Giovanni (Gv 19,2627). Se Maria avesse avuto altri figli, Gesù non avrebbe avuto bisogno di pensare, in quell’ora di straziante dolore, a una sistemazione conveniente per lei. L’avrebbe affidata ai fratelli.
A questo argomento i TdG rispondono così: in Giovanni 5,7 si dice che i fratelli di Gesù non gli credettero. Per questo Gesù ha affidato sua madre a Giovanni. Gesù, cioè, si sarebbe vendicato dell’incredulità dei suoi fratelli, affidando sua madre a Giovanni anziché a loro.
Ora il Gesù dei TdG è anche vendicativo e dispettoso. Ma questi «fratelli» non dovevano essere così increduli se, dopo l’ascensione, erano a Gerusalemme per pregare insieme a Maria: «Erano perseveranti e concordi nella preghiera. insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui» (At 1,14).

 

Pubblicato in Testimoni di geova
Lunedì, 15 Febbraio 2016 00:00

TdG: La rivelazione progressiva.

Uno dei punti fondamentali del geovismo è la dottrina della rivelazione progressiva. È un concetto che troviamo anche nel cattolicesimo, ma con un significato diverso.
     La Chiesa cattolica crede che la verità rivelata da Dio non può cambiare nel tempo o addirittura contraddirsi. Se Dio pronuncia una parola, essa resta immutabile come lui, altrimenti non è Parola di Dio oppure Dio mente. La rivelazione è progressiva nel senso che si evolve in modo omogeneo, senza contraddirsi, e può essere compresa sempre meglio dall’uomo. Il trascorrere del tempo non cambia la verità rivelata, ma aiuta a comprenderla meglio.

     Anche il geovismo afferma che Dio fa conoscere la sua verità progressivamente, gradualmente nel tempo. Naturalmente la rivela non a tutti ma solo al suo «canale», cioè al Corpo Direttivo (CD) di Brooklyn.
La rivelazione progressiva è paragonata dai TdG a una luce che gradualmente filtra in una stanza buia. Quando nella stanza entra un filo di luce, s’intravvede la sagoma di un armadio. Man mano che la luce aumenta se ne intravvedono le dimensioni. Quando la luce rischiara tutta la camera, si distinguono i colori dell’armadio e tutti i particolari. Allo stesso modo, Dio illumina il CD. Ma se la maggiore illuminazione fa scoprire che il punto di vista precedente era sbagliato, bisogna correggerlo (Cfr. La Torre di Guardia, 1 luglio 1979, pagg. 2526
.). Sulla base di questo principio, molte dottrine del geovismo sono state «corrette».

Un esempio. Nella Lettera ai Romani, l’apostolo Paolo scrive: 

«Ogni anima sia sottoposta alle autorità superiori, poiché non c’è autorità se non da Dio» (13,1 TNM).

Chi sono queste autorità superiori? Nel 1889, con poca luce, sono i governi terreni. Nel 1929, con più luce, sono Dio e Cristo. Nel 1973, con piena luce, sono di nuovo i governi secolari. La cosa più grave è che anche il punto di vista precedente, che dev’essere corretto perché si scopre essere errato, veniva attribuito alla luce divina, a Dio, e lo si imponeva ai fedeli come verità divina. Praticamente la responsabilità dell’errore precedente viene attribuita a Dio. Prima Dio aveva fatto capire che la verità era quella, ora fa capire che la verità è un’altra.

     Nel concetto di rivelazione o illuminazione progressiva, correttamente inteso, il processo di conoscenza è uniforme: il punto B non nega il punto A, ma lo completa e chiarifica. Ma se quello che con poca luce mi sembrava un armadio poi, con più luce, mi si rivela una sedia, non c’è stata una rivelazione progressiva che mi ha fatto capire meglio l’unica verità, ma ci sono state due rivelazioni in contrasto tra loro, di cui una è certamente falsa. La cosa assurda è che anche la rivelazione risultata falsa veniva attribuita a Dio.

IL BORDEGGIO
 L’assurdità della dottrina della rivelazione progressiva, come intesa dal geovismo, non sfuggiva ai TdG più critici, i quali capivano che nel geovismo non esiste una verità valida per sempre, ma solo la verità del momento. Quello che oggi è vero, domani potrebbe essere falso.
     Il CD si vide costretto a ricorrere a una spiegazione più realistica: la cosiddetta teoria del bordeggio, illustrata ne La Torre di Guardia del 1° giugno 1982 (pagg. 2729), e ispirata al principio filosofico hegeliano della dialettica ternaria tesi-antitesi-sintesi. La sua applicazione avviene in questo modo:

A. Viene formulata la verità di oggi (TESI). Ma poi, col tempo, si nota che questa verità ha certi difetti o lacune.
B. Si adotta, allora, un argomento diametralmente opposto: la nuova verità (ANTITESI). In seguito, si riscontra che nemmeno questa posizione rappresenta tutta la verità.
C. E allora si giunge a una combinazione dei punti validi di entrambe le posizioni (SINTESI).

Naturalmente il CD, che ha sempre accusato la cristianità di avere inquinato la purezza evangelica con le «sataniche filosofie umane», si guarda bene dal chiarire che si tratta di un principio ispirato alla filosofia di Hegel, ma cerca di trasformare questo principio in un esempio chiaro per tutti, servendosi del termine «bordeggiare» e spiega:
«Si potrebbe fare un paragone con una tecnica che, in gergo nautico, è chiamato «bordeggio». Manovrando le vele, i marinai possono mandare la barca da destra a sinistra, avanti e indietro, ma sempre procedendo verso la meta, nonostante i venti contrari». (La Torre di Guardia, 1° giugno 1982, pag. 27.
)
Ecco un esempio di «bordeggio». Una verità di carattere morale: il trapianto di organi.

A. 1963: il trapianto è lecito perché non vi è implicato alcun principio biblico (La Torre di Guardia, 15 marzo 1963, pag. 192).
B. 1968: il trapianto è illecito, è un atto di cannibalismo. Ci sono basi bibliche per condannare tale pratica (La Torre di Guardia, 15 marzo 1968, pag. 190).
C. 1980: il trapianto è lecito (La Torre di Guardia, 1° settembre 1980).

«Ma per quale motivo una verità deve cominciare a bordeggiare? Quanti fedeli TdG sono morti fino al 1980 per aver rifiutato un trapianto, illecito nel 1968 e diventato lecito nel 1980? Quei TdG che nel 1968 accettavano il trapianto di un organo venivano disassociati (scomunicati). Solo Dio sa quanti TdG sono morti per aver rifiutato un trapianto, perché credevano fosse un grave peccato, come insegnava il CD, «ispirato da Dio». Ma cosa avranno pensato i parenti di quei morti quando il CD, ispirato sempre da Dio, cambia parere e, dodici anni dopo, scrive su La Torre di Guardia la nuova verità: il trapianto è lecito?

     Bordeggiando è stata spostata anche la creazione di Adamo: prima nel 4126 a.C., poi nel 4026 a.C. … Passato il 1975, (anno in cui doveva finire «questo sistema di cose»), e la sua ennesima delusione, il CD bordeggia ancora e scopre che 6000 anni erano sì trascorsi, ma dalla creazione di Adamo e non da quella di Eva. Bisognava allora attendere per un tempo corrispondente all» intervallo intercorso tra la creazione dell’uomo e quella della donna. Quanto era stato lungo questo intervallo? Mesi, annunciò all’inizio. Poi, bordeggiando, anni… Con la tecnica del bordeggio il CD può, quindi, dire tutto e il contrario di tutto sul medesimo argomento. Resta confermato che il supporto ideologico dei TdG muta continuamente, spesso in modo sostanziale, e non a causa di una luce progressivamente più intensa che s’irradia dalle Scritture, come direbbe il CD, ma per una questione di opportunità. Quando una data, un’idea, un comportamento diventano inutili o sono di impedimento grave per la setta, allora viene deciso un mutamento… Ma, alla luce di questo principio, cosa resta del geovismo? In realtà nulla! Se tutto può essere «aggiustato» e, quindi, sostanzialmente mutato; se il tempo produce la metamorfosi delle verità, allora una prima conclusione dev’essere che nessun insegnamento del CD è certo, sicuro, stabile. Qual è, allora, la verità fondamentale, assoluta e immutabile per un TdG? Sembra un paradosso ma è la seguente: il CD, e solo il 
CD, ha sempre ragione! E la Bibbia? La Bibbia non è che uno strumento che il CD utilizza per dare i propri insegnamenti. La Bibbia da sola non serve a niente. Anzi, la Bibbia è dannosa perché, leggendola senza la guida del CD, «si rischia di ricadere nelle dottrine del cristianesimo ortodosso» e di sprofondare nelle tenebre:
«Di tanto in tanto, nelle file del popolo di Geova, sorgono alcuni che, come Satana originale, adottano un modo di pensare critico e indipendente… affermando che è sufficiente leggere esclusivamente la Bibbia da soli o in piccoli gruppi a casa. Ma, cosa strana, mediante questo tipo di lettura biblica, sono tornati indietro proprio alla dottrina apostata che i commentari del clero della cristianità insegnavano cento anni fa». (La Torre di Guardia, 15 agosto 1982, pagg. 2829).

     In pratica, secondo il CD, chi legge la Bibbia singolarmente o in piccoli gruppi a casa è portato inevitabilmente a interpretarla secondo quanto insegnano gli ecclesiastici.
«Ma se è vero che le dottrine del cristianesimo ortodosso sono scopribili della lettura della sola Bibbia e che quelle dei TdG necessitano, invece, di altre pubblicazioni, ciò sarebbe prova lampante che il cristianesimo ortodosso è in armonia con la Bibbia, mentre le dottrine della «Società Torre di Guardia» sono frutto del pensiero umano».(R. Walsh, Russell e le origini della Società Torre di Guardia).

 

Pubblicato in Testimoni di geova
Giovedì, 04 Febbraio 2016 00:00

La morte e l'anima per i TdG

LA MORTE E L’ANIMA

IL PENSIERO GEOVISTA
     Punto cardine della dottrina geovista è la negazione dell’immortalità dell’anima. Secondo il geovismo, non esiste sopravvivenza, perché la morte è la distruzione totale dell’uomo, per cui non c’è alcuna differenza tra la morte di un uomo e quella di un animale. Entrambi sprofondano nel nulla. L’anima non è un’entità spirituale, ma è l’alito della vita che Dio soffiò su Adamo:
«Quando Dio gli soffiò nelle narici l’alito della vita, i polmoni dell’uomo si riempirono d’aria… La Bibbia non dice che Dio diede all’uomo un’anima, ma che quando Dio ne ebbe avviato la respirazione, l’uomo divenne un’anima vivente»». (Potete vivere…,1980, pg. 72)

     L’uomo dunque non ha un’anima, ma è un’anima esattamente come gli altri animali. E la morte è la distruzione di tutto, per l’uomo come per gli animali.
Con la morte si entra in un periodo di «non esistenza» che cesserà con la risurrezione, intesa come una sorta di «ricostruzione», nel senso che Dio «ricorda» i defunti e li ricrea in base al ricordo. Quindi «i defunti esistono solo nella memoria di Dio, ridotto a una specie di calcolatore elettronico che ha immagazzinato la schedatura completa delle singole persone, con tutti i dati psico-somatici, e che, non appena riceve l’impulso concordato, riproduce la personalità del morto da far risorgere».
   Quindi tra l’uomo oggi vivente e il risuscitato non c’è continuità. Vediamo cosa insegna la Bibbia.

NELLANTICO TESTAMENTO
La neshamah

Nel primo libro della Genesi, Dio è rappresentato come un vasaio che «costruisce» l’uomo dalla terra, poi soffia nelle sue narici il nismat hayym (il soffio, l’alito vitale) che entra ed esce dal naso. Per mezzo di questo soffio divino, l’uomo diventa un nefesh hayym, cioè un essere vivente, un’anima vivente. Il nismat hayym, cioè l’alito vitale, l’uomo lo ha in comune con gli altri animali. Ma all’uomo viene dato qualcosa che gli animali non hanno: la neshamah. La parola neshamah ricorre ventiquattro volte nella Bibbia ed è posseduta solo da due persone: Dio e l’uomo. La neshamah, che anche Dio ha, non può essere il respiro, perché Dio non respira se non per simbolismo.
      «Per capire cosa sia la neshamah dobbiamo leggere un passo del Libro dei Proverbi nella traduzione più letterale possibile: «Lampada di Jahweh è la neshamah dell’uomo, essa scruta tutte le camere oscure del ventre» (20,27).
     Che vuol dire questa immagine così barocca?… Che cos’è questa neshamah, questo dono mirabile che Dio ci dà e che egli solo possiede e che noi solo possediamo sulla faccia della terra? Sono state date tre definizioni. La prima è di una bibbia tedesca che traduce neshamah con «autocoscienza»… Una bibbia inglese, non ufficiale ma molto diffusa traduce «potere di introspezione». La Traductiuon oecumenique de la Bible. francese traduce «conoscersi e giudicarsi». Perciò attraverso la neshamah abbiamo qualcosa che ci rende infinitamente superiori alle colossali realtà del mondo: «Tu l’hai fatto veramente di poco inferiore a Elohim (Salmo 8), di poco inferiore a Dio stesso».

 Nella Genesi non si parla dunque di «anima» nel senso comunemente inteso. Sarà la rivelazione posteriore a illuminarci su questo argomento. Il geovismo si ferma a questa antropologia e legge la Bibbia con il solito metodo: parte da qualche testo o da qualche termine preso dall’AT con i quali annulla il NT. Ricorre a tre temini: nèfesh, sheòl, geenna.


Nèfesh
È una parola ebraica che può avere molti significati, da scoprire in base al contesto. I TdG la traducono sempre «anima» e, per dimostrare che l’anima muore, citano Ezechiele 18,4 che traducono così: «L’anima (nèfesh) che pecca, essa stessa morirà».
     Ma in questo testo nèfesh non significa «anima» nel senso comune di questa parola. Il contesto non parla di anime, ma di persone: «Tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà» (CEI); «Colui che pecca, lui solo deve morire» (Nuovissima versione, Ed. Paoline).

Dunque, in questo testo nèfesh significa «persona».
     Il significato fondamentale di nèfesh è «soffio, respiro». Si tratta tanto del soffio del vivente, come delle esalazioni delle piante, quindi «profumo» (Is 3,1820).
Nèfesh è anche l’organo attraverso cui passa il respiro, quindi «gola, collo» (Gn 2,6); significa «vita» legata a un determinato individuo, quindi «persona, individuo»; può significare «stomaco» e tante altre cose da capire in base al contesto. Questa parola non significa quindi «anima» nel senso che comunemente diamo a questo termine. È il Nuovo Testamento a dare, qualche volta, al corrispondente termine greco psychè un significato simile a quello che intendiamo noi con «anima».

Sheòl
I TdG sostengono che la parola ebraica sheòl significa sempre «sepolcro» o «fossa» dove vengono sepolti i morti e che, quando l’AT parla del dopo-morte, intende solo la tomba, per cui l’espressione «scendere nello sheòl» significa «essere nella tomba» sinonimo di «distruzione» del defunto. Ma molti passi dell’AT smentiscono l’equivalenza sheòl = tomba = annientamento.
     In Genesi 37,35, Giacobbe credendo che suo figlio Giuseppe sia stato divorato da una belva, piangendo dichiara di voler andare da suo figlio nello sheòl: «Io scenderò in lutto da mio figlio nello sheòl» (CEI: negli inferi; Nuovissima traduzione: nell’oltretomba). È evidente che Giacobbe non intendeva «tomba» o «fossa», perché era convinto che suo figlio fosse stato divorato da una belva (Gen 37,33) e non poteva, perciò, stare in una tomba. Anche senza sepoltura, suo figlio Giuseppe si trovava nello sheòl.

Ma cos’era lo sheòl?
Era il regno dei morti, immaginato come un luogo sotterraneo. La Bibbia non vuole insegnarci la scienza, come credono i TdG, ma indicarci «la via del cielo» come diceva Galileo, cioè la verità religiosa, un messaggio di salvezza, comunicato gradualmente e rivestito con la cultura e le cognizioni «scientifiche» dell’epoca.

     La Bibbia presenta il cosmo diviso in tre strati: cielo, terra e ciò che è sotto terra, cioè lo sheòl, il soggiorno dei morti. Ma cosa andava esattamente nello sheòl? Che cosa sopravviveva alla morte? Certamente non l’anima come la intendiamo noi e come è intesa dal Nuovo Testamento, perché l’idea di una vita dopo la morte si sviluppa lentamente e gradualmente. I morti che stavano nello sheòl erano chiamati rephaìm, che possiamo tradurre con «ombre, spiriti»: spiriti degli individui vissuti, non del tutto spirituali, con una minima vitalità, «non l’annientamento dell’uomo, ma la sua riduzione a una forma spettrale e attenuata» (G. Ravasi) e che avevano della materialità.

In I Samuele 28,1114, quando la negromante di Endor richiama Samuele dallo sheòl, egli è riconoscibile dal suo mantello di profeta.
In 1Samuele 28,819, Saul è convinto che Samuele, morto da tempo, viva ancora e possa essere consultato. E l’autore sacro aggiunge nella narrazione che Samuele compare realmente a Saul e gli parla.
     Questo non significa che la Bibbia approvi l’evocazione dei morti, che invece condanna come pratica abominevole agli occhi di Dio. Dunque, nei primi libri del l» AT non c’è il dualismo che troveremo nel NT (corpo-anima), ma un altro tipo di dualismo: cadaveri e rephaìm: i cadaveri si trovano nei sepolcri, i rephaìm nello sheòl, che è il domicilio comune di tutti i morti, tanto per i giusti quanto per i malvagi. Il concetto di retribuzione (premio per i giusti, castigo per malvagi) si trova nella rivelazione posteriore.

Geenna
Questa parola deriva dall’ebraico ge-ben-Hinnon o «valle dei figli di Hinnon». Era una valle a ovest di Gerusalemme, divenuta tristemente nota perché vi erano stati offerti sacrifici umani al dio Moloc, per mezzo del fuoco. Per questo motivo Geremia lo considera un luogo maledetto (Ger 7,32; 19,6). 
Poi fu trasformata in luogo in cui si portavano i rifiuti della città e dove ardeva continuamente il fuoco per bruciare tali rifiuti. Nel NT la Geenna diventa il simbolo della dannazione e non della distruzione, come sostengono i TdG.


Obiezione geovista 
     
Il testo maggiormente citato dai TdG per sostenere che la Bibbia nega la sopravvivenza dell’anima è un passo del Qoèlet:
«I vivi sanno che devono morire, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo» (9,5). 
Come abbiamo detto sopra, le verità della fede non vengono rivelate fin dall’inizio, ma con una gradualità che ha il suo perfezionamento e compimento in Gesù Cristo. Il metodo geovista è sempre Io stesso: prende dall’AT una frase che si armonizza con la sua dottrina e con questa annulla tutte le altre. 
     Oltretutto, «se dovessimo interpretare letteralmente questa frase, dovremmo prendere allo stesso modo anche quest’altra, pure contenuta nel Qoèlet: «Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche» (2,24). Dovremmo concludere che la Bibbia insegna il materialismo? Il Qoèlet è un libro certamente  pessimista che vuole dimostrare la vanità di tutte le cose e perciò sottolinea che dal punto di vista fisico l’uomo muore come gli animali. Ma è significativo il fatto che in Qoèlet 9,10, si dice che l’uomo dopo la morte va nello sheòl, mentre non dice mai che ci vadano gli animali».
    E lo stesso libro smentisce la chiave ermeneutica geovista, quando in 12,7 afferma: «Ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato».

 

MACCABEI E SAPIENZA 
I libri veterotestamentari di Maccabei e Sapienza, che la Chiesa cattolica ha inserito nel canone biblico perché li ritiene ispirati, sono ritenuti centrali per la dottrina dell’immortalità dell’anima. I TdG li ritengono ispirati da Satana, perciò nella loro Bibbia non figurano. Ma anche in questo caso, cadono in strane contraddizioni. Infatti, i TdG accettano il canone biblico delle Chiese protestanti, che essi ritengono sataniche. Ma si può accettare una dottrina di una chiesa satanica? Consiglio al lettore di esaminare i seguenti testi: Sapienza 3,14; 9,1516,1314. 

     Nel Secondo Libro dei Maccabei (12,4345), si narra che Giuda Maccabeo fece pregare per i soldati caduti in battaglia e, fatta una colletta di 2000 dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme per far offrire un sacrificio di espiazione per quelli che erano morti, perché fossero assolti dal peccato. Secondo questo testo «vi deve essere, dopo la morte, uno stato intermedio, in cui alle anime è permesso di purificarsi dai loro peccati, in virtù e per merito delle buone opere compiute dai viventi.
È proprio ciò che la Chiesa insegna, quando tra le verità di fede pone anche quella dell’esistenza del Purgatorio
» (nota alla Nuovissima versione, Paoline).


NEL NUOVO TESTAMENTO
L’idea di sopravvivenza, incompleta e legata all’antropologia ebraica antica, si perfeziona agganciandosi alla tradizione sapienziale, con la distinzione tra anima e corpo che diventa uno dei cardini dell’insegnamento di Gesù e degli Apostoli.
Analizziamo i testi più significativi del Nuovo Testamento, stravolti o manipolati dai «traduttori» geovisti.
 

MATTEO 10,28: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire
nella Geenna e l’anima e il corpo
».
In questo testo ci sono due concetti:
1. C’è un corpo materiale, che può essere ucciso e quindi morire, e un’entità spirituale (l’anima) che non può essere uccisa e quindi non può morire.
2. Dio ha il potere di far perire l’anima e il corpo.

La prima parte di questa frase la TNM la traduce correttamente:
«Non abbiate timore di quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima».
     Dà, però, alla parola anima il senso di «persona, vita come creatura». Ma se sostituiamo la parola anima con «persona», avremo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere la persona». Ma come si fa a uccidere il corpo senza uccidere la persona? I TdG rispondono:

«Gli uomini possono uccidere il corpo ma non possono uccidere per sempre la persona, in quanto vive nel proposito di Dio… La persona muore fisicamente ma vive nel ricordo di Dio».

Cioè, la persona uccisa muore, ma continua a vivere nel ricordo di Dio che, in base al «ricordo» la «ricostruirà» nella risurrezione.
Ma questa è dottrina geovista, non biblica. 

Nella seconda parte del versetto («Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo»), il verbo far perire dalla TNM è reso con distruggere («Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima che il corpo nella Geenna»).

    Matteo usa due verbi diversi: nella prima parte della frase usa il verbo apoktèino (uccidere), nella seconda parte usa il verbo apòllymi che, in contesti simili, significa «perire, mandare in rovina, mandare in perdizione».
     Non, dunque, una distruzione in senso materiale, ma una perdizione spirituale, quella dell’anima che può morire spiritualmente.
Lo stesso concetto è espresso da Luca che però parla solo del corpo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo… temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna» (Le 12,45).


Luca 23,43

TNM     CEI
Ed egli (Gesù) disse a lui:
«veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso»
Gesù gli rispose:«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».


È la promessa che Gesù fa al «buon ladrone», crocifisso insieme a lui. In questo testo, che il geovismo non può accettare perché annulla la sua escatologia, non ci sono problemi di traduzione, bensì di punteggiatura che, com’è noto, è assente nei codici più antichi ed è stata reintegrata dagli studiosi.
I «traduttori» geovisti sistemano i due punti dopo «oggi».
     Il senso della frase cambia completamente. Tutte le edizioni critiche, compresa quella di Wescott e Hort, usata dai TdG e da loro considerata autorevole, pongono i due punti prima di oggi. In questo caso, la Wescott e Hort non è più autorevole. Infatti, nella nota in calce alla TNM, i TdG affermano:

«Benché la Wescott e Hort metta una virgola ncl testo greco prima della parola «oggi», le virgole non erano usate nei mss. gr. onciali. Alla luce del contesto, noi omettiamo la virgola prima di «oggi»» (pag. 1279, nota).

     In realtà, i TdG non omettono la virgola, ma la spostano dopo «oggi», dando così al testo sacro un senso in armonia con la dottrina geovista secondo cui dopo la morte non c’è nulla, si entra in un periodo di «inesistenza» che cesserà con la risurrezione dei corpi.
Ma perché tutte le edizioni critiche pongono i due punti (o la virgola) prima di «oggi»?
     Perché con la punteggiatura geovista, la parola «oggi» diventa superflua. Era ovvio che la promessa era fatta «oggi».
Gesù usa molto spesso l’espressione «In verità ti (vi) dico» e sempre senza l’avverbio oggi, anche quando predice un avvenimento futuro, come il tradimento di Giuda: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13,21). Non dice: «In verità vi dico oggi: uno di voi mi tradirà». La parola oggi non c’è perché è superflua. Ma se in questo caso la usa è perché la vuole mettere in evidenza (qualcosa che avviene oggi). La parola oggi compare in un altro passo, quello notissimo del canto del gallo: Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai» (Mc 14,30; di: Lc 22,34 e Mt 26,34).

     «In questi brani, equivalenti in quanto a costruzione con quello in esame, i TdG traducono correttamente: «in verità ti dico che oggi» e non «in verità ti dico oggi:», come è logico che sia. Alla domanda del ladrone a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», Gesù risponde che non solo si ricorderà di lui in quel tempo, ma che proprio in quello stesso giorno i due sarebbero stati insieme.
     Circa il senso teologico di quel «essere insieme in Paradiso» lo stesso giorno della morte, occorre fare riferimento alla sensibilità del ladrone per capire a quale paradiso Gesù alludesse. È verosimile che Gesù alludesse a quella parte del regno dei morti dove le anime dei giusti attendono la risurrezione, conformemente alla letteratura rabbinica contemporanea secondo la quale una parte dello sheòl è riservata ai morti che sono nel favore di Dio.

     È significativo che questo brano in poche righe riesca a indicare tre capisaldi della teologia cristiana, tutti rigettati dal geovismo: la preghiera a Cristo da parte del ladrone (secondo il geovismo, non si deve pregare Cristo, ma solo Geova), l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un paradiso che non sia quello terrestre».

     I TdG respingono la dottrina della sopravvivenza dell’anima senza il corpo, chiaramente proclamata in Sapienza Maccabei, come filosofia greca di origine satanica. La Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, parlerebbe solo della risurrezione dei morti. I TdG citano alcuni testi paolini (1Cor 15,5053; lTs 4,1517) in cui si parla solo della risurrezione. L’opinione che Paolo credesse solo nella risurrezione dei morti e non nell’immortalità dell’anima, è smentita da altri testi, come quelli qui sotto riportati, in cui l’Apostolo parla di una comunione col Signore subito dopo la morte.

Filippesi 1,2124

TNM    edizione 1967 CEI
Poiché nel mio caso vivere è Cristo, e morire, guadagno. Or se sia vivere nella carne, questo è frutto della mia opera, eppure non so quale cosa scegliere. Sono messo alle strette da queste due cose; ma ciò che desidero è la liberazione e di essere con Cristo, poiché questo, per certo, è molto migliore. Comunque, è più necessario che io rimanga nella carne per voi. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
TNM edizione 1987 ALTRE TRADUZIONI
Poiché nel mio caso vivere è Cristo, e morire, guadagno. Ora se sia il continuare a vivere nella carne, questo è frutto della mia opera, eppure ciò che sceglierei non lo faccio conoscere. Sono messo alle strette da queste due cose; ma ciò che desidero è la liberazione e di essere con Cristo, poiché questo, certo, è molto meglio. Comunque, è più necessario che io rimanga nella carne a motivo di voi. Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere in carne, questo deve significare per me frutto di apostolato, allora non so cosa preferire. Sono preso, infatti, fra queste due brame: desidero andarmene ed essere con Cristo, cosa di gran lunga migliore, ma d’altra parte, il rimanere ancora nella carne è più necessario per il vostro bene.
(Nardoni-Garofalo)


     Si leggano attentamente le due versioni geoviste. Ci si accorgerà che è impossibile capirne il senso, perché il testo è talmente manipolato da risultare incomprensibile. Si leggano, poi, le altre traduzioni e si vedrà che il pensiero dell’Apostolo è chiarissimo.
     Per Paolo, la morte è un guadagno, perché gli consente di vivere con Cristo. Ma il bene dei Filippesi esige che egli non muoia subito, ma continui a vivere nel corpo. Quindi l’Apostolo è combattuto da questi due desideri contrari: morire subito per essere con Cristo o continuare a vivere per il bene dei Filippesi.
Sulla «traduzione» geovista faccio due osservazioni.
1. Il testo viene, di proposito, reso incomprensibile. La virgola, posta tra morire e guadagno è un errore. Guadagno è predicato nominale (Il morire è un guadagno). Morire è un infinito sostantivato, con funzione di soggetto, preceduto dall’articolo: il (greco: ) morire (greco: apothanèin).
     Nel secondo periodo, il non so quale cosa scegliere dell’edizione del 1967, che era l’unica proposizione tradotta bene, nell’edizione del 1987 diventa: Ciò che sceglierei non lo faccio conoscere.
Si parla di due cose (sono messo alle strette da queste due cose), ma non si capisce quali siano queste due cose.
2. Il verbo analysai. La frase desidero andarmene (greco: analysai) ed essere con Cristo non piace ai TdG che traducono il verbo analysai col sostantivo liberazione (ciò che desidero è la liberazione). E commentano così:
«Paolo in nessun modo afferma qui che, immediatamente alla sua morte egli sarà mutato in spirito per essere con Cristo… Paolo vuol parlare del ritorno di Cristo e della liberazione dell’apostolo per essere sempre col Signore».

     Il verbo analysai richiama queste situazioni: togliere l’àncora perché la nave lasci il porto oppure smontare la tenda per spostare altrove la propria dimora; una chiara metafora della morte intesa come cambio di residenza. 
     Lo stesso pensiero si trova in 2Corinzi 5,69 (anche questo testo è «ritoccato» dai TdG), in cui Paolo considera la morte come un cambio di residenza: quaggiù i cristiani sonò in esilio, lontano dal Signore, ma per andare dal Signore bisogna uscire dal corpo, paragonato a una tenda, simbolo della vita nomade.

     Quindi, mentre tutte le bibbie danno al verbo analysai il significato di «essere sciolto dal corpo, partire dal corpo» e, quindi «morire», il geovismo gli dà il significato di essere «liberato dalla morte nella risurrezione finale». In altre parole, Paolo direbbe ai Filippesi: «Non vedo l’ora di morire per essere con Cristo alla fine del mondo!».
     Se Paolo, però, pensava che la morte non l’avrebbe riunito a Cristo subito, ma avrebbe dovuto aspettare nella tomba sino alla fine del mondo, cosa avrebbe guadagnato morendo subito? Il suo desiderio della morte, definita un guadagno, sarebbe incomprensibile. È lo stesso contesto che indica chiaramente che analysai significa essere sciolto o liberato dal corpo e quindi morire. Paolo afferma di essere combattuto da due desideri contrari: o rimanere nella carne, cioè vivere per il bene dei Filippesi, o essere liberato dalla carne, cioè morire. Preferirebbe morire perché la morte è un guadagno, in quanto gli consente di essere con Cristo.

     Il verbo analysai e il sostantivo corrispondente anàlysis compaiono altre volte nel Nuovo Testamento e sempre col significato di morire. In 2Timoteo 4,6 Paolo, riferendosi alla sua morte, che sente imminente, scrive: «Io sono già offerto in libagione e il tempo della mia partenza (analyseos) è imminente». I traduttori geovisti traducono, anche qui, il sostantivo analyseos con liberazione. Ma l’aggettivo imminente li costringe ad ammettere che qui Paolo parla della sua morte. Anche la TNM dà ad analysai il significato di morire. Solo in Filippesi 1,2124 non avrebbe tale significato, perché esso non si concilia con la dottrina geovista.
     «L’idea dell’immortalità dell’anima faceva parte dell’eredità culturale (greca e giudaica) di Paolo. Del resto le motivazioni addotte dall’Apostolo per sostenere la sopravvivenza dell’anima non sono le stesse della filosofia greca. Infatti, nella Lettera ai Filippesi, Paolo non deduce l’immortalità dell’anima dalla natura immortale della stessa, ma dal fatto che il credente, unito a Cristo già in questa vita, non potrà essere separato da lui nel mondo a venire. In Filippesi la prospettiva di uno stadio intermedio dopo la morte è complementare a quella della risurrezione della carne alla fine dei tempi. Per il credente il legame con Cristo dopo la morte diventa un preludio alla condivisione della sua gloria nella trasformazione finale della resurrezione.



2 Timoteo 4,22

TNM CEI
Il Signore (sia) con lo spirito che tu (mostri). Il Signore sia con il tuo spirito.

Testo greco traslitterato e traduzione alla lettera:
O Kyrios metà tou pnèumatos sou.
Il Signore (sia) con lo spirito tuo.

È un esempio di palese manipolazione in ordine alla negazione dell’esistenza dell’anima. Né il pronome che né il verbo tra parentesi mostri sono presenti nel testo greco che è assolutamente intelligibile così com’è: Il Signore sia con il tuo spirito. Il Signore può essere in comunione con lo spirito di una persona, «inabitare» in lei.
     «In questo caso, della manipolazione si accorgerebbe anche uno studente del ginnasio. Il motivo dell’alterazione è evidente: secondo il geovismo, non c’è uno spirito nell’uomo o comunque nulla che anche solo vagamente possa ricordare il concetto di anima. In questo caso, lo spirito sarebbe solo una «disposizione dell’animo», un’attitudine, uno stato che si manifesta, donde la necessità di inserire «che tu mostri»».

IL METODO ERMENEUTICO GEOVISTA
     Tutta la Bibbia è interpretata dai TdG in senso rigorosamente e fanaticamente letterale. Solo quando un testo contrasta con le loro teorie, ricorrono all’interpretazione simbolica. Tutti i testi che parlano della sopravvivenza sarebbero allegorici.
     Ogni volta che nell’Apocalisse compare la parola anime non si intenderebbe anime, ma corpi. Ecco due esempi.

Apocalisse 6,9: Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio.
Apocalisse 20,4: Vidi… le anime dei decapitati.

     In questi testi, la parola anime non significa certamente «persone, creature dotate di un corpo». Sono anime di persone uccise.
I TdG, non potendo in questo caso manipolare il testo, lo annullano con la seguente interpretazione:
«L’apostolo Giovanni usava la parola anime nel senso in cui le ispirate sacre Scritture la usano e intese dire creature viventi, coscienti, dotate di un corpo». (Il millenario regno di Dio, 1975, pg.30)
È il solito metodo. Poiché in alcuni passi delle «ispirate Scritture», cioè dell’Antico Testamento, anima significa «creatura dotata di un corpo», anche nel Nuovo Testamento deve avere lo stesso significato.
 «Giovanni non vide anime uccise, ma creature dotate di un corpo». (Ivi).
Con un giro di parole, si fa dire alla Scrittura il contrario di quanto essa afferma. Il testo non parla di «anime uccise», ma di anime di coloro che furono immolati, anime di decapitati, cioè di persone uccise. Non potevano essere «creature dotate di un corpo» perché il loro corpo era stato ucciso. Sono anime che sopravvivono in cielo in modo pienamente cosciente, perché cantano e pregano. Come già notato, quasi tutta la Bibbia viene interpretata in senso fanaticamente letterale; solo i testi «scomodi» sono letti sempre in chiave simbolica, con esegesi allegoriche assurde e strampalate.

Un altro esempio.
Apocalisse 14,912: Chiunque adora la bestia… sarà torturato con fuoco e zolfo… Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia… Qui sta la perseveranza dei santi. 

Ecco l’interpretazione geovista.
     I santi rappresentano i TdG, i quali «tormentano» gli altri uomini (quanti adorano la bestia). La bestia è il simbolo degli Stati e delle religioni. Il tormento a cui i TdG sottopongono gli altri uomini consiste nella predicazione fatta di casa in casa: una predicazione continua e martellante della fine di «questo sistema di cose» e che non deve dar riposo né giorno né notte agli altri uomini (speriamo che si limitino a tormentarci solo di giorno!). Naturalmente i malvagi cercano di non farsi tormentare, imponendo il silenzio ai TdG e perseguitandoli. I TdG, però, non devono scoraggiarsi ma devono continuare a tormentare gli altri uomini con costanza (qui sta la perseveranza dei santi)».
     La stessa interpretazione, ma in chiave anticlericale, viene data alla parabola di Lazzaro e del ricco Epulone.

Luca 16,1924: Lazzaro e il ricco Epulone
      La parabola parla chiaramente di un luogo di tormento (l’inferno) in cui vive l’anima dell’epulone e di un luogo di felicità e di consolazione (nel seno di Abramo metafora del paradiso) in cui vive l’anima di Lazzaro. É uno dei testi più «scomodi» perché, non solo si parla di un paradiso subito dopo la morte, ma anche dell’inferno, pure questo negato dai TdG.
     Per il geovismo, il ricco epulone rappresenta i farisei ipocriti e quindi i preti cristiani; Lazzaro rappresenta gli umili (non i poveri!) del tempo di Gesù e quindi i TdG. Il seno di Abramo, dove va Lazzaro dopo la morte, rappresenta il favore divino accordato ai TdG «su questa terra paradisiaca»; i tormenti dell’epulone nel fuoco dell’inferno sono «gli infuocati messaggi del giudizio di Dio, proclamati dai discepoli di Gesù» che angustiavano e tormentavano i capi religiosi ebrei e corrispondono ai tormenti del clero cristiano, provocati dalla predicazione della «verità», fatta dai TdG.

     In altri termini: «con questa parabola, Gesù intendeva parlare dei Testimoni di Geova, da lui incaricati di tormentare continuamente gli uomini increduli, specialmente il clero cristiano, con l’annuncio esplicito e non annacquato (questo sarebbe il significato della goccia d’acqua con cui l’epulone chiede ad Abramo che gli si rinfreschi la lingua) della imminente fine del mondo. Insomma, ogni volta che la Bibbia parla di inferno, fuoco eterno e tormento alluderebbe alla vocazione dei TdG a tormentare gli altri uomini con la loro predicazione».
     «L’allegoria della parabola viene spostata dai TdG su un piano diverso da quello originario, perché il ricco del racconto era, per Gesù, proprio il simbolo dei ricchi egoisti, e la parabola commenta il capovolgimento delle situazioni umane e dei rapporti tra poveri e ricchi davanti al giudizio di Dio (si confrontino i «guai» contro i ricchi in Luca 6,2026). 

Pubblicato in Testimoni di geova
Mercoledì, 03 Febbraio 2016 00:00

Lo Spirito Santo per i testimoni di Geova

Concludiamo con questo articolo la conoscenza della dottrina geovista riguardo le tre persone divine della Trinità: Dio-Padre (ecco l’articolo), Dio-Figlio (ecco l’articolo) e qui affronteremo Dio-Spirito Santo.

Una delle prime cose che un TdG apprende è che non esistono misteri. Tutto dev’essere ragionevole, cioè a misura della mente umana. Anche Dio! La prima vittima della ragionevolezza geovista è la Trinità che, pur essendo un mistero, è sostenibile solo con un Dio puramente spirituale. Ma se Dio ha un corpo, come credono i TdG, il concetto cristiano di Trinità diventa insostenibile, La negazione del dogma trinitario comporta la negazione della divinità di Cristo e la negazione dello Spirito Santo al quale è sottratto il suo status di persona.
     Secondo il geovismo, lo Spirito Santo (che i TdG scrivono sempre con la lettera minuscola) non è una persona ma una cosa, e cioè «la forza attiva di Dio», un’impersonale forza energetica, proveniente da Dio:

«una forza controllata che Geova Dio usa per compiere una varietà di propositi. In un certo senso, esso può essere paragonato all’elettricità, una forza che può essere adattata a eseguire una grande varietà di operazioni.» (Dovreste cedere nella Trinità?, 1989. pag. 20)

Quindi, lo Spirito sarebbe una forza o una energia in grado di operare nell’uomo e nella creazione, non per iniziativa personale, ma sotto il comando di Dio Padre. Così, quando lo Spirito parla attraverso le persone, lo fa «come le onde radio, che trasmettono messaggi da una persona a un’altra distante» (Ivi pg.22)


Per sostenere questa dottrina, il geovismo usa il solito metodo: sceglie alcuni testi dell’Antico Testamento con i quali annulla i testi «scomodi» del Nuovo Testamento che, spesso, vengono anche manipolati.


NELLANTICO TESTAMENTO

SPIRITO (in ebraico RUAH). Può significare: vento (Es 14,21); respiro (Is 42,5); ira, animosità (Gdc 8,3); forza divina comunicata a un uomo (Gdc 3,10; Sal 51,13); la presenza di Dio (Sal 139,7). Il geovismo è «fermo» a questi significati.


NEL NUOVO TESTAMENTO

SPIRITO (in greco PNÈUMA). Nel NT la parola pnèuma, che letteralmente significa soffio, respiro, è utilizzata circa 300 volte con vari significati. La maggior parte delle volte, il termine pnèuma è utilizzato per indicare lo Spirito Santo. Per la teologia cristiana, lo Spirito Santo è una persona. Il geovismo gioca su un equivoco legato al termine persona, così come è inteso nel linguaggio comune (antropologico) e come è inteso nel linguaggio teologico. «Nel linguaggio antropologico, per persona si intende un essere in forma umana. Nel linguaggio teologico si intende un soggetto puramente spirituale, dotato di individualità, intelligenza e volontà. La dottrina cristiana attribuisce «personalità» allo Spirito Santo, non in senso antropologico ma in senso teologico. I vertici della Società Torre di Guardia conoscono bene il significato teologico di persona, ciononostante ne fanno un utilizzo strumentale e propagandistico ai fini del proselitismo, che trova terreno fertile negli affiliati, spesso privi di qualsivoglia forma di istruzione superiore».
     Quando è riferito allo Spirito Santo, pnèuma ha due significati: la persona Spirito Santo, oppure i doni o le manifestazioni della persona Spirito Santo.
Le due realtà (la persona e i doni o manifestazioni) sono dipendenti tra loro come causa ed effetto. Questa distinzione la troviamo per esempio in Atti 1,8 che, tradotto alla lettera, suona così:
«Riceverete forza del Santo Spirito veniente su voi».
La traduzione geovista («Riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi») non è accettabile, perché altera il senso del testo.
     In questo testo, lo Spirito Santo non è la forza o, come direbbero i TdG, la forza attiva, ma è il soggetto della forza, cioè colui che dà la forza o da cui viene la forza.
La versione CEI traduce: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo».

Lo Spirito Santo è la persona; la forza è il suo dono.
1Corinzi 12,46: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti».

In questo testo, vengono nominate le tre persone divine (lo Spirito Santo; il Signore cioè Cristo e Dio Padre), ciascuna con le proprie attribuzioni. Allo Spirito Santo sono attribuiti i carismi o doni, perché egli stesso è il dono inviato da Cristo e dal Padre (cfr. Gv 14,26; 16,7); al Signore Gesù sono attribuiti i ministeri o servizi, perché Gesù è stato mandato per servire (cfr. Mc 10,45); a Dio Padre sono attribuite le attività o operazioni, perché il Padre è fonte di ogni essere e di ogni attività.
     Nei versetti seguenti (711), vengono enumerati i carismi cioè i doni dello Spirito Santo, fra i quali il potere dei miracoli (in greco: energhèmata dynàmeon = opere compiute con potenza, con forza).
     I miracoli sono opera della forza dello Spirito Santo. La forza che scaturisce dallo Spirito non si identifica con lo Spirito. Lo Spirito Santo è il donatore, la forza è il suo dono, così come il Signore Gesù è il donatore e i ministeri sono il suo dono e come il Padre è il donatore e le attività sono il suo dono. Nessuna delle tre Persone si identifica con i propri doni. 

IL PARÀCLITO

Tra i titoli che la Scrittura attribuisce allo Spirito Santo c’è quello di Paràkletos, parola greca che può significare Consolatore, Avvocato, Consigliere. Anche Gesù è chiamato Paràkletos: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» ( 1Gv 2,1). Quindi Gesù è un Paràclito. E quando Gesù parla dello Spirito Santo ai discepoli dice: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito (Paràkletos) perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere» (Gv 14,1617).
     Dunque come è una persona il primo Paràclito (Gesù), mandato dal Padre, lo è anche l’altro Paràclito, cioè lo Spirito Santo, mandato nel nome del Figlio: «Il Paràclito… che il Padre manderà nel mio nome» (Gv 14,26). 


COMPIE AZIONI PERSONALI
Lo Spirito Santo è presentato sempre come un soggetto in possesso di una volontà attiva, che compie azioni personali:
insegna, ricorda, guida, rende testimonianza, parla, annuncia Gv 15,2627; 16,13; At 13,2;15,28). Sono attività di una persona e non di un’energia. I TdG sostengono che sono modi di dire simbolici.
     Leggiamo Giovanni 16,1314: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
     La funzione del Paràclito di guidare alla verità tutta intera, dipende dal fatto che egli parla di ciò che ha udito da Gesù; riceve da Gesù ciò che annuncerà ai discepoli. Come può la forza attiva di Dio prendere da Gesù e annunciare? Gesù stesso lo spiega così: «Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che (lo Spirito Santo) prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,15).

IL PECCATO PIÙ GRAVE
Il peccato contro lo Spirito Santo è il più grave:
«Qualunque peccato e bestemnzia verrà perdonata agli uomini, ma la bestenzmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uonzo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo nzondo né in quello futuro» (Mt 12,3132).
     Se lo Spirito Santo è una cosa, non si capisce perché il semplice parlar male di una misteriosa e impersonale forza attiva, emanata per trasudazione divina da Dio, possa essere così enormemente più grave della bestemmia contro Cristo che è una persona inviata da Dio.

TRUCCHI E SCORRETTEZZE

Abbiamo esaminato alcuni testi cristologici manipolati dai «traduttori» geovisti. Porto qualche esempio di manipolazione di testi sullo Spirito Santo.

Prima Timoteo 4,1 

TNM  CEI
L’Espressione ispirata dice esplicitamente che in successivi periodi di tempo alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli espressioni ispirate. Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori.

Questo testo contrappone lo Spirito di verità (cfr. Gv 16,13) agli spiriti ingannatori.

Ecco il testo greco traslitterato:

Tò pnèuma retòs lègei… prosèchontes
Lo Spirito espressamente dice… dando ascolto
pnèumasin plànois.
a spiriti ingannatori.

Il soggetto parlante è lo Spirito. I «traduttori» geovisti hanno inserito nel testo la loro interpretazione (l’espressione ispirata) e il testo lo hanno messo nella nota in fondo pagina, in cui scrivono: «o, lo spirito». Come dire: lo spirito o l» espressione ispirata sono la stessa cosa. Il messaggio e il messaggero sarebbero la stessa cosa.

Seconda Corinzi 13,1314

TNM  CEI 
L’immeritata benignità del Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio e la partecipazione nello spirito santo siano con tutti voi. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.


Ecco il testo greco traslitterato e la traduzione alla lettera:

He chàris tou Kyrìou lèsou Christou
La grazia del Signore Gesù Cristo
kài he agàpe tou Theou
e l’amore di Dio
kài he koinonìa tou hagìou pnèumatos
e la comunione del Santo Spirito.

La TNM traduce il termine charis (grazia) con l’espressione immeritata benignità e la comunione dello Spirito Santo diventa partecipazione nello spirito santo.
Nel testo greco ci sono tre complementi di specificazione, introdotti dall’articolo al genitivo del Signore Gesù… di Dio… del Santo Spirito.
     I TdG traducono correttamente i primi due. Nell’ultimo, invece, sostituiscono dello con nello, per mettere lo Spirito su un piano diverso dal Padre e dal Figlio; una violazione della grammatica per rompere la concatenazione con le altre due persone divine, espressa dall’articolo dello.

LA FORMULA BATTESIMALE
La personalità dello Spirito Santo risulta evidente anche nella formula battesimale: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
    Qui si ha una concatenazione strettissima di tre elementi, legati dalla congiunzione e. Se i primi due elementi di questa concatenazione sono persone (Padre-Figlio), non si capisce per quale motivo il terzo elemento (Spirito Santo) non debba essere una persona. Se lo Spirito fosse solo la forza del Padre e sostituissimo questa espressione a Spirito Santo avremmo:
«…battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e della forza del Padre». È un’assurdità, oltre che un’inutile ripetizione, perché la forza del Padre è già espressa nella parola Padre.
     Nella cultura ebraica, il nome spesso è sinonimo di autorità. Quando Gesù dice: «Le opere che io compio nel nome del Padre mio» (Gv 10,25) intende dire: «Le opere che io compio con l’autorità del Padre mio». Quindi battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo significa battezzare con l’autorità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Se è Dio soltanto il Padre, che senso avrebbe unire l’autorità di Dio a quella di un angelo (il Figlio) e di una cosa (lo Spirito Santo), quasi che l’autorità del Padre non sia sufficiente? Inoltre, una cosa può avere autorità?
     La formula battesimale è comprensibile solo se lo Spirito Santo è una persona come le altre due e tutte e tre sono di uguale natura. O in Dio ci sono tre persone o il precetto di Cristo di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo risulta incomprensibile.

Giovanni 14,26

TNM     CEI
«Ma il  soccoritore, lo spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, quello (ekèinos) vi insegnerà ogni cosa…» «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui (ekèinos) vi insegnerà ogni cosa…»


Mentre tutte le Bibbie traducono il pronome ekèinos con lui, egli, la TNM lo traduce quello.
Dal punto di vista grammaticale la traduzione è corretta.
Nella lingua italiana, «quello» si può dire tanto di una persona come di una cosa. Invece «egli, lui» si usano solo per le persone. Poiché il geovismo sostiene che lo Spirito Santo è una cosa, un’energia, traduce ekèinos con quello, inteso come cosa. Allora egli, lui o quello? La grammatica ci dà un’indicazione.

     Ekèinos, pur essendo un pronome riferito a pnèuma (Spirito) che è di genere neutro, è utilizzato al maschile invece che al neutro, come sarebbe logico aspettarsi. Lo stesso «errore» grammaticale lo riscontriamo in altri due brani di struttura identica (Gv 15,26 e 16,1214). «Non è possibile spiegare questo apparente errore grammaticale da parte di Giovanni, ripetuto per ben tre volte (a sottolineare che è voluto), se non si intende la volontà dell’autore di conferire dei caratteri personali allo Spirito».
     I TdG sostengono che ekèinos è maschile perché è riferito a Paràkletos che è di genere maschile. Ma questo argomento è smentito da Giovanni 16,13


«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, egli (ekèinos) vi guiderà alla verità tutta intera».

In questo testo, la parola paràkletos è assente e mancano altri soggetti di genere maschile. Questo dimostra che il maschile ekèinos non è concordato con il maschile paràkletos, ma con il neutro pnèuma. Insomma, un errore grammaticale voluto, per sottolineare la personalità dello Spirito Santo, cosa pacificamente riconosciuta dalla critica contemporanea: «Un problema ulteriore è quello di precisare se con la parola Paràclito Giovanni intenda una potenza misteriosa oppure una persona. Se un tale problema solleva notevoli riserve per la voce spirito, almeno in alcuni scritti di Paolo e degli Atti, non c’è invece alcun dubbio che in Giovanni il termine Paràclito significhi la persona divina dello Spirito Santo». (Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 1986).

OBIEZIONI GEOVISTE
Le obiezioni principali sono due:
1. I TdG sostengono che «Giovanni il battezzatore disse che Gesù avrebbe battezzato con spirito santo come Giovanni battezzava con acqua. Perciò come l’acqua non è una persona, così lo spirito santo non è una persona». (Potete vivere…, pag. 40)
Rispondiamo che non è vero che il Vangelo dice che Gesù battezzerà con Spirito Santo come Giovanni battezzava con acqua.
Il Vangelo non dice come; dice ma, invece: «lo vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc 1,8; di: Lc 3,16).
«Giovanni battezzò con acqua, voi invece… sarete battezzati in Spirito Santo» (At 1,5; 11,16).

2. La Bibbia dice che i discepoli di Gesù furono colmati di Spirito Santo.
«Se lo Spirito Santo è una persona — dicono i TdG — come potevano i discepoli essere pieni di una persona?».
     Questa obiezione deriva dall’incapacità del geovismo di distinguere i doni dello Spirito Santo dalla persona Spirito Santo. Essere colmati di Spirito Santo significa essere pieni della forza, dei doni che la sua presenza ci elargisce. Dio, poi, può dimorare in tutti coloro che osservano il Vangelo:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Il Padre e il Figlio, che sono persone, possono dimorare in chi ama Cristo. Così pure lo Spirito Santo, che opera sempre insieme al Padre e al Figlio: «Lo Spirito della verità… rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,17).

Pubblicato in Testimoni di geova
Lunedì, 01 Febbraio 2016 00:00

Il Gesù dei Testimoni di Geova

GESÙ CRISTO
Nell’articolo precedente abbiamo appreso che il geovismo concepisce Dio come un «corpo spirituale» che abita in un luogo preciso del cielo. La prima conseguenza di questa concezione di Dio è la negazione del dogma trinitario. Se Dio ha un corpo, il concetto di Trinità diventa insostenibile. Quindi il geovismo non può accettare la divinità di Cristo, perché questo porterebbe alla Trinità. Perciò i TdG negano decisamente la divinità di Cristo. Questo li differenzia non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi, dagli Anglicani e dalla maggior parte dei Protestanti.

IL GESÙ DEL GEOVISMO
La cristologia geovista ripropone l’eresia ariana. Cristo non è Dio. Egli è «un dio», cioè un essere divino creato da Dio e precisamente l’arcangelo Michele.
     La prima creatura di Dio ha tre nomi: Michele, Parola di Dio, Gesù Cristo. Michele è il nome ufficiale che possedeva prima di venire sulla terra; Parola di Dio indica il compito che Michele aveva, cioè «portavoce di Dio» ai vari abitanti del cielo; Gesù Cristo è il nome che Michele ebbe sulla terra nei suoi 33 anni di vita di uomo. È «Figlio di Dio» perché creato a somiglianza di Dio, cioè di natura spirituale come Dio. È il Primogenito di Dio perché è il primo a essere stato creato da Dio. È l’Unigenito di Dio perché è l’unico ad essere creato direttamente da Dio. Il geovismo non fa distinzione tra unigenito e primogenito. A entrambi i termini dà il significato di «primo essere creato, prima creatura». Tutte le altre cose sono state create indirettamente cioè per mezzo di lui. 

    Il punto base è l’equivalenza che il geovismo fa  tra «creare» e «generare». Se Dio ha un corpo, sia pure spirituale, per generare avrebbe bisogno di una persona di sesso femminile. Ma prima di generare il Figlio, Geova era solo, non c’era nessuna femmina con lui. Perciò, generare riferito a Dio significa creare. In un libretto i TdG scrivono:

«C’era qualche persona di sesso femminile in cielo, da cui Geova generasse il suo Unigenito Figlio»?… L’Unigenito Figlio fu l’originale e prima creatura diretta di Dio, senza alcun intermediario di moglie o persona di sesso femminile. Inoltre, perché generò, non dobbiamo pensare che Dio abbia un seno come una persona di sesso femminile. Dio non è femmina». (
Cose nelle quali è impossibile che Dio menta, Brooklyn 1965, pagg.123127)

Quindi il geovismo annulla le verità fondamentali della fede cristiana. 

Nega l’incarnazione
Gesù non è l’incarnazione del Figlio di Dio in un corpo umano. È l’energia vitale, la forza vitale di Michele che viene trasferita a una cellula uovo nel ventre di Maria, fecondandola.

«Gesù fu non parte spirito e parte uomo… non fu nessuna incarnazione di una persona celeste; nessuna incarnazione della Parola di Dio».(Vita eterna nella libertà dei figli di Dio, New York 1967, pag. 75).

 

Nega la risurrezione corporale di Cristo
Il rifiuto della dottrina dell’incarnazione comporta la negazione della risurrezione corporale di Cristo. Il corpo di Gesù sarebbe stato fatto sparire da Dio dopo la sua sepoltura. Il corpo del Risorto non era il corpo di Gesù, ma «una materializzazione momentanea che rassomigliava al corpo di Cristo». In cielo, dicono i TdG, non possono esserci cose materiali ma solo persone con corpi spirituali. Quindi dato che Cristo non poteva andare in cielo col corpo e non era più sulla terra, bisogna concludere che venne fatto sparire da Geova.
     Dopo quaranta giorni dalla «risurrezione», sale al cielo spiritualmente, cioè con un corpo spirituale e, appena arrivato, paga a Geova il riscatto. La negazione della risurrezione e ascensione corporali viene motivata sulla base di una frase della Prima Lettera ai Corinzi: «Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità» (1Cor 15,50). Ma, come è abitudine dei TdG, la frase suddetta è isolata dal contesto. Qualche riga più sotto, Paolo dice: «È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità» (15,53). Quindi è questo nostro corpo mortale a risorgere, ma sarà un corpo glorioso, cioè non più soggetto alle leggi della materia, perché sarà trasformato da Dio che gli conferirà incorruttibilità e immortalità. Cristo
 non è neppure il Redentore; è solo il nuovo Adamo.


Il Gesù della Bibbia
I TdG affermano che, per contrastare Satana, angelo ribelle, occorreva un angelo fedele, cioè Michele-Gesù. Ma la Bibbia dice proprio il contrario. La Lettera agli Ebrei afferma la superiorità di Gesù sugli angeli, i quali devono adorarlo.

 

TNM CEI
Edizione del 1967 
Ma quando introduce di nuovo
il suo Primogenito nella terra 
abitata dice: «E tutti gli angeli di
Dio lo adorino».
Quando invece introduce il 
primogenito nel mondo,
dice: «Lo adorino tutti gli angeli
di Dio».
Edizione del 1987
Ma quando introduce di nuovo
il suo Primogenito nella terra
abitata dice: «E tutti gli angeli
di Dio gli rendano omaggio».
 


Ecco il testo greco traslitterato dell’ultima proposizione.

Kai proskynesàtosan autò pàntes angheloi Theou.
E adorino lui tutti (gli) angeli di Dio.

Proskynesàtosan è un tempo del verbo proskynèo di cui abbiamo trattato (vedi articolo).
La frase: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio» è la citazione di un’aggiunta della versione greca dei Settanta a Deuteronomio 32,43 e, nell’originale, è riferita a Jahvè stesso. S’intende, perciò, «adorare».
L’autore della Lettera agli Ebrei la applica al Figlio, per cui il senso di questo versetto è il seguente: gli angeli hanno l’ordine di tributare al Figlio la stessa adorazione che rendono al Padre. Se il Figlio dev’essere adorato dagli angeli, non può essere uno di loro, perché solo Dio dev’essere adorato (Ap 22,89).
Questo testo ha sempre messo in difficoltà i TdG, perché afferma chiaramente la divinità di Cristo.
Nella TNM del 1967, il versetto era stato tradotto correttamente («lo adorino»). Poi è stato corretto («gli rendano omaggio») per conciliarlo con la dottrina nell»»adorazione relativa».

 
Russell sosteneva che Gesù «mentre era sulla terra, fu veramente adorato e giustamente» (Watch Tower Reprints, pag. 2337). La Torre di Guardia del 15 ottobre 1945, riproponendo l’interpretazione di Russell, commenta così Ebrei 1,6: «Poiché Geova Dio regna come Re per mezzo di Sion,… chiunque lo voglia adorare deve anche adorare e prostrarsi davanti al principale rappresentante di Geova, cioè Gesù Cristo, il suo Co-reggente sul Trono della Teocrazia. Gli angeli santi ubbidirono lietamente al comando divino e dimostrarono la loro adorazione del nuovo Re di Geova e la loro sottomissione a lui, partecipando alla sua guerra in cielo contro Satana e i suoi angeli malvagi». Dunque, anche nel 1945 è giusto adorare Cristo, in quanto rappresentante di Geova.
     E resta giusto fino al 1983, quando comincia a delinearsi una nuova interpretazione. Il verbo proskynèo comincia a significare adorare Geova per mezzo di Cristo, cioè un’adorazione indiretta, indirizzata in realtà a Geova (La Torre di Guardia, 1° agosto 1983).

     Dal 1986 significa rendere omaggio a Cristo. Ma il Corpo Direttivo dei TdG, che nel suddetto numero de La Torre di Guardia ammetteva l’adorazione relativa, si era dimenticato di aver scritto proprio il contrario nel libro Sia Dio riconosciuto verace (Ed. 1949) a pag. 136: «L’onore relativo reso a Dio, per mezzo di un angelo, fu riprovato con queste parole:  «Guardati dal farlo: adora Dio»».  E aveva anche dimenticato di aver scritto su Accertatevi di ogni cosa…, a pag. 232: «Proibito inchinarsi in adorazione dinanzi a uomini o anche angeli come rappresentati di Dio». Le pubblicazioni geoviste, nella loro poco più che centenaria storia, sono piene di contraddizioni di questo tipo, che il Consiglio Direttivo giustifica con la teoria del bordeggio che spiegheremo bene in un prossimo articolo.

Una delle manipolazioni più gravi è quella di Giovanni 1,1, in cui il Verbo era Dio, nella TNM diventa era un dio. In Giovanni 20,28 Tommaso si rivolge a Cristo risorto con queste parole: «Mio Signore e mio Dio!». Non credo proprio che Tommaso pensasse di rivolgersi a Michele. E la professione di fede nella divinità di Cristo più esplicita e chiara del NT.

     Per tutti gli studiosi la traduzione geovista di Giovanni 1,1 («un dio») è grammaticalmente scorretta. I TdG giustificavano la loro traduzione citando il Manuale di grammatica del greco del Nuovo Testamento di Mantey. Ma la citazione (tattica consumatissima dei TdG) era incompleta. Il dott. Mantey difese il proprio prestigio di studioso con un articolo intitolato A shocking Mistranslation, nel quale scriveva: «Essi mi citano fuori del contesto… Tradurre Giovanni 1,1 «la Parola era un dio» è grammaticalmente scorretto». Vedendosi poi sempre citato nelle pubblicazioni geoviste, il dott. Mantey, in una lettera dell» 11 luglio 1974 indirizzata al CD dei TdG, nella quale faceva riferimento all’edizione inglese della TNM, scriveva: «Poiché mi avete citato fuori del contesto, vi invito a non citare più il mio Manuale, e neppure me, in nessuna delle vostre pubblicazioni» (Cfr. P. Hedley, Perché hanno lasciato…, pag. 200).

     In greco il termine logos (verbo, parola) non significa solo «parola» ma anche «pensiero». È la parola in quanto manifesta il pensiero. Il Logos, quindi, è Parola-Pensiero del Padre e viene generato da lui come il pensiero è generato dalla mente. Si tratta di una generazione spirituale. «La Parola pronunciata da Dio non può distaccarsi da lui. A differenza delle nostre idee e delle parole che le esprimono, che non si identificano con noi, la Parola di Dio è Dio stesso» (A. Feuillet, Il prologo del quarto Vangelo. Studio della teologia giovannea, Cittadella, Assisi 1971, pag. 33).
      La teologia distingue tra «generare» e «creare». Il Verbo non è creato ma generato, nel senso che abbiamo detto. In questo senso Cristo è «l’Unigenito Figlio di Dio», perché è l’unico ad essere Figlio naturale, cioè «generato». 
 Paolo chiama Cristo anche «primogenito di tutta la creazione» (Col 1,15), non nel senso di prima creatura di Dio (come sostengono i TdG), ma nel senso che Cristo ha la preminenza su tutte le creature.
Egli è al di sopra di tutte le creature «perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose» (Col 1,18). Qui il termine «primogenito» viene usato con riferimento al concetto legale ebraico di primogenitura, per esprimere la dignità, la posizione che nell’ordinamento del popolo ebraico spettava al primogenito anche se non aveva fratelli e quindi era unigenito.

L’incarnazione
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Con la parola «incarnazione» intendiamo dire che il Verbo, il Figlio eterno di Dio, si è incarnato nel seno della vergine Maria, ha un vero corpo umano ed è vero uomo. Quindi nel Cristo riconosciamo due nature: la natura divina e la natura umana nell’unica persona di Gesù Cristo.

La glorificazione
Il Cristo è risorto col suo vero corpo glorificato.



LA CENTRALITA DI CRISTO

L’INSEGNAMENTO DELLA BIBBIA
La Bibbia sostiene la centralità di Cristo, in quanto il Nuovo Testamento (NT) riferisce l’intero Antico Testamento (AT) alla persona e all’opera di Cristo. Gesù stesso dice che tutte le Scritture hanno in lui il vero punto di arrivo (Gv 5,39.46; Lc 24,2527.4446). Tutto questo è ricapitolato in una frase di Paolo: «il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,4). «Il termine» (telos) significa «scopo, culmine, compimento». Lo scopo della Legge, cioè dell’AT, è Cristo. L’AT è in funzione di Cristo.
  È quello che Paolo dice degli Ebrei, parlando del velo di Mosè (2Cor 3,1316). Solo convertendosi al Signore Gesù, «il velo» di incomprensione dell’AT sarà tolto, perché «è in Cristo che esso viene eliminato» (v. 14). Perciò, la Scrittura si comprende solo tenendo presente il suo centro, Gesù Cristo.


LA POSIZIONE GEOVISTA
Il geovismo oscura la centralità di Cristo e nel rapporto tra Antico e Nuovo Testamento fa il procedimento inverso. Non è l’AT che è in funzione del Nuovo, ma è quest’ultimo che viene come risucchiato dall’AT. La centralità biblica viene spostata da Cristo a Geova. I protagonisti della storia della salvezza sono Geova e Satana. Quest’ultimo ha un ruolo fondamentale nel geovismo, che è letteralmente ossessionato da Satana. Gesù ha un ruolo secondario. Viene minimizzato anche il suo ruolo di Redentore, perché al suo sacrificio si attribuisce un’importanza secondaria:

«La salvezza delle creature umane per mezzo del sacrificio di riscatto di Gesù Cristo era semplicemente secondaria». (Quindi è finito il mistero di Dio, pag. 108).

Il primo insegnamento della Bibbia sarebbe «la rivendicazione della sovranità universale di Geova per mezzo del suo regno messianico».


Da Cristo a Geova

the watch tower con croce

 

All’inizio della loro storia, i TdG erano più cristiani, perché Cristo era più al centro: avevano come segno distintivo la croce, sia nelle riviste che all’occhiello delle giacche.Gl i anni trenta del “900 furono quelli del distacco da Cristo. I cristiani sono «testimoni di Cristo» (cfr. At 1,8). I geovisti preferiscono chiamarsi «testimoni di Geova», espressione presa dall’AT (Is 43,10).

     Nel 1931 viene abolita la croce e La Torre di Guardia, che aveva sempre avuto come sottotitolo annunciante il Regno di Cristo, nel numero del 1° marzo 1939, cambiò ufficialmente titolo: non più annunciante il Regno di Cristo ma annunciante il Regno di Geova.
Da quegli anni, il centro non è più Cristo, ma Geova. La ragione di questa apostasia da Cristo sta nel fatto che il geovismo nega decisamente la divinità di Cristo e strumentalizza il passo di Giovanni 14,28: «ll Padre è più grande di me», in funzione di questa negazione.
     Tolta a Cristo la divinità, Gesù decade a livello degli altri personaggi della Bibbia. Conta ben poco! 

 

Viene eliminato anche ciò che richiama direttamente Gesù Cristo. Nelle loro pubblicazioni e riviste, i Testimoni non usano mai l’espressione avanti Cristo (a.C.) e dopo Cristo (d.C.), ma sempre «avanti l’Era Volgare» (a.E.V.) e «dopo l’Era Volgare» (E.V). Con l’espressione a.C. e d.C. si pone Cristo al centro della storia, come spartiacque di essa. Per il geovismo il centro della storia non è Cristo, ma il 1914.
     Secondo i TdG, il periodo che va dal 607 a.C. al 1914 d.C. è dominato completamente da Satana, che regna indisturbato. La morte e la risurrezione di Cristo, che avvengono entro questo tempo, non scalfiscono minimamente questo dominio di Satana, che termina nel 1914. Quindi il centro della storia della salvezza non è il mistero pasquale (morte e risurrezione di Cristo), ma il 1914.

La redenzione è l’applicazione della legge del taglione
     Della redenzione i TdG hanno un’idea quasi commerciale. Per il geovismo la morte di Cristo è stata solo un riscatto, un prezzo da pagare per riparare il peccato di Adamo. È la legge del taglione applicata al concetto di redenzione:
«Gesù Cristo cedette la sua vita perfetta per ricomprare ciò che Adamo aveva perso… Vi è implicato un principio legale che Dio diede alla nazione d’Israele, e cioè: «Vita per vita»»». (Potete vivere…, pag. 62)

     «Tutto il concetto Paolino di redenzione è ridotto a un semplice problema legale, secondo la prassi giudiziaria americana: qualcuno deve pagare la cauzione per ottenere la scarcerazione. Geova cancella il debito di Adamo, applicando rigorosamente il principio legale dell’ebraismo: anima per anima, occhio per occhio…
      Per «redenzione» i Testimoni non intendono tanto la riconciliazione dell’uomo peccatore con la misericordia paterna di Dio, bensì una specie di contratto legale con cui Cristo ricompera da Dio il paradiso perduto per ristabilirlo su questa terra, lasciando però Dio lontano e nascosto dietro le nuvole. Lo scopo primario della redenzione non è infatti la salvezza degli uomini, bensì il ristabilimento della teocrazia sulla terra paradisiaca. Non solo è scomparso il linguaggio neotestamentario della riconciliazione con Dio in Cristo, ma non hanno più alcun valore la fede in Gesù Cristo e la gratuità del suo gesto di donazione per tutti gli uomini». (P. A. Gramaglia, Perché non sono d’accordo con i Testimoni di Geova, Piemme, Roma 1984, pag. 59.)

     Il geovismo prende un testo dell’Antico Testamento, riguardante la legge del taglione, e lo usa come unica chiave per capire la realtà nuova della redenzione.
I Testimoni rimandano a una frase di Paolo: «Ha dato se stesso in riscatto (antìlytron) per tutti» (1Tm 2,6). Ma qui Paolo non si riferisce a una norma giuridica. Secondo i TdG, Gesù è redentore nel senso che ha «ricomprato da Dio quello che Adamo aveva perduto», né più né meno, e il prezzo pagato è stato il suo corpo sacrificato.

«Ma il concetto biblico di riscatto o redenzione, riferito a Dio, è analogico, cioè solo parzialmente uguale a quello umano. Esso non vuol dire pagare ma liberare dal male e riconciliare con Dio. Nell’AT, Dio stesso è chiamato «redentore» (ls 43,14; Sal 19,15). Se redimere è pagare in senso stretto, Dio a chi paga? Dunque, «redimere» in senso biblico significa «recuperare». Gesù è morto perché il Padre «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). La morte di Gesù non è quindi un pagare l’equivalente, ma un generosissimo dono d’amore»: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,1920).


La bilancia
     
Se, come credono i TdG, il compito di Cristo consiste solo nel pagare per riavere quello che Adamo aveva perduto, Gesù è l’equivalente perfetto di Adamo e nell’opera della salvezza ha la stessa importanza, lo stesso peso di Adamo. in un loro libretto, spiegano questo concetto con un’illustrazione: una bilancia a due piatti in equilibrio. Su un piatto c’è Adamo e sull’altro Gesù. Hanno lo stesso peso. Ma la Bibbia insegna questo? Il parallelismo secondo cui Adamo è uguale a Gesù è smentito dalla Lettera ai Romani. Paolo fa un parallelismo tra Adamo e Gesù, ma non li pone su un piano di parità; li mette su una bilancia simbolica, ma Gesù pesa infinitamente di più.
Gesù e Adamo
Si legga tutto il capitolo 5 della Lettera ai Romani, di cui riporto alcuni versetti: «Ma il dono di grazia non è come la caduta… E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato;… Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo… Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (cfr. Rm 5,1520). «La grazia, dunque, non è «corrispondente» al peccato ma, al contrario, è «sovrabbondante». Questo dimostra che l’immagine della bilancia in equilibrio, per indicare la parità di ruolo tra Adamo e Gesù, non corrisponde agli insegnamenti della Bibbia.
     La redenzione operata da Cristo non è un semplice riscatto, ma qualcosa di positivo, di molto più grande: è liberazione dal male, capacità di entrare in comunicazione con Dio e di chiamarlo Padre, è la possibilità di godere di Dio in una vita eterna non terrestre, ma celeste, che non è riservata a 144.000 privilegiati, ma è offerta a tutti quelli che amano Dio: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (1Cor 2,9)

«I doni della redenzione sono espressi con la parola charis tradotta in italiano con «grazia». Poiché il geovismo non coglie il concetto biblico della redenzione, ha creduto bene di far scomparire la parola «grazia» dalla sua bibbia manipolata ad uso e consumo dei Testimoni. Così ha sostituito sistematicamente «grazia» con «immeritata benignità», senza alcun motivo filologico».

Antico e Nuovo Testamento
     I TdG, negando la divinità e la centralità di Cristo, devono negare anche la distinzione tra Antico Testamento e Nuovo Testamento. La parola testamento, riferita alla Bibbia, significa «alleanza, patto». La loro Bibbia distingue i libri in base alla lingua in cui sono stati scritti: Scritture ebraico-aramaiche e Scritture greche. L’espressione Antico Testamento e Nuovo Testamento contiene un giudizio di valore tra i due Testamenti, un concetto di evoluzione negli insegnamenti biblici. Questo il geovismo non lo accetta e considera non biblica questa distinzione:

«È un errore dovuto alla tradizione dividere la scritta Parola di Dio in due parti, chiamando la prima, da Genesi a Malachia, «Antico Testamento», e la seconda, da Matteo a Rivelazione, «Nuovo Testamento»». (Tutta la Scrittura è ispirata e utile, pag. 11)

Ma è la Bibbia stessa che parla di Antico e Nuovo Testamento, di antica e nuova alleanza.
Ecco alcuni testi:

1) Dio promette una nuova alleanza: «Con la casa d’lsraele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri» (Ger 31,3132). II NT cita questo testo (Eb 8,812), poi lo commenta così: «Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima» (Eb 8,13).
2) L’apostolo Paolo chiama Antico Testamento, antica alleanza le scritture ebraiche (2Cor 3,1415).
3) Gal 4,24: «Le due donne infatti rappresentano le due alleanze». Agar la schiava è simbolo dall’antica alleanza; Sara rappresenta la nuova (Gal 4,2426).
4) Lc 22,20: Gesù disse: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue…»; nuova rispetto a quella del monte Sinai: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi…»» (Es 24,8).

Naturalmente tra l’Antico e il Nuovo Testamento c’è continuità.
«L» AT preannuncia la venuta di Cristo (Cfr. Lc 24,44; Gv 5,39; I Pt 1,10). Il NT spiega e illumina l’AT (Cfr. Mt 5,17; Lc 24,27; 2Cor 3,1416). Nella rivelazione c’è, dunque, un inizio (AT) e un perfezionamento (NT): «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità venne per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,1718; cfr. Eb 1,12). Queste parole mettono in evidenza la superiorità della rivelazione portata dal Figlio su quella dei profeti. Nel passaggio dall’AT al NT c’è un salto di qualità. Questo risulta anche dal discorso della montagna, nel quale Gesù perfeziona alcune parti dell’AT e lo fa con autorità (Mt 5, 1 748 )».

I TESTIMONI DI GEOVA SONO CRISTIANI?

Secondo il Consiglio Mondiale delle Chiese, per essere considerati cristiani, oltre a seguire gli insegnamenti di Gesù, bisogna essere battezzati nel modo stabilito da Cristo, cioè nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cosa che i TdG non fanno) e credere nella divinità di Gesù Cristo (cosa che i TdG non credono). Per questi motivi, i TdG non sono ritenuti cristiani né dalla Chiesa cattolica, né da quella ortodossa, né dal mondo protestante.
     Gli studiosi considerano i TdG un gruppo giudaico che accetta il NT, ma ne annulla l’originalità. «La fede dei TdG è una tipica concezione giudaica dell’esperienza religiosa… I TdG sono rimasti sul versante del giudaismo; la loro cristologia e la loro soteriologia non sono cristiane».

 

Pubblicato in Testimoni di geova
Domenica, 31 Gennaio 2016 00:00

Il Dio dei TdG

Credo sia capitato a tutti di incontrare una coppia di TdG e magari di cominciare a dialogare con loro. Dopo le prime battute della conversazione, si è portati a credere che il geovismo sia un’accozzaglia di banalità, spacciate per messaggio biblico. Che questa dottrina sia semplicistica è vero, ma questo non deve trarre in inganno.
    Il geovismo propone una visione del mondo che vuole contrapporsi a tutte le altre, perciò è un sistema completo, complesso e molto articolato. Non si limita all’aspetto puramente religioso, ma vuole entrare in tutti gli aspetti della vita personale, familiare e sociale. Pretende di dare una risposta a tutto: per ogni domanda che l’uomo si pone, il geovismo ha la ricetta, la risposta pronta.

Una recente indagine ha rivelato che la stragrande maggioranza dei TdG è di cultura medio-bassa (anche perché il geovismo scoraggia l’istruzione superiore, soprattutto di tipo umanistico) e tutto il sistema dottrinale geovista è costruito tenendo presente le esigenze di queste persone. Ad esse il geovismo si presenta come religione «ragionevole», cioè comprensibile.
     La salvezza non sta tanto nella fede quanto nella conoscenza. Per conoscere bisogna capire. Quindi una dottrina che la ragione non comprende è falsa, perché Dio ci dà sempre ampie ragioni per tutto quello che riguarda la fede. La nostra mente, perciò, può capire Dio, perché Dio è «ragionevole».
     Perciò, non esistono misteri. Non ci sono misteri in Dio. Non possiamo, dicono i Testimoni, adorare ciò che non conosciamo. Certamente. Ma, conoscere non significa comprendere. Pretendere di comprendere Dio e i suoi disegni è stoltezza e presunzione (cfr. Gb 11,78; Is 55,8; Rio 11,3334).

 

Il geovismo ha una concezione materialistica di Dio, cerca di semplificare ogni concetto per renderlo comprensibile a tutti, anche alla persona più semplice e meno acculturata. Le descrizioni antropomorfiche, di cui la Bibbia è piena, vengono spesso prese alla lettera. Ecco come ragionano i TdG.
     Dio è la grande mente che ha creato l’universo: «Se c’è una mente ci dev’essere un cervello in un corpo di forma ben definita… Dio, anche se non ha un corpo materiale, ne ha uno spirituale». (Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, pg.36)

Un corpo spirituale, invisibile, ma dotato di tutti i sensi: «Dio è un’incorruttibile persona con sensi di vista, udito, ecc.». (Accertatevi di ogni cosa. Attenetevi a ciò che è eccellente, Brooklyn 1974, pg.204)

 

Dio abita in un luogo

Attribuito a Dio un corpo spirituale, occorre localizzarlo da qualche parte:

«Essendo una persona con un corpo spirituale, Dio deve avere un luogo in cui vivere». (Potete vivere…, pag. 36.)

Ma dove abita Dio? Noi diciamo che Dio, essendo purissimo spirito, non ha un luogo di dimora, ma è onnipresente. È un concetto difficile. Il geovismo semplifica e «ragionevolizza». Se Dio ha un corpo, sia pure spirituale, non può essere onnipresente, ma deve necessariamente stare in un luogo. Ma dove»? Negli anni ’20, i Testimoni pensavano che Dio abitasse nella stella Alcione delle Pleiadi e precisavano che gli angeli per giungere sulla terra impiegano sei giorni.

Venticinque anni dopo, riconoscono di aver detto una «stoltezza»:
«Le Pleiadi non si possono più considerare come il centro dell’universo e sarebbe stolto cercare di determinare il trono di Dio in un particolare punto dell’universo». (La Torre di Guardia, 1° settembre 1954, pag. 542)

Passano altri vent’anni e dicono una sciocchezza ancora più grossa: rimettono Dio al centro dell’universo e noi uomini, con la terra, giriamo intorno a Dio in una sorta di giostra cosmica:
«La terra non è il centro dell’universo ma lo è il suo invisibile Fattore celeste… percio noi che abitiamo sulla terra, ci troviamo necessariamente a girare intorno al celeste Fattore della nostra terra».
(Il nostro prossimo governo mondiale: il Regno di Dio, Brooklyn 1977, pagg. 1415)

     Oggi si limitano a dire che Dio abita «nei cieli». A questo punto, viene spontaneo chiedersi: se Dio abita nei cieli, ed è il creatore di tutte le cose (compresi i cieli), dove abitava prima di creare i cieli? Il geovismo ha la risposta pronta anche per questo imbarazzante quesito:

«Dio prima di cominciare a creare, era completamente solo nello spazio universale». (Potete vivere…, pag. 44)

     Ma lo spazio non è il nulla, altrimenti non esisterebbe; è qualcosa, è «la parte dell’universo non occupata dagli astri, ma non priva del tutto di materia» (Devoto-Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana). Se lo spazio è qualcosa, è anch’esso creato da Dio. E dov’era Dio prima di creare lo spazio? Il tentare di localizzare Dio non sfugge alla critica di materialismo, per il semplice motivo che un luogo è sempre limitato. Non c’è luogo che possa contenerlo: «I cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti» (1Re 8,27). Egli è l’Onnipresente: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 139,8).

Gli attributi di Dio

I Testimoni non negano a Dio gli altri attributi, cioè l’onnipotenza, l’eternità e l’onniscienza, ma non comprendono che, attribuendo un corpo a Dio, insieme all’onnipresenza cadono anche gli altri attributi. Infatti, se Dio ha un corpo:

1. non è autosufficiente, perché ha bisogno di qualcosa (una dimora) fuori di lui;
2. non è onnipotente. L’onnipotenza è la qualità di chi può fare tutto ciò che vuole: «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Ma se Dio ha un corpo, non può essere col corpo ovunque e, quindi, non è onnipotente.

     A questi argomenti, i Testimoni rispondono con disprezzo:

«Questi sono fallaci ragionamenti umani, satanica sapienza, filosofia!». Quando la «ragionevolezza» è contro la dottrina geovista diventa satanica.


Onnisciente?

La concezione che i Testimoni hanno dell’onniscienza divina è molto curiosa. Onnisciente è colui che conosce tutto: il passato, il presente, il futuro. Ma come conciliare l’onniscienza divina con il libero arbitrio dell’uomo? Se Dio sapeva che Adamo avrebbe peccato, perché lo ha messo alla prova?
     Noi non abbiamo una risposta «ragionevole», ma diciamo che questo è un mistero, cioè qualcosa che supera la capacità di comprensione della nostra mente. Ma, come ho detto sopra, i Testimoni non vogliono sentir parlare di misteri. Non esistono misteri per loro, perché Dio ci dà la spiegazione «ragionevole» di tutto.
     «Come conciliare allora l’onniscienza di Dio con la libera volontà dell’uomo? Mettere alla prova Adamo, sapendo che questi non avrebbe superato la prova, non equivale a predestinarlo al peccato?

Per risolvere questo problema, i Testimoni ricorrono a questa spiegazione: Dio è dotato di onniscienza, però non ne fa sempre uso. Egli, cioè, ha la capacità di conoscere le cose future, però può anche rifiutare di guardare nel futuro, se vuole. Nel caso di Adamo, non ha voluto vedere come andava a finire, altrimenti non avrebbe potuto metterlo alla prova. Ma in questo modo, Dio non è più libero, perché questa «onniscienza» è condizionata e sottomessa al comportamento dell’uomo».

Che cos’è, allora, il Dio dei Testimoni?
     Se Dio non è autosufficiente, non è onnipotente, non è libero, che cos’è? È un idolo, frutto di una concezione materialistica e infantile, non molto dissimile da quella che si riscontra nelle religioni pagane (gli dèi greci che abitano sull’Olimpo); un ibrido miscuglio di mitologia e fantascienza all’americana, che con la Bibbia ha ben poco a che fare.

Geova: il nome di Dio?

Secondo i TdG, Dio si sarebbe dato un nome per distinguersi da molti falsi dèi. La parola Dio non è un nome, è solo un titolo come quello di presidente o re. Il vero nome di Dio sarebbe Geova. Come diciamo «il presidente Napolitano» per distinguerlo da un altro presidente (Pertini ecc.), così bisogna dire il «Dio Geova» per distinguerlo dagli altri dèi. (potete trovare un approfondimento sul nome di Dio-Geova a questo articolo)


     Noi crediamo che Dio non abbia bisogno di un nome per distinguersi. Il nome Geova serve ai TdG per distinguersi dagli altri, non a Dio. Da chi dovrebbe distinguersi? C’è un solo Dio. Gli dèi, secondo la Bibbia, sono idoli e gli idoli sono un «nulla» cioè non esistono (cfr. 1Cor 8,4).

     Nell’Antico Testamento si trovano diversi nomi di Dio (Adunai, El-Saddai, Elhoim ecc.). Il nome più usato nella Bibbia ebraica è Jahveh che i TdG continuano a pronunciare erroneamente Geova. Dico «continuano» perché la parola Geova era usata durante il Medio Evo anche dai cristiani, cattolici e protestanti (si trova anche sulle pareti di qualche vecchia chiesa), fino a quando gli studi biblici più avanzati hanno documentato, agli inizi del secolo scorso, che la pronuncia più probabile è Jahvè.
     Di certo c’è una sola cosa: Geova è errato. Questo lo sanno anche i Testimoni. Infatti, nel libro Equipaggiato per ogni opera buona, a pagina 25 riconoscono che il nome Geova non è corretto e ammettono che la pronuncia Jahvè è la più probabile. Perché allora non usano il nome Jahvè e conservano il nome Geova? Perché non si nominano ufficialmente «Testimoni di Jahvè», dal vero nome di Dio?
Rispondono:
«La forma Geova è in uso da molti secoli ed è estesamente conosciuta». (Potete vivere…, pag. 43)
Questo significa che adottano la pronuncia Geova per tradizione. Le tradizioni non contano se le usano gli altri, ma se le osservano i TdG sono legittime anche se sono sbagliate. 
I veri motivi di tanto attaccamento alla parola Geova sono due:

 Il primo ce lo rivela Gunther Pape, ex Testimone tedesco: «Abolire la consuetudine di usare il nome Geova sarebbe fatale per l’organizzazione. Tutta la popolarità, raggiunta con tante fatiche, si dissolverebbe». (G. Pape, Io ero Testimone di Geova, Queriniana, Brescia 1990, pag. 76
Quel nome è come il titolo di una ditta affermata. Cambiare il nome a una ditta significa spesso perdere i clienti abituati alla precedente denominazione.
Ma il motivo principale è perché il nome Geova serve ai TdG per identificarsi e «per differenziarsi da tutti i professanti cristiani della religiosa cristianità» (Il millenario regno di Dio, 1975, pag. 240)

Usare il nome Geova?
     La cosa importante, dicono i TdG, è conoscere e usare il nome di Dio, perché chi non usa il nome Geova non può essere ascoltato da Dio e salvarsi:

         «Conoscere e usare il nome di Dio è l’unico snodo per avvicinarsi a Dio e stabilire con lui una relazione personale». (La Torre di Guardia, 15 ottobre 1982, pag. 31)

Ma la Bibbia dice diversamente. Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,914), ambedue iniziano la preghiera con la parola Dio e non Geova. La preghiera del fariseo viene respinta e quella del pubblicano esaudita non in forza della parola usata per rivolgersi a Dio (entrambi lo hanno chiamato semplicemente Dio), ma per l’atteggiamento interiore: l’umiltà nel pubblicano, la superbia nel fariseo. Noi pensiamo che sia un’offesa all’amore e alla sapienza di Dio credere che egli condizioni la salvezza eterna di una persona all’uso di una parola di cui non conosciamo con sicurezza neppure la pronuncia.

Un abuso dei copisti?
   Com’è noto, nel testo originale greco del Nuovo Testamento (NT), il nome Jahveh non ricorre mai; compare solo in Apocalisse 19 nella forma alleluja che deriva da due parole ebraiche: allelu+ja = lodate + Ja (abbreviazione di Jahveh) ma è diventata una parola unica. Il Nuovo Testamento non riporta mai la parola Jahveh e quando cita in greco frasi dell’Antico Testamento, il tetragramma Jhvh lo traduce sempre Kyrios (Signore), oppure Theòs (Dio).

     l TdG ammettono che in nessun manoscritto del Nuovo Testamento compare il nome Jahveh, ma sostengono che gli evangelisti devono aver scritto questo nome che poi fu eliminato dai copisti, quando la cristianità «cadde nell’apostasia» dopo la morte dell’ultimo apostolo. Poiché il testo originale è in ebraico, non è possibile, dicono i TdG, che Matteo non abbia usato il nome Jahveh. Ma si può portare come prova un documento che non esiste?

     Convinti che gli autori del NT avevano usato il nome Jahveh, i Testimoni introducono 237 volte abusivamente il nome Geova nel NT. Ovviamente l’introduzione di tale nome cambia spesso il senso originale della frase.

 Un esempio.
Romani 14,89 in tutte le Bibbie è tradotto così:

«Perché se noi viviamo, viviamo per il Signore (Kyrios): se noi moriamo, moriamo per il Signore (Kyrios). Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore (Kyrios). Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore (Kyrios) dei morti e dei vivi».

La TNM traduce così:
«Poiché se viviamo, viviamo per Geova, e se moriamo, moriamo per Geova. Perciò sia se viviamo che se moriamo, apparteniamo a Geova. Poiché per questo Cristo morì e tornò in vita, per essere Signore sia dei morti che dei vivi».

     Nel testo greco, c’è sempre Kyrios (Signore). Chi è qui il Signore? Geova o Cristo? Per i traduttori geovisti, preoccupati di sminuire la figura di Cristo, il Kyrios del versetto 8 è Geova; perciò sostituiscono la parola Signore con Geova. Ma se il «Signore» del versetto 8 è Geova, il versetto 9 non avrebbe più senso. In questo versetto, infatti, si dice che Cristo morì e tornò in vita per essere il Signore dei morti e dei vivi. È chiaro quindi che, o vivi o morti, siamo di Cristo. In altre parole: se Cristo è morto e ritornato in vita per essere il Signore dei morti e dei vivi, noi, o vivi (sia che viviamo) o morti (sia che moriamo) apparteniamo a Cristo. Perciò, in questo testo il Signore è Cristo e non Geova.

    Un pensiero analogo è espresso nella Seconda Lettera ai Corinzi 5,15: «Ed egli (Cristo) è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro». «Sostituendo Kyrios con Geova in passi strategici, la TNM ha potuto riferire al Padre brani che si riferiscono al Figlio, laddove questi avrebbero palesemente messo in crisi l’apparato teologico precostituito. Si tratta del peggiore scempio operato dai «traduttori» geovisti, compiuto con sistematica  disinvoltura». (Polidori, La Bibbia…, pag. 129.)

     Riguardo ai copisti della Bibbia, i Testimoni sostengono due cose contraddittorie: da un lato affermano che la Bibbia è giunta fino a noi integra, per intervento divino:

«Geova Dio ha fatto in modo che la sua Parola fosse protetta non solo dagli errori dei copisti, ma anche dai tentativi di altri di farvi delle aggiunte» (Potete vivere…, pag. 53)  dall’altro dicono che Dio ha permesso che la Scrittura fosse manomessa solo su una cosa: l’eliminazione della parola Geova. Una distrazione di Dio?


Obiezioni geoviste

Gesù dice: «Padre… ho manifestato il tuo nome agli uomini» (Gv 17,6; cfr. Gv 17,26) dunque, dicono i Testimoni, Gesù ha fatto conoscere (manifestato) il nome Geova. Gesù dice: «Padre… sia santificato il tuo nome» (cfr. Mt 6,9), dunque bisogna santificare il nome Geova. In Atti 15,I 7 si parla di un popolo per il suo nome dunque,  concludono i TdG, il nome Geova serve per distinguersi come popolo di Dio.

     Rispondiamo che nella Bibbia «nome» è spesso sinonimo di «persona». Quando Gesù dice: «Padre, ho fatto conoscere il tuo nome», non intende dire che ha fatto conoscere che Dio si chiama Geova, perché il nome Jahvè gli Ebrei già lo conoscevano, lo vedevano scritto sulla Bibbia, anche se non lo pronunciavano, ed era usato nella liturgia del Tempio. Non si può rivelare una cosa già conosciuta. Gesù intende dire: «Ho fatto conoscere te, la tua persona», come dice espressamente in Giovanni 17,3: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio».

     L’espressione Padre sia santificato il tuo nome non significa santificare il nome Geova ma riconoscere Dio come Santo o, come traduce la Bibbia Tob: «Fatti riconoscere come Dio». Così pure «un popolo per il suo nome» significa «popolo di esclusiva proprietà di Dio; dedito al suo servizio».

     Nel Nuovo Testamento si parla anche del nome di Gesù, quasi sempre nel senso della persona Gesù. Ecco un esempio: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). Anche qui nome sta per persona e il testo significa che solo Gesù ci salva.
     Abbiamo detto che nel Nuovo Testamento non compare mai la parola Jahvè. Dio viene chiamato sempre e solo con queste parole: Theòs (Dio), Pater (Padre), Kyrios (Signore). E quando Gesù ha voluto insegnare a noi come rivolgerci a Dio non ha detto: «Quando pregate dite: Geova nostro…», ma «Padre nostro» (Mt 6,9). Non occorre altro.
Concepito Dio in questo modo, è impossibile ai TdG accettare il concetto di Trinità. Lo Spirito Santo per il geovismo non è una persona, ma una impersonale forza energetica proveniente da Dio.

 

 

Pubblicato in Testimoni di geova

Proseguiamo il nostro approfondimento sulla traduzione della Bibbia dei testimoni di geova, denominata Traduzione delle Sacre Scritture del Nuovo Mondo (TNM), potete trovare la prima parte a questa pagina.

I TdG si vantano non solo di aver tradotto la Bibbia in un italiano moderno e facile a capirsi, ma esaltano la TNM per la fedeltà ai testi originali.
Quanto moderno e comprensibile sia l’italiano della TNM, lo abbiamo appurato nel precedente capitolo
Ora cercheremo di dimostrare che, lungi dall’essere fedele all’originale, la TNM è infedele all’originale nei testi dottrinali che non si armonizzano con la dottrina geovista. Secondo la teologia geovista, Cristo non è coeterno col Padre ma è «un dio», cioè un essere divino, la prima creatura di Dio. Tutti i testi biblici che non si armonizzano con questa dottrina vengono accuratamente manipolati e distorti. Ne esaminiamo alcuni nella traduzione CEI e in quella TNM.


Giovanni 16,27

TNM     CEI
«…avete creduto che sono
uscito come rappresentante
del Padre
».
 «…avete creduto che io sono
    uscito da Dio»

 

Ecco il testo greco traslitterato e la traduzione alla lettera:

pepistèukate oti ego parà tou Theou exelthon.
… avete creduto che io da Dio sono uscito.


La traduzione CEI è «alla lettera». I «traduttori» geovisti sostituiscono il testo con la loro interpretazione, secondo la quale Cristo è una specie di «rappresentante legale» di Dio che autorizzerebbe Gesù a compiere funzioni (perdonare i peccati, annullare le disposizioni dell’Antico Testamento) di pertinenza esclusiva di Dio.

 

Matteo 2,11

TNM     CEI
Ed entrati nella casa videro il
fanciullino con sua madre Maria
e, prostratisi, gli resero omaggio.
Entrati nella casa, videro il 
bambino con Maria sua madre,
si prostrarono e lo adorarono.


Testo greco traslitterato:
…pesòntes prosekynesan autò
. …prostratisi adorarono lui.



La frase è tratta dal vangelo dell’adorazione dei Magi.
     Il verbo proskynèo, che in tutte le Bibbie è tradotto adorare, nella TNM è reso con rendere omaggio. Tra «adorare» e «rendere omaggio» c’è una differenza sostanziale di significato. L’adorazione è dovuta solo a Dio. Si può, invece, rendere omaggio a qualsiasi persona. Riconoscere un atto di adorazione verso Cristo, equivale a credere alla sua divinità, cosa decisamente negata dai TdG. Il geovismo, perciò, distingue due tipi di adorazione: un’adorazione assoluta, dovuta solo a Dio, e un’adorazione relativa, che sarebbe un «rendere omaggio», dovuta a Cristo come «rappresentante legale» di Dio. Il verbo proskynèo riferito a Cristo significherebbe quindi «adorare Geova mediante o per mezzo del suo principale rappresentante Gesù Cristo», cioè un’adorazione indiretta, indirizzata in realtà a Geova.
    Nel greco biblico, il verbo proskynèo può significare «adorare, onorare, rendere omaggio, inginocchiarsi davanti a…».


In questo testo e in quelli analoghi, la chiave per capire il significato del verbo proskynèo sta nel verbo che lo precede: pesòntes (participio aoristo del verbo pìpto = cadere giù, prostrarsi in segno di rispetto e di omaggio). Il verbo pìpto può significare:

1. Prostrarsi senza adorazione, quindi «rendere omaggio»: Mc 5,22 Giairo… gli si gettò (pìptei) ai piedi (Mc 5,22; cfr. Mt 18,29; Lc 8,41; 5,12; 17,16; Gv 11,32; Mt 17,6).

2. Prostrarsi con adorazione. Assume questo significato quando è in correlazione con il verbo proskynèo.

Ecco alcuni esempi:

Matteo 4,910: [11 Diavolo] gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi (pesòn), mi adorerai (proskynèses)». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

1Corinti 14,25: Prostrandosi a terra (pesòn), adorerà (proskynèsei) Dio…

Apocalisse 5,14: E gli anziani si prostrarono (èpesan) e adorarono (prosekynesan).
 
Apocalisse 19,10: Allora mi prostrai (èpesa) ai suoi piedi per adorarlo (proskynèsai)…

In Matteo 2,11 il verbo proskynèo significa «adorare». 
     I Magi riconoscono nel bambino la divinità. La preoccupazione dei TdG è salvaguardare la dottrina geovista. Il verbo proskynèo compare 59 volte nel Nuovo Testamento ed è riferito al Padre, a Cristo, a Satana, agli idoli. I TdG lo traducono sempre «adorare». Solo quando è riferito a Cristo lo traducono «rendere omaggio».



Giovanni 8,58

TNM     CEI
Edizione 1967:
Gesù    disse    loro:    «Verissi–
mamente vi dico: Prima che
Abraamo venisse all’esistenza, io sono stato».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima
che Abramo fosse, Io Sono».
Edizione 1987:
Gesù    disse    loro:    «verissi–
mamente vi dico: Prima che
Abraamo venisse all’esisten–
za, io ero».
 

 

Ecco il testo greco traslitterato e la traduzione «alla lettera»: 

Prìn Abraàm genèsthai egò eimì.
Prima che Abramo fosse io sono.

Nell’edizione del 1967, i geovisti traducono con un passato prossimo. Poi ci ripensano e, nell’edizione del 1987, traducono con un imperfetto (io ero). Il motivo è facile da comprendere. Come spiegheremo più avanti, per la dottrina geovista Cristo è una creatura divina, il primo angelo creato da Dio e come tale esisteva prima di Abramo.      Perciò la TNM traduce io ero, cioè: Io sono stato creato da Dio, prima che Abramo venisse all’esistenza.
     Ma nel testo greco c’è un presente indicativo assoluto (Io sono).  L’espressione Io sono, che Cristo attribuisce a se stesso, è una chiara affermazione di uguaglianza di natura col Padre e un evidente richiamo a Esodo 3,1314 in cui Dio si presenta a Mosè come Io sono: «Così dirai agli Israeliti: «Io-sono mi ha mandato a voi ». Applicando l’espressione «Io Sono» a se stesso, Gesù si mette sullo stesso piano di Dio, facendosi uguale a lui. Questo testo non si accorda con la dottrina geovista. Allora Io sono diventa io ero. 


Giovanni 10,33


 

TNM     CEI
I giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per un’opera eccellente, ma per bestemmia, perché tu, benché sia un uomo, fai di te stesso un dio». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».


Nella TNM, i Giudei vogliono lapidare Gesù, perché lo accusano non di farsi uguale a Dio ma di fare di se stesso un dio, cioè un essere divino. L’interpretazione geovista è errata, perché «la bestemmia, per i Giudei era concepibile solo in funzione di Dio, non già in funzione di altri «esseri potenti» putativi»(vedi). Bestemmiare non significava spacciarsi per un essere divino, ma insultare il nome di Dio, toccare il suo onore. I Giudei non si scandalizzano quando Gesù afferma di esistere prima ancora di Abramo (Gv 8,58). Fanno solo dell’ironia (Gv 8,57). Lo scandalo scoppia quando Gesù pretende per sé l’eternità (Io Sono), che è attributo esclusivo di Dio e quindi agli occhi dei Giudei si macchia di bestemmia, perché si mette alla pari con Dio. Questa interpretazione è confermata dallo stesso Evangelista, il quale dice chiaramente che il motivo dell’odio dei Giudei verso Gesù era il suo farsi uguale a Dio: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18).

    Giovanni 5,18 smentisce, dunque, l’interpretazione geovista di Giovanni 10,33 ma, cosa strana, i TdG lo traducono correttamente. Poi, però, spiegano che, in questo testo (Gv 5,18), Giovanni non riferiva il suo pensiero ma quello dei Giudei.
     Non sarebbe stato Giovanni; cioè, a credere che Gesù volesse farsi uguale a Dio, ma i Giudei i quali, per questa sua pretesa, volevano ucciderlo. Gli stessi traduttori geovisti annullano poi però questa interpretazione traducendo Giovanni 10,33 nel modo sopra esaminato:
     «I Giudei gli risposero:… ti lapidiamo… perché tu… fai di te stesso un dio». Ma se i Giudei pensavano che Gesù volesse farsi un dio, chi era che pensava che volesse farsi uguale a Dio? Giovanni, evidentemente!



Ebrei 1,8

 

TNM     CEI
Ma riguardo al Figlio: Dio
il tuo trono per i secoli dei
secoli.
Al Figlio invece dice: Il tuo è 
trono, Dio, sta nei secoli dei 
secoli.…

Nella TNM Dio è soggetto e il tuo trono è predicato. Tradotta in questo modo, la frase significa che Dio è il trono su cui siede il Figlio.
     Nella CEI Dio è un vocativo riferito al Figlio e il tuo trono è soggetto. Così tradotta, la frase significa che il Regno (trono) del Figlio dura in eterno. Dal punto di vista grammaticale, sono possibili entrambe le traduzioni, ma la versione geovista è esclusa da tutti.
     La frase è una citazione del versetto 7 del Salmo 45, con la quale l’Autore della Lettera agli Ebrei contrappone il Figlio agli angeli: questi sono inferiori. Ecco il versetto inserito nel suo contesto: «Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio. Mentre degli angeli dice… Al Figlio invece dice: Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli» (Eb 1,6).

     Il Figlio gode di un dominio eterno il tuo trono sta nei secoli dei secoli; gli angeli, invece, sono soltanto servi.
La TNM che considera Dio come trono del Figlio è un» assurdità. Il trono, infatti, è inferiore a chi vi sta sopra. Le creature sono il trono di Dio e non viceversa: «Signore degli eserciti, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini…» (Is 37,16; cfr. 66,1; Sai 80,13; Mt 5,34).
Che il Figlio abbia per trono il Padre è, ripetiamo, un» assurdità; ma che il Figlio sia una creatura e si sieda su Dio è una bestemmia.


Colossesi 2,9

 

TNM     CEI
Perché il lui dimora corpo–
ralmente tutta la pienezza
della qualità divina.
È in lui che abita corporalmente
tutta la pienezza della divinità.


In italiano, la parola divinità ha due fondamentali significati:

1. Natura, essenza divina, cioè l’essere Dio, deità.
2. Qualità divina, proprietà del divino.

In greco, divinità secondo il primo senso si dice theòtes; nel senso di qualità divina si dice theiòtes.
In questo testo si afferma che in Cristo dimora 

Pan tò pleroma tes theòtetos somatikòs.
Tutta la pienezza della divinità corporalmente.

Theòtetos è il genitivo di theòtes e indica la deità, la divinità come essenza.
La TNM sostituisce il termine theòtetos (genitivo di theòtes) col termine theiòtetos (genitivo di theiòtes).
Questo testo, infatti, afferma due cose negate dal geovismo:

1. Il Logos (cioè il Verbo, Gesù) si è incarnato in un corpo (somatikòs) umano, reale, quello di Cristo.
2. Il Cristo possiede la pienezza della natura divina.

«Per quanto attiene somatikòs (corporalmente), l» avverbio era già oggetto di attenzione presso i commentatori antichi, ma in questo contesto è per lo più inteso come rafforzativo della realtà dell’incarnazione. Dunque, lo stico si riallaccia all’inno del capitolo precedente e afferma perentoriamente la natura divina del Logos e al tempo stesso… ricorda che questa natura divina ha abitato in un corpo reale di carne e ossa»(Polidori, La Bibbia, pag.90).



Colossesi 1,1517

TNM     CEI
Egli è l’immagine dell’invisibile Iddio, il primogenito di tutta la creazione; perché per mezzo di lui, tutte le (altre) cose furono create…
Tutte le (altre) cose sono state create per mezzo di lui e per lui. Egli è prima di tutte le (altre) cose e per mezzo di lui tutte le (altre) cose furono fatte esistere.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché lui furono create tutte le cose…
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

La parola altre non è nel testo greco, ma i traduttori geovisti la inseriscono con l’espediente della parentesi. Il motivo è evidente.
Con la parola altre, il testo verrebbe a significare che il Figlio non è eterno come il Padre, ma è una creatura come le altre, anche se la prima.
I traduttori geovisti, per giustificare tale scorrettezza, fanno un parallelo col seguente passo di Luca:

«E rispondendo egli disse loro: «Immaginate voi che questi galilei fossero peccatori peggiori di tutti gli altri galilei perché hanno sofferto queste cose?»» (Le 13,24, trad. geov.).

In questo versetto la parola altri non c’è nel testo greco, ma i traduttori geovisti l’aggiungono perché è implicita nel testo. Anche altre bibbie, dicono, aggiungono in questo versetto la parola altre per rendere più chiaro il testo. Allo aggiungendo la parola altre in Colossesi 1,1517, essi avrebbero reso esplicito e chiaro il significato implicito in questo testo.
Il confronto fra i due brani è fuori luogo. È vero che nel testo di Luca la parola altri è implicita. Infatti, vengono contrapposti due gruppi omogenei: «questi Galilei» massacrati da Pilato e «tutti i Galilei» sono della stessa specie; sono Galilei quelli e Galilei questi. Quindi, aggiungere nel testo di Luca la parola altri è perfettamente corretto, perché non cambia il senso del versetto. Con o senza altri, la frase ha sempre lo stesso significato.

     Ma in Colossesi 1,1517, la parola altre non è implicita nel testo, perché dà al versetto un senso completamente diverso. Qui, infatti, la contrapposizione non è tra due gruppi omogenei, ma tra due realtà di diversa specie. Da una parte c’è Cristo, e tutte le cose dall’altra. Perciò, Cristo non è della stessa specie delle cose, ma è da esse distinto. Paolo sottolinea questa differenza usando un pronome neutro: tà pànta che, a rigore, dovrebbe essere tradotto il tutto. È estraneo al pronome plurale neutro, qual è tà pànta, un valore partitivo come quello che gli danno i TdG.

     La stessa espressione si trova in Ebrei 2,10:

«Conveniva infatti che Dio — per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose (tà pànta)».

     In questo testo vengono usate le stesse parole di Colossesi 1,1517, ma i traduttori geovisti non hanno inserito la parola altre, perché si riferiscono al Padre. Questo prova che la traduzione TNM non è fatta su obiettive basi grammaticali, ma su presupposti dottrinali. Se un testo va d’accordo con la dottrina geovista, i traduttori di Brooklyn rispettano la grammatica, se non si concilia con la loro ideologia, la grammatica viene del tutto ignorata.

 

Atti 10,36

 

TNM     CEI
«Egli ha mandato la parola ai figli d’Israele per dichiarare loro la buona notizia della pace per mezzo di Gesù Cristo: Questi è Signore di tutti (gli altri)». «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli di Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.»

La TNM inserisce nel testo le parole gli altri con la solita prassi della parentesi. L’inserzione, assente nel testo greco, ha «l’evidente finalità di attribuire una limitazione alla signoria di Cristo, che se non avesse un limite sarebbe uguale a quella di Dio Padre, il che non si concilia con la visione geovista».


Giovanni 14,911


 

TNM     CEI
«Chi ha visto me ha visto (anche) il Padre. Come mai dici «mostraci il Padre»? Non credi che io sono unito al Padre e che il Padre è unito a me?… Credetemi che io sono unito al Padre il Padre è unito a me». «Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?…
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me».


Ecco il testo greco della seconda frase, traslitterato secondo l’alfabeto italiano e la traduzione alla lettera:

Ou pistèueis òti egò en to Patrì kai o Patèr en emòi estin?
Non credi che io nel Padre e il Padre in me è?

Nella TNM viene aggiunta, con il solito espediente della parentesi, la parola anche per eliminare alla radice un possibile significato incompatibile con la teologia geovista. Le espressioni nel Padre e in me, non sono tradotte ma parafrasate e trasformate in unito al Padre e unito a me. Il testo sottolinea una mutua immanenza del Figlio nel Padre. La TNM suggerisce, invece, solo un’unione morale tra il Padre e Cristo. L’interpretazione si sostituisce al testo.


Seconda Corinzi 4,6


 

TNM     CEI
… con la gloriosa conoscenza di Dio mediante la faccia Cristo. la conoscenza della gloria
di Dio sul volto di Cristo.


Il testo greco traslitterato.

tes gnòseos tes dòxes tou Theou en prosopo Christou.
della conoscenza della gloria di Dio nel volto di Cristo.

Secondo questo testo, sul volto di Cristo è impressa e brilla la conoscenza della gloria di Dio. «La TNM, con una «traduzione» grammaticalmente ingiustificata, stravolge il senso della frase, che è chiaro in tutte le versioni, fatta eccezione per quella della TNM che, al consueto scopo di rendere più labile, se non inesistente, Io stretto legame ontologico tra Padre e Figlio, sovverte completamente il senso di questo versetto, rendendolo peraltro poco chiaro anche nella sua versione manipolata».


Romani 10,12


 

TNM     CEI
Poiché non c’è distinzione fra
giudeo e greco, poiché sopra
tutti è lo stesso Signore
, che è
ricco verso tutti quelli che lo
invocano.
 Poiché non c’è distinzione fra
Giudeo e Greco, dato che lui
stesso è il Signore di tutti
, ricco 
verso tutti quelli che lo
invocano.


Traduzione letterale della seconda proposizione:

Poiché lui è il Signore di tutti, ricco verso tutti coloro che lo invocano.

La frase è completamente stravolta con l’aggiunta di un sopra.

      La manipolazione ha un duplice scopo: limitare la signoria di Cristo, riferendo la parola lui al Padre e conciliare il testo con la dottrina geovista, secondo cui si possono rivolgere preghiere (quelli che lo invocano) solo al Padre e non a Cristo.

     Ma dal contesto (specialmente a partire dal v. 9) appare chiaro che il pronome lui e quindi il Signore è riferito a Gesù, che è il Signore dei Giudei e dei Greci (cfr. At 10,36; Rm 9,5).
    «Nell’Antico Testamento «coloro che invocano il nome del Signore» era una designazione degli Israeliti sinceri e pii. Nel Nuovo Testamento la stessa frase viene riferita ai cristiani (1 Cor 1,2; At 9,14) e l’oggetto, colui che viene invocato, è Cristo.

I vv. 1213 costituiscono una testimonianza eloquente: la Chiesa primitiva adorava Cristo come Kyrios. I Giudei aspettavano la salvezza dal Kyrios dell’Antico Testamento (Yahweh); ora viene loro annunciato che la salvezza viene da colui che Jahvéh stesso ha costituito Kyrios (Atti 2,36) attraverso la risurrezione».




Atti 7,5960

 

TNM     CEI
E tiravano pietre a Stefano
mentre faceva appello e diceva: «Signore Gesù, ricevi
mio spirito». Quindi, piegando le ginocchia, gridò a gran
voce: «Geova, non imputare
loro questo peccato».
E lapidavano Stefano, che
pregava e diceva: «Signore
Gesù, accogli il mio spirito.
Poi piegò le ginocchia e gridò
a gran voce: «Signore non imputare loro questo
peccato».


Secondo i TdG si deve pregare solo Dio. Poiché, per il geovismo, Gesù non è Dio, non gli si possono rivolgere preghiere.
    Nel testo greco di Atti 7,5960, ci sono due Kyrie (Signore): «Signore Gesù, accogli il mio spirito» e «Signore, non imputare loro questo peccato».

È chiaro che sono due invocazioni rivolte a Gesù al quale Stefano chiede due cose:

1) che accolga il suo spirito,
2) che perdoni i suoi uccisori.

Per il geovismo solo la seconda richiesta sarebbe una preghiera rivolta a Dio, perciò sostituisce anche in questo testo, il secondo Kyrie, che è riferito a Gesù, con «Geova».
La prima richiesta, invece («Signore Gesù, accogli il mio spirito»), non sarebbe una preghiera ma un fare appello. Nel testo greco è usato il verbo epikalèo, che significa «fare appello, appellarsi» in senso giuridico-legale, ed è usato in questo senso solo in Atti 25,11, in cui l’apostolo Paolo, sottoposto a giudizio, dichiara di appellarsi a Cesare: «Mi appello a Cesare». 
     In tutti gli altri casi, il verbo epikalèo significa «invocare». E «invocare» significa «pregare, supplicare». Nel Nuovo Testamento vi sono numerosi esempi di preghiere rivolte a Gesù: il lebbroso che «lo supplicava in ginocchio» (Mc 1,40); la donna cananea che «si gettò ai suoi piedi… lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia» (Mc 7,2526).
     Stefano non si appella, ma fa una richiesta, invoca Gesù, chiedendogli una cosa: accogli il mio spirito. Stefano era cristiano e quindi «invocava Gesù». I cristiani, infatti, sono «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,2; cfr. At 9,21 e 22,16).
     L’espressione «invocare il nome di Gesù» significa pregare e adorare Gesù, così come «invocare Dio» (Sal 86,5) o «invocare il nome di Dio» (Gl 3,5) significa pregare e adorare Dio.

Dai pochi testi esaminati, crediamo d’aver dimostrato che l’accusa fatta ai TdG, di aver tradotto la Bibbia in base alle loro credenze, corrisponda a verità. Ma la cosa  sorprendente è che anche il CD riconosce come fondata tale accusa:

«La traduzione del Nuovo Mondo delle Scritture Greche Cristiane ha dato origine all» accusa che il Comitato di Traduzione… si sia lasciato influenzare dalle credenze religiose. Tale accusa è fondata, ma questo non è stato fatto erroneamente o indebitamente». (La Torre di Guardia, 15 giugno 1964, pag. 383.)

Per loro stessa ammissione, dunque, i TdG non hanno ricavato la loro dottrina dalla Bibbia, ma hanno tradotto la Bibbia (falsificandola) in base alle loro credenze religiose.

«È necessario imparare le lingue bibliche?».
    A questa domanda, fatta da un lettore alla Società Torre di Guardia, il CD faceva rispondere che studiare le lingue bibliche (ebraico e greco) non solo non è necessario, ma è sconsigliabile perché:

 «anche se uno conosce l’ebraico e il greco antico non significa che riuscirà miracolosamente a comprendere il messaggio biblico… Un secondo fattore è che, per quanto oggi molti parlino ebraico o greco, queste lingue sono cambiate molto da quando fu scritta la Bibbia… Il terzo fattore è questo: apprendere una lingua può essere veramente difficile». (La Torre di Guardia, 1° novembre 2009, pag. 20.)

Sono ragioni che convincono solo il TdG indottrinato.
I veri motivi sono due: chi studia l’ebraico e il greco biblico scopre le manipolazioni operate dalla Società sui testi biblici; chi studia non ha tempo per la predicazione e per il proselitismo.

Pubblicato in Testimoni di geova
Mercoledì, 27 Gennaio 2016 00:00

La Non-Bibbia dei Testimoni di Geova (Parte 1)

Iniziamo in questa sezione una nuova Rubrica in cui tratteremo esplicitamente del testo, che i testimoni di Geova chiamano Bibbia, con il nome di Traduzione del Nuovo Mondo (TNM) che è la causa prima, assieme alle pubblicazioni del Corpo Direttivo, di tante eresie che si innestano proprio nell’errata traduzione delle Sacre Scritture nonché nella volontà di utilizzare questi passi in modo capzioso per negare quello che invece i cristiani hanno sempre creduto e sostenuto.

TRADUZIONE ANONIMA

Fino al 1950, i TdG (testimoni di geova) non possedevano una propria traduzione della Bibbia. Tra il 1950 e il 1960, la Società Torre di Guardia pubblicò, in inglese, la Bibbia in sei volumi, col titolo Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (che indicheremo con la sigla TNM) e con note in calce. I traduttori avrebbero chiesto di rimanere anonimi per umiltà:

«Il loro scopo non era quello di farsi un nome, ma solo di rendere onore al Divino Autore delle Scritture». (Ragioniamo facendo uso delle Scritture, 1985, pag. 400)

È una ragione che il lettore intelligente non può accettare. Chi si accinge a leggere un libro tradotto vuole essere sicuro che il traduttore abbia già un «nome», cioè la fama di studioso che garantisca della serietà del suo lavoro, oppure che possa mostrare, come referenza, il nome di qualche studioso. Ma i TdG non possono esibire nessuna referenza:

«Non abbiamo usato il nome di nessun studioso come referenza o raccomandazione perché riteniamo che la Parola di Dio debba presentarsi da sola»(Ibidem)

     La Parola di Dio non può presentarsi da sola, perché è scritta in lingue incomprensibili per moltissime persone le quali devono, necessariamente, ricorrere alla traduzione.
In realtà, i TdG non hanno trovato nessuno studioso disposto a presentare la TNM. Gli esperti che hanno esaminato la traduzione geovista ne hanno dato un giudizio negativo.
I veri motivi dell’anonimato ce li rivela W. Cetnar, che fu TdG dal 1940 al 1962 e membro del CD (Consiglio Direttivo):

«La ragione di tale anonimato è duplice:
1. In tal modo non si potevano né controllare né valutare le loro qualifiche.
2. Così facendo, non vi sarebbe stato nessuno che avrebbe assunto la responsabilità della traduzione»

3.Per testimonianza di Cetnar, sappiamo anche che alle riunioni per la traduzione, partecipavano il presidente Knorr, E Franz, D. Gangas, M. Henschel e A. Schroeder. Solo Franz aveva frequentato l’Università di Cincinnati ritirandosi, però, dopo il secondo anno. Nessuno di loro, comunque, possedeva una preparazione sufficiente a renderli capaci di tradurre la Bibbia.

Nel 1967, la TNM venne tradotta dall’inglese all’italiano, in un unico volume. Anche l’autore di questa traduzione è ignoto ma, come dimostreremo nel prossimo capitolo, è un americano con una scarsa conoscenza della lingua italiana. Nella prefazione di questa edizione italiana, il Comitato di traduzione dichiara di aver inserito nel testo sacro le note che, nella precedente edizione in sei volumi, figuravano in calce:

«Poiché l’edizione in un solo volume delle Sacre Scritture non avrebbe avuto note in calce, furono prese molte espressioni delle note in calce pubblicate nella traduzione precedente in sei distinti volumi e riportate nel testo principale dell’edizione in un solo volume». (Prefazione dell’edizione italiana del 1967, pag. 45)

Inserire in un testo le note del commentatore, senza dare al lettore la possibilità di distinguere le note dal testo, per tutti equivale ad alterare, manipolare; per i traduttori della TNM significa maggior fedeltà al testo:

«Lo scopo era quello di essere ancora più conformi col testo letterale delle lingue originali». (Ivi, pg.6)

Dopo questa stupefacente dichiarazione, il Comitato di traduzione sente il bisogno di ringraziare  «Il Divino Autore delle Scritture che ce ne ha concesso il privilegio e il cui spirito confidiamo abbia cooperato con noi in questa degna opera». (Ibidem)


Qualsiasi autore, che vedesse i suoi scritti trattati in questo modo, si rifiuterebbe di riconoscerli come sua opera. Dio, al contrario, sarebbe soddisfattissimo del trattamento cui i traduttori geovisti hanno sottoposto la sua Parola e avrebbe addirittura cooperato con loro, ispirandoli ad alterare le Scritture. Molti TdG lessero quella prefazione. I più critici ne colsero il senso e cominciarono a porre alla Società domande imbarazzanti e a chiedere spiegazioni. La Società corse ai ripari. Nel 1986, pubblicò un’altra edizione italiana in cui la famigerata prefazione venne eliminata, ma le note nel testo sacro restano, sicché l’edizione del 1986 è, in un certo senso, peggiore di quella del 1967, perché in questa il lettore intelligente capisce che il testo è alterato; in quella del 1986, invece, il testo è manipolato ma il lettore non viene avvertito. Le manipolazioni sono inserite nel testo scientemente e disonestamente per gli interessi della Società, come confessa Raymond Franz che fece parte del comitato di traduzione:

«Quando ripenso a ciò che è stato fatto in tempi recenti nel tentativo di sostenere le interpretazioni dell’organizzazione e la manipolazione della Bibbia e dei fatti, posso solo sentirmi soddisfatto di non aver ceduto all’interesse di un’organizzazione, di essermi rifiutato di indirizzare almeno qualche persona alle Scritture riguardo a questi argomenti».

TRADUZIONE MODERNA E COMPRENSIBILE?

Fra le traduzioni italiane della Bibbia, la più criticata dai TdG è quella della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Questa traduzione, sia l’edizione del 1974 sia quella del 2008, porta la firma dei più grandi biblisti italiani. I TdG la giudicano poco comprensibile perché «oscurata dall’italiano arcaico». Esaltano, invece, la loro traduzione come:

 «perfetta e risplendente di significativa luce… aggiornata, accurata e di facile lettura». (La Torre di Guardia, 15 agosto 1980, pag. 17.)

     Insomma, un capolavoro della letteratura italiana. Come abbiamo affermato nel capitolo precedente, la traduzione italiana della TNM è opera di uno o più americani che hanno voluto mantenere l’anonimato. La prima impressione che si prova alla lettura della Bibbia dei TdG, in particolare per quanto riguarda l’Antico Testamento, è di leggere un libro strano, con una terminologia impropria, con termini desueti, con un italiano maccheronico, che qualcuno ha definito «geovese».

Diverse parole, spesso ricorrenti nel testo, hanno contribuito a costituire un modo di esprimersi anomalo, facilmente riscontrabile nei contatti con i TdG: una terminologia «tecnica» usata solo dai componenti del gruppo e solo da essi compresa, tipica degli ambienti settari. Ecco qualche esempio di espressioni e termini del «geovese».   


 

Geovese              Italiano
Amorevole benignità Amore, bontà, misericordia
Avversità Perfidia, malvagità
Contenditore Avversario
Cosa buona a nulla Cosa negativa, spiacevole
Cose disgustanti Cose disgustose
Decisioni giudiziarie Leggi, giudizi
Distretto giurisdizionale Provincia
Rendere grasso Arricchire, avere successo
I suoi medesimi I suoi
I suoi propri  
I leali I fedeli
I maestosi I prìncipi, le persone
altolocate
La immeritata benignità La grazia
Lasciato interamente Abbandonato
Nocività Crimine, peccato, empietà
Paese produttivo Paese, nazione, stato
Positivamente Certamente
Mostrarsi acceso Irritarsi
Sistema di cose Mondo
Sentenza giudiziaria Giudizio
Soppiantatore Usurpatore
Spaventevole Spaventoso
Spogliatore Ladro, predatore
Tempo indefinito Sempre, eternità
Tenersi serrati Tenersi nascosti
Verissimamente In verità, veramente

        
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esempi di «significativa luce», tratti dalla TNM, edizione 1987.

In quello che segue si vuole mettere in risalto l’assoluta mancanza di proprietà linguistica, di comprensione del testo e del più elementare senso del ridicolo, esibiti dagli anonimi «traduttori» geovisti. Provi il lettore a «decifrare» i seguenti versetti.

Mediante visioni mi fai sussultare di spavento, così che la mia anima sceglie la soffocazione, la morte anziché le mie ossa (Gb 7,1415).

Nel caso che tu ti metta a sedere per cibarti con un re, devi considerare con diligenza ciò che ti sta davanti, e ti devi mettere un coltello alla gola se sei proprietario (di un desiderio) dell’anima (Pr 23,12).

Provvedi scampo alla mia anima… Dagli uomini, (mediante) la tua mano, o Geova, dagli uomini di (questo) sistema di cose, la cui parte è in (questa) vita, e il cui ventre riempi con il tuo tesoro nascosto, che sono sazi di figli e che in effetti riservano ai loro fanciulli ciò che lasciano (Sal 17,1314).

Le cose di valore che derivano dalla vanità diminuiscono, ma chi raduna mediante la mano è colui che fa aumentare (Pr 13,11).

L’anima di chi lavora duramente ha lavorato duramente per lui, perché la sua bocca ha fatto duramente pressione su di lui (Pr 16,26).

 

Il vento dal nord reca come con dolori di parto un rovescio di pioggia; e la lingua (che rivela) un segreto, una faccia denunciata (Pr 25,23).

Confesso che, nonostante i molti tentativi di decifrare questi testi, non sono riuscito a capirci niente. Il lettore, più bravo di me, riuscirà forse a capirci qualcosa. In ogni caso confronti questi versetti con gli stessi della Bibbia CEI. Quindi, giudichi quale delle due traduzioni è «oscura e poco comprensibile» e qual è in italiano decente.

Non sono rari i casi in cui i «traduttori» non hanno capito il senso del testo. Un esempio.

SALMO 84,6 (CEI 84,7) è tradotto così:

Passando per il bassopiano delle macchie di Baca, lo mutano in una sorgente stessa;
l’insegnante si avvolge pure di benedizioni. Cosa significa l’insegnante si avvolge di  benedizioni?


Il termine ebraico che la TNM traduce «insegnante» è moreh. Questa parola può significare «insegnante» oppure «pioggia autunnale». Ma cosa c’entra l»»insegnante» in un contesto in cui si parla dell’arida valle di Baca? È evidente che qui moreh significa «pioggia». Le piogge autunnali sono una benedizione per l’arida valle di Baca.
Ecco, infatti, come viene tradotto dalla CEI e da tutte le altre bibbie:

Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente, 
anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni.

Abbondano le frasi ridicole, le proposizioni senza senso che rivelano un’ignoranza incredibile della lingua italiana. 
Ecco un elenco di versetti, tratti dai libri non (del Antico Testamento, più ridicolizzati e maltrattati. Il lettore perdoni i commentini ironici. Non intendo deridere i fedeli TdG, per i quali nutro sentimenti di stima, perché sono onesti e in buona fede. Voglio solo sottolineare le sciocchezze contenute in quel libro che essi chiamano Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM).

Confrontiamo la TNM con la traduzione CEI.

TNM Ma i loro maestosi stessi non misero la loro nuca al servizio dei loro padroni (Ne 3,5). 
CEI    Ma i loro notabili non piegarono il collo a lavorare all’opera del loro signore.

TNM «Non è stata strappata dentro di loro la loro corda di tenda?» (Gb 4,21). 
In quel tempo, c’erano persone che mangiavano le corde delle tende, che poi venivano strappate da dentro di loro. 
CEI    «Non viene forse strappata la corda della loro tenda… ?».

 

TNM «(A) colui che pone in luogo alto quelli che sono bassi» (Gb 5,11).
Dio metterebbe in un luogo alto (un monte, un grattacielo, ecc.) le persone basse.
CEI    «Egli esalta gli umili».


TNM «Le tende degli spogliatori sono senza preoccupazioni, e quelli che fanno adirare Dio hanno la sicurezza che appartiene a chi ha portato un dio nella sua mano» (Gb 12,56).  illeggibile.
CEI        (12,6) «Le tende dei ladri sono tranquille, c’è sicurezza per chi provoca Dio, per chi riduce Dio in suo potere».

 

TNM «Ecco, egli demolisce, affinché non ci sia edificazione; serra all’uomo, affinché non si apra» (Gb 12,14).
CEI    «Ecco, se egli demolisce, non si può ricostruire, se imprigiona qualcuno, non c’è chi possa liberarlo».

TNM «La mia rivolta è sigillata in una borsa, e tu applichi colla sul mio errore» (Gb 14,17).
Dio metterebbe la colla sull’errore di Giobbe.
CEI    «In un sacchetto, chiuso, sarebbe il mio delitto e tu ricopriresti la mia colpa».

TNM «Perciò i miei propri inquietanti pensieri mi rispondono essi stessi, perfino a causa della mia eccitazione interiore. Odo un’esortazione che mi vitupera; e mi risponde uno spirito senza l’intendimento che io ho» (Gb 20,23).
Fritto misto!
CEI    «Per questo i miei pensieri mi spingono a rispondere e c’è fretta dentro di me. Ho ascoltato un rimprovero per me offensivo, ma uno spirito, dal mio interno, mi spinge a replicare».

TNM «Quando lavavo i miei passi nel burro»  (Gb 29,6).
Tutti sanno che non si lavano i passi ma i piedi.
CEI «Quando mi lavavo i piedi nella panna».

TNM «I miei propri intestini furono fatti ribollire e non tacquero» (Gb 30,27).
Immaginiamo il linguaggio dei suoi (propri) intestini in ebollizione!
CEI    «Le mie viscere ribollono senza posa».

 

TNM «E la mia mano baciava la mia bocca» (Gb 31,27).
CEI    «E con la mano alla bocca ho mandato un bacio».

TNM «E la sua vita certamente rende abominevole il pane, e la sua propria anima il cibo desiderabile. La sua carne scompare alla vista, e le sue ossa che non si vedevano certamente si denudano» (Gb 33,2021).
Il pane reso abominevole, la carne scompare alla vista (un fantasma?) e le ossa si denudano (però non si vedono). 
CEI    «Il pane gli provoca nausea, gli ripugnano anche i cibi più squisiti, dimagrisce a vista d’occhio e le ossa, che prima non si vedevano, spuntano fuori».

TNM «E i potenti si dipartono, non mediante mano» (Gb 34,20).
È ovvio: mediante piede.
CEI    «Senza sforzo egli rimuove i tiranni».

TNM «Nelle sue mani ha coperto il lampo, e gli impone comando contro l’assalitore. Il suo rombo lo annuncia, anche il bestiame riguardo a colui che sale» (Gb 36,3233).
Illeggibile! Questa sarebbe una traduzione «splendente di significativa luce; aggiornata, e di facile lettura». Domanda: i TdG capiscono quello che leggono?

CEI    «Con le mani afferra la folgore e la scaglia contro il bersaglio. Il suo fragore lo annuncia, la sua ira si accende contro l’iniquità».

TNM «Chi ha scoperto la faccia della sua veste? Chi entrerà nella sua doppia mascella?» (Gb 41,13). Chi ci dirà cosa significa? 
CEI    (41,5) «Chi mai ha aperto il suo manto di pelle e nella sua doppia corazza chi è penetrato?».

TNM «La loro parte interiore è davvero avversità» (Sal 5,9). Geovese perfetto!
CEI (5,10) «È pieno di perfidia il loro cuore».

TNM «Mi sono affaticato con i miei sospiri; tutta la notte faccio nuotare il mio letto; delle mie lacrime faccio traboccare il mio proprio divano» (Sal 6,6).
Il salmista «affaticato con i suoi sospiri», avrebbe fatto nuotare il letto tutta la notte. Confrontiamo questa «accurata» traduzione con CEI.
CEI (6,7) «Sono stremato dai miei lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, bagno di lacrime il mio letto».

TNM «Su di lui è versata una cosa buona a nulla; ora che si è messo a giacere, non si leverà più» (Sal 41,8).
Versare su una persona cose buone a nulla?
CEI (41,9) «Lo ha colpito una malattia infernale; dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi».

TNM «Non mostrarti acceso verso alcuno che ha successo nella sua via, all’uomo che esegue le (sue) idee» (Sal 37,7).
CEI «Non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie».

TNM «Su di te mi sono sostenuto fin dal ventre; tu sei Colui che mi separò perfino dalle parti interiori di mia madre» (Sal 71,6).
Povera donna!
CEI «Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno».

TNM «Si alleerà con te il trono che causa avversità mentre
progetta affanno mediante decreto?» (Sal 94,20).
Chiaro? Se non è chiaro, leggiamo CEI.
CEI «Può essere tuo alleato un tribunale iniquo, che in nome della legge provoca oppressioni?».

TNM «Afflissero con i ceppi i suoi piedi, la sua anima entrò nei ferri» (Sal 105,18).
I piedi afflitti fanno pena, ma che l’anima entri nei ferri è un mistero.
CEI «Gli strinsero i piedi con ceppi, il ferro gli serrò la gola».

TNM «L’uomo di amorevole benignità tratta rimunerativamente la sua propria anima, ma la persona crudele dà l’ostracismo al suo proprio organismo» (Pr 11,17). Come tutti sanno, «dare l’ostracismo» significa «esiliare, mandare in esilio». Quindi, secondo la TNM, la persona crudele manda in esilio il proprio organismo e non tratta rimunerativamente la sua anima.
CEI «Benefica se stesso chi è buono, il crudele invece tormenta la sua carne».

TNM «Chi ha gran furore (ne) porterà la pena; poiché se tu (lo) liberi, continuerai anche a farlo ripetute volte» (Pr 19,19).
Un esempio di italiano «moderno e comprensibile». Leggiamo l’italiano «arcaico e poco comprensibile» della CEI.
CEI «L’iracondo deve essere punito; se lo risparmi, lo diventerà ancora di più».

TNM «L’ottener tesori mediante la lingua falsa è un soffio portato via, nel caso di quelli che cercano la morte» (Pr 21,6).
CEI «Accumulare tesori a forza di menzogne è futilità effimera di chi cerca la morte».

TNM «Mediante il ferro, il ferro stesso si affila. Così un uomo affila la faccia di un altro» (Pr 27,17).
Poveretto!
CEI «Il ferro si aguzza con il ferro e l’uomo aguzza l’ingegno del suo compagno».

TNM «E su questo monte egli certamente inghiottirà la faccia dell’avvolgimento che si avvolge su tutti i popoli, e l’opera tessuta che si intesse su tutte le nazioni» (Is 25,7).
Un premio speciale a chi ci fornisce una spiegazione!
CEI «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni».

TNM «Che ha da fare il mio diletto nella mia casa che molti di loro debbano compiere questa cosa, il disegno (perverso)? E con carne santa (lo) faranno passare di sopra a te, quando la tua calamità (sarà venuta)? In quel tempo esulterai tu?» (Ger 11,15).
Sfido chiunque a capirci qualcosa. Leggiamo la «arcaica e poco comprensibile» traduzione CEI.
CEI «Che fa il mio diletto nella mia casa? Tu hai commesso azioni malvagie. Voti e carne di sacrifici allontanano forse da te la sventura, per poter ancora schiamazzare di gioia?».

TNM «E i loro stessi maestosi hanno mandato i loro insignificanti per (cercare) acqua. Sono andati ai fossi. Non hanno trovato acqua» (Ger 14,3).
CEI «I suoi nobili mandano i servi in cerca d’acqua; si recano ai pozzi ma non ne trovano».

TNM «Ecco, io sono contro le fasce di voi donne, con le quali date la caccia alle anime come se fossero cose volanti» (Ez 13,20).
Dio è arrabbiato con le donne, perché con le loro fasce danno la caccia alle anime come fossero «cose volanti». Saranno gli ufo? Scopriamo il mistero!
CEI «Eccomi contro i vostri nastri, con i quali voi date la caccia alla gente come a uccelli».

TNM «Non si ricordò del suo futuro, e cade in maniera da far meravigliare» (Lam 1,9).
I TdG ci dovrebbero spiegare come si fa a ricordare il futuro. Le persone di «questo sistema di cose» ricordano il passato.
CEI «Non pensava alla sua fine; è caduta in modo inatteso».

TNM Il mio medesimo occhio è stato versato e non avrà posa, così che non ci sono pause (Lam 3,49).
L’occhio (il mio medesimo) versato non ha pause.
CEI Il mio occhio piange senza sosta perché non ha pace.

TNM «Siamo stati inseguiti fin sopra il nostro collo» (Lam 5,5). Siamo alle barzellette.
CEI «Con un giogo sul collo siamo perseguitati».

TNM «I miei occhi si sono consumati in assolute lacrime. I miei intestini sono in fermento. Il mio fegato è stato versato alla medesima terra» (Lam 2,11).
Lacrime assolute, intestini in fermento e fegato versato alla (medesima) terra. Terribili sciocchezze.
CEI «Si sono consunti per lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile».

TNM «Raccoglietevi, sì, fate la raccolta, o nazione che non risca (alcuna cosa)… cercate Geova» (Sof 2,13).
Si fa una raccolta o una riunione? In italiano, si arrossisce di vergogna e si impallidisce per la paura. In geovese avviene il contrario. Comunque sempre prima che lo statuto partorisca alcuna cosa.
CEI: «Radunatevi, raccoglietevi, o gente spudorata, prima che esca il decreto… cercate il Signore…».

È curiosa la predilezione che i «traduttori» hanno per il grasso. Ingrassa l’anima:
TNM «L’anima generosa sarà essa stessa resa grassa, e chi innaffia liberalmente (altri) sarà anche lui liberalmente innaffiato» (Pr 11,25).
CEI «La persona benefica prospererà e chi disseta sarà dissetato».

Ingrassa la consolazione:
TNM «E la consolazione della tua tavola sarà piena di grasso» (Gb 36,16).
CEI «E la tua tavola sarà colma di cibi succulenti».

Ingrassano i giusti:
TNM «Chi confida in Geova sarà reso grasso» (Pr 28,25). CEI «Chi confida nel Signore sarà arricchito».
Ingrassano perfino le ossa:
TNM «La luminosità degli occhi fa rallegrare il cuore; la notizia che è buona fa ingrassare le ossa» (Pr 15,30).
CEI «Uno sguardo luminoso dà gioia al cuore, una notizie lieta rinvigorisce le ossa».

Concludiamo questo confronto tra la TNM e la CEI con l’esame di alcuni versetti del libro di Giobbe e di due salmi.



Giobbe 18   

             
                 TNM                                                     
                    CEI
E Bildad il suhita rispondeva
e diceva:
«Fino a quando starete a metter fine alle parole?
Dovete comprendere, affinché
poi parliamo.
I passi del suo vigore saranno
alle strette. Perfino il suo consiglio lo caccerà via. Poiché
davvero sarà lasciato andare
in una rete con i suoi piedi, e
camminerà su un lavoro a rete.
(Lo) prenderà al calcagno
una trappola; su di lui fa presa un laccio.
Per lui è nascosta in terra una
corda, e per lui un congegno
da cattura nel (suo) sentiero.
All’intorno, improvvisi ternori certamente lo fanno sussul–
tare di spavento, e in realtà lo
inseguono alle calcagna.
Il suo vigore diviene affamato, e il disastro sta pronto a
farlo zoppicare.
Esso mangerà i pezzi della 
sua pelle; il primogenito della
morte mangerà le sue membra.

La sua fiducia sarà strappata
dalla sua propria tenda e lo farà
marciare verso il re dei terrori.

Nella sua tenda risiederà
qualcosa che non è suo; lo
zolfo sarà cosparso sul suo
proprio luogo di dimora.

La medesima menzione di lui
certamente perirà dalla terra,
e non avrà nome nella via.

Lo spingeranno dalla luce
nelle tenebre, e dal paese produttivo lo scacceranno».


 

Bildad di Suach prese a dire:

«Quando porrai fine alle tue
chiacchiere?
Rifletti bene e poi parleremo.

Il suo energico passo si accorcerà e i suoi progetti lo faranno precipitare, perché con i suoi piedi incapperà in
una rete e tra le maglie camminerà.
Un laccio l’afferrerà per il
calcagno, un nodo scorsoio
lo stringerà.
Gli è nascosta per terra una
fune e gli è tesa una trappola
sul sentiero.
Terrori lo spaventano da tutte
le parti e gli stanno alle calcagna.

Diventerà    carestia    la    sua
opulenza e la rovina è ritta al
suo fianco.
Un malanno divorerà la sua pelle, il primogenito della morte
roderà le sue membra.

Sarà tolto dalla tenda in cui
fidav a, per essere trascinato
davanti al re dei territori!



Potresti abitare nella tenda
che non è più sua; sulla sua
dimora si spargerà zolfo.

Il suo ricordo sparirà dalla
terra e il suo nome più non si
udrà per la contrada.

Lo getteranno dalla luce nel buio 
e dal mondo lo stermineranno.



 


 Salmo 41

                     TNM                              CEI
Felice è chiunque mostra
considerazione al misero;
giorno della calamità Geova 
provvederà scampo.

Geova stesso lo sosterrà su 
un divano di malattia; certamente cambierai tutto il suo
letto durante la sua infermità.

In quanto a me, dissi: «O Geova, mostrami favore. Sana la mia anima, poiché ho peccato contro di te».
In quanto ai miei nemici, dicono ciò che è male riguardo a me: «Quando morirà e perirà realmente il suo nome?».
E se uno in effetti viene a veder(mi), la falsità è ciò che il suo cuore proferisce; radunerà per sé qualcosa di nocivo; uscirà; di fuori (ne) parlerà.
Quelli che mi odiano bisbigliano l’uno all’altro unitamente contro di me; contro di me continuano a tramare qualcosa di male per me:
«Su di lui è versata una cosa buona a nulla; ora che si è messo a giacere, non si leverà più».
In quanto a te, o Geova, mostrami favore e fammi levare, affinché io li ripaghi.
Da questo veramente so che hai provato diletto in me,
perché il mio nemico non urla in trionfo su di me.
In quanto a me, a motivo della mia integrità mi hai soste-​
nuto, e mi porrai dinanzi alla
tua faccia a tempo indefinito.

Benedetto sia Geova l’Iddio
d’Israele


Da tempo indefinito fino a
tempo indefinito.

 
Beato l’uomo che ha cura del 
nel debole: nel giorno della sventura il Signore lo libera.

Il Signore lo sosterrà sul letto 
del dolore; tu lo assisti quando giace ammalato.


Io ho detto: «Pietà di me, Signore, guariscimi: contro di te ho peccato».
I miei nemici mi augurano il male: «Quando morirà e perirà il suo nome?».
Chi viene a visitarmi dice il falso, il suo cuore cova cattiveria e, uscito fuori, sparla.
Tutti insieme, quelli che mi odiano contro di me tramano malefici, hanno per me pensieri maligni:
«Lo ha colpito una malattia infernale; dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi».
Ma tu, Signore, abbi pietà, rialzami, che io li possa ripagare.
Da questo saprò che tu mi vuoi bene:
se non trionfa su di me il mio nemico.
Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua
presenza per sempre. 









Sia benedetto  il Signore, 
Dio di Israele.


da sempre e per sempre.


    

Credo abbiamo ampiamente documentato che la bibbia dei TdG richiede l’intervento di un traduttore che traduca l’italiano maccheronico della TNM in italiano decente. È evidente che la «traduzione» è opera di un americano che aveva una scarsa conoscenza della lingua italiana. Ma questo non è evidente per i TdG. Se, per esempio, si fa osservare a un TdG che la traduzione geovista di Giobbe 29,6 (Quando lavavo i miei passi nel burro) è un’assurdità, perché si lavano gli arti (piedi, gambe) non i passi che sono movimenti degli arti per camminare, il TdG risponde candidamente come suggerito dall’organizzazione: «È un’espressione simbolica». Che sia un’espressione simbolica, un linguaggio iperbolico per descrivere una grande abbondanza di beni che Giobbe possedeva, è evidente. Ma è quasi impossibile spiegare a un TdG che il simbolismo si deduce dal senso letterale, cioè primario.

     Il senso letterale è «lavarsi i piedi». Ma la traduzione geovista non ha alcun senso letterale e il lettore, non riuscendo a comprendere il senso letterale perché la traduzione è errata e incomprensibile, non riesce a capire neppure il senso simbolico.
Queste considerazioni, che sono evidenti per una persona normale, lasciano indifferente un TdG. L’organizzazione condiziona talmente gli adepti da distruggere in essi ogni capacità di logica, facendo loro accettare come evidenti anche le cose più assurde. Tale fenomeno è illustrato dallo psichiatra americano Jerry Bergman, il quale sostiene che l’appartenenza prolungata nell’organizzazione dei TdG provoca depressione, esaurimento nervoso e perdita del senso critico. Questo spiega l’accettazione passiva di tutto ciò che viene dall’organizzazione, anche di quelle cose che il comune sentire percepisce come assurde. Il TdG indottrinato non è più capace di un giudizio autonomo; è un «registratore» che ripete meccanicamente messaggi accumulati nella mente.



Ringraziamo Don Paolo Sconoscchini per questi studi.

Pubblicato in Testimoni di geova
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Mons. Luigi Negri


   

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