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Mercoledì, 08 Gennaio 2014 19:12

Medioevo arretrato? Leggenda o realta?

Secorari Pregiudizi sul Medioevo

SECOLARI  PREGIUDIZI  SUL MEDIOEVO
dal sito http://www.mondoanticoetempimoderni.it
( a cura del prof. Antonio Passiatore* )

Il termine «Medioevo» è un termine improprio, di connotazione negativa, che vorrebbe interpretare questo periodo di un millennio (dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente alla scoperta dell’America) come un’epoca «oscura» tra la «luminosità» della civiltà antica e di quella moderna umanistico — rinascimentale.
In realtà la storia non fa salti, quindi il Medioevo rappresenta un crogiolo in cui la Chiesa, raccogliendo l’eredità classica e quella delle varie culture europee, le illumina con la luce della fede cristiana. E», tuttavia, necessario insistere sul fatto che, alla luce delle ricerche, in un periodo così lungo è esistita una varietà di culture, che si sono affermate in tempi diversi.

Certo il Medioevo Mediterraneo si distingue profondamente dal Medioevo Celtico, anche se intercorrevano rapporti culturali tra i due mondi, tanto che monaci irlandesi sono venuti a predicare e a fondare monasteri fino in Val Padana e in Toscana, mentre i monaci benedettini, camminando da Subiaco a nord, sono arrivati fino in Scozia; nondimeno la cultura, la lingua, la civiltà del Medioevo Celtico si differenziano notevolmente dalla cultura delle nostre zone.

Tra i popoli baltici e quelli della Finlandia, invece, il Medioevo si afferma quando nelle nostre regioni sta declinando; infatti i primi castelli vengono eretti in Finlandia nel XIII secolo.
Anche in Italia, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.c.), per un lungo periodo convivono il Medioevo Occidentale (nato da elementi della civiltà romana, a cui subentrano i Longobardi) e Medioevo Orientale (Bizantini con sede a Ravenna), coesistono monaci di lingua greca e monaci di lingua latina e, per un certo tempo, monaci irlandesi (Bobbio è stata fondata da un monaco irlandese). Si è verificato, dunque, un fenomeno di inculturazione, dove i monaci, i santi hanno assunto quanto c’era di valido in ogni singola cultura, rielaborandolo alla luce del Vangelo. Sono nati i popoli, che in seguito hanno dato origine a quelle nazioni, i cui antichi confini risalgono al Medioevo: ancora oggi il confine che separa i Croati cattolici, che scrivono in alfabeto latino dai Serbi ortodossi, che scrivono in alfabeto cirillico, coincide, con ottima approssimazione, col confine esistente tra Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente all’epoca di Teodosio.

Dalle ceneri della civiltà romana il Medioevo ha raccolto particolarmente il mito imperiale di un’autorità universale che riesce a mettere insieme le diversità nell’armonia. Mentre, infatti, i cristiani dei primi secoli avevano fustigato severamente l’Impero romano, nel momento in cui Roma cade ad opera dei Visigoti, S. Agostino scrive pagine commosse sul fatto che con Roma crolla il sogno di una società, dove il diritto era uguale per tutti e la pace era garantita, per lasciare il posto al caos, alla guerra di tutti contro tutti. Non solo i cristiani raccolgono questo sogno di universalità , ma i monaci, Benedettini soprattutto, conservano e trasmettono i testi e le opere degli autori classici, che l’Umanesimo si vanta di scoprire. Per l’esattezza, inoltre, si deve parlare di «universalismo» medioevale, ma non nel senso odierno di globalizzazione, perché, se esiste un fondo di valori comuni (fede, lingua), esiste anche una varietà di culture locali, su cui la Chiesa ha operato con un colossale lavoro di mediazione culturale, durato per secoli, in modo da cogliere quanto di buono e di specifico appariva in ogni cultura.

Innovazioni tecnologiche, bonificazioni, utilizzo e organizzazione delle risorse agro — pastorali intorno alle grandi abbazie hanno dato alle nostre terre un volto ben diverso da quello che siamo soliti immaginare per 1′ «oscuro Medioevo». Gli ordini monastici, infatti, sono stati i migliori contadini dell’epoca antica e quelli che meglio hanno dissodato il terreno, ben diversamente da quanto appare nel noto film «Il nome della rosa» tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco.

Allo stesso modo sono molte le deformazioni e le derisioni riguardo alla cavalleria, soprattutto perché la nostra mentalità non riesce a concepire la forza armata posta al servizio della verità e non dipendente da alcuna autorità politica; ma questo è l’ideale che ci indicano i documenti del tempo (vedi il trattatello di S.Bernardo da Chiaravalle » De laude novae militiae: l’elogio della nuova milizia»), anche se non tutti i cavalieri vi hanno mantenuto fede.
Quanto poi alla produzione letteraria e artistica basterebbe citare l’opera di Dante Alighieri o le splendide cattedrali romaniche e gotiche, che richiedevano il lavoro di diverse generazioni di artigiani, per nutrire qualche dubbio sul Medioevo come epoca di barbarie. Ormai gli studi hanno ricostruito la verità storica, ma persiste ancora la «leggenda nera» sul Medioevo; nata all’epoca della Riforma protestante, quando tutto quanto era cattolico e romano s’identificava con l’anticristo, è rafforzata dagli enciclopedisti dell’Illuminismo, che l’hanno teorizzata lucidamente per distruggere l’autorità precedente, il cristianesimo e la differenziazione dei ceti («Écrasez l’infàme»: schiacciate l’infame, cioè la Chiesa, è una frase del tollerante Voltaire!). La leggenda viene ereditata e trasmessa successivamente come cultura di stato per la formazione del cittadino sia in epoca risorgimentale, di marca liberal — massonica, sia dai totalitarismi del nostro secolo (Fascismo, Nazismo e Comunismo) fino ai giorni nostri. Rimane ancora molto ricco di fascino il Medioevo del folclore, che viene riprodotto spesso in feste o gare locali (è nato in Piemonte un campionato nazionale di scherma medioevale) e che imperversa nei giochi di ruolo, nei fumetti, nel cinema. Perché tanto fascino? Forse perché, come afferma Franco Cardini, nonostante tutto, ancora oggi un cavaliere è più bello di un bancario o di un banchiere

E», dunque, il bisogno di bellezza, di eroismo, di valori forti che il Medioevo del mito evoca dentro di noi in un momento storico come il nostro, in cui la cultura ha apostatato da tutti i valori. Abbiamo bisogno di inventarci un luogo storico, dove certe esperienze diventano possibili; è un tessuto di simboli, che hanno un profondo radicamento religioso, del quale l’uomo, malgrado tutto, non può fare a meno.
In conclusione possiamo dire che esistono:

a) un Medioevo della storia;

b) un Medioevo dell’immaginario o della «leggenda nera» che fa di quest’epoca la «fogna» della storia, a cui viene ingiustamente attribuito ogni misfatto o     barbarie;

c) un Medioevo del folclore tuttora vivo e ricco di manifestazioni in Italia e nel mondo.

Un medioevo Creativo

Proviamo ora semplicemente ad elencare una elementare serie di elementi dovuti alla “creatività medievale”:
Il medioevo ha “scoperto” come usare il cavallo per i lavori nei campi (unico aiuto per i contadini per quasi 1000 anni, cioè fino all’invenzione delle macchine!)

  • Ha inventato i bottoni;

  • Ha inventato la forchetta;

  • Ha inventato gli occhiali;

  • Ha inventato il “comune”;

  • Ha inventato le banche;

  • Ha inventato le cambiali, le assicurazioni, la “partita doppia”, gli assegni, le accomandite;

  • Ha inventato l’Europa dei popoli;

  • Ha inventato le università;

  • Ha inventato il libro ( prima c’erano i «volumi», i rotoli!)

  • Amava la letteratura gioiosa, briosa, goliardica, che inneggiava alla vita in tutte le sue forme;

  • Ha inventato la cavalleria, l’amor cortese, lo stilnovo;

  • Amava la poesia, la musica e la danza

  • Ama le immagini ed i colori (pensate alle miniature ed ai libri illustrati! Alle vetrate delle chiese!);

  • La pittura medievale è viva, ama i colori vivaci, decisi;

  • Ha costruito castelli e cattedrali che sfidano i secoli e che sono sopravvissuti a guerre, bombardamenti, terremoti ed ogni altra forma di distruzione umana o della natura;

  • Uomini del medioevo erano Giotto, Dante, Boccaccio, ma anche Lorenzo il Magnifico e lo stesso Leonardo da Vinci …

  • …e se i pazienti monaci del «barbaro, incolto e rozzo Medioevo» non avessero ricopiato e conservato, per mille anni, nelle loro biblioteche, i testi antichi … che cosa avrebbero riscoperto i «colti, civili, eleganti (tanto attenti ad evitare il volgo!)» umanisti?

   (* docente di  Lingua e letteratura Italiana e Storia)


Il medioevo
(  a cura del prof. Antonio Passatore*  )

L’umanesimo prima e l’illuminismo poi, definirono “medioevo” l’età compresa tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la scoperta dell’America.
Ancora oggi questo termine comporta, nel nome stesso, un giudizio di negatività: esso sta ad indicare, nella mentalità comune, un’epoca di oscurantismo compresa tra due grandi civiltà, quella romana e quella rinascimentale.
Questo giudizio, ancora oggi abituale (diciamo “medievale” per indicare qualcosa di vecchio, di retrogrado, di barbaro, di incivile, qualcosa di generato dall’ignoranza ecc.), è assolutamente falso nella forma e nella sostanza.

1) E» sbagliato nella forma :
a) perché le epoche storiche non possono essere giudicate ma studiate e conosciute;
b) è inoltre assurdo racchiudere in un unico giudizio più di mille anni di storia.

2) È sbagliato nella sostanza:
a) perché dal medioevo è scaturita l’Europa contemporanea;
b) perché sempre più gli studi dimostrano che quella medievale e stata una grande civiltà;
c) perché nel medioevo hanno operato artisti come Giotto, Cimabue, … filosofi come Cassiodoro, Agostino, Tommaso D’Aquino, … letterati come Dante, Petrarca, Boccaccio; lo stesso Leonardo da Vinci vive e opera nel medioevo, benché alla fine.


Proviamo dunque a segmentare, a spezzare in più parti  quei mille anni di storia ed a capire il perché di questo enorme errore storico.
Abbiamo detto che l’impero romano d’occidente cessa di esistere nel 476 d.C..
Che cosa accade nei 100 anni seguenti?
L’Europa viene abbandonata a se stessa, in balìa dei vari popoli barbarici che arrivano dall’Oriente; in Italia, goti e bizantini, si contendono la penisola portando morte e distruzione; intorno alla metà del 500 questa è invasa dai longobardi, popolazione rozza e feroce che odia i romani e i cristiani: narra Paolo Diacono che i longobardi partirono dalla Pannonia il giorno dopo la Pasqua, che in quell’anno, il 568, secondo il calcolo, era caduto il primo aprile, con Alboino c’era un gran numero di alleati: Svevi, Ostrogoti del Norico, Gepidi, Sarmati, Bulgari, Turingi, Avari, e circa ventimila Sassoni tributari dei Franchi; dietro seguivano donne, bambini, vecchi, (circa centomila) con i carri e con tutte le masserizie e una mandria di bestiame con 30 mila capi di bovini, 10 mila maiali, 10 mila fra pecore e capre.

Quelli che seguirono furono forse gli anni più duri della storia italiana.
I Longobardi posero la loro capitale a Pavia e governarono buona parte dell’Italia, anche se parte dell’Italia meridionale era sottoposta ai bizantini e intorno a Roma cresceva sempre di più il potere del Papa e si andava costituendo quello che sarebbe diventato lo stato pontificio. Per questo periodo è molto difficile tracciare i confini di un dominio: una città, un villaggio, un ponte, cambiano di dominazione da un giorno all’altro, più volte nello stesso anno; non c’è un sistema di leggi perché la legge cambia man mano che cambiano i padroni; non esiste una cultura perché non ha senso imparare null’altro che non sia l’arte di sopravvivere. Tuttavia, più gli anni passano, più le usanze, i costumi, le lingue, le leggi si mescolano e la convivenza diventa possibile. Durante il 700 l’Europa è governata da una miriade di piccoli o grandi signori che si alleano tra di loro o si fanno la guerra, a seconda delle circostanze; e che affermano di riconoscere l’autorità di questo o di quell’altro re o Papa o imperatore a secondo della propria convenienza: tuttavia delle parvenze di stati iniziano a sorgere.
L’opera viene completata quando, la notte di Natale dell’anno 800 d.C., Carlo Magno, re dei Franchi, è incoronato imperatore dal Papa: nasce così il sacro romano impero.
Esso costituisce la rinascita di una autorità centrale capace di farsi rispettare da molti, se non da tutti. Costituisce anche la nascita della civiltà feudale caratterizzata da  una economia di sussistenza, dalla centralità del castello e della corte,  dall’affidamento di quasi tutti i poteri da parte dell’imperatore ai propri feudatari (principi e baroni, Duchi, conti, cavalieri ecc.), dal ripristino di una qualche forma di legalità e di sicurezza,
dalla ripresa, sia pur lenta, degli spostamenti e dei traffici dalla nascita di quelle figure leggendarie che furono i cavalieri medievali.

Buona parte di questi risultati lo si dovette alla Chiesa Cattolica in generale e ai monaci di San Benedetto in particolare.

San benedetto da Norcia, era un non nobile di stirpe latina, che, sconvolto per le guerre e le violenze della sua epoca (siamo tra il 480 ed il 547 d.C.), aveva deciso di diventare monaco e si era ritirato in una grotta a Subiaco, dove viveva da eremita. Scoperto casualmente il suo eremo, la sua fama di santità si diffuse e molti fedeli gli chiedevano di essere aiutati a servire bene il Signore. Alla fine Benedetto cedette e impose, a chi voleva seguirlo, il rispetto della regola che volgarmente e tradizionalmente viene sintetizzata in quel famoso “ora et labora”, a cui va aggiunto anche “stude”. San Benedetto infatti era convinto che bisognasse servire il Signore con il corpo (lavorando), con la mente (studiando) e con lo spirito (pregando). Ben presto i monasteri di San benedetto si moltiplicarono in tutta Europa e alle loro porte bussavano sia Latini che barbari, sia nobili che contadini: una delle regole era che quando qualcuno decideva di entrare in monastero, cambiava nome ad indicare che a nessuno importava ciò che era stato in precedenza, re o assassino, ciò che contava, era quello che si desiderava fare da allora in poi ed il rispetto della regola.

Con il loro lavoro gratuito, cioè senza attesa di guadagno, i monasteri benedettini divennero centri di produzione e sottrassero ai boschi e alle paludi grandi quantità di territorio che in quegli anni di abbandono ne erano state soprafatte.

Ben presto i monasteri, cominciarono ad essere edificati con mura possenti come quelle dei castelli, e divennero, perciò, valido rifugio per le popolazioni circostanti durante le incursioni barbariche. Inoltre, mentre tutti intorno regnava la violenza e la guerra, nei monasteri, come forma di adorazione di Dio, si ricopiavano a mano tutte le antiche opere dei classici latini, salvando così dalla distruzione secoli di civiltà e di cultura.
Ricapitolando dunque, i monasteri benedettini:
- furono centri di produzione;
- costituiranno un rifugio per le popolazioni;
- educarono al rispetto della regola;
- diedero dignità al lavoro manuale;
- conservarono la cultura;
- insegnarono il rispetto per l’altro e il perdono;
- insegnarono la convivenza e la collaborazione a etnie e a popoli che spesso si odiavano.
Da qui rinacque l’Europa, per questo motivo San Benedetto è considerato patrono d’Europa.

Più in generale la Chiesa Cattolica, dovette farsi carico della difesa dei deboli e molto spesso, non potendolo fare con le armi, lo fece cercando di convincere gli aggressori a maggiore giustizia, a maggiore equità, a maggiore gentilezza.
L’esempio più emblematico di questa azione della Chiesa, fu quanto essa fece con la cavalleria. Questa originariamente era una realtà violenta e sanguinaria, costituita da figli cadetti di famiglie nobili, senza alcuna eredità, che andavano alla ventura per procurarsi gloria e potere. Piano piano la Chiesa riuscì a trasformarla in uno strumento per la difesa dei deboli, della verità e della giustizia.
Poiché i re barbari non sapevano amministrare e organizzare le città e i popoli, molti ecclesiastici entrarono al loro servizio ed in questo modo riuscirono ad influenzare le loro decisioni, cosicché l’Europa divenne via via sempre meno violenta e meglio organizzata.
Sono questi i motivi per cui oggi possiamo definire la civiltà medievale una grande civiltà costituita, dopo uno scontro iniziale, dall’incontro della civiltà romana con quella germanico barbarica, saldate insieme dalla cultura cristiano cattolica, al punto che si potè parlare, a proposito della civiltà medievale, di «Res pubblica catholica».
Proprio l’odio, per il cristianesimo in generale ed il cattolicesimo in particolare, da parte dell’illuminismo massonico, è il motivo per cui tante menzogne sono state inventate a proposito del medioevo.

Il sacro romano impero non durò a lungo, le lotte fra i discendenti ed eredi di Carlo Magno, unite alle ribellioni dei feudatari, ne decretarono la distruzione.
Durante il 900 l’Europa fu sottoposta a tre nuove invasioni barbariche: quella dei turchi, quella degli ungari, e quella dei vichinghi o normanni.
Queste nuove invasioni convinsero i feudatari germanici a confederarsi e  ad eleggere un nuovo imperatore, Ottone I di Baviera; nasce così il sacro romano impero di nazionalità germanica, che, di fatto, durerà sino al 1918, cioè fino alla fine della prima guerra mondiale. Con questa nuova struttura statale giungiamo all’anno mille, al risveglio dell’Europa, all’era delle crociate, alla ripresa dei commerci, a Marco Polo, alla ripresa delle letterature europee, alla nascita della borghesia e della civiltà comunale. di Salvatore Incardona Google Plus

    ( * docente di Lingua e letteratura italiana e Storia)

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
Domenica, 15 Dicembre 2013 17:54

Luce della cultura medievale

Scritto da Giacomo SAMEK LODOVICI   

Il Medioevo fu un potente diffusore di cultura, inventò l’università, animò un dibattito vivace, conseguendo sia l’unificazione, sia l’autonomia dei saperi. Fiducioso nella verità, ha lasciato frutti inestimabili.

 
Medioevo nemico della cultura? Falso, come cerchiamo in breve di mostrare.

1. Il Medioevo è stato un potente diffusore di cultura, perché il Concilio Lateranense II (1179) aveva formulato l’obbligo ad ogni chiesa di avere una scuola. A scuola vanno anche i fanciulli e i poveri: Sugero, abate di Saint Denis, che resse la Francia quando Luigi II combatté la II crociata, era figlio di servi; Maurizio di Sully, arcivescovo parigino che fece costruire Notre Dame, era figlio di un mendicante; S. Pier Damiani, che divenne cardinale ed era consigliere di Gregorio VII, era stato un guardiano di porci; l’uomo più colto del suo tempo, Gerberto d’Aurillac, era stato un pastore e divenne papa Silvestro II; papa Urbano VI era figlio di un calzolaio; Gregorio VII, uno dei più grandi pontefici della storia della Chiesa, era figlio di un capraio.

2. Il Medioevo inoltre inventa l’università, che è l’insieme delle persone, docenti e studenti, che collaborano nella ricerca comune, rigorosa e scientifica, della verità, una ricerca che dal 1200 è autonoma dallo Stato e libera da obblighi verso il potere centrale.

3. Inoltre, bisogna sfatare l’idea di una cultura omologata. È vero che sussiste una generale, non totale, condivisione su alcuni temi, come l’esistenza di Dio o la vocazione dell’uomo alla comunione con Dio stesso, tuttavia la cultura medievale è estremamente vivace e connotata da un accentuato pluralismo di idee e concezioni, che si esprime in una molteplicità di scuole e correnti di pensiero, che si fronteggiano in un dibattito molto animato. Basta ricordare la scuola di Chartres, quella dei Vittorini, quella francescana, quella domenicana, il movimento scotista e quello occamista, per menzionare solo alcuni dei più significativi.

4. Bisogna anche riconoscere che la cultura medievale ha avuto il merito di realizzare l’unificazione del sapere, organizzando le varie discipline intorno alla disciplina fondamentale, cioè la teologia. Ciò significava l’impossibilità, per esempio, che una scienza diventasse anarchica e assumesse come fine il solo proprio sviluppo. Non era cioè in linea di principio possibile che la scienza potesse progettare la clonazione, alcuni attuali aberranti interventi di manipolazione genetica, la fecondazione artificiale, ecc., perché ogni disciplina si conformava ad alcuni fondamentali criteri, ricevuti dalla teologia, dall’antropologia e dall’etica. Le discipline erano unificate dal fatto di avere uno scopo comune, la perfezione dell’uomo, al quale dovevano in definitiva insegnare l’arte di vivere moralmente bene (l’ars bene vivendi et moriendi), indirizzandolo verso la ricerca del bene e dell’amore a Dio e al prossimo. Questa unificazione del sapere, che dipendeva dal fine comune delle discipline, è stata soppiantata nel Rinascimento da una separazione: l’organismo unitario dei saperi si decompone e le discipline si rendono autonome l’una dall’altra (basta pensare, per es., alla scissione tra morale e politica enunciata da Machiavelli e più ancora, in seguito, da Montaigne), rinunciando alla precedente solidarietà reciproca che le caratterizzava; ad un’unificazione del sapere secondo un criterio gerarchico, si è poi successivamente sostituito il surrogato di un’unificazione enciclopedica e antigerarchica, quella illuminista, che organizza le conoscenze secondo il solo criterio alfabetico e dove, mancando una gerarchia, tutto deve essere saputo o, perlomeno, tutto è sullo stesso piano: al centro non c’è più l’uomo bensì l’accumulazione stessa del sapere, e la moltiplicazione delle informazioni atrofizza la capacità di riflettere.

5. Da quanto detto risulta già possibile dissipare l’idea che la cultura medievale sia stata soltanto una cultura teologica. È vero che in quest’epoca si sono raggiunti dei vertici teologici vertiginosi, ma vengono coltivate discipline come l’etica, l’antropologia, la politica, vengono coltivate le arti del trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia).

6. E il rifiuto dell’anarchismo delle discipline non comportava la negazione della loro autonomia. Per quanto riguarda la filosofia, per es., è errato citare Lutero, Calvino, Cartesio o gli illuministi come liberatori del pensiero filosofico dal giogo teologico. Se oggi esiste una filosofia come tale lo si deve al paziente lavoro dei filosofi medievali, che sono riusciti a definire un ambito in cui il pensiero fosse autonomo, e a rivendicare i diritti della ragione. Al contrario, saranno proprio Lutero e Calvino ad accusare i medievali di aver sacrificato la religione alla filosofia, ed è noto che il fideista Lutero rifiutava qualsiasi collaborazione tra la ragione e la fede, e considerava la ragione come prostituta del diavolo. Ma insieme alla filosofia tutte le discipline guadagnano nel medioevo una propria autonomia: ognuna ha il suo metodo, il suo oggetto, i suoi strumenti. Di più, già S. Agostino (In Genesim ad litteram, II, 9) possiede la consapevolezza che l’autorità della Rivelazione biblica concerne solo gli ambiti della fede e della morale, e non, per esempio, l’astronomia, la medicina, la fisica, ecc. Significativa l’affermazione di S. Alberto Magno: «quando i filosofi e S. Agostino sono in disaccordo in ciò che concerne la fede e i costumi, bisogna credere a S. Agostino. Ma se si trattasse di medicina io prenderei piuttosto Ippocrate o Galeno», cioè bisogna ascoltare gli specialisti competenti di ciascun ambito, piuttosto che la Rivelazione o i dottori della Chiesa.

7. Diversamente dalla nostra cultura relativista e scettica, la cultura medievale si nutriva di una profonda fiducia nella capacità della ragione di cogliere almeno alcuni aspetti della verità, di decifrare almeno in parte la realtà. Così ha prodotto dei frutti inestimabili, come le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio, di S. Agostino e di S. Tommaso, per citare solo le più significative. Anzi, a parere di chi scrive, in certi casi, come quelli della Divina Commedia o della Somma teologica, il valore di queste opere non è per ora mai stato eguagliato.
In conclusione: la fede cristiana stimola l’intelligenza e promuove cultura, perché la considera un bene inestimabile, frutto di quel meraviglioso strumento dato da Dio all’uomo che è la ragione. Un solo esempio per il nostro tempo: la Chiesa (cfr. l’enciclica Fides et ratio) è oggi l’unica istituzione che perora la filosofia come ricerca della verità.
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
Ètienne Gilson, La filosofia nel Medioevo, Firenze 1973, specialmente pp. 471482, 608611, 633635, 903913 (recentemente ristampato, Sansoni 2004).
Emanuele Samek Lodovici, Il gusto del sapere, “Universitas”, 4 (1993), pp. 1822.


Dossier: Grandezza del Medioevo Cristiano
 
IL TIMONE — N. 32ANNO VI — Aprile 2004 — pag. 4445

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
Domenica, 15 Dicembre 2013 17:50

Il segreto del Medioevo? Il primato di Dio

Scritto da Roberto BERETTA   

 
Libertà, laicità, divisione dei poteri: tutti valori che nel Medioevo erano presenti, nonostante i luoghi comuni. Lo ricorda il prof. Claudio Leonardi.

 
«Oggi tutti apprezzano Dante letto in pubblico, tutti vanno a visitare le città medievali, tutti sono innamorati dell’Umbria… Il Medioevo è diventato una moda? Non solo: è che quell’età ci assomiglia». Così Claudio Leonardi, già docente di storia della letteratura latina medievale all’università di Firenze, accende la luce sui «secoli bui».


Certo, professore, non siamo più ai tempi in cui una certa storiografia marxista ci aveva convinto che il Medioevo erano soltanto tempi cupi e crudeli. Ma la riscoperta sarà sincera?

«Il Medioevo è un periodo di gran moda soprattutto da quando Umberto Eco, col romanzo Il nome della rosa, ha contribuito alla sua fama. Ma il motivo di tanto interesse secondo me è più profondo: se è vero – come ritengo – che il mondo moderno è finito, non ci è più possibile rifarci come antecedente storico all’antichità classica, all’età greco-romana in cui la ragione (sotto forma di filosofia e diritto) aveva il massimo peso. Oggi l’epoca di riferimento è diventata il Medioevo, anche se non tutti ne sono coscienti».


In effetti l’«età di mezzo» sembra godere di un certo revival in vari settori: dal cinema (vedi le saghe alla Tolkien) alle grandi mostre (come quella curata dal famoso Le Goff a Parma). Ma è un Medioevo «vero», quello di cui ci si innamora, o non piuttosto un’immagine addomesticata?

«L’una e l’altra cosa, perché è difficile dire cosa sia il Medioevo. I film e i libri si rifanno a interpretazioni certamente parziali di quel periodo, alcune anche passeggere e superate come quella di Le Goff… Ma hanno comunque successo perché obbediscono a un’esigenza d’identificazione storica».


Il Medioevo è stato una stagione profondamente cristiana, oggi invece non è più così: com’è possibile dunque che i nostri contemporanei si identifichino con quella storia?

«Certo, nel Medioevo il cristianesimo ha avuto un ruolo principale e ha sviluppato con la filosofia scolastica un grandissimo pensiero; il secolo XIII di san Tommaso è stato come l’Atene dell’Occidente. Ma il Medioevo non fu solo confessionale. Il suo pregio fu di promuovere l’unione della ragione e della fede; era un tempo in cui – pur restando sotto il governo di Dio – gli uomini riconoscevano dei valori comuni. I cosiddetti “secoli bui” hanno rispettato la complessità dell’uomo, tra sentimenti, ragione e fede. E anche oggi la gente ha un gran bisogno di fede, magari non cristiana, ma di credere comunque in qualcosa; perché la ragione non soddisfa più».


Si dice spesso che un ritorno alla «società cristiana» del Medioevo è impossibile, anzi poco augurabile; anche perché il pericolo di cadere nella teocrazia, o nella clericocrazia – il «governo dei preti» – sarebbe dietro l’angolo. Che cosa ne pensa?

«Credo che non si possa mai tornare indietro, e dobbiamo essere ben coscienti che non siamo più in una società cristiana. Però il Medioevo fu epoca lunga, in cui le posizioni si sono modificate. Fino al Mille il rapporto tra Chiesa e Stato ha visto il potere politico – da Costantino agli imperatori svevi – assolutamente prevalente sugli ecclesiastici; è Costantino che convoca il primo concilio ecumenico, e lo stesso fa Carlo Magno. Tale sistema si rompe solo con papa Gregorio VII nel secolo XI, quando la Chiesa rifiuta di essere soggiogata dall’impero e conquista la sua libertà, facendo nascere contemporaneamente lo Stato laico. I regni che da allora in poi si formano lentamente in Francia, Inghilterra, Spagna governano solo nel loro ambito, senza più rivestirsi di pretese sacre. Ed è proprio san Tommaso che afferma (in un passo cui possiamo richiamarci anche ora): gli Stati si reggono con la ragione data da Dio e con le consuetudini, non con la fede».

Quali caratteristiche del Medioevo dovremmo dunque rimpiangere di più noi uomini del progresso, della scienza, del benessere?

«Rimpiangiamo il fatto che nella nostra vita sociale non c’è più alcun riferimento ai valori cristiani: cioè al primato di Dio e di conseguenza a quello dell’uomo. La forza della cristianità medievale consisteva nella libertà: nei secoli XI e XII infatti, in corrispondenza alla richiesta di libertà della Chiesa dallo Stato, è nata una coscienza sempre più profonda del valore supremo della persona. E la teologia ha accompagnato questa ricerca».


Sta dicendo che rischiamo di essere meno liberi che nel Medioevo?

«Noi usciamo da terribili dittature. Mai siamo stati così costretti socialmente quanto sotto il comunismo, il nazismo e il fascismo; nel Medioevo cose simili non si sono mai viste… Il feudalesimo, tanto denigrato dalla cultura marxista, era una divisione di poteri e qualcuno sostiene che fosse una forma più democratica di tanti governi moderni».


Il Medioevo è stato anche una fase in cui l’Occidente e la sua cultura furono al centro del mondo. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, una religione «forte» come l’islam potrebbe giocare un ruolo simile a quello rivestito allora dal cristianesimo?

«No. L’islam non dà libertà; checché se ne dica, infatti, il Dio islamico non è come il nostro: è un Dio che comanda il mondo e l’uomo, il quale deve solo obbedire e svolgere pratiche esterne: il ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca, eccetera… L’islam non possiede il concetto dell’amore divino, che libera la persona. Ecco: l’Occidente ha perso la fede cristiana, l’ha secolarizzata, tuttavia crede sempre in un uomo libero. E se la coscienza è libera di farsi domande, alla fine trova sempre Dio».


Dalle cattedrali gotiche ai Comuni, il Medioevo fu un’epoca di popolo che – ammettiamolo – ci fa un poco d’invidia; noi, così individualisti e/o massificati. Quale fu il suo segreto?

«Il segreto è sempre Dio. L’unità il Medioevo l’ha fatta riconoscendo in Dio un valore supremo, più grande degli uomini ma che li lascia liberi persino di bestemmiarlo. Questo crea la dimensione della comunità, che oggi non c’è più perché mancano i valori comuni.
Non basta infatti la presenza di interessi economici per fare un popolo; nel Medioevo l’unità aveva alla base il rispetto dell’unico Dio».
 
LUCI DEL MEDIOEVO
 
«Per Marco Tangheroni, la situazione di oggi è paragonabile a quella dell’alto Medio Evo: «Come allora, c’è tutto un mondo da ricostruire e da ricristianizzare. Viviamo la fine di una civiltà che 400 anni fa, con Il cosiddetto Rinascimento, 51 è cominciato a distruggere. Oggi, noi cristiani siamo, come i nostri fratelli dei tempi delle Invasioni barbariche, chiamati a costruire le cripte sulle quali forse domani altri costruiranno nuove cattedrali».
(intervista a Marco Tangheroni, in Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Oscar Mondadori, 2003, p. 353).
 
Dossier: Grandezza del Medioevo Cristiano
IL TIMONE — N. 32ANNO VI — Aprile 2004 — pag. 4243

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
   

Mons. Luigi Negri


   

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