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Mercoledì, 23 Aprile 2014 00:00

Compendio sul Primato Petrino

Sono ormai sempre più le realtà, al di fuori della Chiesa cattolica apostolica romana, che negano il ruolo primaziale che ebbe l’apostolo Pietro, dapprima all’interno del nucleo apostolico, e successivamente nella Chiesa antica.

     In questo mio lavoro mi sono rigorosamente attenuto a citare fonti e fatti storici pienamente certi, trascurando volutamente quelli di origine dubbia e quelli in cui ancora oggi vi sia contesa. Non vi è alcun merito personale se non la volontà di riportare in modo sistematico tali eventi che ci permetteranno senza dubbio di comprendere come sono le cose. Vedremo come sono totalmente inconsistenti, le affermazioni di chi vorrebbe far risalire la creazione del Papato ad un’invenzione della Chiesa nel tardo medioevo, o chi anche tra i cattolici modernisti vorrebbe che il ruolo del Papa si riduca a quello di semplice portavoce di tutti i cristiani dove le sue dichiarazioni «saranno certamente tanto più efficaci quanto meno egli pretenderà obbedienza ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo permanente, con poteri deliberativi. Insomma, da più parti giungono “venti nuovi”, che sotto la bandiera del rinnovamento e sullo sfondo dei problemi posti dalla globalizzazione e dal pluralismo culturale, vorrebbero “un nuovo stile papale” opposto ovviamente a quello precedente e considerandolo come l’unica possibilità rimasta alla Chiesa per non estinguersi.

    Si aggiungono ad un simile contesto, tutte quelle realtà cristiane che non si identificano nella Chiesa cattolica apostolica romana, e che vorrebbero dimostrare che il Papa non esercitava nei primi secoli della Chiesa una sovranità giuridica sulle chiese locali: la realtà della Chiesa antica, si dice sarebbe stata “policentrica”, senza un centro ordinatore rappresentato dalla Chiesa romana. Si afferma, che la Sede di Roma originariamente era soltanto un “patriarcato”, e con il tempo sarebbe passato da un Primato di onore, ad uno di giurisdizione con l’affermazione dell’idea, estranea alla concezione patristica, del “Primato universale”. Ne conseguirebbe quindi, che il governo diretto e universale della Chiesa, nel primo millennio, sarebbe stato in realtà affidato ai patriarchi, a livello regionale; e solo molto in là nel tempo, in seguito allo scisma del 1054, il Vescovo di Roma sarebbe stato indotto ad accentrare nelle sue mani entrambe le funzioni che ho precedentemente descritto: quelle del servizio all’unità della Chiesa universale e quella del governo diretto della Chiesa latina. Voglio quindi smentire, prove alla mano, queste false affermazioni che minano terribilmente la credibilità, ed infangano, lo stesso Corpo Mistico di Cristo che è la sua Chiesa.

     Procederò dapprima con un presentazione scritturale dei testi evangelici che riportano il particolare ruolo di Pietro all’interno del collegio apostolico e dei significati teologici, successivamente vedremo le fonti, ad oggi certe, della presenza di Pietro e Paolo a Roma (nonostante ancora alcune sette d’ispirazione cristiana pretendono di negare), ed in ultimo le abbondanti fonti della patristica che ci fanno ben comprendere come fin dal I secolo, e per tutti quelli a seguire, era ben chiaro tra i cristiani e nelle gerarchie ecclesiastiche il ruolo fondante, per la Chiesa antica, del Primato di Pietro.

     Ad un’attenta analisi delle sacre scritture, il Primato di Pietro emerge in maniera incontestabile da tutto il nuovo testamento. Come appare dal Vangelo dagli atti degli Apostoli, Pietro ha una posizione di singolare preminenza nel collegio apostolico.

     Nell’elenco ufficiale dei dodici Apostoli che c’è stato tramandato dall’evangelista Matteo (Mt. 10,2) “Simone è detto Pietro” porta il titolo di “primo” e non senza ragione. Non solo egli viene citato ben 195 volte tra i Vangeli e gli Atti, contro le 130 per gli undici apostoli presi nel loro insieme degli Apostoli, in cui invece varia l’ordine degli altri (Mt, 10,2; Mc. 3,16; Lc. 6,14; At. 1,13). Pietro si dimostra del resto consapevole della sua posizione, poiché lui generalmente che parla a nome di tutti, interrogando il Signore corrispondendo le sue domande. Gesù sceglie la sua casa per abitarvi (Mc. 1,29), la sua barca per predicare (Lc. 5,1), a lui concede di camminare sulle acque (Mt. 16, sgg.), paga per lui il tributo (Mt, 17,2329), lo rende partecipe delle rilevazioni più intime (Mt. 17,1 sgg; 26,37), gli assicura una particolare preghiera «perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede» (Lc. 22,21 sg.), né gli risparmia i rimproveri quando è necessario (Mt. 16,23;14,31;Mc. 14,37;Mt.26,3134;cfr. Lc. 22,61). Il giorno della sua Risurrezione, il Signore appare singolarmente a Pietro (Lc. 24,34; I Cor. 5,5) e, prima di salire al cielo, a lui solo predice come sarebbe morto (Gv. 21,18). Più importante è il gesto compiuto il primo incontro: il cambiamento del nome (Mc. 3,6; Lc. 6,14; Gv. 1,42; Mt. 10,2). Negli unici casi che la storia ebraica conosceva quelli di Abramo (Gen. 17,5) e di Giacobbe (Gen. 32,29), ciò aveva significato il conferimento di una solenne missione. Gesù promette conferisce personalmente a Pietro un vero primato sugli Apostoli. ; oppure una figura puramente arbitrale, con a fianco una struttura , ma viene nominato in tutti gli elenchi…

Potete leggere l’intero compendio e scaricarlo a questo link : http://goo.gl/tsrhTi

Pubblicato in Apologetica

Fin dagli albori del cristianesimo appare del tutto palese come all’interno della comunità cristiana fosse riconosciuto nella persona del successore di Pietro un indiscusso primato, come guida della Chiesa.

I padri della Chiesa del IV sec. Nei loro scritti hanno ribadito sia la funzione che i poteri del Pontefice Romano, come Basilio di Cesarea che non ebbe alcun dubbio nel riconoscere il primato petrino e la successione dei vescovi di Roma, definendo una prassi normale l’intervento del Papa nelle questioni delle altre chiese. Altri padri della Chiesa, come Girolamo si espressero chiaramente, ribadendo la necessità di rivolgersi alla Sede Romana, in quanto diretta conservatrice dell’eredità dei padri e della fede per bocca degli stessi Apostoli.

Giovanni Crisostomo, non risparmiò elogi sui passi evangelici relativi a San Pietro, affermando chiaramente che la Chiesa è fondata sullo stesso e che Cristo diede al principe degli Apostoli, non solo il potere di insegnare la verità né solo l’onore della presidenza ma anche un governo effettivo ed un’amministrazione universale; poichè Giovanni risiedette a lungo ad Antiochia, non parlò molto della dignità di Roma per rispetto verso la prima sede di Pietro, ma allorché, divenuto vescovo di Costantinopoli, fu cacciato dal seggio per intrighi di corte, si appellò al vescovo di Roma, Innocenzo, e questi lo soccorse ottenendo pure, più tardi, una riabilitazione postuma di Giovanni e l’annullamento della ingiusta sentenza emanata contro di lui da un concilio troppo servile verso l’imperatore.

Negli scritti agostiniani anteriori al 416 non vi sono testimonianze relative al posto occupato dalla sede romana eccetto un testo isolato nel quale l’Ipponate riconosce che «semper viguit principatus apostolicae cathedrae»; anche quando, durante le polemiche, a noi parrebbe che gli avrebbe fatto comodo appellarsi al criterio della comunione con Roma, Agostino non si servì di quello strumento e non invocò quell’autorità. Invece nella complessa vicenda pelagiana i vescovi africani si rivolsero al papa Innocenzo per comunicargli una relazione delle loro adunanze e ne ricevettero dei rescripta (il termine giuridico è appropriato e ritorna più volte sotto la penna di Agostino) con i quali si prendevano decisioni di valore definitivo. Fu in tale occasione che l’Ipponate pronunziò la famosa frase: «Intorno a questa causa (l’eresia pelagiana) furono già inviati i deliberati di due concili alla Sede apostolica; da essa ci giunsero ora delle disposizioni. Dunque la questione è finita, voglia Dio che finisca presto anche l’errore!» (Sermo CXXXI; la formula agostiniana fu abbreviata e resa più incisiva così: «Roma locuta est, causa finita est»). A suo giudizio, le sentenze di Roma in controversie dogmatiche sono pari a quelle dei concili e l’autorità di quel vescovo è quella di un arbitro supremo che può compiere degli atti aventi un’obbligatorietà per tutti. Si comprende, quindi, che per Agostino la Sede romana fosse quella apostolica per eccellenza, e fosse la «cathedra» che assicurava la comunione delle chiese della «catholica».

Celebri sono anche le parole di Ireneo, vescovo di Lione, che nel II sec. si esprime in questo modo in merito al ruolo della chiesa romana:

«A questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte [del mondo] provengono; ad essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli Apostoli».


L’importanza di questa testimonianza sul primato romano, riconosciuto sin dalle origini della Chiesa, va ricercata sia nel periodo in cui viene scritta sia, soprattutto, nello spessore del suo autore.

Nato probabilmente intorno al 135140 vicino a Smirne, in Oriente, Ireneo ebbe come maestro il vescovo di questa città, Policarpo, il quale vantava di essere stato discepolo proprio di Giovanni l’Evangelista. Ancora giovane, per motivi a noi ignoti, si trasferì a Lione, in pieno Occidente, dove divenne prima presbitero del vescovo Potino e successivamente, alla morte di questi, vescovo.


Una prima peculiare caratteristica balza subito all’occhio. Figlio dell’Oriente (allievo di Policarpo), Ireneo rappresenta, durante la sua vita, la Chiesa d’Occidente. Si può affermare, quindi, che il vescovo di Lione racchiude in sè quelli che il papa Giovanni Paolo II chiama «i due polmoni della Chiesa».

A Ireneo interessa intrecciare il concetto di supremazia della Chiesa di Roma con quello della sua universalità. La supremazia di Roma viene spiegata riconoscendo la sua grandezza, la sua notorietà, ma soprattutto il fatto che sia stata fondata dagli Apostoli Pietro e Paolo. In realtà, il principale motivo sembra essere proprio la presenza a Roma delle tombe dei due Apostoli e principalmente quella di Pietro, eletto da Cristo quale fondamento della sua Chiesa.

L’universalità della Chiesa di Roma risulta chiara a Ireneo analizzando la lista dei dodici successori di Pietro, da Lino (primo successore) a Eleuterio (175189). Questi vescovi di Roma infatti, il cui compito era quello di trasmettere la genuina tradizione apostolica, appartengono, tranne quattro di origine romana, a diversi luoghi del mondo cristiano (Grecia, Siria, Epiro, Aquileia, …).

Non possiamo poi ignorare un importantissimo documento extrabiblico che attesta e testimonia come, sin dalla fine del primo secolo, nelle comunità cristiane fosse viva la consapevolezza di una Chiesa strutturata gerarchicamente, con al vertice il vescovo di Roma, ovvero il Papa. La prova sta in una lettera di Papa Clemente I, scritta sul finire del primo secolo, pervenutaci sia attraverso il Codice Biblico Alessandrino (V sec.), sia attraverso il Codice Greco 54 (XI sec.), custodito a Gerusalemme. Ecco i fatti.

Nella comunità di Corinto alcuni fedeli avevano sollevato una sedizione contro i capi della Chiesa locale e l’eco di tali disordini, sfociati nella ingiusta rimozione di alcuni presbiteri, era arrivata sino alla Chiesa di Roma, che stava subendo la persecuzione di Domiziano. La lettera di Clemente I si riferisce proprio a questa persecuzione, da poco terminata quando il Papa mette mano allo scritto, per giustificare il fatto di «aver troppo tardato a dirimere alcune questioni che sono in discussione tra voi». Come potrebbe dirimere alcunché — ci domandiamo chi non ha la necessaria autorità? E perchè mai dovrebbe farlo il vescovo di Roma, se ha gia i suoi bravi problemi dovuti alle continue persecuzioni? La Chiesa di Corinto, oltretutto, si trovava molto lontana da Roma, ma evidentemente il Papa avverte il suo intervento come un dovere. Dovere che, a nostro avviso, nasce dalla consapevolezza di sedere sulla cattedra di Pietro e di possedere, per ciò stesso, una indiscussa autorità sulla Chiesa universale.

Sta di fatto che il vescovo di Roma, sicuro di essere ascoltato, richiama all’ordine i ribelli e li ammonisce, ricordando loro la responsabilità che hanno di fronte a Cristo: «Ma se qualcuno non obbedisce a ciò che per nostro tramite Egli [Cristo] dice, sappiamo che si vedrà implicato in una colpa e in un pericolo non indifferente. Noi però saremo innocenti di questo peccato». Il richiamo all’obbedienza da parte del Papa è significativo al pari delle minacce spirituali riservate a chi disobbedisce.

Siamo di fronte, indubbiamente, ad un gesto di correzione fraterna da parte di chi deve confermare i suoi fratelli nella fede, ma anche alla consapevolezza della propria responsabilità sulla Chiesa intera. Da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, IV, 23, 11) sappiamo che tale avvertimento pontificio venne accolto, ascoltato e messo in pratica, con ciò confermando l’autorità normativa e disciplinare di chi aveva pronunciato tale monito.

Che importanza ha per noi questo documento? Enorme. Possiamo dire quindi che già nel periodo più vicino alla comparsa del cristianesimo, il primato della Chiesa di Roma veniva riconosciuto in tutto il mondo cristiano, sia d’Oriente che d’Occidente. La Chiesa di Roma, ed essa sola, era la Chiesa universale.

Pubblicato in Apologetica
Giovedì, 16 Gennaio 2014 18:27

Pietro la pietra.

 

articolo

Ad un’attenta analisi delle sacre scritture, il Primato di Pietro emerge in maniera incontestabile da tutto il nuovo testamento. Come appare dal Vangelo dagli atti degli Apostoli, Pietro ha una posizione di singolare preminenza nel collegio apostolico. Nell’elenco ufficiale dei dodici Apostoli che c’è stato tramandato dall’evangelista Matteo (Mt. 10,2) “Simone è detto Pietro” porta il titolo di “primo” e non senza ragione. Non solo egli viene citato ben 195 volte tra i Vangeli e gli Atti, contro le 130 per gli undici apostoli presi nel loro insieme1, ma viene nominato in tutti gli elenchi degli Apostoli, in cui invece varia l’ordine degli altri (Mt, 10,2; Mc. 3,16; Lc. 6,14; At. 1,13).

Pietro si dimostra del resto consapevole della sua posizione, poiché lui generalmente che parla a nome di tutti, interrogando il Signore corrispondendo alle sue domande.
Gesù sceglie la sua casa per abitarvi (Mc. 1,29), la sua barca per predicare (Lc. 5,1), a lui concede di camminare sulle acque (Mt. 16, sgg.), paga per lui il tributo (Mt, 17,2329), lo rende partecipe delle rilevazioni più intime (Mt. 17,1 sgg; 26,37), gli assicura una particolare preghiera «perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede» (Lc. 22,21 sg.), né gli risparmia i rimproveri quando è necessario (Mt. 16,23;14,31;Mc. 14,37;Mt.26,3134;cfr. Lc. 22,61).
Il giorno della sua Risurrezione, il Signore appare singolarmente a Pietro (Lc. 24,34; I Cor. 5,5) e, prima di salire al cielo, a lui solo predice come sarebbe morto (Gv. 21,18).
Più importante è il gesto compiuto il primo incontro: il cambiamento del nome (Mc. 3,6; Lc. 6,14; Gv. 1,42; Mt. 10,2). Negli unici casi che la storia ebraica conosceva quelli di Abramo (Gen. 17,5) e di Giacobbe (Gen. 32,29), ciò aveva significato il conferimento di una solenne missione.

Gesù promette e conferisce personalmente a Pietro un vero primato sugli Apostoli.

Il capitolo 16 del Vangelo di Matteo contiene la promessa di uno speciale primato. Fatto da Gesù a Pietro.
Un giorno, verso la metà del secondo anno di predicazione, Gesù prende con sé i soli Apostoli e si incammina verso la regione padana di Cesarea di Filippo dove li interroga:

«La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Attualmente nessun studioso biblico serio, anche non cattolico, mette in dubbio la genuinità storica del «Tu es Petrus». Gesù fece quell’interrogazione per disporre gli Apostoli a un importante insegnamento, di cui Matteo riferisce il contenuto: il compito di Pietro nella formazione del governo della Chiesa
.
Nel brano evangelico Cristo usa tre metafore: quella della roccia, quella delle chiavi e quella di legare sciogliere.

a) Pietro è innanzitutto la roccia, fondamento della Chiesa. La roccia nel linguaggio evangelico, si riferisce alla chiesa concepita come un edificio. «Chiunque ascolta queste mie parole le mette in pratica», aveva detto Gesù, «è simile a un uomo prudente che fabbricò la sua casa sopra la roccia. E cade la pioggia, strariparono i torrenti, soffiaronoo i venti e si abbatterono su quella casa; ma essa non rovinò, perché era stata fondata sulla roccia» (Mt. 7,2425). Pietro sarà per la Chiesa ciò che la roccia è per la casa: il fondamento, la causa dell’incrollabilità.

b) il secondo simbolo, quello delle chiavi, indica al potere sulla casa sulla città. Esso era stato usato nella scrittura quando Dio preannuncia la morte del gran favorito del re Ezechia, di nome Sobna, reo di aver abusato dei suoi poteri di prefetto della reggia, che sarà sostituito da Eliakìm: «Et dabo clavem domus David super humerum eius». «Sulla sua spalla – dice il Signore – parola chiave della casa di David; dove egli apre nessuno potrà chiudere, dove egli chiude nessuno potrà aprire» (Is. 22,21). Nell’edificio della Chiesa Pietro assumerà il posto di padrone che ha visto, l’originario possessore delle simboliche chiavi.

c) La terza metafora, quella di legare e sciogliere, significa, secondo il linguaggio rabbinico, due poteri: il potere di proibire (legare) o di permettere (sciogliere) in campo dottrinale, il rapporto alla legge mosaica; e quello di condannare (legare) o assolvere (sciogliere) in campo disciplinare, Essa contiene dunque la promessa di una duplice facoltà conferita Pietro: quella dottrinale o di magistero e quella giurisdizionale o d’imperio; in tal modo viene indicata la piena sovranità di Pietro, il supremo potere che egli avrà nella chiesa.

Successivamente il Signore farà una promessa simile agli Apostoli investendoli collegialmente dello stesso potere attribuito singolarmente Pietro: «tutto ciò che legherete sopra la terra sarà legato in cielo e tutto ciò che sceglierete sopra la terra sarà sciolto in cielo» (Mt. 18,18).
attraverso queste tre metafore, Pietro viene costituito vicario di Cristo.

La prima immagine, più concreta (la roccia), esprime l’idea che San Pietro è il vicario visibile di Cristo nella sua Chiesa; la seconda (le chiavi) precisa che egli è il vero e proprio vicario di Cristo, perché possiede nella Chiesa quel potere supremo che è proprio di Cristo per la Sua prerogativa di fondatore; la terza (lo sciogliere e legare) innalza l’Apostolo al compito di rappresentante di Dio nella Chiesa, perché, annuncia, egli deve in concreto esercitare in terra l’autorità che Dio ha nei cieli6.

Il conferimento del Primato.

Il primato fu conferito a Pietro dopo la Risurrezione, come narra S. Giovanni, testimone oculare:

«Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle.» (Gv. 21,1517).

Pietro era stato prescelto come roccia e come fondamento della Chiesa, ma perché la scelta fosse confermata occorreva la sua triplice dichiarazione d’amore. Pascere il gregge è un atto di amore e insieme di autorità che il Buon Pastore esercita perché ama il suo gregge, secondo le stesse parole di Gesù (Mt. 18,12; Lc. 15,4; Gv. 10, 1116) e le profezie dell’Antico Testamento.
Applicando se stesso la profezia di Ezechiele (Ez. 34, 119), Gesù si presenta come il buon pastore e di questa immagine si serve per descrivere la forma con cui esercita il suo potere nei confronti dei fedeli.
Gli agnelli delle pecorelle, l’intero gregge dunque, vale a dire tutti fedeli, i membri della Chiesa, hanno per esplicita volontà di Cristo un solo pastore che è Simon Pietro. Il verbo pascere indica a sua volta, presso gli autori sia sacri sia profani, la potestà di giurisdizione nella società. Questa giurisdizione è estesa da Gesù a tutta la Chiesa.
La promessa di Cesarea di Filippo è adempiuta: Gesù edifica su Pietro la sua Chiesa, affidandogli i suoi agnelli e le sue pecorelle. Affidando il suo gregge alla giurisdizione di Pietro, Gesù dichiara di costituirlo suo vicario in terra, con i poteri di capo supremo della Chiesa e Pastore universale, a immagine del Pastore Eterno che sta per ascendere al Cielo7. Il buon pastore dà però la sua vita per le sue pecorelle (Gv. 1718). Lo stesso destino attende Pietro, il suo Vicario. Dopo i poteri supremi nella Chiesa, Gesù darà Pietro la grazia suprema di fare la sua medesima morte8.

Pietro esercita il primato sulla Chiesa nascente.

I Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano come fin dall’inizio la Chiesa riconobbe il Primato conferito Pietro. Nata sul calvario, la Chiesa degli albori si riunì spontaneamente intorno a Pietro ancor prima del solenne conferimento. La Maddalena riferì a Pietro per primo del sepolcro vuoto (Gv. 20,2; cfr. Mc. 16,7), e nell’entrarvi Giovanni gli diede la precedenza (Gv. 20,6; cfr. Lc. 24,22).
Dopo l’ascensione di Gesù, Pietro si trovò nel pieno possesso del suo Primato. Egli presiedette all’elezione di un nuovo apostolo nell’adunanza in cui fu scelto Mattia come successore di Giuda (At. 1,1526); per primo, come capo degli Apostoli predicò (At. 2,14) e come tale fu interpellato dagli uditori (At. 2,37); operò il primo miracolo dopo la Pentecoste in Gerusalemme (At. 3,6) e altri poi con la sola sua ombra (At. 5,15); fu lui che rispose al Sinedrio (ibid. 4,8), che come capo del movimento venne incarcerato da Erode (At. 12,3), e che come giudice della comunità punì Anania e Saffira (At. 5,111).
La sua autorità fu decisiva per ammettere gentili alla fede (At. 1118) e nel concilio di Gerusalemme, che egli presiedette, tutti presenti ascoltarono seguirono la sua parola (At. 15). Il suo discorso deciso la controversia (At. 15,12), poiché Giacomo non fece che confermare con l’autorità della Scrittura e indicare il modo pratico di accogliere i gentili (At. 15,1321).

Lo stesso San Paolo riconobbe il Primato di Pietro, e lo manifestò con il fatto di nominarlo al posto più alto (I Cor. 1,12; 3, 22) e di salire a Gerusalemme per rendergli omaggio (Gal. 2,1819). Dal contesto risulta che Paolo e di salire a Gerusalemme per rendergli omaggio (Gal. 2,1819). Dal contensto risulta che Paolo non salì a Gerusalemme principalmente per conoscere la dottrina ma l’autorità di Pietro. Il fatto che egli trovi a Corinto, dove Pietro non era mai stato, un partito che si vale del nome di Cefa (I Cor. 1,12), non fa che confermare la grande influenza Di Pietro nei confronti dei pagani, S. Paolo gli resiste “a viso aperto” (Gal. 2,1114), e compie un atto non di ribellione, ma di opposizione leale pubblica ( poiché pubblico era lo scandalo), che non contraddice, ma conferma il primato di Pietro. Paolo rileva l’incoerenza di Pietro, senza contestare l’autorità che egli esercita sui fedeli. Egli, è stato argutamente osservato, «non era un gallicano: Non saltella da Pietro al concilio (di Gerusalemme) ma da Pietro a Pietro».
Tutto l’episodio del resto è riferito da Paolo proprio per provare coll’autorità Di Pietro, che gli avversari gli opponevano, la non necessità delle pratiche giudaiche per la salvezza.
È innegabile il fatto che gli apostoli e tutti i fedeli riconoscevano e rispettavano il primato di Pietro nel governo della Chiesa nascente.


Bibliografia per questo articolo

 Mc Nabb, testimonianza, pp.152155, Falbo, il primato della Chiesa di Roma, p.37.
 Glez, Primauté du Pape, col. 250; Piolati, Primato, col. 7
 Falbo, Il primato della Chiesa di Roma, pp. 4142.
 Cfr. Glez, Primauté du Pape, coll. 251 segg; Braun, Nuovi aspetti, pp. 8697.
Lessel, Petrus Christi vicarius, pp. 1524,5561.
 Maccarone, Vicarius Christi, p.16.
 Lattanzi, il primato romano, pp.4849.
Maccarone, Vicarius Christi, p. 17.
Maccarone, Vicarius Christi, p. 18.
Garofalo, Pietro nell’Evangelo, pp. 171172.
Lagrange, Epitre aux Galates, p.17.
Roiron, St. Paul témoin de la orimauté de st. Pierre, p.518.

Pubblicato in Esegesi
   

Mons. Luigi Negri


   

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