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Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   

Che significa 2 Corinzi 5, 21? Gesù si è davvero fatto peccato?

Vediamo anzitutto il testo … 

(TESTO GRECO) τὸν µὴ γνόντα ἁµαρτίαν ὑπὲρ ἡµῶν ἁµαρτίαν ἐποίησεν,

ἵνα ἡµεῖς γενώµεθα δικαιοσύνη θεοῦ ἐν αὐτῷ.

(Nova Vulgata ) Eum, qui non noverat peccatum, pro nobis peccatum fecit, ut nos efficeremur iustitia Dei in ipso.

(CEI 1974) 2Corinzi 5,21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato (letteralmente : lo fece amartia ) in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

(CEI 2008) Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

 

Va notato che il termine greco amartia non significa, nella S. Scrittura, solo peccato ma significa anche sacrificio per il peccato come si può vedere in Lev. 4,21 . 5,912 (cfr. Zorell “ Lexicon …” Ed. Pont. Ist. Bib., Roma 1990, col. 74) perciò ci pare evidente che il testo in questione afferma che Cristo è stato fatto sacrificio per il peccato e non precisamente peccato infatti Cristo è venuto per togliere il peccato; Cristo non ha peccato ed è venuto a togliere il peccato con il sacrificio della sua vita.

questa spiegazione che appare luminosa e perfetta fu data già da s. Agostino in due suoi discorsi il discorso 152

CLICCA QUI  e l’omelia 41  CLICCA QUI 

 

Nella Bibbia di Gerusalemme, in nota, nel commento alla edizione con il testo CEI del 2008, si afferma che questa spiegazione da noi presentata è possibile perché la stessa parola ebraica hattat come il corrispondente termine greco amartia può avere 2 sensi : peccato e sacrificio per il peccato.

 

Don Tullio Rotondo 

Pubblicato in Esegesi
Lunedì, 11 Gennaio 2016 00:00

Il trionfo dell'esegesi (PARTE 10)

Il trionfo dell’Esegesi

Tutti i Padri sono stati degli esegeti, è stato scritto molto felicemente, forse ciò è particolarmente vero dei secoli quarto e quinto.
Didimo il Cieco (313395), a cui Attanasio aveva affidato la direzione della scuola catechetica di Alessandria, non soltanto è anche lui autore di un’opera Contro i manichei e di uno scritto Sullo Spirito Santo di cui non resta che la traduzione latina di Girolamo. Egli commenta in particolare la Genesi, Giobbe, i Salmi, il Vangelo di San Giovanni, numerose lettere di San Paolo e le epistole cattoliche. Didimo ha come contemporaneo Diodoro, il quale fonda ad Antiochia un monastero dove vengono a formarsi Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopupsuestia. Autore di un’opera immensa della quale oggi non resta nient’altro che titoli, egli aveva commentato quasi tutta la Bibbia ed esposto i suoi principi esegetici in un’opera intitolata Sulla differenza tra teoria e allegoria. L’allegoria oblitera il senso letterale nel nome di un al di là del testo, mentre la teoria si basa sulla lettera per decifrare in essa un senso spirituale. Vescovo di Tarso a partire dal 378, egli difende la fede dei suoi fedeli contro i pericoli dell’astrologia pagana, nel suo Contro gli astronomi, gli astrologi e il destino. Il suo discepolo Teodoro di Mopsuestia sarà, come lui, accusato di aver favorito la diffusione del nestorianesimo distinguendo eccessivamente, nel Cristo, la persona del figlio di Dio e quella del figlio di Davide.
 
Giovanni Crisostomo, altro grande discepolo di Diodoro, aveva seguito anche lui i corsi del pagano Libanio, il più celebre dei retori di Costantinopoli. Tutta la sua vita porterà il segno di questa formazione brillante che gli permette di diventare il predicatore più fecondo dell’antichità, con Origene ed Agostino. Non dice egli un giorno: «La mia predicazione mi guarisce; non appena apro la bocca per predicare, ogni stanchezza è vinta» (Omelia dopo il terremoto)? Le sue omelie partono spesso dal testo biblico: sessantasette sulla Genesi, sei sulla sola visione di Isaia, ottantotto sul Vangelo di Giovanni, trentadue sulla lettura di San Paolo ai Romani. Egli spiega il testo nei particolari e ne trae le applicazioni necessarie per la vita dei suoi uditori. Questa predicazione è un appello a continuare: «Che cosa vi chiedo? Che nel primo giorno della settimana, oppure durante il sabato, rileggiate spesso, sedendo nelle vostre case, quella parte del Vangelo che vi sarà letta durante l’odierno discorso, prendendo ciascuno in mano il suo Vangelo, e meditiate e riflettiate su quelle parole e annotiate ciò che vi sembra chiaro e ciò che vi sembra oscuro […]. Non sarà piccolo il profitto che da questo studio ne verrà a voi e a noi» (Omelie sul Vangelo di Giovanni, discorso 11).
 
Lavoratore accanito, Giovanni è un predicatore della gioia, appassionato di San Paolo: «quando ascolto con attenzione la lettura delle epistole del beato Paolo, io salto di gioia, preso dal piacere di udire questa tromba spirituale. Ho per lui un immenso affetto, che fa sì che io non smetterei mai di leggere i suoi scritti» (Prefazione alle lettere di San Paolo). Egli vi trova materia di riflessione per tutti gli ambiti della vita sociale. Ad un padre benestante: «vuoi lasciarlo veramente ricco? Insegnagli a essere virtuoso […]. Così, per i figli a cui non è stato impartito una retta educazione, la povertà è preferibile alla ricchezza» (Omelia 9 sulla prima lettera a Timoteo).
     Ai cristiani che non sanno decidersi a dare: «gli infedeli cominceranno a credere in Dio se ci vedranno pieni di carità per ogni uomo» (Prefazione alla lettera ai Filippesi). Ai responsabili di altre persone: «se per gli altri tu sei causa della loro perdita, subirai le pene più grandi di quelle subite da coloro che tu hai fatto cadere nel peccato» (Omelia 25 sulla lettera ai Romani).
     Le più grandi riflessioni teologiche sono vicine alle scene della vita quotidiana. Così, questa descrizione del sacerdote chiamato al capezzale di un moribondo: «è più temuto della febbre stessa e agli occhi dei parenti dell’ammalato fa più paura della morte in persona. La venuta del sacerdote, prova di vita eterna, passa per segno della morte!» (Ai futuri battezzati I, 1). La forza d’animo di certi pagani gli ispira amare constatazioni: «io provo vergogna per il fatto che i pagani si comportano con tanta saggezza, mentre noi non ci comportiamo come dovremmo. Coloro che non sanno niente della resurrezione, si comportano come se non ne avessero sentito parlare; coloro invece chene sono a conoscenza, agiscono come se non ne sapessero nulla» (Omelie sul Vangelo di Giovanni, discorso 62). Il rilassamento dei costumi e la cupidigia scatenano la sua verve: «come stupirsi se uomini di vita e desiderosi della gloria della moltitudine che fanno tutto per le ricchezze compiono simili errori, quando quelli che professano di essere lontani da queste cose non si comportano meglio di loro?» (Il Sacerdozio, Città Nuova, Roma 1980, III,13,282).
 
    Egli studia e commenta tutti i Sacramenti, in particolare quello dell’Eucaristia. Compone un trattato sul sacerdozio il quale mostra come siano numerosi gli uomini di fede che, in un primo tempo, fanno di tutto per evitare di essere ordinati. Attività multiforme che gli permette di realizzare una teologia del lavoro destinato ad essere spesso ripresa nella storia della Chiesa: «ma non capite che, se l’ape supera gli altri in dignità, non è perché lavora, ma perché lavora per gli altri?».
 
 
 
                                                
Pubblicato in Storia della Teologia

Testi magisteriali o di organismi della Curia romana che trattano della esegesi biblica.

UN IMPORTANTE DOCUMENTO DI BENEDETTO XVI SULLA PAROLA DI DIO

http://www.vatican.va/…/hf_ben-xvi_exh_20100930_verbum…

www.vatican.va
Perché la nostra gioia sia perfetta [2]Dalla «Dei Verbum» al Sinodo sulla Parola di Dio [3]Il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio [4]Il Prologo del Vangelo di Giovanni come guida [5]     
 
Importante enciclica papale, di Pio XII, sugli studi biblici

http://www.vatican.va/…/hf_p-xii_enc_30091943_divino…
Pubblicato in Bibbia
   

Mons. Luigi Negri


   

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