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Martedì, 07 Giugno 2016 00:00

Cattolico: Sei un Tradizionalista?

CATTOLICO: SEI UN TRADIZIONALISTA?

Sempre più spesso si è sentito o ci si sente rivolgere questa domanda in ambito cattolico. Ma tu sei tradizionalista?

     Oggi più che mai nel cattolico medio si è giunti alla massima espressione di un aspetto che rivela quanto sia diffusa ed estesa la confusione tra i credenti. Fino a qualche anno fa i principali schieramenti si dividevano tra sostenitori pre o post concilio, chi era saldamente ancorato ad un passato rigoroso ed anacronistico ( i tradizionalisti), chi saldamente aggrappato alle nuove disposizioni, anche liturgiche, del Vaticano II come ad una Nuova Rivelazione (i progressisti) e chi tra questi ha tentato di barcamenarsi nella conciliazione e nell’armonizzazione tra le parti. Le ripercussioni pratiche non tardarono a manifestarsi ed ebbero conseguenze principalmente sul piano pastorale dove in modo fattivo il vescovo con i suoi presbiteri era chiamato a tradurre «in loco» le indicazioni dei padri conciliari. Nel tempo attuale, con la salita al soglio pontificio di Papa Francesco si è fatto un ulteriore passo in avanti (o indietro, dipende dai punti di vista) su questa posizione, considerando, ciò che è di Francesco, vera Chiesa, finalmente aperta a tutti e pronta al superamento di qualsiasi ostacolo che non rappresenterebbe l’attuazione di una vera misericordia divina, dall’altro lato della barricata fanno resistenza a quell’indiscriminata misericordia coloro che affermano di rifarsi alla dottrina di sempre della Chiesa cattolica. 
     Non è mia intenzione in questo post analizzare le situazioni descritte ma tentare di far chiarezza su un punto decisivo per ogni cristiano cattolico. Ciascuno di noi dovrebbe aver presente l’assoluto valore della tradizione nella Fede cristiana. Essa è un elemento costitutivo della stessa Fede che si fonda ancor prima che sulle Scritture neotestamentarie sulla viva testimonianza degli apostoli. La tradizione nel senso comune è la trasmissione attraverso il tempo di un patrimonio. Nel senso teologico, la Tradizione si può definire come la Parola di Dio, concernente la fede e la morale, non scritta, ma trasmessa a voce da Gesù, dagli Apostoli e da questi ai loro successori fino a noi. Nel caso specifico dei cristiani possiamo comprendere quanto questo patrimonio abbia un valore assoluto per ogni uomo perché nella Rivelazione di Cristo al mondo c’è la salvezza di ogni credente. 
    Ecco che ci è subito chiaro quanto sia assurda la considerazione che oggi molti, cattolici inclusi, hanno della tradizione della Chiesa, etichettando secondo il loro senso distorto come «tradizionalista» il fedele rimasto indietro, radicato in un tempo e in una consuetudine ormai da eliminare. 
  La Tradizione si dice divina quando riguarda l’insegnamento che viene direttamente da Gesù; divino-apostolica quando riguarda l’insegnamento degli Apostoli secondo l’ispirazione dello Spirito Santo. Gesù, infatti, promise: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv. 14,26)
Gesù, dopo aver predicato (e non scritto) la sua dottrina, affidò agli apostoli la missione non di scrivere ma di propagare oralmente quanto avevano udito dalle sue labbra o avrebbero imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo: «Andate dunque ad insegnare a tutte le genti» (Mt. 28,18) «Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura» (Mc. 16.15). 

Ecco perché ogni cattolico, ma possiamo ben dire ogni vero cristiano, non può ignorare la tradizione e quindi deve necessariamente dirsi «tradizionalista» se vuole rimanere nella verità. Vi è un solo ed unico modo di essere cattolici, aderendo al Magistero della Chiesa che è un «continuum» dagli apostoli ad oggi. 

Quali sono le fonti della Rivelazione?
I cattolici dicono che sono due: la Tradizione e la Scrittura. I protestanti dicono, invece, che è solo la Scrittura. Chi ha ragione?
Gesù ha dato come comando ai suoi discepoli quello di evangelizzare e di battezzare, non certo quello di scrivere. Ci sono delle parole nel Vangelo di san Giovanni che possono aiutarci a dare una risposta alla domanda di cui sopra. Al capitolo 21 (versetti 2425) di questo vangelo è scritto: «Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose, e che ha scritto queste cose; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero». Certamente l’evangelista esagera, ma la sua esagerazione sta a indicare che non tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto è presente nei vangeli; c’è molto altro che non è stato messo per iscritto.
Dov’è allora questo altro? È nella Tradizione. La Tradizione è la verità che viene trasmessa da apostolo in apostolo.
Ovviamente tra la Tradizione e la Scrittura non vi è conflitto, perché ciò che è presente nella Tradizione, seppur non necessariamente esplicitata dalla Scrittura, non è in contraddizione con ciò che è nella Scrittura stessa.

Rimane però una questione. Che rapporto c’è tra Tradizione e Scrittura?
La dottrina cattolica afferma che in un certo qual modo la Tradizione è giudice della Scrittura, nel senso che la Tradizione, in ciò che è identificabile col Magistero, deve interpretare cosa è scritto nella Scrittura. Il protestantesimo non accetta questa verità cattolica, anzi, come abbiamo detto prima, per il protestantesimo la Scrittura da sola costituirebbe l’unica fonte della Rivelazione. Ma qui vien fuori una contraddizione. Fu infatti proprio la Tradizione espressa dal primo Magistero a decidere quali testi dovessero essere riconosciuti autentici. La palese contraddizione di Lutero è stata quella di negare valore alla Tradizione e al Magistero e poi di accettarne i frutti. Infatti, anch’egli riconobbe che i vangeli canonici fossero solo quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e non altri, decisone, questa, del Magistero delle origini.
Se la Tradizione non esistesse, non esisterebbe nemmeno il Magistero. Parafrasando la famosa espressione evangelica, possiamo dire che la Chiesa pur non essendo della storia è comunque nella storia. Ciò implica che la Tradizione debba sempre essere resa “viva”, nel senso che deve sempre saper “rispondere” ai singoli problemi che i diversi contesti storici possono presentare. Ma Tradizione “viva” non significa che possa mutare e quindi, nei contenuti, adattarsi ai tempi. No. “Viva” vuol dire che la Tradizione in quanto verità perenne deve saper rispondere a tutte le questioni, anche quelle che di volta in volta si presentano nel corso della storia.

Un esempio chiarificatore: nella Scrittura e nella Tradizione è contenuta la verità secondo cui i fini inscindibili della sessualità sono il procreativo e l’unitivo; ma ovviamente non possono nella Scrittura e nella Tradizione essere esplicitate le risposte ai vari metodi contraccettivi che il divenire storico ha poi presentato. Sta al Magistero “attualizzare” la Tradizione, non inventando qualcosa di nuovo, né tantomeno tradendo ciò che è stato precedentemente affermato, ma “rinnovando” (nel senso di “rendere nuovamente nuovo”) gli eterni principi, e quindi condannando la pratica contraccettiva secondo le varie tecniche che la storia di volta in volta presenta. Un altro esempio si può fare con alcune questioni di bioetica. La Scrittura e la Tradizione non possono direttamente fare riferimento a tecniche di fecondazione artificiale. Ciò che ovviamente hanno in sé è il principio secondo cui l’uomo compartecipa (pro-crea) e non dispone dell’azione creatrice della vita che è unicamente di Dio. Sta dunque al Magistero “insegnare” questo principio in relazione alle recenti problematiche e quindi condannare qualsiasi fecondazione artificiale.
Da tutto questo si capisce facilmente non solo perché il Magistero è regola prossima della Fede, ma anche perché non può mai essere oscurato. Ricordo che mentre la Chiesa potrebbe proibire, per particolari e gravi motivi, la lettura della Scrittura (in qualche periodo l’ha fatto, anche se riguardò prevalentemente la traduzione in volgare della Bibbia), non può mai impedire la lettura del catechismo. Senza il Magistero non si può conoscere la Tradizione e la Tradizione resa viva per ogni determinato tempo.
Rispondiamo con questa consapevolezza quindi a chiunque ci accusi di essere tradizionalisti e ricordiamogli che anch’egli è tenuto ad esserlo se davvero vuole essere fedele a Cristo ed alla sua Chiesa. A chi professandosi progressista vi guarda dall’alto al basso considerandosi al passo con i tempi (e magari rinnegando anche qualche dogma cattolico), ricordiamogli che la sua posizione nella Chiesa non esiste, non ha alcun ruolo e valore e mai potrà primeggiare perché senza guardare a quello che siamo stati ed a quello che moltissimi cristiani hanno testimoniato persino con la vita nel tempo passato si smarrisce ogni vera dimensione della Fede nel tempo presente. 

Pubblicato in Sana Dottrina
Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

I libri apocrifi e la tradizione

Cattolico. Con tutta la buona volontà che mi anima, riconosco, carissimo fratello, la mia grave difficoltà nel dialogare con un «cristiano», il quale, per principio, rigetta l’autorità da Dio costituita per il governo della Chiesa fondata da Cristo. Questo rifiuto rende, più o meno, quasi impossibile la comprensione tra noi. Vorrei pregare umilmente te e tutti i tuoi fratelli di fede non cattolici, a riflettere con serenità e umiltà sulla necessità, anche soltanto naturale, che qualunque società ha di avere una autorità, un principio di unità senza dei quali la società stessa si dissolverebbe. La Parola di Dio in merito è molto chiara: a Pietro Gesù ingiunge di «confermare i suoi fratelli nella fede», su di lui fonda la Sua, unica Chiesa, che non sarebbe mai stata travolta dal tempo e dall’errore; a lui consegna le «chiavi del Regno dei Cieli» (queste parole si riferiscono principalmente all’interpretazione della S. Scrittura, ossia alla fede e alla morale), e concede la potestà di sciogliere e legare (Cf anche Mt 18,18 e Gv 20,2123, in cui Gesù estende la stessa potestà agli altri apostoli e discepoli); a Pietro, infine, Gesù commette il compito di pascere Il Suo gregge. Oltre a ciò troviamo ancora scritto (Lc 10 16): «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato». S. Paolo ci fa sapere come comportarci «nella Casa di Dio, che é la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della Verità» (1 Tm 3,1415).
E» certo che quando S. Paolo parla della Chiesa di Dio intende riferirsi all’unica Chiesa fondata da Cristo su Pietro (Cf Mt 16,1820).

Non cattolico. Sai bene, fratello cattolico, che qui ci proponiamo di chiarire il problema dei libri «apocrifi» ai quali la Chiesa Cattolica attribuisce l’ispirazione divina, mentre tutti sanno che soltanto i libri canonici, poi detti protocanoníci, devono ritenersi ispirati.
Ti ringrazio e ti perdono per la predica iniziale. Ma tiriamo avanti e rispondi alle mie chiare domande che ti rivolgo: Che cosa sono per te i libri apocrifi? Noi sappiamo che si chiamano «apocrifi», cioè nascosti, i seguenti libri ebraici, contemporanei agli ultimi scritti dell “A.T. , e cioè: Tobia, Giuditta, Baruc, Ecclesiastico, la Sapienza, i due libri del Maccabei e alcuni brani aggiunti al libro di Ester e a quello di Daniele. Questi libri sono stati sempre chiamati «apocrifi», cioè non ispirati, per i quali il domenicano Sisto Seneto inventò la parola «deuterocanonici».

Con questo termine, che significa «secondo elenco dei libri ispirati», la Chiesa Romana mette i libri apocrifi sullo stesso piano dei libri ispirati. Giustamente, noi tutti ci domandiamo: come mai la Chiesa Romana perpetra cosi gravi errori e poi pretende di essere nel vero?

Cattolico. Fratello, la risposta sarà un po» lunga ma necessaria. Ti prego di ascoltarmi con mente serena e cercando di accantonare un po» i tuoi pregiudizi.
Nei nn. 4 e 5 ho riferito già qualche cosa sui libri «canonici», «protocanonici» e «deuterocanoníci». Ora ne parlerò più diffusamente. Nei nn. da 29 a 39 ho trattato sufficientemente il problema della «ispirazione», strettamente connesso alle questioni che stiamo trattando.
Nei nn. 3 e 4 sono elencati i libri dell’A. e del N.T. aventi carattere sacro.
Tali libri «sacri» sono stati ritenuti ispirati“ sia dalla tradizione giudaica che da quella cristiana.
La parola greca «canon» significa «regola», «norma» ed è impiegata dal sec. IV per designare la collezione dei libri sacri. Da allora si parla di libri «canonici» in contrapposizione ai «non canonici». I termini «protocanonici» e «deuterocanonici» sono invece stati inventati, come tu stesso dici, da Sisto Senese il quale volle distinguere quelli che concordarono sempre con l’A.T., da quelli sui quali alla fine del 1° secolo dopo Cristo, sorsero delle polemiche e dei dubbi che si protrassero per molti anni. Gli Ebrei e i Protestanti chiamano i libri deuterocanonicí «apocrifi», escludendoli dal canone biblico.
Non dovrebbe essere difficile — almeno per chi crede nella divina istituzione della Chiesa — comprendere che, trattandosi di questioni a carattere soprannaturale, la facoltà di dichiarare infallibilmente quale libro sia dotato del carattere dell’ispirazione, e sia perciò da inserirsi nel canone biblico, é soltanto della Chiesa, depositaria della dottrina di Gesù Cristo. Quindi il criterio sicuro e anche logico per conoscere se un libro debba far parte di questa collezione è la tradizione che risalga fino all’età apostolica.
Sta di fatto che i libri, oggi detti deuterocanoníci, sono compresi nella versione greca detta dei «Settanta», realizzata da Giudei alessandrini qualche secolo prima di Cristo. Essi erano letti nelle sinagoghe ed erano considerati ispirati. La divergenza è dovuta ad un rigorismo degli scribi e rabbini palestinesi, che non tollerarono alcun libro originariamente in greco, e che anche verso libri composti originariamente in ebraico ed aramaico si mostrarono sospettosi quando non si presentassero come dovuti ad un autore insignito di carisma profetico (cf 1 Macc 4,46; 14,42); cosicché i requisiti indispensabili di un libro sacro furono quasi fissati nella lingua ebraica, nella qualità profetica dell’autore supposto anteriore ad Esdra, e nell’origine palestinese del libro. Tale rigorismo non era condiviso dai Giudei ellenizzati della diaspora (=dispersione, migrazione degli Ebrei fuori la Palestina) che leggevano la Bibbia nella versione greca dei Settanta. Notizie storiche ci assicurano che anche presso i Giudei palestinesi in un primo tempo questi libri, specialmente i più antichi, fossero ammessi.
Quanto a Gesù e agli Apostoli, dalle loro allusioni conservate nel N.T. e dall’uso frequente della versione dei Settanta, risulta in pratica che ritenevano per ispirati anche i «deuterocanonici». Tale è la norma anche dei più antichi Padri, i quali citano o usano indifferentemente le due serie di libri (Clemente, Ippolito, Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Cipriano). Di modo che, per i primi due secoli non risulta alcuna incertezza circa l’ispirazione e l’autorità dei libri in questione. Solo verso la fine del 2° secolo, le controversie frequenti con i Giudei, che ormai concordemente rigettavano i libri «deuterocanonici», condussero gli apologisti (=difensori della fede) a non desumere i loro argomenti da questi scritti non ammessi dagli avversari. Si trattava di una norma pratica da seguire, più che di un principio teorico.

Cattolico. Ne riscontriamo i sintomi in Melitone di Sardi (+160180), in Origene, che tuttavia usa i deuterocanonici come libri ispirati. In tempi successivi tale opinione si diffuse più sensibilmente nella Chiesa greca; ad essa si attennero Atanasío, Cirillo di Gerusalemme, Epifanio, Gregorio di Nazianzio, e alcuni altri, sebbene anch’essi in pratica non si mantennero aderenti a quella opinione, giacché non è difficile ritrovare nelle loro opere citazioni di deuterocanonici come libri ispirati.
Allora cominciò a circolare presso i Greci una triplice distinzione di libri della Bibbia: si parlò di libri certi od ammessi da tutti, di libri controversi e di libri spuri o apocrifi.
Con il termine «controversi» si intendevano i nostri «deuterocanonici». Ma quanto poco fosse radicato il rifiuto di tali libri è confermato dall’accettazione incondizionata di essi da parte di numerosi altri dottori della Chiesa e dalla decisione del Concilio di Costantinopoli del 692, detto Trullano, che sebbene in una forma non del tutto perspicua riferì il canone integrale, mantenuto SEMPRE incontrastato nella Chiesa greca, almeno sino al Protestantesimo.
Nella Chiesa latina i primi ad attenersi al canone giudaico furono Ilario di Poitiers, Rufino di Aquileia e Girolamo. I primi due furono indotti dall’esempio di Origene, di cui si professavano discepoli; il terzo, che prima di recarsi in Oriente, sembra che ritenesse il canone completo, con la sua autorità ingenerò dubbi in autori posteriori.
Tuttavia la grande maggioranza degli scrittori mantenne categoricamente la ispirazione e la canonicità dei libri «controversi». Rappresentante di questa opinione della maggioranza fu Agostino che conservò intatta la genuina tradizione della Chiesa.
La sede romana già con Innocenzo I (405) si pronunziò in modo deciso in favore di tali libri; alcuni anni più tardi il «Decreto», erroneamente detto «Gelasiano», segnò la norma costante di fede per i secoli successivi , finche i Concili ecumenici Fiorentino (1441~1446) e Tridentino (1546) lo sancirono solennemente. Tuttavia l’autorità di Girolamo, che aveva fatto esitare e fuorviare taluni nel medioevo (Ugo di S. Vittore, Niccolé Lirano e qualche altro), si risente ancora in S. Antonio arcivescovo di Firenze (+1459), e nel cardinale Gaetano (1532), che negavano al libri «controversi» (deuterocanonici) un’autorità impegnativa in materia di fede.

Lutero, pur rigettando la tradizione ecclesiastica, manifestò una certa esitazione nel ripudiare i «deuterocanonici» e si accontentò di relegarli in fondo alla sua traduzione.
Dopo quanto ho detto, possiamo trarre una conclusione. Col sorgere del Cristianesimo l’Antico Testamento fu usato nella sua traduzione greca dei «Settanta», i cui inizi risalgono al 3° secolo avanti Cristo.
I cristiani non escluso Cristo e gli Apostoli, traevano da questa versione le citazioni bibliche nelle loro polemiche contro i Giudei.
QUESTA FU LA PRINCIPALE RAGIONE per cui, lungo il 2° sec. dopo Cristo, i Giudei ripudiarono come infedele la versione dei «Settanta», sebbene in precedenza l’avevano circondata di particolare venerazione, e la sostituirono con altre versioni greche, totali o parziali, fatte da Giudei e giunte fino a noi soltanto in modo frammentario.

I veri libri apocrifi, cioè quelli non ispirati, furono ben presto smascherati dalla Chiesa Cattolica ed esclusi dall’ispirazione.
Caro fratello non cattolico, conosci tutta questa storia sui libri che tu chiami «apocrifi»?

Non cattolico. No, a dir la verità, non la conosco e non nascondo che essa mi lascia sconcertato.

Cattolico. Il guaio è che non sei il solo a non sapere queste cose, ma è la massa dei non cattolici i quali tutti rifiutano e rigettano quanto la Chiesa decide con tanta prudenza e saggezza dopo studi e travaglio di secoli.

Non cattolico. Pur ammirando la tua erudizione in merito, io resto fermo nelle mie idee, però mi propongo di attuare seri accertamenti prima di cambiare opinione.

Cattolico. Si, accertati bene e sappi intanto che non è vero che i «deuterocanonicí» sono stati sempre chiamati «apocrifi»; che non è vero che la Chiesa Cattolica l’8 aprile 1546 al Concilio di Trento decise di metterli sullo stesso piano degli altri libri ispirati. In tale occasione la Chiesa volle derimere qualunque dubbio e questione in merito, definitivamente. Non è vero che la Chiesa dei primi secoli non li riconosceva ispirati. E neppure è vero che S. Girolamo col suo prestigio ha messo in imbarazzo la Chiesa di Dio, ma solo alcuni studiosi.

S. Agostino, tra i maggiori geni del Cristianesimo, credeva, con la Chiesa, alla «ispirazione» dei libri «controversi» (deuterocanonici). Essi sono letti nella Chiesa anche allo scopo di trarvi una dottrina, proprio perché ispirati.

Non cattolico. Ma tu li conosci questi sette libri contestati?

Cattolico. Un po» soltanto, tanto però da poterti dare un giudizio fugace e sommario di ognuno di essi. Ti prego di ascoltarmi.

1. Il libro di Tobia è stato composto tra il 3°-2° sec. a.C. con lo scopo di mantenere nella fede tradizionale i Giudei rimasti fuori della Palestina anche dopo il ritorno di molti di loro dall’esilio. L’eroe del racconto (a sfondo storico, sapienziale e poetico, un po» come «I Promessi Sposi» del Manzoni é esemplare; è un vero giudeo, osserva fedelmente la legge di Mosé e Dio lo ricompensa di questa fedeltà assoluta. L’autore, con molta arte e da vero saggio, si preoccupa soprattutto di far rivivere agli occhi del lettore un uomo giusto. Egli vuol mostrare che la vera sapienza, il cammino che conduce alla felicità, consiste nell’amare Dio e nell’osservare i suoi comandamenti, qualsiasi cosa succeda.
Ecco la chiave del libro, che è un gioiello letterario. Molto prima del Vangelo, celebra la nobiltà che caratterizza il matrimonio fin dalla sua origine: un solo sposo, una sola sposa. L’autore scopre la Provvidenza nella vita quotidiana, supera le situazioni dolorose mediante la fede; elogia la fedeltà vissuta nel quadro di una vita familiare, il senso dell’elemosina, il rispetto dei morti, la preoccupazione della purezza, il gusto della preghiera, anticipando cosi molti concetti della vita cristiana.
Dell’originale del libro, scritto in ebraico o aramaico, si sono trovati frammenti nei manoscritti del Mar Morto.

2. Giuditta. Anche il libro di Giuditta, come quello di Tobia, messo dopo i libri storici, va collocato tra i libri sapienziali.
Dal punto di vista letterario è un’opera riuscita e non manca di fascino. L’autore racconta un dramma nazionale e vuol fissarne il ricordo, ma soprattutto vuole attirare l’attenzione sul senso religioso del conflitto che oppone continuamente il popolo di Dio agli empi. Il libro assomiglia a quelle storie edificanti tanto care ai Giudei degli ultimi secoli prima dell’era cristiana; fa rivivere i racconti della terra santa… la Chiesa vi ha attinto immagini e testi per la preghiera liturgica; ciò che esso insegna sulla potenza, e la fedeltà di Dio, sullo svolgimento della storia e la vittoria finale del bene è sempre di attualità.
Se non parla molto di amore, è però, anche per il lettore di oggi, un libro di fede e di speranza.

3. Baruc. Il prestigio che dopo l’esilio si unisce al nome del profeta Geremia, si riflette sul suo servo fedele segretario Baruc. Perciò, secondo un procedimento dell’epoca, si fa di lui l’autore di un insieme di scritti, posteriori di più secoli, di cui la Bibbia ha conservato almeno un libretto.
Si crede che il libro debba essere anteriore al 2° sec. avanti Cristo. La cosiddetta lettera di Geremia, che è stata aggiunta, potrebbe essere dello stesso tempo, se non più recente.
Il libro di Baruc ha il pregio di rivelare l’anima profondamente religiosa dei Giudei dispersi nel mondo e tuttavia rimasti, in modo sorprendente, uniti al loro popolo. La loro fede testimonia un senso vivissimo del peccato nazionale: l’infedeltà, rifiuto dell’obbedienza, disprezzo della parola di Dio gridata dai profeti, rigetto della legge e della sapienza. La disfatta e la prigionia sono la disastrosa conclusione e il giusto castigo di quella costante ribellione. Ma questo libro contiene soprattutto un messaggio di speranza: di fronte all’infedeltà di Israele, resta l’immutabile fedeltà di Dio.
Contiene una preghiera di confessione e di speranza (1,553,8); un poema sapienziale (3,94,4); un brano profetico (4,55,9) dove Gerusalemme personificata si rivolge agli esiliati e dove il profeta la incoraggia con il richiamo delle speranze messianiche. Un piccolo frammento del testo greco è stato scoperto in una delle grotte di Qumran.
Sotto il nome di Baruc vengono messe due apocalissi scritte nel 2° secolo dopo Cristo.

4. Ecclesiastico, oggi detto Siracide.
I due terzi circa di questo testo ebraico sono stati ritrovati nel 1896 nei frammenti di diversi manoscritti del medioevo provenienti da una vecchia sinagoga dal Cairo.
Più recentemente, piccoli frammenti sono venuti alla luce in una grotta di Qumran, e nel 1964 è stato scoperto a Masada (fortezza su di una collina rocciosa del deserto di Giuda a ovest del Mar Morto) un lungo testo nel quale sono contenuti i capitoli 39,2744,17 in una scrittura degli inizi del 1° sec. a.C.
La Chiesa riconosce come canonico il testo greco. Il nipote dell’autore spiega che tradusse il libro quando si trovò in Egitto nel 38° anno del regno di Erergete, ossia il 132 a.C.
Suo nonno scrisse verso il 190180.
Ben-Sira, o Siracide, è uno scriba che unisce l’amore della sapienza a quello della Legge. La sapienza annunziata da Ben Sira proviene dal Signore; suo principio è il timor di Dio; forma la gioventù e procura la felicità.
Egli identifica la sapienza con la legge proclamata da Mosé (24,2324), cosa che farà anche il poema sapienziale di Baruc (3,94,4).
Ben Sira è l’ultimo testimone canonico della sapienza ebraica In Palestina. Benché non sia stato accolto nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente negli scritti rabbinici; nel N.T. la lettera di Giacomo vi attinge molte espressioni; il Vangelo di Matteo vi si riferisce più volte e ancora oggi la liturgia si fa portavoce
di questa antica tradizione di sapienza.

5. Sapienza. Verso la metà del 1° sec. a.C., la grande città di Alessandria di Egitto contava una importante comunità giudaica, fedele alle tradizioni religiose dei suoi padri. Il paganesimo, dai volti più diversi, si presentava talmente ovvio per il costume che minacciava costantemente d’infiltrarsi nel seno delle comunità giudaiche lontane dalla patria.
Il libro della Sapienza ha voluto venire incontro a questa situazione, ma ci si intravede anche la preoccupazione di non urtare i pagani che fossero indotti a leggerlo.
L’autore scrive in lingua greca, caso unico nell’A.T.; egli stesso è un giudeo d’Alessandria, formato alla cultura greca, ma non meno nutrito della S. Scrittura. E» un saggio che preferisce però far parlare Salomone, il sapiente per eccellenza. Egli ci porge una sapienza che viene da Dio e che ci dà la visione giusta delle cose, che spinge a cercare la vera felicità. Questa sapienza divina, di fatto, ha rivelato — guidando magistralmente la storia del popolo eletto — che la vera felicità appartiene agli amici di Dio. In altre parole, non scoprono il senso della vita se non coloro cui il Signore lo rivela..
L’autore ci dona un primo abbozzo di filosofia religiosa, che si unisce, d’altra parte, ad una bella meditazione di fede cui la liturgia si ispira volentieri.
Il libro della Sapienza prepara Giudei e Greci alla venuta di Gesù Cristo.
Le pagine, perciò finiscono con l’apparire più attraenti.
Nella nostra cultura i Cristiani tentati di «allinearsi» a tutte le mode troveranno qui uno stimolo per riflettere sulla loro originalità, per accettare la rude tensione che esiste tra Vangelo e società.

6. 1° MACCABEI. Questo libro é stato scritto in ebraico da un giudeo di Gerusalemme, probabilmente verso l’inizio del 1° sec. a.C. Ci resta solo qualche traduzione ed è il testo greco che fa fede per la Chiesa. L’autore tratta l’epopea di una resistenza e si riferisce quasi a mezzo secolo di storia ebraica (175134 a.C.), dall’avvento cioè al trono di Siria di Antioco IV Epifane alla morte di Simone Maccabeo. L’autore segue scrupolosamente l’ordine cronologico degli avvenimenti. Le sue tendenze politiche lo rendono parziale. Ciononostante, rimane uno storico serio, oggettivo, riporta ciò che ha visto, utilizza la testimonianza dei contemporanei e i documenti ufficiali. Questo storico è anche un credente, persuaso che la Provvidenza conduce e sostiene l’improvvisa rinascita del popolo. Come nel libro di Ester, Dio, per rispetto, non è mai nominato; lo si evoca dicendo «il Cielo». Ma è Lui che sostiene Giuda e i suoi fratelli e che dà la vittoria; è Lui che anima questa guerra santa. Ciò che caratterizza questi Giudei del 2° sec. a.C. sono lo zelo per la Legge, il culto del Tempio, l’orrore della impurità e delle bestemmie dei pagani.

7. 2° MACCABEI Non é il seguito o il completamento del primo. Vi si riferiscono avvenimenti svoltisi tra il 175 e il 161 a.C. al tempo della grande persecuzione.
Siamo all’inizio della resistenza giudaica di cui il 1° libro ci presenta tutta l’epoca.
Scritto anteriormente a quest’ultimo da cui non dipende in alcun modo: se ne differenzia anzitutto per lo stile e per il sentimento religioso, ma anche per il racconto dei fatti. L’autore sembra un giudeo d’Alessandria che scrive poco dopo il 124 a.C. e direttamente in greco. Egli dice che riassume l’opera, molto più vasta, di un altro giudeo della Colonia di Cirene (Africa settentrionale), un certo Giasone di cui non sappiamo altro. Si tratta certo di un libro di storia ma anche di una sorta di «leggenda aurea» dei martiri, vittime della persecuzione di Antioco IV Epífane.
In effetti, l’autore si trasforma in predicatore e vuole colpire l’immaginazione e la sensibilità del lettore. Esalta l’eroismo della fede giudaica, esagera l’empietà e la crudeltà dei nemici di cui aumenta le forze e le perdite, evoca con realismo i supplizi e si mette a descrivere le manifestazioni celesti che vengono a sconvolgere gli avvenimenti, ma c’è una cura reale di verità storica. L’autore però è più preoccupato di religione che di politica. E un credente appassionato, vede Dio all’opera per sanzionare la condotta degli uomini. I giusti soffrono il martirio, ma essi sono sicuri che un giorno
risusciteranno e otterranno il premio. Finora la fede giudaica non era mai penetrata a tal punto nel mistero della retribuzione e dell’aldilà. Questi insegnamenti costituiscono un arricchimento considerevole per la teologia dell’A.T. Ripresi e sviluppati nel N.T., essi hanno assicurato il successo del 2° Maccabei negli ambienti cristiani.

Non cattolico. Comunque il 2° Maccabei termina così: «Se la disposizione della materia è stata buona e come si conviene alla storia, è quello che ho desiderato. Se poi è mediocre e di scarso valore, è quanto ho potuto fare» (2° Macc 15,38). Quindi, lo stesso autore esclude trattarsi di libro ispirato.

Cattolico. Fratello, forse per capire quello che l’autore vuol dire, sarà bene andare a rileggere 2,2531 e vi troverai l’intento dell’autore, il quale sta sunteggiando una storia… Egli è cosciente dello sforzo letterario compiuto per unire l’utile al dilettevole. Il lettore moderno deve comprendere.… e, come gli uomini dell’oriente, deve rinunciare per un certo tempo al vino puro (ciò era prescritto per ragioni igieniche). Sapendolo, troverà piacevole la parola di Dio che gli è proposta in questo libro. Questo vuol dire modestamente l’autore. Il giudizio dell’ispirazione non è sua competenza. «Ai posteri l’ardua sentenza!». Difatti, la tradizione ebraica, come ho già detto, fino al rifiuto categorico degli Ebrei e alle polemiche con i cristiani aveva accettata la canonicità dei libri in questione compreso i due Maccabei.

Non cattolico. Inoltre, noi non consideriamo ispirati dei libri che, come ben dice San Girolamo, contengono favole. Tali appaiono 1° e 2° Maccabei quando ci raccontano la morte del re Antioco IV Epifane in tre modi diversi: il re muore di crepacuore (1° Macc 6,1316); una seconda volta è lapidato dai sacerdoti; la terza volta muore in seguito ad una orribile malattia intestinale.

Cattolico. Non mi è facile rispondere ad una obiezione del genere. Ho consultato diversi libri senza poterne ricavare un gran che, anche se ho capito che i libri dei Maccabei, pur presentando delle impressioni su fatti e personaggi, raccontano storie edificanti scritte da Giudei, di gran fede che vogliono sostenere i fratelli della diaspora nella loro fedeltà al Dio unico e vero, onnipotente e misericordioso. Dalla esegesi riportata dalla Bibbia di Civiltà Cattolica viene una parola abbastanza chiarificatrice. Sunteggio quanto ho letto.
In 1 Macc 6,1316, Il racconto risulta felice nel fare convergere le disgrazie che colpiscono l’empio persecutore. L’autore vuol dimostrare che la morte di Antioco IV Epifane è un’azione della giustizia di Dio. Ciononostante, l’insieme del racconto é esatto. In 2 Macc 1,1516, gli esegeti ritengono che il popolo fa presto a ricamare sulle notizie. Così l’avventura di Antioco si è mescolata a quella del padre morto in Persia dopo avere saccheggiato il tempio del dio Bel. L’autore del 2 Maccabei sembra dare ai fatti una versione più esatta di quella presentata dalla lettera (due lettere danno inizio al 2 Macc) scritta forse fin dal momento stesso dell’arrivo delle prime voci sulla morte del re detestato.
In 2 Macc 9,5 è raccontata per la terza volta la morte del persecutore, essa diventa un racconto edificante: Dio abbatte sempre l’orgoglio smisurato degli empi, il loro pentimento avviene troppo tardi. Colui che si faceva dio, giace come un morto, già divorato dalla putrefazione. E» difficile sapere quale sia la malattia che portò l’empio re alla tomba.
Qui la storia prende la libertà della leggenda per meglio sottolineare la lezione morale dell’evento.

Non cattolico. La Chiesa romana afferma che i Vangeli non rispecchiano tutto il pensiero di Gesù, e che la Verità, secondo il Concilio di Trento (Sess. IV, 8 aprile 1546) «è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni, non scritte, le quali — ricevute dagli apostoli per bocca di Cristo stesso, o dagli stessi apostoli per dettato dello Spirito Santo — giunsero fino a noi, come trasmesse di mano in mano». «Ne risulta — prosegue il Concilio Vaticano II — che la Chiesa non trae dalla sola S. Scrittura la sua certezza sul contenuto totale della Rivelazione. E perciò l’una e l’altra devono essere ricevute e venerate con eguale sentimento d’amore e di rispetto» (Costit. Dogm. sulla Rivelazione, 9).Ma non basta. La Chiesa romana tenta di giustificare la tradizione con la «teoria del germe» immaginata dal cardinale inglese John Newman. Secondo questo sofisma, si ammette che le tradizioni non risalgono a Gesù. Ma è sufficiente — egli insegnava — che queste tradizioni fossero contenute «in germe» nel suo insegnamento. Penserà poi la Chiesa a trasformare queste dottrine «implicite» in dottrine «esplicite». E» così che il Conc. Vat. II ha affermato che la tradizione va attraverso i secoli sviluppandosi per virtù di vari fattori:
a) la riflessione e lo studio dei credenti;
b) per la più profonda intelligenza che essi hanno delle cose spirituali;
c) per la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro della verità.
Ora, perché i non cattolici non accettano la Tradizione della Chiesa romana?
l. Perché già dai tempi di Gesù era venuta formandosi, accanto all’autorità della Bibbia (A.T.), la tradizione, la quale sovente rivestiva un’autorità superiore alla Bibbia medesima. Contro tale tradizione Gesù ha reagito, energicamente, negandone il valore: «Si, veramente, voi togliete ogni autorità al comandamenti di Dio per osservare la tradizione vostra» (Mc 7,9). E S. Paolo ribadiva: «Guardate che non vi sia alcuno che faccia di voi sua preda con la filosofia e con vanità ingannatrice secondo la tradizione degli uomini , gli elementi del mondo, e non secondo Cristo» (Colossesi 2,8).

Cattolico. Caro fratello, ma tu stai dicendo delle cose con le quali certamente senza saperlo ti dal la zappa sui piedi …

Non cattolico. Ti prego di non interrompermi perché c’è ancora molto da dire sulle vostre false tradizioni.

Cattolico. Scusami l’interruzione e preparati ad ascoltare in silenzio e con molta attenzione le mie risposte.

Non cattolico. Dicevo: 2. Perché quando Gesù è stato tentato, egli ha sconfitto il diavolo riferendosi costantemente alla S. Scrittura, e non alla tradizione. Tre volte tentato, tre volte rispose: «Sta scritto» (Mt 4,110).
3. Perché è assurdo pensare che l’insegnamento di Gesù dovesse giungere fino a noi per due vie diverse, senza comunicazione fra loro. Gesù, per esempio, avrebbe insegnato le dottrine del limbo, del purgatorio, della Immacolata Concezione, dell’invocazione dei santi, della venerazione delle reliquie e delle immagini, e tutte le altre dottrine caratteristiche della Chiesa romana, ma avrebbe proibito di fissare queste dottrine nei documenti scritti. Per quale straordinario e recondito motivo? Non ci è dato sapere.
4. Non solo, ma se fosse vero che Gesù e gli Apostoli non hanno voluto che certi loro insegnamenti (le tradizioni) fossero messi per iscritto, come mai i papi si sono presi l’ardire di farlo? S. Perché queste tradizioni, non solo non si trovano nella Bibbia, ma sono in aperto contrasto con essa. Per es., la tradizione insegna che i bambini non battezzati sono esclusi per sempre dal Paradiso, mentre Gesù prendendo in braccio dei bambini non battezzati, ha detto «di tali è il Regno dei Cieli» (Mt 19,14). La tradizione insegna a chiamare Maria col titolo di «mediatrice» di tutte le grazie, tanto che Dante fa così pregare S. Bernardo: «Donna, se tanto grande e tanto vali/Che qual vuol grazia ed a te non ricorre/Sua disianza vuol volar senz’ali» (Parad. XXXIII, 1315).
Ma Gesù diceva: «Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), e così via.
6. Perché basta consultare un qualsiasi manuale di storia della Chiesa per rendersi conto della progressiva elaborazione di tutte quelle dottrine che, a poco a poco, sovente dopo violenti contrasti, si sono affermate nella Chiesa romana. Qualsiasi anima sincera deve riconoscere che né Gesù né gli Apostoli hanno mai insegnato l’Immacolata Concezione, il purgatorio, il limbo, la confessione auricolare, il papato, ecc…

Cattolico. Ti prego, fermati e prendi fiato.

Non cattolico. Ed io ti prego di farmi dire tutto, perché senza interruzioni e senza battibecco le mie obiezioni risulteranno più chiare e più concatenate.

Cattolico. Continua, e ti avverto, fin d’ora, che la stessa cosa farò anch’io.

Non cattolico. Ascoltami. Voglio anche dirti cose che tu forse ignori: voglio cioè, riferirti il pensiero dei Padri della Chiesa riguardo alla tradizione.
- Giustino martire (anno 155): «Non abbiamo alcun comandamento di Cristo che ci faccia obbligo di credere alle tradizioni e alle dottrine umane, ma soltanto a quelle che i beati profeti hanno promulgate e che Cristo stesso ha insegnate, ed io ho cura di riferire ogni cosa alle Scritture e chiedere ad esse i miei argomenti e le mie dimostrazioni (Dialogo con Trifone).
- S. Girolamo (400 circa): «Se voi volete chiarire le cose in dubbio, andate alla legge e alla testimonianza della Scrittura; fuori di lì siete nella notte dell’errore. Noi ammettiamo tutto ciò che è scritto, rigettiamo tutto ciò che non lo è. Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione apostolica senza l’autorità della Scrittura, sono colpite dalla spada di Dio» (In Isaiam, VII).
- S. Giovanni Crisostomo (390 circa): «Quando l’eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che non vi sarà prova di vera fede e di cristianità se non le S. Scritture, perché quelli che si volgeranno altrove periranno» (in Matteo Omelia, 49).

- S. Agostino (400 circa): «Io mi sottometto all’autorità dei libri canonici e a nessun’altra. Tutto ciò che è necessario alla fede e alla condotta della vita si trova nelle dichiarazioni chiare della Scrittura» (De dottrina cristiana, 137).

Non ho finito. Ma non ci sarebbe un argomento che indichi, senza possibilità di equivoci, quale fosse la fede della Chiesa cristiana dei primi secoli, in relazione alle dottrine su cui cristiani non cattolici e cattolici divergono?

Senza dubbio: il documento inconfutabile, ammesso dalla Chiesa romana, come dalle Chiese non cattoliche, da entrambe ritenuto come lo STATUTO FONDAMENTALE della loro fede, è il Credo apostolico: dalla lettura di esso risulta in modo inoppugnabile che non vi è traccia alcuna: del papato, dell’Immacolata Concezione, della gerarchia, del purgatorio, del limbo, del culto alla Madonna, del culto ai santi, dell’Assunzione di Maria, delle indulgenze, della confessione auricolare… La ragione é evidente: la Chiesa dei primi secoli NON CI CREDEVA. Quindi neppure io e i miei compagni di fede ci crediamo. Sono dottrine che fanno parte della tradizione, ma non si trovano nel «Credo» perché non si trovano nella Scrittura.
E adesso, caro fratello cattolico, rispondi a tutto e con precisione. Io ti ascolterò in silenzio e con gravità perché l’argomento è quanto mai interessante e complesso. E tu sappi che noi non crediamo a tradizioni umane e a sacramenti, ma all’infallibile Parola di Dio.

Cattolico. Carissimo fratello non cattolico, ora ti prego di disporti ad ascoltare pazientemente e con gravità, secondo la promessa fattami.

Non cattolico. Sono tutto orecchi e tacerò anche quando istintivamente vorrei bloccarti e farti tacere.

Cattolico. Devo ribadire quanto ho già detto in altre occasioni, e cioè: abitualmente i non cattolici con una semplice frase negano una verità di fede, esiste o non esiste il riferimento biblico. Ed il cattolico è costretto a ricostruire con lunghe e necessarie argomentazioni. Oltre a ciò, il non cattolico si presenta sicuro e spesso anche arrogante, con la Bibbia alla mano, citandone qualche frase, per dimostrare che egli crede solo alla «infallibile Parola di Dio. Molti non cattolici, o quasi tutti, ed anche qualche cattolico, di fronte a tanta spavalda sicurezza, pensano che effettivamente essi credono alla S. Scrittura. E invece è tutto il contrario, cioè è proprio alla Parola di Dio che i non cattolici NON CREDONO. Se essi credessero alla Divina Parola sarebbero cattolici.

Non cattolico. Di fronte a queste tue bestemmie io non posso tacere: queste sono menzogne e calunnie.

Cattolico. Fratello, ti prego di farti violenza e di tacere, come mi hai promesso. Con la polemica ed il «battibecco» non approderemo a nessuna chiarificazione. Se nella mia esposizione non mi manterrò sempre legato e coerente alla Parola di Dio, tu me lo mostrerai alla fine. Per ora voglio iniziare col dimostrarti una cosa molto semplice per il cattolico e per la logica biblica, ma per il non cattolico è forse una novità. E novità è anche per il cattolico ignorante.
Tu hai affermato che Gesù condanna le tradizioni e le invenzioni umane. E questo è vero anche per la Chiesa Cattolica che segue Gesù parola per parola.
Ora richiamerò alla tua mente i vari passi del N.T. che condannano la tradizione umana. Eccolí nelle loro espressioni più significative:
1. Mt 15,16: «In quel tempo… alcuni farisei…e scribi dissero a Gesù: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? … Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo! Ed Egli rispose loro: Perché voi trasgredite il Comandamento di Dio in nome della vostra tradizione: Onora il padre e la madre… Invece voi asserite: Chiunque dice al padre e alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Cosi avete annullato la Parola di Dio in nome della vostra tradizione».
2. Mc 7 113: ….i farisei e alcuni degli scribi avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde… quei farisei lo interrogarono… E Gesù rispose loro: Bene ha profetato Isaia di Voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini….».
3. Col 2, 8.22: Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo». » … Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini!».

Ogni volta che ho parlato con un non cattolico o ho letto qualche loro libro contro la tradizione cattolica, ho sentito citare le frasi sopra riportate che condannano, giustissimamente, le tradizioni umane. Chissà perché i non cattolici ignorano o vogliono ignorare, sempre, le tradizioni apostoliche-bibliche, di cui ci sono molteplici riferimenti nel N.T. Riporto e sintetizzo le principali.
1. Cor 11,2: «Vi lodo poi perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse».
2. 1 Cor 15,3: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto…».
3. Lc 1,12: «Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola…».
4. 2 Ts 3,6 «Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi».
5. 2 Ts 2,15: «Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso cosi dalla nostra parola come dalla nostra lettera».
Quanti non conoscono questi passi riguardanti la sana e santa tradizione biblica apostolica?

..Certo, la Tradizione non è superiore alla S. Scrittura, ma ne diventa la garante.

E chi di noi può sapere quali furono le tradizioni, le parole, i fatti raccontati da S. Paolo ai Corinzi e ai Tessalonicesi?

Noi non sappiamo per notizie dirette, ma sappiamo bene per le tradizioni bibliche-apostoliche sempre vissute, controllate, poi messe in iscritto e giunte incorrotte fino a noi.

L’organo ufficiale fondato da Cristo, che è il suo prolungamento (Mt 28,1820) ed il suo Corpo (Col 1,18), che è custode del deposito della fede (1 Tm 6,2021), è la Chiesa del Dio vivente, Colonna e Sostegno della Verità (1 Tm 3,1415), la quale è, per costituzione divina una ed unica, animata da un solo Spirito, un solo Corpo, una sola fede, una sola speranza, un solo battesimo (cf Ef 4,45)
Strettamente parlando, queste mie dimostrazioni potrebbero anche essere sufficienti a farti capire che le tradizioni della Chiesa non sono quelle di cui hai parlato, ma io voglio dirti ancora qualche cosa in merito alle false tradizioni che sono invenzioni umane e delle quali vivono tutti i non cattolici. La dimostrazione non é difficile. Infatti fino a Lutero il Cristianesimo, eccetto alcune divergenze di portata inferiore, era quel che è adesso la Chiesa Cattolica. La rivoluzione del protestantesimo ha rigettato molte verità di fede.

Questi errori. ossia queste verità rigettate, oggi costituiscono il CREDO di quasi tutti i non cattolici.
Come si è formato questo credo:
Per mezzo di tradizioni umane, inventate da quelli che hanno ripudiato le tradizioni apostoliche ed hanno fatto naufragio nella fede … (cfr 1 Tm 1,1819).

Queste mie affermazioni sono inoppugnabili: basta guardare obiettivamente la storia per arrivare a questa conclusione.

Poiché, caro fratello, tu mi hai citato il Concilio Vaticano II, sarà bene che io te ne ricordi alcuni punti perché, in essi e per essi, è la Chiesa Cattolica che ci parla.

Dalla Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione apprendiamo che:
a) «La profonda verità poi, sia di Dio, sia della salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Gesù Cristo, il quale è insieme il Mediatore e la pienezza di tutta intera la rivelazione» (Cap. 1,2);
b) «A Dio che rivela è dovuta «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26, cf Rm 1,5; 2 Cor 10,56), con la quale l’uomo si abbandona a Dio… Affinché poi l’intelligenza della
rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni» (ivi n.5);
c) Dio, con somma benignità, dispose che quanto Egli aveva rivelato … rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo, Signore, nel quale trova compimento tutta intera la rivelazione.… ordinò agli Apostoli che l’Evangelo — prima promesso per mezzo dei Profeti e da Lui adempiuto e promulgato di persona, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale — lo predicassero a tutti (Mt 28,1920; Mc 16,15), comunicando i doni divini… Gli Apostoli poi affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi, ad essi affidando il loro proprio posto di magistero.
Questa sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura dell’uno e dell’altro testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve; finché giunga a vederlo faccia a faccia come Egli è (cf Gv 3,2). (Cap. II, n. 7.);
d) Gli Apostoli, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per lettera (cf 2 Tes 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre (cf Giuda, 3).
Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo di Dio e all’incremento della fede, e cosi la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa é, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf Lc 2,19.51), sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità.

La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le Parole di Dio.

Le asserzioni dei Santi Padri attestano la vivificante presenza di questa tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega.
E» la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei Libri Sacri, e in essa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse Sacre Lettere, cosi Dio, il Quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell’Evangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e in essi fa risiedere la Parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cf Col 3,16) (ivi, n. 8).
N.B. Vi sono molte verità che ci erano necessarie a sapere e doveri da praticarsi che non furono esplicitamente insegnati nella Bibbia ma trasmessi per Tradizione nella Chiesa. Accenniamo solo a queste:
in Gesù Cristo c’è una sola Persona che in se unisce le due nature, la divina e l’umana; in Cristo ci sono due volontà, la divina e l’umana; i Sacramenti sono sette; come essi ci santificano; lo Spirito Santo procede ugualmente dal Padre e dal Figlio; è valido il Battesimo anche se dato da un eretico o pagano; il Matrimonio è vero Sacramento ed è assolutamente indissolubile; ecc.
Ugualmente per sola Tradizione sappiamo di molti precetti, come il digiuno quaresimale, la sostituzione della domenica al sabato, ecc.

Il paragrafo 9 parla della mutua relazione tra la Tradizione e la Scrittura.

La Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la Parola di Dio, affidata da Cristo e dallo Spirito Santo agli Apostoli, viene trasmessa integralmente dalla Sacra Tradizione ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di Verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; accade così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e di riverenza.
Il paragrafo 10 ci istruisce sulla rivelazione della Tradizione e della Scrittura con tutta la Chiesa e con il Magistero.
La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa, e nell’adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf At 2,42), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, concordino i Presuli e i fedeli.
L’ufficio poi di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta e trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero però non è superiore alla Parola di Dio, ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.

E» chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza della anime.

Fin qui il Concilio Vaticano II. Ascoltiamo ora la parola di uno studioso.

«La Chiesa vive della Tradizione. E la Tradizione è Cristo stesso che si consegna col dono dello Spirito. Egli è la Tradizione reale che permane incessantemente a generare la Chiesa, e che si manifesta in una varietà di espressioni fondamentali: la dottrina, o, in contenuti della fede, i sacramenti, le determinazioni della prassi. Questo complesso di dati — che ultimamente si risolvono in Gesù Cristo e da Lui ricevono sostanza — rappresentano l’imprescindibile riferimento dell’identità cristiana. Fossero alterati, tale identità si dissolverebbe; non ci sarebbe più la Chiesa del Signore, che verrebbe a interrompere la comunione con Lui. Non è pensabile né che la Tradizione così intesa sia venuta meno, né che lo possa, a meno di concepire la Chiesa evoluzionisticamente recreatesi, sotto la suggestione della storia e secondo principi d’invenzione umana. Quando si afferma che la Chiesa è tradizionale si vuol dire esattamente tutto questo: la sua sottrazione all’arbitrio, la sua origine e natura «cristologica» e «spirituale»; in altre parole si vuole sottolineare la sua fedeltà al Signore.
Forse occorre sottolineare che la tradizione della Chiesa non è solo dottrinale, e meno ancora unicamente concettuale. Il «deposito» — per usare l’espressione della lettera paolina — non è formato puramente di dogmi, ma di realtà, di strutture, di istituzioni, e di sensibilità che, a un preciso livello, non possono considerarsi mutevoli.
Ci sono componenti di dottrina, giudizi etici, disposizioni «spirituali» che fanno essenzialmente parte della figura della Chiesa e del riconoscimento cristiano.
Va aggiunta un’altra precisazione: se si mette in relazione la Tradizione con Gesù Cristo, che ne è la sorgente, il concetto della custodia va riscattato da qualsiasi convenienza con l’inerzia o la passività. La Tradizione è una realtà vivente; una esperienza.
Essa prosegue nell’integralità ma non come «materiale» da conservare e da riaffidare intatta come una vita che si trasmette….
.… Essa è solidale con la storia e le sue circostanze, ossia con l’antropologia dei credenti e delle Chiese: ecco perché essa riceve volti e versioni diverse … proprio sotto la forza e per l’esigenza della Tradizione e della coerenza ad essa … Del resto, un vigile Magistero in questi anni, anche a costo della impopolarità, non ha esitato a individuare e a giudicare le contraffazioni, barattate come Vaticano II, anche se purtroppo ancora rimangono dei combattenti, armati di tutto punto, che ancora non si sono accorti che la guerra è finita» (Da «Avvenire» del 15.7.1987 p. 10: «La Tradizione e le tradizioni» di Inos Biffi).

Non cattolico. Caro fratello, ne hai ancora per molto?

Cattolico. Si, caro. Il fatto é questo: il non cattolico, generalmente, si limita a dire, meglio a negare alcune verità sostenute dalla Chiesa, senza darne vere e circostanziate ragioni. Tocca al cattolico, poi, ricostruire quanto con una grossa bomba (= affermazioni generiche.) il non cattolico ha distrutto.
Ti prego, sii fedele agli impegni e lascíami ancora parlare.
Dopo avertí fatto ascoltare delle voci autorevoli, disponiti a riflettere su proposte più comuni e che derivano dall’esperienza della vita.
Per quanto riguarda il nostro argomento, si può dire che l’uomo, nella situazione concreta in cui si trova, sia in buona parte un dono della tradizione. L’uomo è dotato di libertà, per questo può assumere atteggiamenti teorici e pratici che, secondo i casi, lo definiranno — rispetto alla tradizione — come conservatore, tradizionalista, progressista, rivoluzionario, ecc …
Nel campo del sapere, la tradizione ha un’importanza considerevole perché i contenuti spirituali, per quel tanto che superano la sfera dell’esperienza e della riflessione personale, dipendono completamente dalla testimonianza degli altri, (trasmessa a volte da epoche molto lontane).
Tutta la rivelazione si rifà all’Antico ed al Nuovo Testamento. Ne deriva l’importanza eccezionale di approfondire sia il sorgere delle tradizioni relative ai «momenti opportuni della storia», sia l’influenza che può avere esercitato sopra di esse una lunga trasmissione.
In merito, il Concilio di Trento si occupa unicamente delle tradizioni che risalgono agli Apostoli e delle tradizioni dottrinali. Non pretende, quindi di approvare ogni tradizione che risale agli Apostoli, ma solo quelle che contengono la rivelazione del Verbo Incarnato.
Il Vaticano I, preciserà che la Buona Novella di Cristo è trasmessa ugualmente sia dalle tradizioni orali che dalla S. Scrittura, e che esse hanno diritto ad un eguale rispetto. Molte cose sono soltanto implicitamente rivelate, per cui la tradizione può riferirsi all’esplicitazione di esse fatta dalla Chiesa. (Tradizione ecclesiastica).
Grazie a Dio, pare che oggi, l’antica opposizione tra la sola Scrittura da un lato e la Scrittura e la tradizione dall’altro, sia stata ampiamente superata sia tra noi che tra i protestanti.
La Formgeschichte (= Storia delle forme) ha portato il pensiero protestante all’idea che la Scrittura sotto l’aspetto umano, non è altro che una testimonianza della tradizione primitiva, e inoltre lo studio di Lutero ha rivelato che questi ha vissuto largamente della tradizione della Chiesa. La Parola di Dio fu per lui la «Viva vox evangelii», cioè la «parola pronunciata» in seno alla Chiesa, la cui storia ci è offerta
come mezzo in cui si é effettuata la trasmissione della Parola. Gli Apostoli, trasformati in testimoni dei fatti e della Risurrezione, vengono mutati in maestri, provocano nei nuovi discepoli una riflessione di fede religiosa di cui si trova un’eco nelle parole di S. Paolo: «Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato…, se lo mantenete in quella forma, in cui ve l’ho annunziato…ricevete la salvezza. Altrimenti avreste creduto invano! Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto…» (1 Cor 15,13)
S. Paolo accettò dal gruppo apostolico la tradizione relativa al Gesù secondo la carne e tutto questo lo introdusse nel mondo pagano.
I protestanti pensano che i cattolici abbiano sostituito gradatamente la sola tradizione apostolica, prima fonte della rivelazione, con una tradizione apostolica ed ecclesiale. Ma non è così, giacché per la Chiesa Cattolica la tradizione, nel suo aspetto principale, è la predicazione viva ed infallibile della fede, pur distinguendo chiaramente fra tradizione costitutiva della Chiesa dei tempi apostolici e tradizione continuativa ed esplicativa della Chiesa successiva.
L’autorità romana, non molto tempo fa, espresse la sua disapprovazione per ogni formulazione che pareva identificare “tradizione» (fonte della rivelazione) e magistero (interpretazione autentica della rivelazione), mettendo all’indice il libro di L. Charlier che salutava «l’eliminazione della prova storica attraverso le fonti, sostituendola con la prova del Magistero» e «l’identificazione della predicazione della fede per mezzo del magistero ecclesiastico con la tradizione «.
E» anche vero che il cattolico, più che fidarsi di se stesso, trova la certezza della fede nella vita concreta della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo.
Questa valorizzazione della tradizione viva si fonda sulla dottrina scritturistica relativa alla Chiesa e sul comportamento concreto della Chiesa antica nella lotta contro le eresie, come pure sulla ragione teologica, ossia il contenuto del messaggio apostolico, senza un’autorità infallibile, non potrebbe continuare ad essere presenza escatologica, ma sarebbe sommerso e travolto, quasi ineluttabilmente, dalla evoluzione delle dottrine e delle istituzioni umane.
Non è escluso che la Chiesa, vivendo del contenuto della rivelazione, possa acquisire, sotto la guida dello Spirito Santo, se non una intuizione più profonda, per lo meno una conoscenza riflessiva più sviluppata di quella degli Apostoli. La promessa che troviamo in Gv 16,13: «…Vi guiderà alla Verità tutta intera» vale, in un certo senso, per l’intera storia della Chiesa.
Nelle definizioni conciliari (Concilio di Trento e Vaticano I) si parla:

1. solo di tradizioni divino-apostoliche;
2. aventi relazione con la fede e con la morale;
3. trasmesse ininterrottamente per mezzo del Magistero della Chiesa assistita dallo Spirito Santo.

Mancando una sola di queste condizioni si hanno sempre tradizioni umane fallibilissime.
Nella Bibbia si trova affermata sia l’esistenza di un mezzo vivo ed autentico di trasmissione orale, sia l’esistenza di determinate verità da tramandare fedelmente: «Andate dunque, fatevi discepoli tutte le genti… insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato » (Mt 28,1920). Gesù si preoccupò di predicare e di far predicare, non di scrivere o di far scrivere. E negli scritti degli Apostoli è innegabile la frammentarietà e la incompletezza, a confessione dei loro stessi autori:

- Gv 20, 30: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro»;
- Gv 21,25: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
- S. Paolo (Rm 10,17) scolpisce la natura e la necessità della tradizione: la fede viene per ascoltazione, e l’ascoltazione per mezzo della Parola di Cristo».
- In 2 Ts 2,15, più esplicitamente dice: «Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola, come dalla nostra lettera»; anzi, prima che allo scritto, S. Paolo si appella alla sua viva voce: » … tutti i nostri padri furono battezzati in rapporto a Mosé nella nuvola e nel mare… » (1 Cor 10,2).
- — In 1 Cor 11,23, come ho già riferito altrove, S. Paolo precisa: «lo, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso». (Confrontare anche 1 Cor 15,3; 1 Ts 4,2; 1 Tm 6,20; 2 Tm 2,12).

L’atteggiamento dei Padri Apostolici riguardo alla tradizione orale è indicato da Papia (130 circa): «Se poi fosse venuto qualcuno che aveva seguito i presbiteri, ricercavo da costoro i detti dei presbiteri: che cosa aveva detto Andrea, o Filippo, o Tommaso, o Giacomo, o Giovanni, o Matteo, o qualche altro discepolo del Signore.… Infatti ero convinto che non avrei avuto tanto giovamento dalle cose apprese dai libri, quanto dalla voce viva e permanente» (Eusebio, Hist. Eccl. III, 39; PG 20, 297).
S. Clemente Romano dice che la predicazione degli Apostoli e dei Vescovi da loro costituiti è la «regola della nostra tradizione».
Secondo S. Ireneo (+ 202), la Chiesa le medesime cose predica, insegna e trasmette quasi avesse una sola bocca. Infatti, quantunque nel mondo ci siano lingue diverse, tuttavia una e identica è la virtù della tradizione. Né le Chiese che sono state fondate in Germania credono diversamente, né diversamente predicano» (Adv. hacr., 1, 10,2; PG 7,553).
«Se gli Apostoli non avessero lasciato nulla di scritto, si dovrebbe egualmente seguire l’ordine della tradizione consegnata da loro ai capi della Chiesa. Questo metodo è seguito da molti popoli barbari che credono in Cristo. Senza carta e senza inchiostro essi hanno scritto nel loro cuori la salvezza per opera dello Spirito Santo: essi conservano accuratamente l’antica tradizione» (ibid. III, 4, 2, PG 7,855).
Anche Tertulliano, S. Basilio, S. Agostino ci parlano di questa tradizione apostolica. Vincenzo di Larino (sec.V) formulò la regola per riconoscere, fra tante, la vera tradizione apostolica:
«In ipsa item Ecclesia catholica magnopere curandum est ut teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est» (= Similmente nella stessa Chiesa Cattolica è da tener presente che si conservi con fermezza ciò che dovunque, ciò che sempre, ciò che da tutti è stato creduto» (Commonit. 2, L 50.646).

S. Cirillo Alessandrino presentò una raccolta di florilegi sulle tradizioni al Concilio di Efeso (431) in difesa della divina maternità di Maria.

Alcune precisazioni
1. Sia nella Bibbia che presso i Padri, il concetto di tradizione è sempre collegato all’assistenza dello Spirito Santo: senza lo Spirito di Verità l’insegnamento orale, pur con tutte le cautele umane, non potrebbe non mescolarsi con inevitabili errori. E» su questo punto che erra il Protestantesimo.
2. Il concetto di tradizione è inscindibile dal magistero vivo della Chiesa: una tradizione, sia pure del 1° o del 2° secolo, non attestata dalla Chiesa di oggi, potrebbe valere come documentazione storica, ma non costituire norma di fede.
3. Da quanto detto, è chiaro che la rivelazione non è necessariamente espressa in modo completo nella S. Scrittura.
4. La tradizione, però, non è indipendente dalla Scrittura, come se fosse una seconda fonte della rivelazione, ma deve sempre orientarsi nel senso della Scrittura. Quindi la Scrittura é la norma della tradizione che a sua volta è l’interprete della Scrittura.
5. La Scrittura è opera e grazia di Dio che promana dalla Chiesa, sua unica custode ed interprete, e al di fuori della quale non può essere compresa. La Sacra Scrittura esiste solo in seno alla Chiesa e alla Storia della sua tradizione. La Divina Rivelazione nella Scrittura e nella tradizione viene proclamata in tutta la Chiesa. Essa è presente ed operante nella Chiesa o meglio é Dio stesso che è presente in mezzo agli uomini nella sua Parola.
6. Come ho già accennato, sotto il soffio dello Spirito Santo, la coscienza di fede della Chiesa penetra sempre più profondamente il senso della Scrittura. Si assiste cosi ad uno sviluppo nell’apprendimento e nella scoperta delle correlazioni finora occulte della rivelazione.

In conclusione, possiamo dire che la tradizione è l’altra maniera nella quale la rivelazione si manifesta. E» nella concretezza vissuta (= tradizione) che le S. Scritture trovano la loro autentica significazione. Non si possono isolare Tradizione e Sacra Scrittura, né vi può essere dissidio tra l’una e l’altra, perché entrambe scaturiscono dalla stessa divina sorgente.

Nulla può proporre la Tradizione contrario alla S. Scrittura.
Se ci rifacciamo alle Chiese apostoliche, è chiaro che esse vivevano della predicazione degli Apostoli, della quale gli scritti neotestamentari sono soltanto occasionali e particolari documenti. Il canone stesso della S. Scrittura non può definirsi se non in base alla Tradizione. Senza la Tradizione la parola della S. Scrittura è polivalente ed equivoca. La S. Scrittura non porta in se stessa il criterio sufficiente e inequivoco della propria interpretazione. Si vince, per esempio, l’arianesimo, interpretando il testo biblico mediante un concetto ed una parola non biblici: «consustanziale»..
Con l’accettazione di questo termine il Concilio di Nicea pose fine, all’equivoco ariano.

Lo stesso Credo, detto apostolico, è stilato — in alcune verità — con parole
non bibliche. Così, per esempio, la formula «comunione dei santi», «Chiesa santa cattolica». Si capisce allora come S. Agostino potesse asserire energicamente: «Non crederei nei Vangeli se non mi vi inducesse l’autorità della Chiesa».
Ora, la Chiesa è l’insieme dei credenti. Sono i credenti, nel loro insieme, i portatori della Tradizione, e ciò perché, come ho già detto tante volte, essi come Chiesa sono il «prolungamento» del Cristo, di cui costituiscono il Corpo Mistico.

Non cattolico. Tu dici delle belle cose, ma la realtà è che molte verità insegnate dalla Chiesa Cattolica non esistono né nella Bibbia né nel Credo apostolico, verità alle quali tutti diciamo di credere. Noi questi cambiamenti, invenzioni, tradizioni, per ragioni di fedeltà alla divina Parola, non possiamo ammetterli.

Cattolico. Preciserò successivamente le affermazioni troppo facili di fedeltà alla Bibbia ed al Credo fatte dai non cattolici. Per ora voglio precisarti che é regola fondamentale della Chiesa Cattolica l’immutabilità sostanziale della verità».
Infatti il Cristianesimo ha nella Chiesa la sua realizzazione secondo il disegno del suo Fondatore. La Chiesa appartiene a Cristo e non può mai mettere da parte l’insegnamento di Cristo: perciò la sua dottrina è immutabile.
I suoi membri possono essere perseguitati, messi al bando e uccisi, ma la Verità non muta. Non sarà mai possibile che sia vero quello che era falso e viceversa.
Caratteristica della Verità è la stabilità.
Esiste invece la possibilità di mutamento nella forma per venire incontro alle mutate esigenze dei tempi. Se, per esempio, si preferisce esercitare il culto in una certa lingua al posto di un’altra, non c’è alcuna obiezione da fare. Dio si può lodare in latino o in greco o in qualsiasi altra lingua. Se certe forme esterne vengono cambiate, come ha inteso di fare l’ultimo Concilio ecumenico, non c’è alcun motivo per fare obiezioni. Dio viene incontro all’uomo; e non ha forse introdotto la più grande novità quando il Figlio di Dio ha assunto la natura umana?
Altro è dunque aggiornarsi, come soleva dire papa Giovanni XXIII, e altro cambiare la dottrina, come è avvenuto ai tempi di Lutero e come qualche spirito critico vorrebbe fare anche oggi, mettendosi contro gli insegnamenti del magistero, cui Cristo ha affidato il compito di rappresentarlo sulla terra.
Riassumendo, c’è una sola Verità che non muta: quella fondata sulla Parola di
Dio. Le altre sono necessariamente mutevoli. (cfr. «Carroccio» n. 3 del 28 gennaio 1990. «La forma e la sostanza» di Ulderico Gamba, p. 2).

Non cattolico. Dopo tutto quello che hai detto, per me restano ancora insolute le obiezioni fatte, e cioè:

1. La Chiesa romana, secondo il Concilio di Trento ed il Vaticano II, afferma che la Scrittura non rispecchia tutto il pensiero di Gesù, e questo a noi sembra una bestemmia.
2. La Chiesa romana, in base alla teoria del «germe», proposta dal Cardinale John Henry Newman, ha formulato le sue tradizioni alterando così la divina Parola e prendendosi l’ardire di dire e insegnare ciò che Gesù e gli Apostoli non hanno voluto fosse scritto.
3. Le tradizioni della Chiesa cattolica non solo non si trovano nella Bibbia, ma sono in contrasto con essa. Per esempio, la tradizione insegna che i bambini non battezzati sono esclusi dal Paradiso, mentre Gesù dice che di essi è il Regno dei cieli (cfr. Mt 19,14).
4. I Padri della Chiesa, in contrasto con la Chiesa romana non credevano alle tradizioni. Infatti:
a) S. Giustino martire (+ 155) afferma: «Non abbiamo alcun comandamento di credere alle tradizioni umane … ed io ho cura di riferire ogni cosa alle Scritture»;
b) S. Girolamo (400 circa) dice: «Fuori delle Scritture siete nella notte dell’errore … Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione apostolica senza l’autorità della Scrittura sono colpite dalla spada di Dio»;
c) S. Giovanni Crisostomo (390 circa) scrive: «Quando l’eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che non vi sarà prova di vera fede e di cristianità se non con le Sacre Scritture, perché quelli che si volgeranno altrove periranno»;
d) S. Agostino (400 circa) afferma: Io mi sottometto all’autorità dei libri canonici e a nessun’altra. Tutto ciò che è necessario alla fede e alla condotta della vita si trova nelle dichiarazioni della Scrittura».

5. La Tradizione della Chiesa romana, in contrasto col Credo apostolico, crede a tante cose in esso non esistenti, come: l’Immacolata Concezione, l’Assunzione di Maria in anima e corpo in cielo, il purgatorio, il limbo, la confessione auricolare, il papato, ecc.

Cattolico. Fratello, se non erro, tu mi stai ripetendo quello che già mi hai detto precedentemente e che è compreso nei numeri 105 e 106.
Quanto ti ho detto finora, a pensarci bene può essere già una esauriente risposta alle tue istanze. Ma per maggior precisione ti ricorderò brevemente le seguenti affermazioni:

a) La Tradizione di cui ti ho parlato è quella di origine apostolica. Nel n. 106 troverai riportati i passi del N.T. che si riferiscono a tale Tradizione. Questa progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, sia con l’esperienza data da una più profonda «Intelligenza» delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro della verità (cfr. n. 107). Questa può essere la teoria del «germe», che però, a pensarci bene, è l’iter di tutte le discipline: della storia, della filosofia, della tecnica, dell’arte, compresa quella del falegname, del fabbro, del progresso scientifico e del progresso in genere. Nulla v’è, sostanzialmente, nella S. Tradizione che non sia esplicitamente o «implicitamente» contenuto nella S. Scrittura.

b) La S. Tradizione, dunque, e la S. Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e concomitanti. Il fatto di attingere anche dalla Tradizione, rafforza la certezza e la convinzione della verità, senza menomare la forza e l’importanza della S. Scrittura. Quando una notizia viene attinta da una fonte sicura, il sentirla confermata da un’altra fonte o da un testimone oculare, non toglie nessuna forza alla fonte ufficiale e autorevole, ma le conferisce un maggiore splendore, specialmente quando le due fonti hanno una sorgente in comune, che qui sono Cristo e gli Apostoli.

c) La S. Tradizione e la S. Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidate alla Chiesa. Il Magistero vivo della Chiesa è l’autentico interprete della parola scritta e trasmessa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Quindi, il Magistero è a servizio della divina Parola: esso — assistito dallo Spirito Santo — insegna soltanto ciò che è stato apostolicamente trasmesso, sempre in connessione e mai in contrasto con la S. Scrittura
Dunque la S. Scrittura, la S. Tradizione e il Magistero ecclesiastico, per sapientissima disposizione di Dio, sono talmente tra loro congiunti da non poter sussistere indipendentemente (vedi n. 108).

d) La Chiesa vive della Tradizione e la Tradizione è Cristo stesso che si consegna col dono dello Spirito Santo. Per ciò, quando si afferma che la Chiesa è tradizionale si vuoi significare la sua sottrazione all’arbitrio, la sua origine e natura «Cristologica» e «spirituale».
Non dobbiamo mai dimenticare che la Tradizione è una realtà vivente, un’esperienza: ossia è tutta la Chiesa che procede nei secoli solidale con la storia e le sue circostanze, Corpo Mistico di Cristo, con a Capo Cristo stesso e «animata» dallo Spirito Santo.

e) Si ricordi pure che la Chiesa di Cristo, sempre una ed unica, si occupa, unicamente delle Tradizioni che risalgono agli Apostoli e non di «ogni tradizione» che risale agli Apostoli, ma solo di quelle che contengono la rivelazione del Verbo Incarnato (vedi n.109). E poi non si dimentichi che anche il protestantesimo è giunto all’idea che
la Scrittura, sotto l’aspetto umano, non è altroché una testimonianza della tradizione primitiva, e che anche Lutero», ha vissuto largamente delle tradizioni della Chiesa.

f) Si tengano anche presenti i passi del N.T. che ci fanno sapere che molte cose dette e fatte da Gesù non furono scritte (cfr. Gv 20,30; — 21,25); e gli altri passi ricordati nel n. 106 che ci parlano della tradizione apostolica, e anche di S. Paolo che dice » … Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi» (Fil 4,9). Tutto quello che i Filippesi hanno visto, ascoltato, ricevuto e imparato da S. Paolo, noi non lo sappiamo, o non lo sappiamo con precisione… E» logico perciò che fin dai primissimi tempi i cristiani vivevano di tradizioni alle quali si è poi aggiunto lo scritto. Ma né lo scritto poteva e voleva distruggere la tradizione, né questa può essere in contrasto con lo scritto che è seguito ed è sorto da essa.

Non cattolico. Mi pare che con belle frasi, meglio con sofisticate e capziose parole cerchi di eludere le mie domande. Spiegami allora perché i Padri della Chiesa rifiutano energicamente le tradizioni della Chiesa romana?

Cattolico. Caro fratello, forse tu neppure ti accorgi di certi errori «tradizionali» dei non cattolici. Per te tali errori sono diventati verità. Infatti, guardiamo questi Santi Padri da te citati:

a) S. Giustino. Egli è d’accordo con la Chiesa romana e perciò anche con Gesù che proibiscono tradizioni e dottrine umane.
b) S. Girolamo. Io personalmente, fedele alla Chiesa romana e perciò a Cristo, dico a te ed a tutti i non cattolici, quello che diceva: «Se voi volete chiarire le cose in dubbio, andate alla legge e alla testimonianza della Scrittura; fuori di lì siete nella notte dell’errore. Noi ammettiamo tutto ciò che è scritto, rigettiamo tutto ciò che non lo è. Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione apostolica senza l’autorità della Scrittura, sono colpite dalla spada di Dio». Chiaro? Io ti ho parlato di tradizioni apostoliche, non inventate, ma di quelle di cui ci parlano i Sacri Testi, ossia di quelle congiunte e concomitanti con la S. Scrittura.
d) S. Giovanni Crisostomo. Egli da gran Santo e da grande Dottore della Chiesa, ha fatto una delle più attuali e tristi profezie quando ha detto: «Quando l’eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che non vi sarà prova di vera fede e di cristianità se non con le S. Scritture, perché quelli che si volgeranno altrove periranno». Pensando all’amore che Gesù mi inculca verso tutti e chiunque, io voglio dire: spero che i fratelli non cattolici si rivolgano sinceramente alle S. Scritture, perché così si convertiranno e vivranno. Ma se si faranno guidare, dalla avversione viscerale e dal pregiudizio, allora sì che periranno.
e) S. Agostino. Egli ci dice con fermezza: «Io mi sottometto all’autorità dei libri canonici e a nessun’altra. Tutto ciò che è necessario alla fede, e alla condotta della vita si trova nelle dichiarazioni chiare della Scrittura». Come il solito, S. Agostino, è sempre chiaro e profondo. Chi lo conosce un po» sa che egli affermava enfaticamente, ma coraggiosamente: «Non crederei ai Vangeli, se non me lo dicesse la Chiesa». Frase chiara, semplice e solenne, carica di fede e coerenza. Leggendo la S. Scrittura, aveva ben capito l’autorità e l’infallibilità conferite da Cristo alla «Sua» Chiesa. Sapeva bene che Gesù aveva istituito, in Pietro e nei suoi successori, un vicario del suo Amore, che guidasse e pascesse il «Suo gregge» e che, nel dubbio, lo confermasse nella fede, perché a lui erano state affidate le chiavi del regno e la giusta interpretazione della divina Parola. Sapeva, S. Agostino, che la Chiesa era «Colonna e sostegno della verità», e che non ascoltare i suoi rappresentanti significava non ascoltare Cristo e che disprezzare Lui significava disprezzare lo stesso Padre che l’aveva mandato.

Non cattolico. Non mi sfuggire. Tutte queste parole vengono confutate egregiamente dall’ultima mia obiezione: dal «Credo» a cui aderiscono cattolici e non cattolici e si capisce bene che la Chiesa primitiva non credeva a tutte le tradizioni.

Cattolico. Non è difficile dimostrare che nel «Credo» ci sono solo le linee maestre della nostra fede. Chi crede in Cristo, crede anche a tutto ciò che Egli ha detto, e di ciò che Egli ha detto e fatto, nel «credo» non c’è nulla!

Il Signore vi dia pace
Frà Tommaso Maria di Gesù

Pubblicato in Apologetica

Che Cos’è la tradizione?

Essa si può definire come l’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli fatto a viva voce e trasmesso dalla Chiesa fino a noi senza nessuna alterazione(1). Gesù ha predicato senza scrivere nulla di sua mano e gli apostoli hanno trasmesso di viva voce il suo insegnamento. Unicamente qualche anno dopo l’Ascensione di Gesù hanno scritti i Vangeli, come un riassunto della loro predicazione(2). Ne risulta che la Tradizione è una fonte della Rivelazione. Essa precede la Sacra Scrittura e ne è all’origine. Gli scrittori sacri, strumenti umani ispirati da Dio, attingono le loro conoscenze da ciò che hanno essi stessi ascoltato da Gesù o dagli apostoli. San Luca comincia così il suo Vangelo:«Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate»(3). Gli eventi che si sono verificati e di cui san Luca si accinge a scrivere, sono stati prima trasmessi a viva voce da «testimoni oculari e ministri della parola».
La Tradizione è quindi anteriore alla Sacra Scrittura e il suo campo è più vasto. Gesù rimase quaranta giorni con i suoi apostoli, dopo la resurrezione, per parlare con loro «delle cose riguardanti il regno di Dio»(4). San Giovanni termina il suo Vangelo con delle parole molto chiare che indicano che i Vangeli non sono che un riassunto della Rivelazione cristiana: «Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere»(5).
La tradizione, sorgente della Rivelazione, è distinta dalla Sacra Scrittura e merita la stessa fede di essa. San Paolo ce lo indica quando scrive ai Tessalonicesi: «Fratelli, state saldi e ritenete fermamente le tradizioni che avete imparato da noi di viva voce o per lettera»(6). Oppure quando ammonisce Timoteo: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri»(7). Le verità della fede prima predicate, sono state trasmesse dalla Chiesa nei simboli della fede, nelle definizione dei concili e negli atti dei Papi(8).
La Rivelazione ci è trasmessa anche dalle opere dei primi scrittori cattolici, i Padri apostolici e i primi teologi, eco fedele della fede della Chiesa. La stessa liturgia ce la trasmette poiché lex orandi, lex credendi (la legge della preghiera è la legge della fede), e cosi anche l’arte cristiana. Gli affreschi e i graffiti che si ritrovano nelle catacombe manifestano che i primi cristiani avevano la stessa nostra fede, per esempio, circa la santa Eucaristia, la preghiera per i defunti, la venerazione dei martiri, il primato di Pietro.

La conformità di una dottrina alla Tradizione è un criterio di verità.

La fedeltà all’insegnamento della Tradizione è stato sempre un criterio di verità contro gli errori e le eresie che sono sorte durante il corso dei secoli. Origene, già nel terzo secolo diceva: «Gli eretici allegano le Scritture. Noi non dobbiamo credere alle loro parole né staccarci dalla tradizione primitiva della Chiesa, ne credere altra cosa che ciò che è stato trasmesso ininterrottamente nella Chiesa di Dio»(9).
Il magistero della Chiesa, esercitato dal Papa e dai Vescovi riuniti in concilio o dispersi nelle loro diocesi – infallibile nelle condizioni definite della Chiesa(10) – è l’interprete della Tradizione. È lui che ci testifica ciò che fa parte del deposito rivelato e che ce lo trasmette. Ma non potrà mai cambiare tale deposito, cioè non potrà mai affermare che ciò che è già stato dichiarato rivelato da Dio non lo sia più o che lo siano dottrine che lo contraddicono. Il Concilio Vaticano I ci ricorda infatti che: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché facciano conoscere sotto la sua ispirazione una nuova dottrina, ma perché, con la sua assistenza, conservino santamente ed espongano fedelmente la Rivelazione trasmessa degli apostoli cioè il deposito della fede»(11). È molto importante ricordarci questa dottrina messa in dubbio dai protestanti. Per essi solo la Sacra Scrittura ha valore come se prima che gli Apostoli scrivessero il Nuovo Testamento il cristianesimo non esistesse. Le caratteristiche della Tradizione ne fanno l’interprete della Sacra Scrittura stessa che deve essere detta la luce dell’insegnamento constante della Chiesa sotto pena di cadere negli errori. I protestanti che ammettono il principio del libero esame cadono irrimediabilmente nell’interpretazione soggettiva e sono divisi oggi in migliaia di sette.
Figlio dell’eresia protestante nel suo soggettivismo è il modernismo. Esso afferma che le verità della fede, i dogmi, sono solo formule destinate a tradurre il sentimento religioso che è in noi. Poiché questo sentimento è qualche cosa di mutevole e dipende dalle circostanze e dalle epoche, esso è soggetto a trasformazione. Ne segue che le formule che lo esprimono, i dogmi di fede, possono cambiare con esso. Questa dottrina erronea e già condannata dal Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, ha ispirato i cambiamenti dottrinali realizzati dall’ultimo concilio. Esso ha come tagliato la radice che doveva legarlo all’insegnamento tradizionale della Chiesa, su dei punti ben precisi come l’ecumenismo o la libertà religiosa.
Una nuova concezione del magistero
Questi cambiamenti sono fatti in nome di una nuova concezione del “magistero vivente” secondo la quale la Chiesa potrebbe insegnare oggi il contrario di ciò che essa ha insegnato durante venti secoli di storia e pretendere allo stesso tempo di essere in continuità con il magistero precedente. Si pretende di giustificare tale novità invocando il fatto che i tempi e le circostanze sono cambiate. Così il Concilio Vaticano II sarà in continuità con gli altri concili(12), la nuova messa in continuità con la Messa tradizionale(13). Questo concetto di magistero vivente e mutevole, si ispira della dottrina modernista ed è contrario alla fede cattolica.
Per questo Monsignor Lefebvre lo ha rigettato e combattuto con tutte le sue forze. Fu ciò che gli valse la condanna della “chiesa ufficiale”. Nel motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 12 luglio 1988 lo si accusa di avere una nozione incompleta e contraddittoria della tradizione. Incompleta perché «non tiene sufficientemente conto del carattere vivente della tradizione». Tradizione vivente significa, per il magistero conciliare, che si possono tranquillamente affermare come tradizionali, dottrine condannate dal magistero precedente. La libertà religiosa, per esempio, che è in piena contraddizione con l’enciclica Quanta cura del Papa Pio IX. O ancora la dottrina sull’ecumenismo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Tutto ciò non è conforme al vero concetto di Tradizione, né alla fede cattolica. Essa infatti non dipende delle circostanze di luogo e di tempo, ma è immutabile.
Quello che il magistero della Chiesa ha definito come vero e appartenente al deposito rivelato non potrà mai essere cambiato da questo stesso magistero. La verità rivelata non è soggetta a circostanze di luogo e di tempo. «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno mai», dice Gesù. La fedeltà alla Tradizione ci dà dei criteri di azione nella crisi della Chiesa di oggi: ogni volta che si constata una contraddizione tra l’insegnamento attuale e il magistero costante della Chiesa siamo in diritto di affermare che non si tratta di un insegnamento infallibile né di un vero magistero poiché vi è rottura con la Tradizione. È questo che fonda la legittima resistenza dei cattolici all’autorità: l’attaccamento, non a delle idee personali, ma all’insegnamento bimillenario della Chiesa in materia di fede, insegnamento che nessuno potrà mai cambiare.
Non si può quindi essere cattolici se non si è attaccati con tutto il proprio essere alla Tradizione della Chiesa, espressione della fede rivelata da Nostro Signore e trasmessa degli apostoli.

da Tradizione Cattolica n° 70


Note

(1) Catechismo di San Pio X, q. 235.
(2) I Vangeli sono stati scritti qualche anno appena dopo la morte di Gesù. Il Padre O’Callaghan, nel 1972, ha identificato un frammento del vangelo di san Marco (7Q5) scoperto in una grotta a Qumran, e datandolo al massimo all’anno 50.
(3) Lc 1, 12
(4) At 1, 13.
(5) Gv 21, 25.
(6) 2 Tess 2, 15
(7) 2 Tim 2, 2
(8) I principali sono: quello degli Apostoli, quello Niceno-costantinopolitano che si recita la domenica, quello di sant’Atanasio.
(9) Citato da Boulanger, Le Dogme catholique, p.17.
(10) Lettera Tuas libenter all’Arcivescovo di Monaco-Freising, 21 dicembre 1863, DZ 2879; III sessione, 1870: constituzione dogmatica Dei Filius sulla fede cattolica, DZ 3011.
(11) IV sessione, 18 luglio 1870: prima costituzione dogmatica Pastor aeternus.
(12) Discorso di Benedetto XVI alla Curia romana, 22 dicembre 2006.
(13) Cf. Motu proprio Summorum Pontificum.

Pubblicato in Esegesi
Giovedì, 05 Dicembre 2013 21:27

Cos'è la Tradizione

 

Essa si può definire come l’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli fatto a viva voce e trasmesso dalla Chiesa fino a noi senza nessuna alterazione(1). Gesù ha predicato senza scrivere nulla di sua mano e gli apostoli hanno trasmesso di viva voce il suo insegnamento. Unicamente qualche anno dopo l’Ascensione di Gesù hanno scritti i Vangeli, come un riassunto della loro predicazione(2). Ne risulta che la Tradizione è una fonte della Rivelazione. Essa precede la Sacra Scrittura e ne è all’origine. Gli scrittori sacri, strumenti umani ispirati da Dio, attingono le loro conoscenze da ciò che hanno essi stessi ascoltato da Gesù o dagli apostoli. San Luca comincia così il suo Vangelo:«Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate»(3). Gli eventi che si sono verificati e di cui san Luca si accinge a scrivere, sono stati prima trasmessi a viva voce da «testimoni oculari e ministri della parola».

 

La Tradizione è quindi anteriore alla Sacra Scrittura e il suo campo è più vasto. Gesù rimase quaranta giorni con i suoi apostoli, dopo la resurrezione, per parlare con loro «delle cose riguardanti il regno di Dio»(4). San Giovanni termina il suo Vangelo con delle parole molto chiare che indicano che i Vangeli non sono che un riassunto della Rivelazione cristiana: «Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere»(5).

 

La tradizione, sorgente della Rivelazione, è distinta dalla Sacra Scrittura e merita la stessa fede di essa. San Paolo ce lo indica quando scrive ai Tessalonicesi: «Fratelli, state saldi e ritenete fermamente le tradizioni che avete imparato da noi di viva voce o per lettera»(6). Oppure quando ammonisce Timoteo: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri»(7). Le verità della fede prima predicate, sono state trasmesse dalla Chiesa nei simboli della fede, nelle definizione dei concili e negli atti dei Papi(8).

 

La Rivelazione ci è trasmessa anche dalle opere dei primi scrittori cattolici, i Padri apostolici e i primi teologi, eco fedele della fede della Chiesa. La stessa liturgia ce la trasmette poiché lex orandi, lex credendi (la legge della preghiera è la legge della fede), e cosi anche l’arte cristiana. Gli affreschi e i graffiti che si ritrovano nelle catacombe manifestano che i primi cristiani avevano la stessa nostra fede, per esempio, circa la santa Eucaristia, la preghiera per i defunti, la venerazione dei martiri, il primato di Pietro.

 

La conformità di una dottrina alla Tradizione è un criterio di verità

 

La fedeltà all’insegnamento della Tradizione è stato sempre un criterio di verità contro gli errori e le eresie che sono sorte durante il corso dei secoli. Origene, già nel terzo secolo diceva: «Gli eretici allegano le Scritture. Noi non dobbiamo credere alle loro parole né staccarci dalla tradizione primitiva della Chiesa, ne credere altra cosa che ciò che è stato trasmesso ininterrottamente nella Chiesa di Dio»(9).

 

Il magistero della Chiesa, esercitato dal Papa e dai Vescovi riuniti in concilio o dispersi nelle loro diocesi – infallibile nelle condizioni definite della Chiesa(10) – è l’interprete della Tradizione. È lui che ci testifica ciò che fa parte del deposito rivelato e che ce lo trasmette. Ma non potrà mai cambiare tale deposito, cioè non potrà mai affermare che ciò che è già stato dichiarato rivelato da Dio non lo sia più o che lo siano dottrine che lo contraddicono. Il Concilio Vaticano I ci ricorda infatti che: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché facciano conoscere sotto la sua ispirazione una nuova dottrina, ma perché, con la sua assistenza, conservino santamente ed espongano fedelmente la Rivelazione trasmessa degli apostoli cioè il deposito della fede»(11). È molto importante ricordarci questa dottrina messa in dubbio dai protestanti. Per essi solo la Sacra Scrittura ha valore come se prima che gli Apostoli scrivessero il Nuovo Testamento il cristianesimo non esistesse. Le caratteristiche della Tradizione ne fanno l’interprete della Sacra Scrittura stessa che deve essere detta la luce dell’insegnamento constante della Chiesa sotto pena di cadere negli errori. I protestanti che ammettono il principio del libero esame cadono irrimediabilmente nell’interpretazione soggettiva e sono divisi oggi in migliaia di sette.

 

Figlio dell’eresia protestante nel suo soggettivismo è il modernismo. Esso afferma che le verità della fede, i dogmi, sono solo formule destinate a tradurre il sentimento religioso che è in noi. Poiché questo sentimento è qualche cosa di mutevole e dipende dalle circostanze e dalle epoche, esso è soggetto a trasformazione. Ne segue che le formule che lo esprimono, i dogmi di fede, possono cambiare con esso. Questa dottrina erronea e già condannata dal Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, ha ispirato i cambiamenti dottrinali realizzati dall’ultimo concilio. Esso ha come tagliato la radice che doveva legarlo all’insegnamento tradizionale della Chiesa, su dei punti ben precisi come l’ecumenismo o la libertà religiosa.

 

Una nuova concezione del magistero

 

Questi cambiamenti sono fatti in nome di una nuova concezione del “magistero vivente” secondo la quale la Chiesa potrebbe insegnare oggi il contrario di ciò che essa ha insegnato durante venti secoli di storia e pretendere allo stesso tempo di essere in continuità con il magistero precedente. Si pretende di giustificare tale novità invocando il fatto che i tempi e le circostanze sono cambiate. Così il Concilio Vaticano II sarà in continuità con gli altri concili(12), la nuova messa in continuità con la Messa tradizionale(13). Questo concetto di magistero vivente e mutevole, si ispira della dottrina modernista ed è contrario alla fede cattolica.

 

Per questo Monsignor Lefebvre lo ha rigettato e combattuto con tutte le sue forze. Fu ciò che gli valse la condanna della “chiesa ufficiale”. Nel motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 12 luglio 1988 lo si accusa di avere una nozione incompleta e contraddittoria della tradizione. Incompleta perché «non tiene sufficientemente conto del carattere vivente della tradizione». Tradizione vivente significa, per il magistero conciliare, che si possono tranquillamente affermare come tradizionali, dottrine condannate dal magistero precedente. La libertà religiosa, per esempio, che è in piena contraddizione con l’enciclica Quanta cura del Papa Pio IX. O ancora la dottrina sull’ecumenismo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Tutto ciò non è conforme al vero concetto di Tradizione, né alla fede cattolica. Essa infatti non dipende delle circostanze di luogo e di tempo, ma è immutabile.

 

Quello che il magistero della Chiesa ha definito come vero e appartenente al deposito rivelato non potrà mai essere cambiato da questo stesso magistero. La verità rivelata non è soggetta a circostanze di luogo e di tempo. «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno mai», dice Gesù. La fedeltà alla Tradizione ci dà dei criteri di azione nella crisi della Chiesa di oggi: ogni volta che si constata una contraddizione tra l’insegnamento attuale e il magistero costante della Chiesa siamo in diritto di affermare che non si tratta di un insegnamento infallibile né di un vero magistero poiché vi è rottura con la Tradizione. È questo che fonda la legittima resistenza dei cattolici all’autorità: l’attaccamento, non a delle idee personali, ma all’insegnamento bimillenario della Chiesa in materia di fede, insegnamento che nessuno potrà mai cambiare.

 

Non si può quindi essere cattolici se non si è attaccati con tutto il proprio essere alla Tradizione della Chiesa, espressione della fede rivelata da Nostro Signore e trasmessa degli apostoli.

 

Note

 

(1) Catechismo di San Pio X, q. 235.

 

(2) I Vangeli sono stati scritti qualche anno appena dopo la morte di Gesù. Il Padre O’Callaghan, nel 1972, ha identificato un frammento del vangelo di san Marco (7Q5) scoperto in una grotta a Qumran, e datandolo al massimo all’anno 50.

 

(3) Lc 1, 12

 

(4) At 1, 13.

 

(5) Gv 21, 25.

 

(6) 2 Tess 2, 15

 

(7) 2 Tim 2, 2

 

(8) I principali sono: quello degli Apostoli, quello Niceno-costantinopolitano che si recita la domenica, quello di sant’Atanasio.

 

(9) Citato da Boulanger, Le Dogme catholique, p.17.

 

(10) Lettera Tuas libenter all’Arcivescovo di Monaco-Freising, 21 dicembre 1863, DZ 2879; III sessione, 1870: constituzione dogmatica Dei Filius sulla fede cattolica, DZ 3011.

 

(11) IV sessione, 18 luglio 1870: prima costituzione dogmatica Pastor aeternus.

 

(12) Discorso di Benedetto XVI alla Curia romana, 22 dicembre 2006.

 

(13) Cf. Motu proprio Summorum Pontificum.

Pubblicato in Esegesi
   

Mons. Luigi Negri


   

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