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Giovedì, 16 Gennaio 2014 18:27

Pietro la pietra.

 

articolo

Ad un’attenta analisi delle sacre scritture, il Primato di Pietro emerge in maniera incontestabile da tutto il nuovo testamento. Come appare dal Vangelo dagli atti degli Apostoli, Pietro ha una posizione di singolare preminenza nel collegio apostolico. Nell’elenco ufficiale dei dodici Apostoli che c’è stato tramandato dall’evangelista Matteo (Mt. 10,2) “Simone è detto Pietro” porta il titolo di “primo” e non senza ragione. Non solo egli viene citato ben 195 volte tra i Vangeli e gli Atti, contro le 130 per gli undici apostoli presi nel loro insieme1, ma viene nominato in tutti gli elenchi degli Apostoli, in cui invece varia l’ordine degli altri (Mt, 10,2; Mc. 3,16; Lc. 6,14; At. 1,13).

Pietro si dimostra del resto consapevole della sua posizione, poiché lui generalmente che parla a nome di tutti, interrogando il Signore corrispondendo alle sue domande.
Gesù sceglie la sua casa per abitarvi (Mc. 1,29), la sua barca per predicare (Lc. 5,1), a lui concede di camminare sulle acque (Mt. 16, sgg.), paga per lui il tributo (Mt, 17,2329), lo rende partecipe delle rilevazioni più intime (Mt. 17,1 sgg; 26,37), gli assicura una particolare preghiera «perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede» (Lc. 22,21 sg.), né gli risparmia i rimproveri quando è necessario (Mt. 16,23;14,31;Mc. 14,37;Mt.26,3134;cfr. Lc. 22,61).
Il giorno della sua Risurrezione, il Signore appare singolarmente a Pietro (Lc. 24,34; I Cor. 5,5) e, prima di salire al cielo, a lui solo predice come sarebbe morto (Gv. 21,18).
Più importante è il gesto compiuto il primo incontro: il cambiamento del nome (Mc. 3,6; Lc. 6,14; Gv. 1,42; Mt. 10,2). Negli unici casi che la storia ebraica conosceva quelli di Abramo (Gen. 17,5) e di Giacobbe (Gen. 32,29), ciò aveva significato il conferimento di una solenne missione.

Gesù promette e conferisce personalmente a Pietro un vero primato sugli Apostoli.

Il capitolo 16 del Vangelo di Matteo contiene la promessa di uno speciale primato. Fatto da Gesù a Pietro.
Un giorno, verso la metà del secondo anno di predicazione, Gesù prende con sé i soli Apostoli e si incammina verso la regione padana di Cesarea di Filippo dove li interroga:

«La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Attualmente nessun studioso biblico serio, anche non cattolico, mette in dubbio la genuinità storica del «Tu es Petrus». Gesù fece quell’interrogazione per disporre gli Apostoli a un importante insegnamento, di cui Matteo riferisce il contenuto: il compito di Pietro nella formazione del governo della Chiesa
.
Nel brano evangelico Cristo usa tre metafore: quella della roccia, quella delle chiavi e quella di legare sciogliere.

a) Pietro è innanzitutto la roccia, fondamento della Chiesa. La roccia nel linguaggio evangelico, si riferisce alla chiesa concepita come un edificio. «Chiunque ascolta queste mie parole le mette in pratica», aveva detto Gesù, «è simile a un uomo prudente che fabbricò la sua casa sopra la roccia. E cade la pioggia, strariparono i torrenti, soffiaronoo i venti e si abbatterono su quella casa; ma essa non rovinò, perché era stata fondata sulla roccia» (Mt. 7,2425). Pietro sarà per la Chiesa ciò che la roccia è per la casa: il fondamento, la causa dell’incrollabilità.

b) il secondo simbolo, quello delle chiavi, indica al potere sulla casa sulla città. Esso era stato usato nella scrittura quando Dio preannuncia la morte del gran favorito del re Ezechia, di nome Sobna, reo di aver abusato dei suoi poteri di prefetto della reggia, che sarà sostituito da Eliakìm: «Et dabo clavem domus David super humerum eius». «Sulla sua spalla – dice il Signore – parola chiave della casa di David; dove egli apre nessuno potrà chiudere, dove egli chiude nessuno potrà aprire» (Is. 22,21). Nell’edificio della Chiesa Pietro assumerà il posto di padrone che ha visto, l’originario possessore delle simboliche chiavi.

c) La terza metafora, quella di legare e sciogliere, significa, secondo il linguaggio rabbinico, due poteri: il potere di proibire (legare) o di permettere (sciogliere) in campo dottrinale, il rapporto alla legge mosaica; e quello di condannare (legare) o assolvere (sciogliere) in campo disciplinare, Essa contiene dunque la promessa di una duplice facoltà conferita Pietro: quella dottrinale o di magistero e quella giurisdizionale o d’imperio; in tal modo viene indicata la piena sovranità di Pietro, il supremo potere che egli avrà nella chiesa.

Successivamente il Signore farà una promessa simile agli Apostoli investendoli collegialmente dello stesso potere attribuito singolarmente Pietro: «tutto ciò che legherete sopra la terra sarà legato in cielo e tutto ciò che sceglierete sopra la terra sarà sciolto in cielo» (Mt. 18,18).
attraverso queste tre metafore, Pietro viene costituito vicario di Cristo.

La prima immagine, più concreta (la roccia), esprime l’idea che San Pietro è il vicario visibile di Cristo nella sua Chiesa; la seconda (le chiavi) precisa che egli è il vero e proprio vicario di Cristo, perché possiede nella Chiesa quel potere supremo che è proprio di Cristo per la Sua prerogativa di fondatore; la terza (lo sciogliere e legare) innalza l’Apostolo al compito di rappresentante di Dio nella Chiesa, perché, annuncia, egli deve in concreto esercitare in terra l’autorità che Dio ha nei cieli6.

Il conferimento del Primato.

Il primato fu conferito a Pietro dopo la Risurrezione, come narra S. Giovanni, testimone oculare:

«Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle.» (Gv. 21,1517).

Pietro era stato prescelto come roccia e come fondamento della Chiesa, ma perché la scelta fosse confermata occorreva la sua triplice dichiarazione d’amore. Pascere il gregge è un atto di amore e insieme di autorità che il Buon Pastore esercita perché ama il suo gregge, secondo le stesse parole di Gesù (Mt. 18,12; Lc. 15,4; Gv. 10, 1116) e le profezie dell’Antico Testamento.
Applicando se stesso la profezia di Ezechiele (Ez. 34, 119), Gesù si presenta come il buon pastore e di questa immagine si serve per descrivere la forma con cui esercita il suo potere nei confronti dei fedeli.
Gli agnelli delle pecorelle, l’intero gregge dunque, vale a dire tutti fedeli, i membri della Chiesa, hanno per esplicita volontà di Cristo un solo pastore che è Simon Pietro. Il verbo pascere indica a sua volta, presso gli autori sia sacri sia profani, la potestà di giurisdizione nella società. Questa giurisdizione è estesa da Gesù a tutta la Chiesa.
La promessa di Cesarea di Filippo è adempiuta: Gesù edifica su Pietro la sua Chiesa, affidandogli i suoi agnelli e le sue pecorelle. Affidando il suo gregge alla giurisdizione di Pietro, Gesù dichiara di costituirlo suo vicario in terra, con i poteri di capo supremo della Chiesa e Pastore universale, a immagine del Pastore Eterno che sta per ascendere al Cielo7. Il buon pastore dà però la sua vita per le sue pecorelle (Gv. 1718). Lo stesso destino attende Pietro, il suo Vicario. Dopo i poteri supremi nella Chiesa, Gesù darà Pietro la grazia suprema di fare la sua medesima morte8.

Pietro esercita il primato sulla Chiesa nascente.

I Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano come fin dall’inizio la Chiesa riconobbe il Primato conferito Pietro. Nata sul calvario, la Chiesa degli albori si riunì spontaneamente intorno a Pietro ancor prima del solenne conferimento. La Maddalena riferì a Pietro per primo del sepolcro vuoto (Gv. 20,2; cfr. Mc. 16,7), e nell’entrarvi Giovanni gli diede la precedenza (Gv. 20,6; cfr. Lc. 24,22).
Dopo l’ascensione di Gesù, Pietro si trovò nel pieno possesso del suo Primato. Egli presiedette all’elezione di un nuovo apostolo nell’adunanza in cui fu scelto Mattia come successore di Giuda (At. 1,1526); per primo, come capo degli Apostoli predicò (At. 2,14) e come tale fu interpellato dagli uditori (At. 2,37); operò il primo miracolo dopo la Pentecoste in Gerusalemme (At. 3,6) e altri poi con la sola sua ombra (At. 5,15); fu lui che rispose al Sinedrio (ibid. 4,8), che come capo del movimento venne incarcerato da Erode (At. 12,3), e che come giudice della comunità punì Anania e Saffira (At. 5,111).
La sua autorità fu decisiva per ammettere gentili alla fede (At. 1118) e nel concilio di Gerusalemme, che egli presiedette, tutti presenti ascoltarono seguirono la sua parola (At. 15). Il suo discorso deciso la controversia (At. 15,12), poiché Giacomo non fece che confermare con l’autorità della Scrittura e indicare il modo pratico di accogliere i gentili (At. 15,1321).

Lo stesso San Paolo riconobbe il Primato di Pietro, e lo manifestò con il fatto di nominarlo al posto più alto (I Cor. 1,12; 3, 22) e di salire a Gerusalemme per rendergli omaggio (Gal. 2,1819). Dal contesto risulta che Paolo e di salire a Gerusalemme per rendergli omaggio (Gal. 2,1819). Dal contensto risulta che Paolo non salì a Gerusalemme principalmente per conoscere la dottrina ma l’autorità di Pietro. Il fatto che egli trovi a Corinto, dove Pietro non era mai stato, un partito che si vale del nome di Cefa (I Cor. 1,12), non fa che confermare la grande influenza Di Pietro nei confronti dei pagani, S. Paolo gli resiste “a viso aperto” (Gal. 2,1114), e compie un atto non di ribellione, ma di opposizione leale pubblica ( poiché pubblico era lo scandalo), che non contraddice, ma conferma il primato di Pietro. Paolo rileva l’incoerenza di Pietro, senza contestare l’autorità che egli esercita sui fedeli. Egli, è stato argutamente osservato, «non era un gallicano: Non saltella da Pietro al concilio (di Gerusalemme) ma da Pietro a Pietro».
Tutto l’episodio del resto è riferito da Paolo proprio per provare coll’autorità Di Pietro, che gli avversari gli opponevano, la non necessità delle pratiche giudaiche per la salvezza.
È innegabile il fatto che gli apostoli e tutti i fedeli riconoscevano e rispettavano il primato di Pietro nel governo della Chiesa nascente.


Bibliografia per questo articolo

 Mc Nabb, testimonianza, pp.152155, Falbo, il primato della Chiesa di Roma, p.37.
 Glez, Primauté du Pape, col. 250; Piolati, Primato, col. 7
 Falbo, Il primato della Chiesa di Roma, pp. 4142.
 Cfr. Glez, Primauté du Pape, coll. 251 segg; Braun, Nuovi aspetti, pp. 8697.
Lessel, Petrus Christi vicarius, pp. 1524,5561.
 Maccarone, Vicarius Christi, p.16.
 Lattanzi, il primato romano, pp.4849.
Maccarone, Vicarius Christi, p. 17.
Maccarone, Vicarius Christi, p. 18.
Garofalo, Pietro nell’Evangelo, pp. 171172.
Lagrange, Epitre aux Galates, p.17.
Roiron, St. Paul témoin de la orimauté de st. Pierre, p.518.

Pubblicato in Esegesi
   

Mons. Luigi Negri


   

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