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Domenica, 02 Marzo 2014 11:48

I fratelli di Gesù

 
 
 
La questione dei “fratelli di Gesù” è tanto confusa quanto dibattuta. Confusa perché bisogna addentrarsi in un intricato ramo di parentela di cui ci vengono dati solo frammenti, ma non solo. Essendo infatti la perpetua verginità di Maria un punto saldo della Tradizione, la propaganda protestante ci si è avventata contro con inaudita violenza.
 
  
 


Il problema linguistico


 
 
I Vangeli, nei passi dove si parla dei fratelli di Gesù, usano la parola adelphos. Su questa parola si è creato un vero e proprio caso in quanto i polemisti protestanti cercano, ad ogni costo, di negare la polisemia di questo termine. Infatti molti siti evangelici, per tagliare la testa al toro, sostengono che la parola adelphos significhi solo fratello carnale. Come al solito, si basano sulla pigrizia delle persone che preferiscono credere ciecamente invece di andare a verificare. Eppure, basta controllare su un dizionario online come questo che riporta ben più di un solo significato:gemello,collega,compagno,confratello,fratello. Per sicurezza, ho controllato anche un ben più affidabile dizionario cartaceo come il Lorenzo Rocci: “fratello; fratello di padre e di madre; fratello nel senso di parente, confratello, connazionale della stessa religione o tribù, amico intimo, socio”. Insomma, una bella pluralità di significati rispetto al solo fratello carnale. È molto triste che una menzogna così facilmente confutabile riesca a trovare una diffusione talmente ampia, ma ancora più grave è che molti evangelici sembrano restarne convinti anche di fronte all’evidenza di un vocabolario.
 
Pertanto, non si capisce da dove venga la sicurezza dei protestanti che si tratti di fratelli carnali. Visto che, per meglio definire questo rapporto di fratellanza, non si può prescindere da un’analisi del contesto storico e da una ricerca sull’identità di questi fratelli. La Tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che non si trattasse di fratelli carnali ma di parenti (forse cugini), una possibilità per niente inverosimile. I Vangeli, infatti, ci narrano una storia che è ambientata nella Palestina di 2000 anni fa e quindi in un contesto socio-familiare del tutto diverso dal nostro. Perché noi siamo abituati a pensare alla famiglia come entità mononucleare che è, però, solo un’evoluzione moderna. Nel Medio Oriente antico, invece, la famiglia aveva un carattere molto più largo per la sua struttura tribale. È qualcosa che si può osservare ancora oggi in Africa e nel Medio Oriente stesso. In contesti simili, la differenza tra fratello e cugino tende inevitabilmente ad assottigliarsi ed è per questo che in molte lingue non esiste un termine specifico per i cugini.
 
Ora, è vero che il greco antico ha anche il termine anepsios per indicare un cugino, ma bisogna anche vedere che uso si fa di questa parola nel Nuovo Testamento. Infatti, quello neotestamentario non è un greco “puro” perché non è quello classico. Specie per i Vangeli si tratta di un greco “semitizzato”, per questo molti pensano che essi siano stati redatti prima di tutto in aramaico e poi tradotti in greco. Ad ogni modo, gli autori dei Vangeli non erano sicuramente degli ellenici ma dei Giudei. Anche ammesso che abbiano scritto direttamente in greco, dovevano – per forza di cose – rifarsi ad una tradizione schiettamente ebraica e quindi alla lingua di quel contesto socio-culturale. Per questo, con ogni probabilità, dietro il greco adelphos c’è la rispettiva parola aramaica che – comprensibilmente, come abbiamo visto – indica una rapporto di parentela in senso ampio (anche sociale e religioso). Appunto perché nell’aramaico non c’era una parola per distinguere il fratello carnale dal cugino. Quando incontrano questa parola, gli evangelisti la traducono in greco sempre con adelphos perché era la parola corrispondente più vicina. Mentre il termine anepsios è usato solo una volta nel Nuovo Testamento, nella Lettera ai Colossesi (4, 10). Non è un caso che, come hanno notato gli esegeti, questa lettera paolina usi un greco molto più classico perché chi l’ha scritta (un san Paolo ormai “ellenizzato” o un suo discepolo greco) mostra di avere una cultura molto diversa da quella degli evangelisti. Ai quali, quindi, non si può rimproverare l’aver usato un termine più generico per indicare dei cugini. Cosa che, del resto, accade anche nella LXX in cui il termine anepsios compare poche volte. E anche dove potrebbe essere usato senza esitazione, non c’è. Infatti nel primo libro delle Cronache (23, 2122), per indicare la parentela tra i figli di Kis e le figlie di Eleazaro, viene usato il termine adelphos. Quando si tratta, in realtà, di cugini visto che Kis ed Eleazaro sono fratelli. Anche nel Nuovo Testamento lo stesso termine è usato per definire la parentela tra Erode Antipa e Filippo (Mc. 6, 17), quando in realtà erano fratellastri.
 
Quindi è chiaro che l’argomentazione basata sul termine anepsios non regge, perché il greco della Bibbia – per il suo legame con la lingua madre, l’aramaico – preferisce usare adelphos per indicare tutti i rapporti di parentela. E questo termine lo troviamo ampiamente usato anche nel senso di «fratello spirituale», soprattutto nella Lettera ai Tessalonicesi e in quella ai Romani.
 
 


Chi sono i fratelli di Gesù?

 
 
Il Vangelo di Matteo (13, 5556) ci parla di quattro fratelli di Gesù, dei quali ci dà anche i nomi. Probabilmente Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore erano in realtà la stessa persona, ma proviamo qui a partire dal presupposto che non lo siano. Tutto si basa sul paradosso di “Maria di Giacomo”:
 
 
«C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala,Maria di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome» (Marco 15, 40)
«Tra costoro Maria di Màgdala,Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo» (Matteo 27, 56)
 
 
Il Giacomo qui citato potrebbe essere sia Giacomo il Giusto sia Giacomo il Minore. La definizione di “minore” del passo di Marco è un indizio ma non va sopravvalutato. Infatti è un’espressione che ricorre solo qui, quello che per la Tradizione è Giacomo il Minore i Vangeli lo chiamano “Giacomo di Alfeo” (Mc 3, 18; Lc 6, 15; Mt 10, 3; Atti 1, 13). Espressione che del resto non ricorre nel passo di Matteo. Se Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore sono due persone diverse, è più probabile che quello citato in questi due passi sia il primo. Infatti, il binomio Giacomo-Giuseppe (per giunta in questo esatto ordine) ricorre solo in Matteo (13, 5556), a riguardo dei fratelli di Gesù. E ricompare solo qui. Anche se la Maria citata potrebbe essere Maria di Cleofa, madre dell’apostolo Giacomo il Minore, che però compare esplicitamente solo nel Vangelo di Giovanni (19, 25). Quindi le possibilità sono due e nessuna può essere scartata con assoluta certezza. Ma entrambi ci danno un importante indizio sui fratelli di Gesù:
 
1)       se nel passo di Matteo si parla di Giacomo il Minore, vuol dire che anche lui ha un fratello di nome Giuseppe. Ciò innesca tutta quella serie di coincidenze che portano ad identificarlo col Giacomo fratello di Gesù. Per cui Giacomo il Minore è il Giacomo di Matteo (13, 5556), ma è un fratello inteso in senso di parente (forse cugino). Perché ha per madre una donna chiamata Maria che, ovviamente, non è la Madre di Gesù ma una sua parente: Maria di Cleofa.
2)     Se invece si tratta di Giacomo il Giusto (cosa possibilissima, non si capisce come i protestanti possano scartare questa possibilità), ci troviamo lo stesso a che fare con un fratello di Gesù inteso come parente. Egli sarebbe, infatti, figlio di una Maria che non è né la Madre di Gesù né Maria di Cleofa, bensì “l’altra Maria” (Matteo 27, 61). 
 
In sintesi, qualunque delle due opzioni vi sembri più verosimile, il risultato finale non cambia. Siamo davanti, con ogni probabilità, a dei fratelli in senso non carnale perché hanno genitori diversi da quelli di Cristo. E, non a caso, così li hanno intesi la quasi totalità dei cristiani e degli interpreti per quasi due millenni.
 
 


I fratelli di Gesù nella Tradizione
 
 
La convinzione che Maria sia sempre rimasta Vergine è molto antica, e non avrebbe potuto svilupparsi senza il consenso della Chiesa. Per questo, già nel II secolo, lo scrittore cristiano Egesippo ci informa che i fratelli di Gesù erano in realtà cugini in quanto figli di Cleofa (il passo è riportato da Eusebio: Storia ecclesiastica 4, 22, 4). Da considerare che Egesippo parla di Giacomo il Giusto come capo della Chiesa di Gerusalemme, quindi un personaggio di rilievo vissuto solo qualche generazione prima. Non si poteva truccare così facilmente il suo grado di parentela con Gesù (che del resto lo contraddistingueva dagli altri apostoli), il fatto era ancora troppo vicino e facilmente verificabile.
 
Tra i primi cristiani era noto che i fratelli di Gesù non erano figli di Maria, anche se c’erano differenti opinioni la conclusione era sempre la stessa. Secondo diversi padri della Chiesa, tra i quali Eusebio, si trattava in realtà di fratellastri in quanto figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Teoria che vige ancora oggi in ambito ortodosso. Un contributo importante, e ancora oggi valido, è quello di Girolamo che nel suo De virginitate Beatae Mariae in cui difendeva l’interpretazione tradizionale contro le teorie di Elvidio. Un oscuro personaggio che considerava i fratelli di Gesù come figli di Maria e pare che arrivasse perfino a negare il concepimento verginale del Cristo. In quest’opera, Girolamo espose la teoria dei cugini che – secondo gli argomenti già analizzati – è tuttora quella più probabile.
 
A sorpresa, tra i sostenitori della perpetua verginità di Maria troviamo anche degli insospettabili come Lutero e Calvino. I padri della Riforma, infatti, non erano così sprovveduti per non sapere che – in quel contesto – la semplice definizione di fratelli non voleva dire niente. E, pur proclamandosi fieri nemici della Tradizione, si rendevano conto che la perpetua verginità di Maria era sempre stata professata dalla Chiesa. Per rare un esempio più vicino a noi, anche Renan cambiò idea – cosa molto rara – sui fratelli di Gesù (cfr. Vittorio Messori, Ipotesi su Maria pg. 523).
 
 

Figli di Maria?  

Molti si lasciano impressionare dal fatto che i fratelli di Gesù sono ricordati sempre insieme a Maria di Nazareth. In realtà, da un punto vista sintattico e grammaticale, dai passi non si evince mai fra Maria e i “fratelli”  un rapporto di figliolanza diretta. Infatti, Gesù è sempre l’unico ad essere definito figlio di Maria (Marco 6, 3). Così come non ricorrono mai espressioni del tipo “Maria e i suoi figli” ma “Maria e i fratelli di Gesù”, proprio ad indicare un rapporto di parentela, sì, ma con nuclei familiari diversi. Non è chiaro perché questo fatto non induca a riflettere i protestanti, vista la loro convinzione che nella Bibbia le parentele vengano sempre specificate. Cosa difficile da fare se non si fa riferimento ai rispettivi genitori ma, paradossalmente, i Vangeli questa specificazione la fanno eccome solo che molti non se ne rendono conto.

 

Vittorio Messori, nell’opera già citata, ripropone diverse argomentazioni di Josef Blinzler  nel suo I fratelli e le sorelle di Gesù. Argomentazioni classiche che però l’autore tedesco ha rivisto alla luce del contesto storico. Ad esempio, qualunque lettore si chiede perché – se Maria aveva altri figli – Gesù la abbia affidata al discepolo che amava (Giov. 19, 2627). Anche per la sensibilità moderna sembra una cosa strana, visto comunque il legame già esistente col gruppo dei fratelli (chiunque essi siano). In realtà, guardando il contesto storico, quello di Gesù sarebbe stato un vero e proprio affronto verso i suoi fratelli che avevano il diritto di prendersi cura di loro madre (Ipotesi su Maria pg. 524). Così come i passi di Mc 3 e Giovanni 7 diventano quasi incomprensibili se si tratta di fratelli carnali (pag. 525). Essi, infatti, dovrebbero essere fratelli minori e in quanto tali non potevano permettersi in alcun modo di redarguire il primogenito (soprattutto in pubblico).

 

Secondo i protestanti, Gesù dovrebbe avere quattro fratelli e un imprecisato numero di sorelle (almeno due). Eppure di questo non c’è traccia nei pochi passi dei Vangeli dedicati all’infanzia di Gesù. In particolare, è significativo l’episodio della Pasqua raccontataci da Luca (2, 4152). L’evangelista ci informa che i genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la Pasqua. Questo fa già riflettere perché l’obbligo era solo per gli uomini, Maria ci andava volontariamente. Eppure, secondo i protestanti, avendo Gesù già dodici anni dovrebbero comparire a questo punto almeno due-tre fratelli. Cioè Maria deve avere già una famiglia numerosa a cui badare, eppure lascia a casa dei figli ancora piccoli né li porta con se a Gerusalemme. Inoltre, l’evangelista Luca ci dice che il viaggio a Gerusalemme avveniva tutti gli anni e questo rende a dir poco improbabile la presenza di altri figli (con annesse gravidanze e svezzamento). Ma non finisce qui, infatti l’evangelista – non contento – ci dice che la famiglia di Gesù si trattiene – anche qui, senza che vi fosse obbligata – a Gerusalemme per tutta la festa (v. 43) che noi sappiamo essere di sette/otto giorni. A questa settimana bisogna aggiungere il tempo di viaggio per l’andata e ritorno che, con la velocità di una carovana (v. 44), doveva essere abbastanza lungo. Stiamo parlando insomma di settimane in cui Maria abbandonerebbe a casa – senza un valido motivo – una schiera di bambini ancora piccoli. Il fatto che questo avvenga ogni anno e che venga taciuta la presenza di altri membri della famiglia, rende molto bene l’inverosimiglianza della teoria dei fratelli carnali (Ipotesi su Maria, pag. 526). 

 
La convenienza della verginità perpetua di Maria può, inoltre, essere dedotta dai fatti stessi. Infatti, perchè Gesù doveva essere il primogenito? Non poteva essere l’ultimo figlio di una famiglia numerosa, come lo fu Davide? Sì, ma essere il primo nato da una vergine rende più manifesta la paternità divina. Quest’ultima sarebbe ancora più difficile da credere, da un punto di vista umano, se Gesù fosse stato l’ultimo di dieci figli. La stessa cosa accade al contrario, se dopo Cristo ci fossero stati altri figli di Giuseppe e Maria la paternità divina sarebbe meno manifesta (e magari avrebbero potuta rivendicarla anche gli altri fratelli). Invece Maria doveva restare un segno del mistero.
 

 

 

Primogenito, quindi non unigenito? 

 

Anche qui, il lettore moderno tende a fare confusione. La questione dei fratelli, per il suo contesto sociale, era chiara infatti ai primi cristiani e ai Padri della Chiesa. Ebbene, anche qui si sente spesso dire: “Se Gesù è detto primogenito, non vuol dire che Maria ebbe altri figli per fora di cose?”. Ecco il passo:

 

«Quando venne il tempo della loro purificazione secondola Leggedi Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore,23 come è scritto nella Legge del Signore:ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore;24 e per offrire in sacrificiouna coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrivela Leggedel Signore» (Luca 2,2224)
 

Un lettore attento, nota subito che la confutazione sta nel passo stesso. Il popolo di Israele, infatti, considerava sacro il primogenito maschio (Nm3:13). Si tratta, quindi, della primogenitura sacra e non di un semplice modo per indicare il primo nato rispetto a quelli che sono venuti dopo (come oggi). Il primo nato maschio, veniva subito chiamato primogenito e non aveva certo bisogno di avere fratelli e sorelle per essere riconosciuto tale. Poteva, quindi, tranquillamente restare l’unico figlio. Per questo ci sono molteplici attestazioni storiche di primogeniti che sono anche unigeniti. Bisogna inoltre considerare che il riscatto del primogenito avveniva dopo un mese (Nm 18, 16), cioè quando il primogenito era ancora — per forze di cose — unigenito. Quindi, senza dubbio, nel momento in cui la Scrittura dichiara Gesù come primogenito di Maria Egli è anche unigenito in quanto ancora un infante. Questo è il periodo a cui si riferisce il passo sopra citato, non ad eventuali figli successivi. 

  

Il Salmo 69 

 

Alcuni, giunti alla disperazione, provano ad usare anche l’Antico Testamento. Ad esempio, nel Salmo 69 si parla delle sofferenze del giusto che sono la prefigurazione della Passione di Cristo. Però in questo salmo il giusto perseguitato dice di essere rifiutato dai figli di sua madre (verso 9), e secondo alcuni questa sarebbe la prova che i fratelli di Gesù sono figli di Maria. Con la pretesa, davvero ridicola, di poter fare la biografia di Gesù tramite passi profetici che sono — per loro natura – oscuri e che non sempre si avverano alla lettera. Ed è un gioco facilmente smentibile, infatti leggendo i versetti 2229 vediamo che il giusto chiede a Dio di condannare e uccidere i suoi persecutori. E non è chiaramente questo l’atteggiamento tenuto da Cristo sulla croce (Luca 23, 34). Si potrebbe – in modo improbabile – far passare questi versetti come prefigurazione del Giudizio Universale, cosa che però  presupporrebbe un’interpretazione non letterale che vada oltre il contenuto. Procedimento che chiaramente costoro non ammettono, soprattutto quando gli fa comodo come – in questo caso – col versetto 9.

 

In realtà, a ben guardare, il Salmo 68/69 ci offre un’argomentazione contraria alla teoria dei fratelli carnali. Infatti, come ha notato sempre Blinzler (pag. 527), si tratta di un salmo che la Chiesa ha sempre considerato messianico. Tanto che è citato molte volte nel Nuovo Testamento, sarebbe stato spontaneo per gli evangelisti usarlo riguardo l’incredulità dei fratelli. Invece non compare mai, anche in passi nei quali sarebbe facile aspettarselo ( come Giovanni 7, 35). Proprio perché quella parte di profezia non si era avverata alla lettera, del resto nessuno pensava di poter riconoscere il Messia in base al suo stato di famiglia.

 
 

Il matrimonio di Maria e Giuseppe 

 

I detrattori della perpetua verginità di Maria, si basano anche su questo passo:

 

«ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù» (Matteo 1,25)
 

Il lettore moderno, col suo buon senso, deduce da questo passo che Giuseppe e Maria condussero una normale vita matrimoniale dopo la nascita di Gesù. Ma è noto che il buon senso può spesso condurre in errore. Il perché lo spiega molto bene il grande storico Giuseppe Ricciotti, in una nota della monumentale Vita di Gesù Cristo che vale la pena di riportare integralmente anche per una conferma di quanto detto sopra per il primogenito: 

 
2) L’espressione è tipicamente ebraica: «il figlio primogenito» è l’ebraico «békor», termine di particolare importanza giuridica perché il primogenito ebreo doveva essere presentato al Tempio, e Luca impiega qui questo termine quasi per preparare il racconto della presentazione di Gesù al Tempio, che narra egli solo fra i quattro evangelisti. Ma il termine, in questo contesto, fornì l’appiglio per attribuire a Luca l’affermazione implicita che Maria ebbe in seguito altri figli, altrimenti «primogenito» sarebbe stata una parola priva di senso. Già nel secolo V S. Girolamo aveva risposto a Elvidio, primo rappresentante di questo ragionamento, facendo notare che «omnis unigenitus est primogenitus: non omnis primogenitus est unigenitus. Primogenitus est, non tantum post quem et alii, sed ante quem nullus» («Adv. Helvidium», 10); ma invano, e si tornava a ripetere l’argomentazione di Luciano: «Se è primo non è solo; se è solo non è primo» («Demonax», 29). Naturalmentela Riformaprotestante fece di questa espressione lucana il suo cavallo di battaglia contro il culto cattolico di Maria; ma anche i razionalisti, che spesso hanno egregie osservazioni storico-filologiche, non hanno interpretato il termine in senso storico-filologico e hanno preferito il ragionamento di Elvidio: solo pochi, fra cui il Loisy, sono rimasti dubbiosi. Oggi la discussione è terminata, e chi ha avuto ragione non è stato certamente Elvidio con i suoi seguaci. Nell’anno 5 av. Cr., cioè a pochi mesi di distanza dal parto di Maria, partorì in Egitto una giovane sposa giudea lasciandovi però la vita; la stele sepolcrale, fingendo che la defunta parli, le fa dire fra l’altro questo: «… Il Destino mi condusse al termine della vita fra le doglie del primogenito figlio…» […] ; l’iscrizione fu pubblicata da C. C. Edgar nelle «Annales du Service des Antiquités de l’Égypte», sotto il titolo «More tomb-stones from Tell el Yahoudieh», tomo 22 (1922), pagg. 716, e riprodotta in «Biblica», 1930, pag. 386. La morte della puerpera dimostra, contro Elvidio e seguaci, che quel primogenito fu anche unigenito, come nel caso di Gesù.Presentandosi l’occasione ricordiamo l’analogo e anche più facile passo di Matteo, 1, 25, che parlando delle relazioni fra Giuseppe e Maria dice: «Ed (egli) non la conosceva, finché partorì (un) figlio». Il verbo conosceva è il termine eufemistico che già esaminammo (§ 230). La congiunzione «finché», «éms», corrisponde all’ebraico «‘ad», il quale si riferisce soltanto al compimento dell’azione annunziata appresso, astraendo però da ciò che avverrà ancora in seguito: vi sono esempi in tal senso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Genesi, 8, 7; Salmo 110 ebr., 1; Matteo, 12, 20; 22; 44; 28, 20; 1 Timoteo, 4, 13). Perciò giustamente il Loisy stesso ha fatto notare che Matteo in questo passo ha di mira la nascita di Gesù, alla quale nega ogni intervento paterno, senza estendersi al tempo successivo.
 

Quindi, seguendo sempre il buon senso, si dovrebbe dedurre dalSalmo110 che Cristo non siederà per sempre alla destra del Padre. Ma noi sappiamo che non è così, pertanto il buon senso deve sapersi fermare alla conoscenza. La Scrittura è piena di passi con strutture grammaticali del tutto identiche che — se lette come vogliono i protestanti — perderebbero ogni senso logico e grammaticale. Una su tutte, in 2 Samuele 6, 23 si dovrebbe pensare che Mikal ha avuto dei figli dopo la sua morte…quindi è chiaro che espressioni come «fino» e «finchè» stanno ad indicare solo lo spazio di tempo considerato. 

 

Il desiderio di Maria di restare vergine, può essere dedotto anche da una lettura attenta del passo dell’Annunciazione.I viene riportato in un altro brano di Giuseppe Ricciotti che spiega il significato della risposta di Maria alla notizia dell’angelo. Il «Non conosco uomo» indica che Maria pensa ad un ordinario concepimento, possibilità che però lei sembra escludere. Perchè? Molti non mettono in relazione questa sua risposta col fatto che Maria un uomo lo avrebbe eccome, essendo già promessa a Giuseppe. Quindi, dal suo punto di vista, era solo questione di tempo prima che l’annuncio dell’angelo potesse verificarsi. Invece Maria pone uno ostacolo che sembra ben più grave, ovvero l’intenzione di vivere in castità il matrimonio. Proposito che la nascita di Gesù non avrebbe avuto motivo di cambiare.

 

 

Pubblicato in Esegesi
Domenica, 29 Dicembre 2013 12:02

I presunti fratelli di Gesù

La cultura ebraica era molto diversa da quella greca, e se Paolo in una occasione usa il termine “cugino” per indicare la parentela tra Barnaba e l’evangelista Marco, non rappresenta certo una prova. In tal senso bisogna chiedersi come mai, i protestanti fautori dei due o tre versetti, che confermerebbero una verità, non si siano accorti che nel N.T. cugino anepsios viene usato solo nella lettera ai Colossesi 4,10 e in un solo versetto, quello del saluto finale. In compenso Paolo per quasi 120 volte usa il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello uterino e, spesso, neanche familiare.

Sappiamo ad esempio che Maria era cugina di Elisabetta la madre di Giovanni, ma nella Bibbia non troviamo scritta la parola anepsios riferita alle due, e nemmeno per indicare il legame di parentela tra Giovanni il battista e Gesù. I figli di cugini, sono a loro volta cugini, misteriosamente però chiunque (oltre ai genitori) rapportato a Gesù non viene indicato con termini di parentela, ma come fratello.

Le differenze interpretative che dividono cattolici e protestanti, si incentrano prevalentemente sul significato letterale che vogliono dare a taluni versetti i fratelli protestanti, mentre per altri, adottano anche loro l’interpretazione, non sempre corretta, come ad esempio nel caso dell’Eucaristia.

I protestanti e gli esegeti storico-critici identificano i fratelli di Gesù con suoi fratelli carnali sulla base delle seguenti considerazioni:
La parola greca adelphòs, derivando dal termine delphus che significa utero, indica il fratello carnale, figlio della stessa madre. Non esistono esempi, né presso gli scrittori classici, né presso gli autori ebrei che hanno scritto in greco, né nello stesso Nuovo Testamento, di documenti che attestino l’uso di adelphos nel significato di cugino. Se gli evangelisti avessero voluto intendere con tale termine i cugini di Gesù, avrebbero adoperato il termine anepsios, utilizzato, per esempio, in Col 4, 10:
Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.
Secondo la testimonianza di Mt 1, 25, Giuseppe non ebbe rapporti sessuali con Maria fino alla nascita del figlio , il che ne esclude la perpetua verginità. In Lc 2, 7, l’evangelista riferisce che Maria diede alla luce il suo figlio primogenito. Se Gesù fosse stato figlio unico, anziché il termine primogenito avrebbe adoperato il termine unigenito. Se i fratelli di Gesù fossero stati veramente cugini, perché vengono elencati per nome assieme alla madre di Gesù in Mt 13, 5556 ed in Mc 6, 34? Allo stesso modo, l’antitesi fratelli contro discepoli osservanti riportata in Mt 12, 4650, Mc 3, 3134 e Lc 8, 1921 perderebbe la sua forza, se Gesù stesse parlando dei suoi cugini. (fin qui i protestanti)

 

Queste affermazioni sono facilmente confutabili, secondo quanto esposto qui di seguito.
Nei testi di ambiente greco classico, la parola adelphos indica effettivamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori. Il concetto di fratello couterino insito nell etimologia del termine viene tuttavia ampliato ed esteso ai figli di uno stesso genitore, compreso il padre. Adelphos può quindi indicare il fratello in senso stretto, oppure il fratellastro. Non mancano delle eccezioni a questa regola.

L’imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama adelphos il padre di suo genero, Severo. Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino, viene chiamata sua sorella e moglie. A volte, poi, il termine adelphos viene utilizzato con intento elogiativo, indipendentemente dai rapporti di parentela: per es. Caligola chiama Tiberio, figlio di Druso e di sua zia Livilla, per

discendenza cugino, per affetto fratello.

Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito (o moglie). Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.

Nelle lingue ebraica ed aramaica, che sono lessicamente molto più povere del greco, manca un termine specifico per esprimere il concetto di cugino o cugina, per cui molto spesso si ricorre alla parola fratello (in ebraico ah; in aramaico aha ) o sorella (in ebraico hôt; in aramaico ahot ). Solo per i parenti del fratello del padre l’ebraico dispone di termini più brevi. Il fratello del padre viene indicato con la parola dôd. Suo figlio, ovvero il nipote per parte di padre, può essere chiamato ben-dôd e sua figlia bat-dôd. Per indicare il figlio o la figlia della sorella del padre bisogna ricorrere a complicate circonlocuzioni, che diventano ancora più complesse dovendo parlare dei parenti del fratello o della sorella della madre, mancando termini adeguati per esprimere questo rapporto di parentela.

Per evitare lunghi giri di parole, nel testo masoretico, ovvero nell Antico Testamento ebraico, è attestato un uso molto ampio della parola fratello/sorella. I termini ah ed aha (fratello), ovvero hôt e ahot (sorella), vengono adoperati per indicare i rapporti di parentela più vari:  Fratello, ovvero figlio degli stessi genitori (es. Caino e Abele): Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore . Poi partorì ancora suo fratello Abele. (Gen 4, 12

Fratellastro, ovvero figlio dello stesso padre ma di madre diversa (es. i figli di Giacobbe, avuti da quattro mogli diverse): Giuseppe all età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. (Gen 37, 2) Si noti che Giuseppe, essendo figlio di Rachele, aveva come fratello effettivo solo Beniamino.

Parente, cugino, o comunque membro del clan familiare:Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli (… ). (Gen 13, 8) (Abramo chiama fratello il nipote Lot, figlio di suo fratello).

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122) (i figli di Kis, fratello di Eleazaro, sono i cugini in primo grado delle figlie di Eleazaro)

Membri della stessa tribù del popolo di Israele: Il Signore parlò a Mosé: Questo riguarda i leviti: da venticinque anni in su il levita entrerà a formare la squadra per il servizio nella tenda del convegno. Dall età di cinquant “anni si ritirerà dalla squadra del servizio e non servirà più. Aiuterà i suoi fratelli nella tenda del convegno sorvegliando ciò che è affidato alla loro custodia; ma non farà più servizio. Così farai per i leviti, per quel che riguarda i loro uffici. (Nm 8, 2326)

Amico o alleato:

Perché son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Gionata, per la tua morte sento dolore, l’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! (2Sam 1, 2526)

(Davide si rivolge qui a Gionata, figlio di Saul, con il quale non ha legami di parentela). 

Collega, ovvero persona che svolge un medesimo incarico o è investito di una medesima autorità: Si legarono sacchi ai fianchi e corde sulla testa, quindi si presentarono al re d Israele e dissero:

Il tuo servo Ben-Hadad dice: Su, lasciami in vita! . Quegli domandò: E ancora vivo? Egli è mio fratello! . (1Re 20, 32) (Acab, re d Israele, parla di Ben-Hadad, re di Aram)

Prossimo, ovvero persona verso la quale si hanno degli obblighi morali: Ognuno si guardi dal suo amico,non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna il fratello,e ogni amico va sprgendo calunnie (Ger 9, 3).

 

Compagno di fede: In quel tempo diedi quest ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui (Dt 1, 16).

In tutti questi casi, la traduzione in greco detta dei Settanta , realizzata tra il III ed il I sec. a.C., comprendente il testo masoretico ed altri scritti, chiamati deuterocanonici, adopera il termine

adelphos. Anche gli scritti del Nuovo Testamento furono redatti in un greco ellenistico ricco di semitismi e in essi la parola adelphos è caratterizzata dalla stessa ampiezza di significati che caratterizza il termine

ebraico/aramaico che sta per fratello nel testo masoretico. Vediamo alcuni esempi della polisemia della parola adelphos nel Nuovo Testamento: Fratello in senso stretto (figlio degli stessi genitori):

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò (Mt 4, 20)

Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Mt 27, 56) (Giacomo maggiore e Giovanni, apostoli, erano figli di Zebedeo e di Salome).

Fratellastro (un solo genitore in comune):

Nell anno decimoquinto dell impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell Itumea e della traconitide

( ) (Lc 3, 1) Erode Antipa e Filippo erano entrambi figli di Erode il Grande, ma avevano madri diverse: Maltace e Cleopatra di Gerusalemme.

Parente o cugino: Il caso specifico si riferisce proprio ai presunti fratelli di Gesù, come verrà dimostrato in seguito. Per ora soprassediamo.

Discepolo di Gesù:  Ma voi non fatevi chiamare rabbì , perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli  (Mt23, 8)

 

Compagno di fede, credente:La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen. (Gal 6, 18) Se ne può concludere che l uso della parola adelphos nei Vangeli, nonostante il significato

etimologico del termine, non indichi necessariamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori, ma venga utilizzato in accezione più ampia, fino a definire vari gradi di parentela o di comunanza

spirituale.

Il termine anepsiòs, che nel greco classico significa effettivamente cugino, nei testi ellenistici di origine semitica viene utilizzato per indicare una parentela piuttosto remota, di grado non ben

definibile, comportante spesso anche una distanza geografica: Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: Figlio ottimo di un uomom ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli! (Tb 9, 6)

Gabael e Tobi erano parenti alla lontana ed abitavano molto distanti: il primo a Ninive (Mesopotamia), il secondo a Ecbatana (Media). Il grado di parentela non è chiaro, poiché, in Tb 7,

2, Gabael chiama Tobi mio fratello.

Nel Nuovo Testamento, il termine è utilizzato solo in Col 4, 10 per indicare la lontana parentela tra Marco e Barnaba. Essi sono distanti anche geograficamente, dato che il primo abita a Gerusalemme

ed il secondo è originario di Cipro. Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto. (Col 4, 10)

Nel caso dei fratelli di Gesù , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe adoperato il termine anepsioi. Infatti, nell unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado, il greco biblico usa proprio il termine adelphos: Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

Risultato: Giuseppe non è un fratello carnale di Gesù.

Allora, chi era questa Maria, madre di Giuseppe e Giacomo?? Sempre il pastore scrive: Chi era mai questa Maria di Cleopa?

Ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25]. Era la sorella di Maria.

Secondo le usanze del tempo, Maria di Cleopa potrebbe significare «Maria moglie di Cleopa», o «figlia di Cleopa», nel nostro caso era moglie di Cleofa.

Continuiamo ancora la lettura, ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25].

In Mt 27, 5556 leggiamo: “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo”

 

Nel gruppo delle donne c’è una Maria madre di Giacomo e di Giuseppe. Ma non è Maria madre di Gesù, altrimenti l’evangelista ce lo avrebbe detto. Quindi, evidentemente, è un’altra Maria. Pertanto anche dal Vangelo di Matteo si evince che neppure Giuseppe, come del resto Giacomo, può essere un fratello carnale di Gesù.

Eliminati due nomi, restano gli altri due: Giuda e Simone. La Bibbia non dice nulla della loro famiglia ma, il solo fatto che siano nominati insieme ai primi due fa ritenere che si tratti, anche in questo caso, di parenti di Gesù. Questa ipotesi è confermata da uno scrittore del secondo secolo, Egesippo. Una conferma biblica come abbiamo visto, l’abbiamo leggendo le lettere di Giacomo e di Giuda. Nessuno dei due, nella presentazione, afferma di essere fratello di Gesù ma entrambi si dichiarano «servi di Cristo». Addirittura Giuda si presenta soltanto come «fratello di Giacomo» pur sapendo che una fratellanza carnale con Gesù avrebbe dato sicuramente maggior autorità al suo scritto oltre ad identificarlo con maggior sicurezza.

Allora rileggiamo il brano dal quale siamo partiti alla luce della convinzione scritturale che né Giacomo né Giuseppe possono essere fratelli carnali di Gesù ma semplicemente dei parenti.

 I protestanti e gli esegeti storico-critici identificano i fratelli di Gesù con suoi fratelli carnali sulla

base delle seguenti considerazioni:

La parola greca adelphòs, derivando dal termine delphus che significa utero, indica il fratello carnale, figlio della stessa madre. Non esistono esempi, né presso gli scrittori classici, né presso gli autori ebrei che hanno scritto in greco, né nello stesso Nuovo Testamento, di documenti che attestino l’uso di adelphos nel significato di cugino. Se gli evangelisti avessero voluto intendere con tale termine i cugini di Gesù, avrebbero adoperato il termine anepsios, utilizzato, per esempio, in Col 4, 10:

Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.

Secondo la testimonianza di Mt 1, 25, Giuseppe non ebbe rapporti sessuali con Maria fino alla nascita del figlio , il che ne esclude la perpetua verginità.

In Lc 2, 7, l’evangelista riferisce che Maria diede alla luce il suo figlio primogenito. Se Gesù fosse stato figlio unico, anziché il termine primogenito avrebbe adoperato il termine

unigenito .

Se i fratelli di Gesù fossero stati veramente cugini, perché vengono elencati per nome assieme alla madre di Gesù in Mt 13, 5556 ed in Mc 6, 34? Allo stesso modo, l’antitesi fratelli contro discepoli osservanti riportata in Mt 12, 4650, Mc 3, 3134 e Lc 8, 1921

perderebbe la sua forza, se Gesù stesse parlando dei suoi cugini. (fin qui i protestanti)

Queste affermazioni sono facilmente confutabili, secondo quanto esposto qui di seguito.

Nei testi di ambiente greco classico, la parola adelphos indica effettivamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori. Il concetto di fratello couterino insito nell etimologia del termine viene tuttavia ampliato ed esteso ai figli di uno stesso genitore, compreso il padre. Adelphos può quindi indicare il fratello in senso stretto, oppure il fratellastro.

Non mancano delle eccezioni a questa regola.

L’imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama adelphos il padre di suo genero, Severo.

Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino, viene chiamata sua sorella e moglie .

A volte, poi, il termine adelphos viene utilizzato con intento elogiativo, indipendentemente dai rapporti di parentela: per es. Caligola chiama Tiberio, figlio di Druso e di sua zia Livilla, per discendenza cugino, per affetto fratello.

Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito (o moglie).

Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.

Nelle lingue ebraica ed aramaica, che sono lessicamente molto più povere del greco, manca un termine specifico per esprimere il concetto di cugino o cugina, per cui molto spesso si ricorre alla parola fratello (in ebraico ah; in aramaico aha ) o sorella (in ebraico hôt; in aramaico ahot ).

Solo per i parenti del fratello del padre l’ebraico dispone di termini più brevi. Il fratello del padre viene indicato con la parola dôd. Suo figlio, ovvero il nipote per parte di padre, può essere chiamato ben-dôd e sua figlia bat-dôd.

Per indicare il figlio o la figlia della sorella del padre bisogna ricorrere a complicate circonlocuzioni, che diventano ancora più complesse dovendo parlare dei parenti del fratello o della sorella della madre, mancando termini adeguati per esprimere questo rapporto di parentela.

Per evitare lunghi giri di parole, nel testo masoretico, ovvero nell Antico Testamento ebraico, è attestato un uso molto ampio della parola fratello/sorella.

I termini ah ed aha (fratello), ovvero hôt e ahot (sorella), vengono adoperati per indicare i rapporti di parentela più vari: 

Fratello, ovvero figlio degli stessi genitori (es. Caino e Abele):

Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore . Poi partorì ancora suo fratello Abele. (Gen 4, 12)

 

Fratellastro, ovvero figlio dello stesso padre ma di madre diversa (es. i figli di Giacobbe, avuti da quattro mogli diverse): Giuseppe all età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. (Gen 37, 2)

Si noti che Giuseppe, essendo figlio di Rachele, aveva come fratello effettivo solo Beniamino.

Parente, cugino, o comunque membro del clan familiare: Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi

siamo fratelli (… ). (Gen 13, 8)

(Abramo chiama fratello il nipote Lot, figlio di suo fratello).

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

(i figli di Kis, fratello di Eleazaro, sono i cugini in primo grado delle figlie di Eleazaro) Membri della stessa tribù del popolo di Israele:

Il Signore parlò a Mosé: Questo riguarda i leviti: da venticinque anni in su il levita entrerà a formare la squadra per il servizio nella tenda del convegno. Dall età di cinquant anni si ritirerà dalla squadra del servizio e non servirà più. Aiuterà i suoi fratelli nella tenda del convegno sorvegliando ciò che è affidato alla loro custodia; ma non farà più servizio. Così farai per i leviti,  per quel che riguarda i loro uffici. (Nm 8, 2326)

Amico o alleato:

Perché son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Gionata, per la tua morte sento dolore, l angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! (2Sam 1, 2526)

(Davide si rivolge qui a Gionata, figlio di Saul, con il quale non ha legami di parentela).

 

Collega, ovvero persona che svolge un medesimo incarico o è investito di una medesima autorità:

Si legarono sacchi ai fianchi e corde sulla testa, quindi si presentarono al re d Israele e dissero: Il tuo servo Ben-Hadad dice: Su, lasciami in vita! . Quegli domandò: E ancora vivo? Egli è mio fratello! . (1Re 20, 32)

(Acab, re d Israele, parla di Ben-Hadad, re di Aram)

Prossimo, ovvero persona verso la quale si hanno degli obblighi morali: Ognuno si guardi dal suo amico,non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna il fratello,e ogni amico va sprgendo calunnie (Ger 9, 3).

 

Compagno di fede:

In quel tempo diedi quest ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui

(Dt 1, 16).

In tutti questi casi, la traduzione in greco detta dei Settanta , realizzata tra il III ed il I sec. a.C.,

comprendente il testo masoretico ed altri scritti, chiamati deuterocanonici, adopera il termine

adelphos.

Anche gli scritti del Nuovo Testamento furono redatti in un greco ellenistico ricco di semitismi e in   essi la parola adelphos è caratterizzata dalla stessa ampiezza di significati che caratterizza il termine ebraico/aramaico che sta per fratello nel testo masoretico.

Vediamo alcuni esempi della polisemia della parola adelphos nel Nuovo Testamento: Fratello in senso stretto (figlio degli stessi genitori):

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò (Mt 4, 20) Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Mt 27, 56) (Giacomo maggiore e Giovanni, apostoli, erano figli di Zebedeo e di Salome).

Fratellastro (un solo genitore in comune):

Nell anno decimoquinto dell impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della

Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell Itumea e della traconitide

( ) (Lc 3, 1)

Erode Antipa e Filippo erano entrambi figli di Erode il Grande, ma avevano madri diverse: Maltace

e Cleopatra di Gerusalemme.

Parente o cugino:

Il caso specifico si riferisce proprio ai presunti fratelli di Gesù, come verrà dimostrato in seguito.

Per ora soprassediamo.

Discepolo di Gesù:

 Ma voi non fatevi chiamare rabbì , perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli

 (Mt23, 8)

 Compagno di fede, credente:

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen. (Gal 6, 18)

Se ne può concludere che l uso della parola adelphos nei Vangeli, nonostante il significato etimologico del termine, non indichi necessariamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori, ma venga utilizzato in accezione più ampia, fino a definire vari gradi di parentela o di comunanza spirituale.

Il termine anepsiòs, che nel greco classico significa effettivamente cugino, nei testi ellenistici di origine semitica viene utilizzato per indicare una parentela piuttosto remota, di grado non ben definibile, comportante spesso anche una distanza geografica:

Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: Figlio ottimo di un uomom ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli! (Tb 9, 6)

Gabael e Tobi erano parenti alla lontana ed abitavano molto distanti: il primo a Ninive (Mesopotamia), il secondo a Ecbatana (Media). Il grado di parentela non è chiaro, poiché, in Tb 7, 2, Gabael chiama Tobi mio fratello .

Nel Nuovo Testamento, il termine è utilizzato solo in Col 4, 10 per indicare la lontana parentela tra Marco e Barnaba. Essi sono distanti anche geograficamente, dato che il primo abita a Gerusalemme ed il secondo è originario di Cipro.

Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto. (Col 4, 10)

Nel caso dei fratelli di Gesù , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe adoperato il termine anepsioi.

Infatti, nell’unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado, il greco biblico usa proprio il termine adelphos:

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

 

CHI ERANO I FRATELLI DEL SIGNORE?

 

Uno dei quattro nomi, forse il più citato, attribuito ai presunti fratelli di Cristo è Giacomo, fratello di Gesù, è figlio di Alfeo (Mt 10,3), in ogni caso lui stesso scrive “…servo di Dio e del Signore Gesù Cristo…”. Citiamo in questa prima parte solo alcuni versetti che ci fanno capire come usavano il termine “fratello/i” gli ebrei, nelle pagine successive verranno citati numerosi altri versetti.
Giacomo secondo la Chiesa cattolica quindi è un parente di Gesù, e fu capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la dispersione degli Apostoli (At 12,17; 15,13; 21,18), oltretutto Giacomo comincia la sua lettera scrivendo:

“Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù disperse nel mondo, salute”.

Giuda detto anche lui fratello di Gesù (Mt 6,3) così comincia la sua lettera: “Giuda servo di Cristo, fratello di Giacomo” anche lui quindi è parente di Gesù. Ma se fosse stato fratello uterino di Gesù, indicherebbe il fratello maggiore e non Giacomo. Infatti se Gesù è il primogenito di Maria –come inteso dai protestanti-, sarebbe lui il fratello maggiore, non Giacomo. Giuda però indica Giacomo come suo fratello, è questo un altro indizio.

Se l’appellativo di Giacomo riferito a Giuda fosse relativo al fratello, come affermano alcuni  esegeti, sarebbe stato esplicitato con l’aggiunta fratello di , come in tutti i casi in cui, nei Vangeli, l’identificazione di qualcuno si basa sull’identità del fratello. L’uso del genitivo, invece, indica  sempre un legame di paternità.

Simone lo Zelota non è mai indicato come Simone di Alfeo, come sarebbe lecito aspettarsi.

Inoltre, nei testi evangelici, non viene fornita alcuna indicazione di paternità comune o dello status  di fratelli tra Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota.

Nel Vangelo di Marco, spunta sorprendentemente una parentela inaspettata:

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: Seguimi . Egli,  alzatosi, lo seguì. (Mc 2, 14)

Questo Levi, altri non è che Matteo, l’evangelista, che così riferisce in merito alla sua chiamata:

Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse:  Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì. (Mt 9, 9)

Matteo Levi e Giacomo sono entrambi figli di Alfeo, quindi sono fratelli.

Dato che non figura nessun Matteo tra i quattro fratelli di Gesù, se ne può quindi dedurre che Giacomo apostolo, figlio di Alfeo e Giacomo il minore, figlio di Cleofa, chiamato fratello del Signore, sono due persone diverse.

Dell’altra coppia di fratelli di Gesù, cioè Simone e Giuda, i Vangeli ci dicono assai poco, a parte i  nomi.

Del solo Giuda ci è rimasta l’omonima lettera nel Nuovo Testamento.

L’autore si identifica con Giuda fratello di Giacomo e non con l’apostolo Giuda Taddeo.

Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo, agli eletti che vivono nell amore di Dio Padre e  sono stati preservati per Gesù Cristo (Gd vers. 1)

Giuda fratello di Giacomo si riferisce agli apostoli come se si trattasse di un gruppo al quale non  appartiene: 

“Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro  Gesù Cristo. Essi vi dicevano: Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno  secondo le loro empie passioni.” (Gd vers. 1718)

Il Giacomo a cui si riferisce Giuda è assai probabilmente Giacomo fratello del Signore, allora  capo della Chiesa di Gerusalemme.

Se il termine fratello è qui da considerarsi in senso letterale, come fratello di sangue, allora i  quattro fratelli di Gesù (Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda) sono tutti figli dell altra Maria e di Cleofa e sono cugini di primo grado di Gesù.

Ricordiamo che Alfeo era fratello di s. Giuseppe, e Cleofa era marito di Maria Heli, sorella maggiore di Maria madre di Gesù.

Maria rimasta vedova era andata ad abitare assieme alla sorella Maria Heli, quindi Gesù e i suoi cugini di primo grado vivevano nella stessa casa. Di questo ne da conferma anche la beata Anna Caterina Emmerick nelle sue visioni sull’infanzia di Gesù.

A sostegno di questa ipotesi vi è la testimonianza di Eusebio di Cesarea, che usa come fonte Egesippo.

Egli riferisce che Simone fratello di Gesù fu il successore di Giacomo alla guida della comunità giudaico-cristiana di Gerusalemme ed era anche lui figlio di Klopa (= Cleofa):

Fu cugino (anepsiòs), come dicono (verbo femì), del Salvatore, infatti Egesippo ricorda che Clopa fu fratello di Giuseppe. (Storia Ecclesiastica 3,11,2)

Dopo il martirio di Giacomo Il Giusto (62 d.C.):

“Simone, il figlio dello zio del Signore, Klopa, fu nominato vescovo successore. Tutti lo proposero

come secondo vescovo poiché era cugino (anepsiòs) del Signore”. (Storia Ecclesiastica 4, 22, 4)

La presenza, tra gli scritti canonici del Nuovo Testamento, di due lettere non attribuite a qualcuno  dei dodici apostoli, ma a parenti di Gesù appartenenti alla prima comunità cristiana, mostra la forte  influenza che i fratelli di Gesù ebbero sulla Chiesa nascente.

 «Da dove vengono a costui queste cose? Che sapienza è mai questa che gli è stata data? E come mai si compiono tali potenti opere per mano sua? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Iose, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi?»

[Marco 6:23].

 In realtà questo brano e altri simili non provano assolutamente nulla. Solitamente, nel linguaggio biblico, quando si vuole identificare in maniera certa un fratello carnale si dice che è figlio di sua madre. Ad esempio in Giudici, 8,18 si legge:

 

«Poi disse a Zebach e a Zalmunna: «Come erano gli uomini che avete uccisi al Tabor?». Quelli risposero: «Erano come te; ognuno di loro aveva l’aspetto di un figlio di re». Egli riprese: «Erano miei fratelli, figli di mia madre»

 

In questo caso Gedeone specifica che la parola fratelli significa proprio fratelli carnali e non semplicemente parenti e lo fa usando la ripetizione «figli di mia madre».

 

Quindi il testo stesso precisa che si tratta di fratelli carnali, ma non si limita ad usare solo la semplice parola “fratello”, aggiunge, come usano sempre fare gli ebrei, “figli di mia madre”.

 

Nei Vangeli nessuno viene definito fratello di Gesù, figlio di sua madre. Solo Gesù è detto figlio di Maria (cf. Marco 6, 3) e quest’ultima è detta solo e sempre madre di Gesù, e non di altri

 (cf. Giovanni 2, 1; 19, 25; Atti 1, 14).

 Questa quindi è già una prova scritturale inconfutabile.

 “E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” E’ chiaro che quel “fra noi” dà l’idea di persone che abitano nella stessa contrada, quartiere, località di chi sta parlando.

 

Si capisce che si tratta di parentela larga, di conoscenti più intimi o di paesani. 

Si dovrebbe fare l’analisi logica di ogni singola frase, non perdendo mai di vista i termini linguistici usati all’epoca, si dovrebbe, ma spesso non si fa.

 

Ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25]. Era la sorella di Maria.

 

Secondo le usanze del tempo, Maria di Cleopa potrebbe significare «Maria moglie di Cleopa», o «figlia di Cleopa», nel nostro caso era moglie di Cleofa.

 

 “Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: ‘Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?’. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? » (Lc 24,13 e seg).

 

Ecco come si chiamava uno dei due discepoli (l’unico del quale ci viene riferito il nome) che andavano ad Emmaus? Cleopa, proprio quel nome che secondo alcuni protestanti sarebbe «tipicamente femminile».

 

La conferma la troviamo nella traduzione di Gianfranco Nolli –dizionario– che alla voce Klopà dice: complemento di specificazione; nome sostant proprio di pers; genit sing m; dal greco: di origine illustre. La «m» grassettata sta per «maschile»

 

Ricapitolando: sul luogo della croce ci sono tre donne di nome Maria. Una è la madre di Gesù, un’altra è Maria di Magdala e la terza è Maria madre di Giacomo e Giuseppe. Sappiamo che  quest’ultima è probabilmente sposata (o figlia) con un uomo (!) di nome Cleopa (Clopa), dato che abbiamo improvvisamente scoperto che Cleopa è un nome maschile.

 

Salvatore Incardona

Pubblicato in Esegesi
   

Mons. Luigi Negri


   

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