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(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

La Chiesa da sempre fu intesa come Una.

La Chiesa cattolica crede che la Fede sia un dono gratuito di Dio nello Spirito Santo ma è anche ben consapevole di come la ragione non è contraria alla Fede e permette alla mente umana di scorgere la mano di Dio dietro la creazione e nel piano di salvezza preparato da Dio Padre a tutte le genti. 
Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina.
Ecco perché conoscere a fondo la storia del cristianesimo, supportata da tutte quelle scienze che negli ultimi 50 anni hanno fatto passi da gigante, non può che corroborare in noi la certezza di camminare sulla via che conduce a Cristo attraverso la Sua unica Chiesa da Egli stesso fondata.
Molti gruppi di origine protestante raccontano la «fiaba» che il cattolicesimo, con il riconoscimento di un unica chiesa cattolica, sia avvenuto sotto l’imperatore Costantino e segnatamente dopo il concilio di Nicea del 325.
La storia dei primi cristiani e le fonti in nostro possesso ci dimostrano come questo sia totalmente falso. Nello studio dello sviluppo del «credo» cristiano, quel simbolo della Fede che raccoglieva tutti i credenti sotto un unica divina ed apostolica dottrina, vengono alla luce documenti in cui in anni di molto antecedenti allo stesso concilio di Nicea, i credenti cristiani avevano la piena convinzione di essere parte di un unica Chiesa voluta da Cristo e tramandata dagli apostoli.
Per portare un esempio ecco una professione di Fede di Ippolito di Roma contenuta un uno suo scritto chiamato «apostoliké paradosis» (tradizione apostolica) scritta nel 215; al suo interno riporta nella forma più antica di interrogazione che è precedente a quella declamatoria:
Credi in Dio Padre onnipotente?
Credi in Cristo Gesù, Figlio di Dio, 
che è nato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine, 
e fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e morì e fu sepolto, e il terzo giorno risuscitò vivo dai morti, e ascese nei cieli e siede alla destra del Padre, verrà a giudicare i vivi e i morti?
Credi nello Spirito Santo e la santa Chiesa e la risurrezione della carne?

Possiamo vedere come sono già contenuti tutti i principali articoli come noi li recitiamo oggi, e siamo appena all’inizio del III secolo!
Viene confermata la certezza, perché è già parte della professione di Fede, che Maria fu e rimase Vergine, e si dichiara di credere in una sola e santa Chiesa cattolica.
Nei secoli futuri il «simbolo della Fede» in forma breve o più articolata porterà sempre con sé questi articoli definitivi che da alcuni antichi autori vengono attribuiti direttamente all’insegnamento apostolico.
Fa specie notare come in un antica opera scritta nel 160170 d.c. in Asia Minore nella versione etiopica scoperta da C. Schmidt, troviamo scritto che i 5 pani del miracolo raccontato in Mc. 6,39 vengono spiegati allegoricamente come simbolo di Fede di cinque articoli:
Nel Padre dominatore dell’universo
e in Gesù Cristo, Salvatore nostro
e nel Santo Spirito, paraclito
e nella santa Chiesa 
e nella remissione dei peccati.

Ecco come vi erano dei punti fermi, delle certezze da cui non ci si poteva allontanare. Molte eresie furono combattute fin dall’anno 100 contro chi asseriva il contrario di quello creduto in questi punti, inclusa la certezza che Cristo fondò una sola santa Chiesa cattolica ed apostolica.
Chi nega queste verità allo stesso modo nega il potere di giurisdizione della Chiesa di Roma, sopra tutte le altre Chiese sparse nel mondo, in virtù della personale elezione di Pietro in Cristo. A tal proposito vi è un antico documento, datato al 251 d.c. che tratta della confessione di Fede resa a Papa Cornelio da Massimo, Urbano e altri vescovi africani che erano ritornati dallo scisma di Novaziano e che Cornelio comunicò a Cipriano:

Lettera Quantum sollicitudinem ad Cyprianum anno 251:

«Noi sappiamo, che Cornelio eletto vescovo della santissima Chiesa cattolica da Dio onnipotente e da Cristo, Signore nostro, riconosciamo il nostro errore, siamo andati soggetti a una truffa; siamo stati circuiti con perfidia e verbosità ingannevoli; infatti anche se sembrava che avessimo avuto come una certa comunanza con gli scismatici e gli eretici, nondimeno il nostro cuore è rimasto sempre nella Chiesa; infatti non ignoriamo che c’è un solo Dio, che il solo Cristo è il Signore, che abbiamo pubblicamente riconosciuto, che uno solo è lo Spirito Santo, che uno solo deve essere il vescovo preposto nella Chiesa cattolica.»

Che testimonianza preziosa!!! nel 250 d.c. questi vescovi ben conoscevano che vi è una sola Chiesa e, badate bene, un solo Vescovo (il Papa) preposto alla guida nella Chiesa cattolica. Sapevano bene quello che gli evangelici oggi candidamente ignorano e con inganno vogliono traviare chi è più ignorante di loro facendo credere che la Chiesa è la comunità spirituale dei credenti. 
Come visibile fu Cristo incarnato, visibili furono gli apostoli da cui il Vangelo doveva procedere a tutte le genti, così visibile è la Chiesa. Come uno è il corpo di Cristo così uno è il Vangelo proclamato dagli Apostoli, e una è anche la Sua Chiesa che non può portare in sé alcuna macchia di divisioni se non quelle volute e perpetrate nei secoli da satana il divisore per eccellenza.

Pubblicato in Apologetica
Giovedì, 19 Giugno 2014 00:00

La Chiesa vive della Eucarestia

L’Eucaristia è un mistero della fede. Essa è il centro ed il vertice della storia della salvezza, il memoriale delle grandi opere di Dio.
Così si esprimeva s. Giovanni Crisostomo: “Inchiniamoci a Dio, senza contraddirgli, anche se ciò che Egli dice può sembrare contrario alla nostra ragione ed intelligenza; ma la sua Parola prevale sulla nostra ragione ed intelligenza. Comportiamoci così anche riguardo al mistero eucaristico, non considerando solo quello che cade sotto i nostri sensi, ma stando alle sue parole, perché la sua Parola non può ingannare”.
Tutti i sacramenti sono segni che rendono attuale il mistero salvifico di Cristo, ma nell’Eucaristia tale mistero raggiunge tutta la sua pienezza di efficacia di grazia. E’ nell’Eucaristia che il Verbo di Dio incarnato si dona al mondo ed è in essa che il cristiano aderisce al piano di redenzione attuato da Cristo ed ideato da Dio Padre.
Se tutti i sacramenti contengono una potenza salvifica conferita ad essi da Cristo, l’Eucaristia contiene Cristo stesso, nostra Pasqua e pane vivo, che mediante la sua carne, vivificata dallo Spirito e vivificante, dà la vita a tutti gli uomini. La Chiesa vede nell’Eucaristia “la norma di tutti i mezzi di santificazione”. 
     L’accettazione della Parola di salvezza può avvenire anche al di fuori della celebrazione eucaristica, ma ciò è possibile solo in virtù dell’evento che, nell’Eucaristia, attualizza l’unico sacrificio operato da Cristo Sacerdote una volta per sempre. Nel momento in cui Cristo si dona ai suoi nell’Eucaristia, la sua vita diventa la loro vita, il suo Spirito è anche il loro Spirito. Così scriveva s. Leone Magno: “La partecipazione al Corpo ed al sangue di Cristo non opera niente altro che la nostra trasformazione in ciò che riceviamo”. E’ per questo che l’Eucaristia è la fonte ed il culmine della vita della Chiesa. Senza la comunione eucaristica con il Cristo Signore non c’è piena comunione ecclesiale; senza la comunione ecclesiale non c’è vera comunione nell’Eucaristia. Ne consegue che senza Eucaristia non c’è Chiesa, la quale “vive dell’Eucaristia”.5
L’Eucaristia è il corpo di Cristo dato per gli uomini, è il sangue di Cristo sparso per gli uomini della Nuova Alleanza, per cui è il sacrificio della Nuova Alleanza essenzialmente unito alla croce.
    
     

In quanto Alleanza Nuova, essa fa riferimento a tutto il contesto biblico sacrificale dell’alleanza di Dio con gli uomini. Nell’antico Oriente i patti fra i singoli e fra i popoli venivano sanciti dopo aver sacrificato un animale, che poi veniva diviso in due parti, in mezzo alle quali passavano i contraenti. Costoro erigevano una lapide o piantavano un albero come testimonianza e memoriale dell’alleanza sancita. La Bibbia è storia di alleanze e di segni che rendono testimonianza del patto stipulato tra Dio e gli uomini: l’arcobaleno, la circoncisione, l’arca contenente le tavole della Legge e la tenda del convegno (o Tabernacolo).
In particolare, l’alleanza con Mosè è prefigurazione e preparazione della nuova, perfetta ed eterna alleanza destinata a cambiare il cuore degli uomini ed a rinnovare il patto del Sinai, sancito da Dio con Mosè per fare sì che Israele diventasse “suo popolo” ‚regno di sacerdoti e nazione santa.
Nella celebrazione del Giovedì Santo (In Coena Domini), il Canone Romano ricorda i tre sacrifici dell’Antico Testamento che sono figura ed anticipazione del sacrificio di Gesù sulla croce: il sacrificio di Abele il giusto, di Abramo nostro padre nella fede, di Melchisedech sommo sacerdote di Salem. Il sacrificio per eccellenza, collegabile a quello di Cristo, è l’agnello pasquale sacrificato e consumato durante un pasto prima che Israele lasciasse, in tutta fretta, l’Egitto oppressore e si incamminasse verso la Terra Promessa. L’agnello pasquale è figura della passione e del sacrificio di Cristo, servo di YHWH, il Signore Dio di Israele.
La morte di Cristo riprende e compie in modo perfetto il significato di tutti questi sacrifici biblici: la sua offerta sulla croce è il sacrificio perfetto della nuova Legge: infatti, Cristo è il sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, attua l’olocausto di Abramo, è il sacrificio espiatorio ed è l’agnello di espiazione. Nella croce di Cristo confluiscono i sacrifici e le alleanze dell’Antico Testamento: la morte in croce di Gesù è il vero ed unico sacrificio nella Nuova Alleanza, prefigurato ed illuminato dai sacrifici e dalle alleanze dell’antico popolo eletto.

L’Eucaristia, voluta e realizzata da Cristo in relazione e dipendenza dalla croce, acquista il suo pieno carattere sacrificale di liberazione. Come l’agnello pasquale liberò il popolo ebraico dalla morte e dalla schiavitù, consentendogli di attraversare in maniera prodigiosa il Mar delle Canne1 e di raggiungere le pendici del Sinai (dove Dio stabilì un nuovo patto con Mosè), così nell’Eucaristia un nuovo Agnello viene immolato, liberando col proprio sangue l’uomo dalla morte del peccato, permettendogli il passaggio alla nuova vita in un nuovo patto di amicizia con Dio.

 POTETE SCARICARE E LEGGERE L’INTERO DOCUMENTO CLICCANDO QUA

Pubblicato in Sana Dottrina

Quanto è importante il Vangelo di oggi per ogni cristiano. Come è chiaro in questi passi quanto la Chiesa di Dio sia una, e una sola, e quanto tutte le sette che hanno raccolto e raccolgono i secoli altro non siano che un inganno. Ecco che ben comprendiamo come sia stolto dire Cristo sì e la Chiesa no! Chi rifiuta la Chiesa rifiuta Cristo che quella Chiesa ha voluto come prolungamento della Sua opera di Salvezza nella storia fino alla consumazione dei secoli. Tenetelo sempre a mente, chi rifiuta la Chiesa rifiuta Cristo!

Ecco cosa ci dice il vangelo:

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,1931.

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.»

Colpisce da subito la Pace che il Signore Gesù rivolge ai suoi per ben tre volte. Essa è frutto della Resurrezione, come frutto è lo Spirito Santo che dal Risorto procede sugli Apostoli. Ecco il frutto della Pasqua : La Pace, e lo Spirito.
Gesù si mostra ai discepoli con le sue piaghe che sono il segno della Misericordia infinita di Dio, del suo amore infinito per l’uomo peccatore. Dopodiché ecco che dice delle parole molto importanti: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi!», cioè io mando la Chiesa, ed alitando su di loro dice :«Ricevete lo Spirito Santo, a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati.» Ecco il cuore della Misericordia di Dio, Gesù è venuto a salvare gli uomini dal male e dal peccato e lo fa proprio per mezzo dei suoi Apostoli che nella Chiesa offriranno a tutti i doni di quella Passione e Risurrezione. Lo fa per mezzo della sua Chiesa e nella sua Chiesa.

Questa è l’unica via che Gesù ha stabilito per l’uomo, Le parole di Cristo sono chiare ed inequivocabili. Lui è venuto sulla Terra in obbedienza e sottomissione al volere del Padre che lo ha inviato ed allo stesso modo, con la stessa autorità e potere, Egli manda la sua Chiesa nel mondo a portare la Pace e a rimettere nel Suo nome il peccato.
Allora tu fratello protestante, tu evangelico, tu testimone di Geova, tu cristiano che vuoi seguire Gesù e non riconosci la sua unica Chiesa, apri il tuo cuore alla Parola di Dio! pulisci i tuoi occhi dalle squame che ti rendono cieco e guarda la mirabile opera che Gesù ha operato nei suoi Apostoli.
È nel mistero di Dio che l’uomo passi anche attraverso il ministero ed il mistero della Chiesa per ottenere salvezza e remissione dei propri peccati. Gesù ha voluto la Chiesa e quindi non ci possiamo stoltamente darci il peccato da soli o come molti affermano «io chiedo perdono direttamente a Dio». Il Peccato non è solo una questione tra me e Dio ma riguarda anche gli altri in quanto è una ferita al Corpo della Chiesa che è uno solo, e quindi la riconciliazione passa attraverso la mediazione, il ministero della Chiesa.
In questi pochi passi crolla miseramente ogni teologia protestante, si schianta e perisce tristemente ogni pretesa di sequela di Cristo senza o fuori dalla Sua Chiesa. Essa non è possibile se si vuole rimanere nella Verità. Gesù stesso ci disse che Lui è la Via, la Verità la Vita; ecco allora che fuori dalla Verità si è su una falsa via e questa falsa via non porterà alla Vita bensì alla morte.
Quel potere di amore e di servizio, il Figlio li ha affidati alla Chiesa per la sua missione, che è quella di continuare l’opera di Cristo in ogni tempo e in ogni luogo, quell’opera che il Padre ha affidato al Figlio e che il Figlio affida alla Chiesa. E per quest’opera Gesù-Dio dona il Suo stesso Spirito, «alitò su di loro», affinché abbiano i suoi stessi doni, il suo stesso potere. In un altro brano del Vangelo Gesù disse :«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni.»
Ogni potere Egli ha ricevuto dal Padre e questo stesso potere per amore divino concede ai suoi apostoli affinché operino nel mondo secondo la sua volontà nel proclamare il Regno di Dio e nel mondare l’uomo dal peccato.

Il brano si conclude poi con un affermazione importante per capire che la Sola Scrittura è smentita dalla stessa scrittura che afferma:

«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.»

Ecco che da qui si può ben comprendere l’importanza della Tradizione, che ha conosciuto e conservato, e tramandato, anche quello che non fu scritto ma che sempre da Gesù proviene e che tanto quanto la sacra scrittura ci porta alla pienezza della Verità nelle cose di Dio.
Grazie allora Signore Gesù per averci donato la tua Chiesa, che lo Spirito Santo possa condurvi in essa sempre più uomini e donne in cerca del senso della vita. Sia lodato Gesù Cristo!

Pubblicato in Apologetica
Domenica, 27 Aprile 2014 00:00

Sulla decima e sul vangelo della prosperità

 
 
 
 
 
 
 
Non tutti sanno che nel variegato mondo pentecostale il vangelo della prosperità occupa una parte importante. Di cosa si tratta? È un portato della terza ondata pentecostale e prende il nome di Movimento della fedeNato negli Usa, come al solito, è arrivato in Italia e si sta molto diffondendo in Africa. Il motivo di questo successo non è difficile da comprendere visto che l’unico Dio adorato da costoro è il denaro. Il loro messaggio è sostanzialmente questo: “Se diventi cristiano Dio ti benedice. Essere benedetti da Dio vuol dire diventare ricchi, vivere una vita “abbondante” (significativamente, termini come questo ricorrono spesso fin nei nomi delle loro chiese) e senza malattie”. Un ottimo affare, insomma. La fregatura è che per diventare davvero cristiani bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 116 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 4144 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.
 
Come del resto denunciano molti protestanti di buona volontà. Prima di tutto bisogna però cercare di capire il grado di diffusione di questo “vangelo” in Italia. Sarebbe, infatti, un grandissimo errore ritenere che si tratti di qualcosa confinato alle chiese che esplicitamente si richiamano al Movimento della fede (e che secondo il Cesnur sono una decina, ma probabilmente ce ne sono anche di più). Infatti il successo è stato troppo grande per lasciare indifferenti le altre denominazioni. È stata fondata perfino una grande scuola internazionale chiamata Centro di formazione biblica Rhema che ha la sua filiale anche in Italia. Stando al sito, ci sarebbero nel mondo quasi trentamila diplomati Rhema che in seguito possono anche ricevere licenza e ordinazione ministeriale. È utile saperlo perché se un vostro parente o amico finisce in una chiesa che magari non è nella lista del Cesnur ma ha un pastore Rhema, potete capire subito che il vostro congiunto subirà un bombardamento continuo sul tema ricchezza. Come accennavo prima, queste indicazioni non devono alimentare una falsa sicurezza. Infatti il vangelo della prosperità, magari camuffato o rimodulato, è generalmente diffuso in molte chiese pentecostali.
 
 
 
Le Adi e la decima

 
Come abbiamo visto, quello della decima è un cardine del vangelo della prosperità. Ma cosa ne pensano le Adi in merito? Ufficialmente nulla, come sempre, ma sembra che la tendenza generale sia quella di imporla. Non a caso è uno degli argomenti di tutti i delusi che lasciano le Adi. Molte di queste testimonianze denunciano da parte delle chiese Adi una continua richiesta di soldi, con culti e prediche interamente dedicate all’argomento del “dare” (sempre alla chiesa, mai ai poveri). Alcune chiese Adi si spingono al punto di non concedere nemmeno l’anonimato, imponendo di compilare un foglio con nome, cognome e importo. Ovvero una modalità che sembra essere tipica delle chiese della prosperità vere e proprie, che dà al pastore un potere ancora più assoluto.
 
Quelle che ho riportato sono però testimonianze di fuoriusciti che, in quanto tali, potrebbero essere portati ad esagerare. Sarebbe ingiusto prendere le loro parole per oro colato, senza vagliarle, ma in effetti basta farsi un giro sul web per rendersi conto che dicono la verità. È tristemente famoso il video di Tommaso Grazioso, predicatore Adi e venditore di “risvegli”. Secondo lui, infatti, il primo passo del “risveglio” è la decima, senza la quale non c’è benedizione di Dio. Tanto che c’è addirittura la mistica del “sacchetto” che passa per la raccolta, in cui Dio ha nascosto il “risveglio”. Come vedete, i passi tipici del vangelo della prosperità ci sono tutti (Malachia, vedova al Tempio ecc..), solo che qui non si promette ricchezza materiale ma spirituale. E questo predicatore sembra che sia anche un pezzo grosso delle Adi. 

Inoltre, in un articolo di un periodico delle Adi tutto incentrato sulla decima di Malachia come diritto di Dio: si legge che chi non lo riconosce è un ladro e “difficilmente” (per usare un eufemismo) può ottenere la benedizione divina: infatti “la disobbedienza spalanca le porte della maledizione”. Nel sito di un’altra chiesa leggiamo, invece, che la decima era un obbligo della Legge, a cui il cristiano non è quindi più obbligato. Ma visto che la Grazia è “sovrabbondata”, se prima si dava la decima adesso si dovrebbe dare molto di più… per questo la chiesa, nella sua generosità, si accontenta della decima che però deve essere periodicamente accompagnata da una “bella offerta”. Per chi obbedisce è garantito un raddoppio dello stipendio (come sarebbe accaduto a questo John Wesley).
 
Anche in un altro sito Adi (ma non credo sia ufficiale) si ammette candidamente che la decima non è comandata per i cristiani, non presentando il Nuovo Testamento nessun “sistema legalistico” di questo tipo. Però – alla faccia della Sola Scriptura – le chiese la pretendono lo stesso come “minimo raccomandato”, anche se in molte la decima viene messa “eccessivamente in risalto”. Secondo questo sito, infatti, si tratta di un obbligo ma non di un imperativo categorico. Una decima potremmo dire “dal volto umano” che è lasciata alla coscienza del fedele e alle sue possibilità. Bisogna però mettere in evidenza come in teoria la decima resta comunque il “minimo raccomandato”, espressione che non si può comprendere davvero senza tenere conto del contesto. Infatti le chiese evangeliche sono spesso molto numerose, fino a contare centinaia – quando non migliaia – di persone. Questo pone forti problemi di ordine pratico, visto che la gestione di questi soldi non è per niente trasparente nonostante la grande entità degli introiti. Poniamo il caso di una chiesa con 500 fedeli, fingiamo che ognuno guadagni mille euro al mese. Questo vuol dire che nelle disponibilità del pastore entrano ogni mese 50mila euro. Una cifra da capogiro, e abbiamo giocato al ribasso calcolando una media di stipendio molto bassa. Le cose non cambiano di molto se pensiamo ad una chiesa più piccola, magari con 250 persone. In questo caso l’importo totale diventa di 25mila euro. Sono calcoli astratti, certo, ma rendono bene l’idea dell’insaziabile avidità denunciata dai fuoriusciti.
 
 
Considerazioni pratiche e teologiche

 

Indubbiamente, l’Antico Testamento presenta la ricchezza come una benedizione divina (basti pensare a Giacobbe e ad altri personaggi) ma certo non nei termini posti dal vangelo della prosperità. La ricchezza non è mai presentata come un indice preciso del grado di benedizione, l’accento è piuttosto sulla Provvidenza. Nel libro dei Proverbi si legge “non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?»” (Prov 30, 89). Quindi c’è anche un punto di vista critico della “pancia piena” come rischio di ingratitudine. Del resto non tutti i personaggi biblici eccellono in ricchezze come, per esempio, i profeti quali Giovanni Battista che viveva nel deserto (Mc 3, 4). Anche l’apostolo delle genti afferma di alternare povertà e ricchezza (Filippesi 4, 12), fino a definirsi sostanzialmente un povero (2Corinzi 6, 10) senza che questo volesse dire minimamente una minore benedizione da parte di Dio. Anche san Pietro non sembra farsi problemi del fatto di essere sprovvisto di oro e di argento (Atti 3,6) e nella parabola del ricco epulone (Lc 16, 1931) è il povero Lazzaro che si salva. Sempre san Paolo, infine, mette in guardia dall’avarizia (Ef. 5, 5) e da quelli che vogliono usare la religione come fonte di guadagno. Senza però per questo cadere nell’eccesso opposto, visto che Paolo non si sente certo imbarazzato quando è nell’abbondanza (Filippesi 4, 18) per il sostegno ricevuto, nè quando deve amministrarla (2 Co. 8, 1821).

 

Cosa dire invece del surrogato di questo “vangelo” presente nelle Adi? È significativo il fatto che pur sapendo che la decima non è un obbligo per il cristiano, la pretendono lo stesso) lo stesso (come noto, la Sola Scripturaè sempre per gli altri). Non a caso, i pochi passi citati sono tutti dell’Antico Testamento. Infatti Gesù e gli apostoli non hanno mai chiesto la decima, ma solo libere offerte. E libere per davvero, senza minacce o promesse di facili arricchimenti.  Senza nessun sistema legalistico ma secondo le possibilità e la coscienza di ciascuno (Atti 11,29; 2 Corinzi 9, 7). È vero che gli Atti presentano una comunità cristiana dove tutto è in comune (Atti 4, 34) ma è qualcosa che non ha il sapore della costrizione. Non è sistema imposto dall’alto ma il prodotto di un vivo senso di fraternità, anche perché aveva lo scopo di sostenere i bisognosi della comunità in modo che a nessuno mancasse il necessario. Tanto che Pietro fa notare ad Anania l’insensatezza del suo gesto proprio facendogli notare che la vendita dei suoi beni era stata una sua scelta, e che comunque il ricavato sarebbe rimasto sempre a sua disposizione (Atti 5, 16). 

Tutt’altro spirito da quello delle chiese evangeliche, quindi. Le quali, accusando ingiustamente la Chiesa di non fare abbastanza per i poveri, rischiano davvero di creare ulteriore povertà. Ovviamente ognuno può fare quello che vuol con i suoi soldi ed è normale che una chiesa chieda il sostegno dei propri fedeli, il problema sta però nel come lo si chiede – o meglio – si impone. Come abbiamo visto, nelle chiese in cui si pratica la decima devono girare molti soldi, ma che fine fanno?

 

Tommaso Grazioso dice, giustamente, che per il cristiano è importante il “dare”, ma stranamente a beneficiarne non sono mai i poveri. È significativo il fatto che siano praticamente esclusi tutti quei passi in cui si parla di carità per i poveri, esercitata in modo diretto e senza la mediazione di alcuno. Per intenderci, se piace molto la vedova che versa i suoi ultimi spiccioli al tesoro del Tempio lo stesso non si può dire per Zaccheo che dà la metà dei suoi beni ai poveri (Lc 19, 8) e per il giovane ricco a cui è chiesto di farsi un “tesoro in cielo” (Mt 10, 21) vendendo tutti i suoi beni per i poveri. Citare passi simili sarebbe controproducente per chi vuole far credere che compito primario del cristiano sia quello di svenarsi per la sua chiesa. Né è da credere che quella dei poveri sia la prima preoccupazione dei pastori, visto che loro stessi non ne parlano e nessuno sa precisamente come vengano spesi i soldi. E non è difficile immaginare il perché: se il fedele deve dare alla chiesa decima, offerte e primizie non gli si può chiedere di farsi anche “tesori in cielo”. La chiesa viene prima di tutto, gli esempi di generosità presentati come modello sono soltanto quelli utili allo scopo.

 
 
Conclusioni
 
 

Di fronte a tutto questo, fanno ancora più impressione quegli evangelici che accusano la Chiesa di essere ricca e avida. Avendo addirittura da ridire sulle offerte che si fanno talvolta per i sacramenti e per le messe di suffragio, quando queste sono veramente libere e – almeno teoricamente – non possono essere pretese. È vero che molti preti hanno il malcostume di imporre dei tariffari, ma siamo ben lontani dalla pretesa della decima mensile di tutte le entrate. Sia perché l’entità è infinitamente inferiore sia perché si tratta comunque di una contribuzione occasionale (battesimo, prima comunione e – di solito – il matrimonio si celebrano una volta sola nella vita). Però, mentre si viene tartassati e spogliati dal pastore di turno, ha senza dubbio una forte valenza psicologica convincersi che per i cattolici sia anche peggio perché nella Chiesa tutto sarebbe “a pagamento”. Questo quando essere cattolici è praticamente gratis, mentre in molte chiese (in realtà, come sembra dimostrare Butindaro, praticamente tutte) essere un buon evangelico vuol dire sostenere un importante impegno finanziario e con forti venature simoniache.

 

Pubblicato in Pentecostali
Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

I primati della Chiesa di Roma

I primati della Chiesa di Roma

tratto da una trasmissione di Radio Maria (serata sacerdotale) e pubblicato su Il Timone — n. 6 Marzo/Aprile 2000
di Giampaolo Barra

1. Se dobbiamo dare un titolo alla conversazione odierna potremmo utilizzare una sola parola: Roma. O meglio: i primati di Roma. Meglio ancora: i primati della Chiesa di Roma.
2. A chi, per grazia di Dio, ha il dono della fede, della vera fede, che è soltanto la fede cattolica, il nome Roma evoca una realtà importantissima, richiama alla mente verità fondamentali, inerenti la nostra fede e che ci distinguono da altri cristiani.
3. L’anno passato, in diverse conversazioni radiofoniche [pubblicate in volume dal titolo «Perché credere»], abbiamo trattato la figura, il ruolo, i compiti del Romano Pontefice e abbiamo esaminato le ragioni del Primato del Vescovo di Roma su tutti gli altri pastori della Chiesa.
4. Primato su tutta la Chiesa universale. Primato di giurisdizione, primato di governo, di onore e dignità.
5. Ora vedremo altri primati della Chiesa di Roma; primati significativi e utili per confermarci nella convinzione che Roma ricopre un ruolo fondamentale per la nostra fede cattolica.
6. Non per niente, anche taluni di coloro che si sono separati dalla vera Chiesa, dalla Chiesa di Roma, si considerano legati alla città eterna. Hanno sentito il bisogno di sottolineare una qualche loro relazione con Roma, per giustificare in qualche modo (modo che noi riteniamo sbagliato) la scelta di separarsi dalla Chiesa cattolica.
7. Ricordiamo, per fare un primo esempio, gli scismatici della Confessione greco ortodossa, i cosiddetti «Cristiani ortodossi», che fanno capo al Patriarca di Costantinopoli. Bene, essi considerano Costantinopoli come la seconda Roma, dopo quella dei Papi.
8. Pensiamo, per fare un secondo esempio, agli scismatici della Confessione ortodossa russa. Essi considerano Mosca, ove ha sede il Patriarca di tutte le Russie, come la terza Roma, dopo quella dei papi e quella di Costantinopoli.
9. Insomma, come si può ben vedere, siamo di fronte al tentativo di giustificare l’esistenza e la legittimità delle confessioni nate dal seno dell’unica Chiesa cattolica creando un ponte storico con la Chiesa madre, con la Chiesa di Roma. Un modo per dire che soltanto chi si richiama a Roma può vantare di essere la vera Chiesa di Cristo.
10. Noi siamo ben consapevoli che la vera Chiesa, la sola Chiesa edificata da Cristo sull’apostolo Pietro, e quella che fa capo al Vescovo di Roma e che i soli e autentici pastori nella Chiesa sono quelli in comunione con il Vescovo di Roma, con il Papa.
11. Solo a questi pastori noi dobbiamo obbedienza filiale, rispetto, considerazione. Dobbiamo certamente pregare per l’unità dei Cristiani, dobbiamo pregare perché questo riferirsi a Roma da parte di quanti hanno lasciato la Chiesa cattolica, questo attribuirsi i titoli di «seconda» e di «terza» Roma si traduca in un ritorno all’ovile, alla prima e unica Roma, alla sola Chiesa edificata da Cristo: la Chiesa cattolica, la Chiesa della «prima» Roma.
12. Veniamo, allora, ai primati della chiesa di Roma. Ci facciamo guidare da un bei libro della nota studiosa. Margherita Guarducci. Il libro si intitola «Il primato della Chiesa di Roma», è edito da Rusconi e lo si può trovare nelle librerie.
13. Questa studiosa è conosciuta in tutto il mondo perché ha identificato la più antica reliquia cristiana sicuramente autentica: vale a dire le ossa dell’Apostolo Pietro, nella Basilica Vaticana.
14. Esamineremo, in breve, i cinque primati della Chiesa di Roma. Sono «primati» perché si tratta di fatti che soltanto la Chiesa di Roma può vantare rispetto a tutte le Chiese esistenti nel mondo.
15. Abbiamo già accennato alle ossa di san Pietro, la più antica reliquia sicuramente autentica del mondo cristiano. Ma alla città eterna appartiene anche un secondo primato: quello della più antica basilica cristiana «ufficiale», la Basilica Lateranense.
Poi, a Roma appartiene un terzo primato: quello del più antico ritratto di Cristo; quindi un quarto primato: quello del più antico ritratto di Maria, la Madre di Gesù, e infine a Roma appartiene un quinto primato: quello della più antica statua cristiana.
17. Esaminiamo rapidamente questa serie impressionante di primati.
18. Cominciamo dal primo, dalle ossa di san Pietro nella Basilica Vaticana.
19. Si tratta di un dato di fondamentale importanza per la verità della fede cattolica, specialmente per quel che riguarda il primato di Pietro. Fino a qualche decennio orsono, una parte del mondo protestante negava che Pietro fosse mai stato a Roma e con ciò negava il Primato dei successori di Pietro, cioè dei vescovi di Roma.
20. Oggi, nessuno, salvo i Testimoni di Geova, nega più che Pietro sia stato effettivamente a Roma, che qui abbia subito il martirio sotto l’imperatore Nerone, nell’anno 64, o nel 67 stando ad alcuni studiosi. E dobbiamo questa unanimità di giudizio proprio a Margherita Guarducci.
21. La Chiesa di Roma possiede l’unica reliquia sicuramente dimostrabile di uno dei Dodici Apostoli, una reliquia di Pietro: le sue ossa. E significativo che l’unica reliquia al mondo sicuramente identifìcabile di un uomo santo che abbia conosciuto personalmente Gesù Cristo sia proprio quella di Pietro, del Principe degli Apostoli e che questa si trovi a Roma.
22. Ci sono reliquie attribuite ad altri Apostoli: reliquie di Andrea, di Giacomo e altre dello stesso Pietro. Ma in genere si tratta di brandelli di stoffa che sarebbero stati messi a contatto con le tombe di questi apostoli. Soltanto di Pietro possediamo vere reliquie.
23. Intanto, cominciamo con il dire che di nessuno degli Apostoli si conosce con certezza la tomba, se non per Pietro: nella Basilica Vaticana, a Roma.
24. Pietro venne a Roma per portarvi il Vangelo e qui morì martire. Il martirio avvenne nel Circo di Nerone, in Vaticano, dove Pietro fu crocifisso e poi seppellito. Teniamo presente che nessun’altra città del mondo ha mai preteso di possedere la tomba di Pietro: solo Roma vantava questa pretesa.
25. La tomba di Pietro è stata fin da subito venerata, l’imperatore Costantino vi fece costruire sopra la prima basilica in onore di Pietro. Si è sempre saputo, inoltre, da una lunga e tenace tradizione, che la tomba di Pietro si trovava sotto l’altare della Confessione, cioè sotto quello che è ancora oggi l’altare papale della Basilica Vaticana. Questo era quello che si sapeva per storia e per tradizione Ma le prove?
26. Per cercare la prova definitive si deve aspettare l’incoraggiamento di uno dei più grandi papi della storia della Chiesa, Pio XII, il quale volle che si intraprendessero degli scavi per la ricerca della tomba di Pietro.
27. La studiosa Margherita Guarducci giunse alla conclusione, rigorosamente scientifica, del ritrovamento delle ossa di san Pietro nell’anno 1953. Ma solo dieci anni dopo furono riconosciute come le reliquie dell’apostolo Pietro e nel 1965 questa scoperta fu pubblicata e resa di pubblico dominio.
28. Papa Paolo VI annunciò a mondo intero, il 28 giugno de 1968, il ritrovamento delle ossa dell’apostolo Pietro sotto l’altare della Confessione nella Basilica Vaticana.
29. Secondo Margherita Guarducci questa reliquia testimonia il primato spirituale della Chiesa di Roma nei confronti di tutte le chiese del mondo.
30. Veniamo ora, sempre breve mente, al secondo primato: si trova a Roma la più antica Basilica cristiana «ufficiale», la Basilica Lateranense.
31. Diciamo «ufficiale» perché s tratta della più antica Basilica cristiana riconosciuta come tale anche dall’autorità civile, dall’autorità politica. Anzi, si tratta d una Basilica costruita proprio dal l’autorità politica suprema del tempo, l’Imperatore Costantino.
32. Sappiamo che nei primissimi tempi di vita del Cristianesimo, il culto si teneva in casa, nella domus ecclesiae, nella chiesa domestica Solo più tardi, si sentì il bisogno di avere appositi edifici nei quali fedeli potevano radunarsi per celebrare il culto religioso e per manifestare più liberamente la loro religiosità.
33. Già nel III secolo, dunque in epoca antichissima, vi sono a Roma e altrove edifici adibiti al culto. La maggior parte di essi si trovava in Oriente, edificati da vescovi e da fedeli zelante utilizzati specialmente nei momenti di pace, quando cessava la persecuzione e passava il pericolo di radunarsi pubblicamente.
34. Ma la Basilica Lateranense ha un primato singolare: fu il primo edificio eretto per volere della somma autorità dell’epoca, per volere dell’Imperatore Costantino che si accollò tutte le spese dovute alla costruzione.
35. Fu costruita, molto probabilmente, come ex voto a Cristo Salvatore, subito dopo la vittoria contro Massenzio. Nella seconda metà del XII secolo la Basilica era ancora dedicata a Cristo Salvatore e solo più tardi assunse stabilmente il nome di San Giovanni, come la conosciamo oggi: San Giovanni in Laterano.
36. Fu dedicata, cioè inaugurata, il 9 novembre dell’anno 318. Ne risulta che la Basilica Lateranense è il primo edificio cristiano riconosciuto ufficialmente come tale; finalmente, ai cristiani veniva riconosciuto un luogo pubblico dove poter celebrare il culto religioso.
37. Veniamo al terzo primato della Chiesa di Roma: il più antico ritratto di Cristo. Parliamo di ritratto, cioè di una immagine di Gesù eseguita con lo scopo principale di renderne le sembianze, cioè, appunto, di farne un ritratto.
38. In verità, ci sono altre immagini di Cristo che precedono nel tempo quella di cui stiamo per parlare; ma si tratta sempre di immagini di Gesù accompagnato da altre figure, e perciò inserito in un contesto diciamo diverso. Non proprio un ritratto.
39. Invece, la più antica notizia di un ritratto di Cristo ci porta proprio a Roma. Non solo la notizia: anche il più antico ritratto conservato di Cristo ci porta a Roma.
40. Per quanto riguarda notizie sui ritratti di Cristo, sappiamo che verso la metà del secondo secolo, ai tempi di Papa Aniceto (155166) venne a Roma una eretica di nome Marcellina. Questi eretici, ci informa il grande Ireneo, vescovo di Lione, avevano immagini di Cristo e le onoravano. Questa è una notizia confermata anche da altri, tuttavia queste immagini non sono giunte fino a noi. Siamo fermi, quindi, alla «notizia» della esistenza di immagini.
41. Per quanto riguarda, invece, il ritratto di Cristo più antico materialmente giunto fino a noi, eseguito con l’intenzione di farne un ritratto, questo si trova, stando a Margherita Guarducci, nella catacomba di Commodilla, nel famoso e antico cimitero cristiano situato nei pressi della via Ostiense, a Roma.
42. Probabilmente risale agli anni 375380 dopo Cristo; è un ritratto antichissimo. Il più antico che si conosca, anche se nessuno può negare che a Roma ve ne fossero altri, ancora più antichi, che tuttavia non sono giunti fino a noi.
43. Veniamo ora al quarto primato della Chiesa di Roma: il più antico ritratto di Maria, della Madre di Gesù.
44. Per trovare il più antico ritratto di Maria finora conosciuto bisogna rimanere a Roma. Come abbiamo detto per il ritratto di Cristo, anche in questo caso non parliamo della prima immagine di Maria, ma proprio di un ritratto, cioè di una immagine eseguita con lo scopo di riprodurre i tratti caratteristici del personaggio rappresentato.
45. Una tradizione largamente diffusa sia in Oriente che in Occidente vuole che san Luca, il terzo evangelista, abbia avuto il privilegio di ritrarre dal vero le sembianze della Vergine Maria. Ma questa tradizione nasce solo nel VI secolo e va considerata una pia leggenda.
46. Certamente non è sbagliato pensare che esistessero immagini mariane in terre come l’Egitto, la Palestina e l’Asia Minore già nei primi secoli (IV secolo), ma nessuna di queste immagini ci è pervenuta.
47. La presenza di ritratti della Vergine si impone, quasi di forza, dopo l’anno 431, cioè dopo il Concilio di Efeso che proclamò solennemente la divina maternità di Maria, che proclamò Maria Madre di Dio ed è evidente che il culto di Maria e le immagini ricevettero da questo Concilio un forte impulso.
48. Margherita Guarducci spiega molto bene i complessi passaggi che hanno portato a Roma questa antichissima immagine. Io mi limito soltanto a invitare a leggere il bei libro che ha scritto «I primati della Chiesa di Roma».
49. Questa immagine si trova oggi nella Chiesa di Santa Francesca Romana. Essa è una copia di una immagine della Vergine venerata a Costantinopoli già dal quinto secolo, ma distrutta nel 1453, quando la città cadde nelle mani dei Turchi.
50. Gli studi della Guarducci hanno potuto dimostrare che una copia di questa antichissima immagine si trova a Roma e fu scoperta in modo casuale.
51. Alla vigilia dell’Anno Santo 1950, quando nelle Chiese di Roma furono sottoposte a restauro molte opere per mostrarle ai pellegrini nella Chiesa di Santa Francesca Romana si mise mano al restauro di una icona. Bene, sotto questa icona, rimaneggiata nei secoli, si scoprì il volto di un’antichissima immagine della Vergine Maria e fu datata al V secolo.
52. È il ritratto più antico esistente della Vergine Maria. È stata la Guarducci a scoprire, attraverso studi rigorosamente scientifici, che si trattava della copia dell’immagine antica venerata a Costantinopoli, poi andata distrutta dai Turchi.
53. Veniamo ora all’ultimo dei cinque primati della Chiesa di Roma: la più antica statua cristiana che si conosca.
54. Quando parliamo di statua non si intende parlare di statuette di modeste dimensioni, ma di statue vere e proprie, a grandezza naturale o anche maggiore del vero.
55. La più antica statua cristiana che si conosca è proprio il famoso san Pietro di bronzo che oggi possiamo vedere tutti nella Basilica Vaticana.
56. L’apostolo Pietro vi è rappresentato in dimensioni un po» più grandi del vero. È seduto in un trono bianco di marmo, ha la mano destra alzata nel solito gesto benedicente, mentre la mano sinistra, ripiegata sul petto, stringe le chiavi, le simboliche chiavi del regno dei Cieli.
57. Questa statua appartenne in origine al mausoleo degli imperatori romani d’Occidente, che era posto vicino alla basilica costantiniana, cioè vicino a Piazza san Pietro oggi.
58. Quindi questa statua risale al V secolo dopo Cristo, probabilmente al suo inizio. Forse il mausoleo fu eretto dall’Imperatore Onorio nell’anno 404 o poco dopo, e la statua probabilmente è stata fusa proprio a Roma, quando sotto gli auspici degli Imperatori romani l’arte doveva ancora fiorire nelle officine.
59. Comunque, resta il fatto che questa è fino ad oggi la più antica statua cristiana che si conosca nel mondo intero. E si trova a Roma. E questo è un altro dei primati che la chiesa di Roma può vantare.
60. Credo che sia giunto il momento di trarre qualche conclusione da quanto abbiamo detto.
61. Sappiamo che oggi Roma non gode di buona fama presso la cultura dominante dell’Italia «laica». Esiste una vera e propria avversione per questa città, così importante per la fede cattolica.
62. Questa avversione nasce già ai tempi di Lutero e si sviluppa con la feroce lotta al cattolicesimo iniziata dal protestantesimo e proseguita dal laicismo.
63. Questa avversione si alimenta dal fatto che, al contrario di quanto speravano i massoni fautori del Risorgimento, i romani non insorsero contro il Papa, non erano affatto scontenti del governo papale, del potere temporale del Papa e, così facendo, non diedero pretesti al governo italiano per intervenire con le armi per «liberare» i romani dalla «oppressione» dello Stato Pontificio. Questo non venne loro mai perdonato dai vincitori.
64. In tal modo, l’occupazione di Roma, nel settembre del 1870, e la distruzione dello Stato Pontificio si risolse, nei fatti, ad una operazione militare di occupazione, di vera e propria invasione.
65. Ora, per noi cattolici Roma ha un significato singolare. E la città che Dio ha prescelto per essere la sede del Pontefice, è la città che la Provvidenza ha voluto fosse il cuore della Chiesa cattolica; è la città che conserva, come abbiamo visto, importanti primati nei confronti di tutte le altre chiese esistenti nel mondo.
66. La Roma cristiana, la Roma papale, la Roma capitale dello Stato Pontificio entra a pieno titolo nel cuore di ogni cattolico e questa vicinanza la trasformiamo in preghiera per il Papa e per la Chiesa.
67. Grazie e a risentirci fra quindici giorni.

Bibliografia

Margherita Guarducci, Le chiavi sulla pietra Studi, ricordi e documenti inediti intorno alla tomba di Pietro in Vaticano Piemme, Casale Mon.to (AL) “95
Margherita Guarducci, II primato della Chiesa di Roma Rusconi, Milano 1991
Margherita Guarducci, La tomba di san Pietro Rusconi, Milano 1989
Gianpaolo Barra, Il Primato di Pietro nella storia della Chiesa, Mimep-Docete, Pessano (MI) 1995

Pubblicato in Apologetica
Domenica, 06 Aprile 2014 00:00

La Verità del Cattolicesimo

tratto da una trasmissione dell’apologeta Giampaolo Barra tenuta su Radio Maria

La Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger il 6 agosto dell’anno 2000 ha emanato un documento intitolato “Dominus Iesus” e in questo documento sono esposti e chiariti, con le dovute ragioni, temi fondamentali della nostra fede cattolica.

Temi che riguardano la “unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa”.

Noi vogliamo riprendere da questo documento alcune considerazioni che si prestano anche ad una lettura sanamente apologetica. Cercheremo di cogliere quegli elementi che sono importanti per il discorso apologetico.

Questo documento è importante anche perché ricorda, proprio in apertura, che la missione della Chiesa, che è quella di annunciare ad ogni uomo Gesù Cristo, è oggi messa in pericolo dal “relativismo”, cioè da quelle teorie che vogliono giustificare il pluralismo religioso, cioè l’esistenza di tante religioni, non solo “de facto”, cioè nei fatti, ma anche “de iure”, cioè per principio, come se fosse una cosa buona, voluta da Dio che ci siano tante religioni così diverse tra loro.

E questo tipo di relativismo – diciamolo apertamente – ha fatto breccia anche nella mente di tanti cattolici, che non sono più capaci né di apprezzare la verità e la bontà della fede che professano, né il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo.

Bisogna porre rimedio a questo danno, anche a costo di scontentare tanti interlocutori del cosiddetto “dialogo interreligioso” perché si tratta di un punto sul quale noi cattolici non possiamo venir meno.

Ricordo che all’epoca della pubblicazione della “Dominus Iesus” si alzarono grandi proteste. Hanno protestato gli Ebrei, che hanno minacciato di non partecipare in Vaticano alla giornata giubilare loro dedicata; hanno protestato i Protestanti (e mi si perdoni il gioco di parole). Ha protestato anche il mondo laicista.

Insomma, abbiamo visto levarsi una notevole protesta proveniente da mondi e da realtà molto diverse tra loro, ma che ha usato argomenti e toni sostanzialmente identici, che possiamo raccogliere in poche affermazioni.

Una prima: la Chiesa, con questo Documento, avrebbe rinnegato il Concilio Vaticano II;

una seconda: la Chiesa, sempre con questo Documento, avrebbe fatto un passo indietro nel dialogo tra cristiani e appartenenti ad altre religioni; quindi, avrebbe messo in pericolo questo dialogo;

una terza: la Chiesa avrebbe assunto una posizione di chiusura, arroccandosi in difesa di una verità dogmatica;

e, per ultimo, si è persino sentito dire che questo Documento sarebbe stato voluto dal Cardinale Ratzinger e dai membri della Congregazione per la Dottrina della Fede all’insaputa, forse in dissenso, del Santo Padre.

Insomma, si tratta, come possiamo facilmente immaginare, di accuse certamente pesanti. Cominciamo subito con lo sgomberare il campo dall’ultima. A questa accusa ha pensato bene di rispondere lo stesso Giovanni Paolo II, all’Angelus dell’1 ottobre 2000, quando ha invitato tutti noi cattolici a leggere, comprendere e accettare questo importante Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede.

In verità, a pensarci bene, non era necessario che si scomodasse il Papa in persona. Sarebbe stato sufficiente leggere la conclusione del Documento che recita così: “Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’udienza concessa il giorno 16 giugno 2000 al sottoscritto cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, con certa scienza e con la sua autorità apostolica ha ratificato e confermato questa Dichiarazione, decisa nella sessione plenaria, e ne ha ordinato la pubblicazione”. Firmato cardinale Joseph Ratzinger.

Vedete bene il tono solenne della conclusione. Il Papa, “con certa scienza e con la sua autorità apostolica”, cioè in virtù del suo essere Successore di Pietro e Capo visibile della Chiesa Cattolica, ha “ratificato” e “confermato” il contenuto di questo documento.

Ora ne consegue che chi lo contesta – e qui vorrei richiamare l’attenzione di quei nostri fratelli cattolici che hanno espresso qualche dubbio — deve tener conto che sta contestando ciò che il Sommo Pontefice “con certa scienza” e con la sua “autorità apostolica” ha ratificato e confermato.

Ora, detto questo, va fatta anche un’altra precisazione, della quale pochi sembrano aver tenuto conto. Nella Introduzione al documento si precisa che non si è inteso “trattare in modo organico” il tema della unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, ma – e questo è importante – si è voluto esporre la dottrina della fede cattolica riguardo questi articoli fondamentali della nostra fede.

Ora, sarebbe stato sufficiente prendere in considerazione questa affermazione per evitare di accusare la Chiesa di avere cambiato posizione rispetto al dettato del Concilio Vaticano II. In realtà, questo Documento richiama ciò che la Chiesa insegna da duemila anni, senza interruzione, riguardo la salvezza che ogni uomo riceve da Gesù Cristo per mezzo della Chiesa.

Questo viene detto esplicitamente nella stessa introduzione quando si afferma che “la Dichiarazione riprende la dottrina insegnata in precedenti documenti del magistero, con l’intento di ribadire le verità che fanno parte del patrimonio di fede della Chiesa”.

Ma dobbiamo aggiungere che se questa affermazione fosse stata tenuta in debito conto da tutti, forse si sarebbero evitate altre accuse. Quelle, per esempio, di aver creato un ostacolo al dialogo con i membri delle altre confessioni religiose.

Su questo punto delicato dobbiamo spendere una parola.

Tutti noi sappiamo bene che un dialogo, per essere fecondo e portare frutti, deve partire da una posizione di chiarezza: bisogna che gli interlocutori, coloro che dialogano, si conoscano bene per quello che sono, senza infingimenti, senza trucchi, senza nascondersi, senza mentire.

Bisogna conoscere l’interlocutore, bisogna capire che cosa pensa, aver chiaro in che cosa crede, sapere che cosa intende fare. Ma bisogna anche che l’interlocutore sappia bene chi siamo e in che cosa crediamo.

Ora, questo Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si limita proprio a questo: espone con chiarezza e semplicità quello che la Chiesa Cattolica ha sempre creduto e ancora crede, da duemila anni, e sempre crederà riguardo l’unicità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa.

Questo è il modo di presentarsi della Chiesa, è un dire ai nostri interlocutori che noi crediamo queste verità, che la nostra fede parte da queste verità e che è bene, quando si dialoga, che anche i nostri interlocutori conoscano quello che noi professiamo, abbiano ben chiaro quello che la Chiesa crede, che noi cattolici professiamo.

Naturalmente, la Chiesa non vuole obbligare nessuno a credere che soltanto Gesù Cristo è il Salvatore dell’uomo e che soltanto la Chiesa Cattolica è la vera Chiesa edificata da Gesù Cristo.

E’ chiaro che la Chiesa vorrebbe convincere di queste verità tutte le genti, tutti i popoli, ma non vuole costringere nessuno ad abbracciare la fede cattolica.

Se si fosse capito bene questo punto, se si fosse letto bene il Documento, io credo che gli Ebrei, i Protestanti e quanti altri hanno levato la loro voce contro questo Documento non lo avrebbero fatto. Anzi: avrebbero preso atto – ma in fondo già lo sapevano – che la Chiesa professa questa fede e non un’altra.


La Chiesa

Andiamo avanti. C’è un altro punto che dovrebbe essere ben compreso soprattutto da noi cattolici, ai quali in primo luogo è rivolto il Documento che stiamo esaminando, ma anche dai nostri interlocutori.

Il punto è questo: la Chiesa crede di avere una missione evangelizzatrice universale, cioè crede di avere il compito di presentare e portare il Vangelo a tutti gli uomini, anche a coloro che non credono, anche a coloro che professano un’altra religione, che dicono di credere in Dio ma non conoscono Gesù Cristo, oppure Lo conoscono ma Lo rifiutano.

Non si può onestamente dare colpa alla Chiesa di avere questa pretesa. Questa convinzione, questa missione universale non è nata per opera di qualche Papa o di qualche istituzione ecclesiale, ma è stata voluta direttamente da Gesù Cristo.

E’ Gesù Cristo che ha affidato alla Chiesa il compito di battezzare tutte le genti, tutti i popoli di tutte le nazioni, e di battezzarli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Opportunamente, la Dichiarazione Dominus Iesus riporta, proprio in apertura, alcuni brani del Vangelo nei quali si trova l’esplicito comando di Cristo e portare il Vangelo ad ogni creatura.

San Marco scrive: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,1516).

Come si vede, come si può facilmente capire, non è possibile chiedere alla Chiesa Cattolica, che da duemila anni annuncia il Vangelo, di rinunciare – per amore del dialogo, per amore del quieto vivere, per un presunto rispetto di tutte le religioni – alla missione universale di evangelizzare solo perché questo non piace a qualcuno.

Oppure, non si può chiedere alla Chiesa di portare il Vangelo solo in qualche parte del mondo, e di non evangelizzare quelle terre e quei popoli che sono soggetti ad altre religioni.

Non solo la Chiesa disobbedirebbe al suo fondatore Gesù Cristo, ma verrebbe snaturata essa stessa: la Chiesa esiste per portare Gesù Cristo e il Vangelo a tutto il mondo, a tutti gli uomini. Se eliminiamo questo compito, non avremmo più la Chiesa, ma un’altra cosa.

Ricordiamo anche quello che scrive san Paolo, e che la Dichiarazione Dominus Iesus ricorda,: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è una necessità che mi si impone: guai a me se non predicassi il Vangelo» (1 Cor 9,16).

Ora, tra coloro che hanno contestato il Documento sembra di poter dire – questa è una impressione personale – che ci sia qualcuno che desidera proprio questo: vuole che la Chiesa smetta di credere che Gesù e il Vangelo sono destinati a tutti gli uomini; vuole che Gesù Cristo e il Vangelo siano posti sullo stesso piano di altri uomini e altri libri ritenuti sacri da altre religioni. Questo la Chiesa non lo può accettare, perché è contrario alla volontà del suo fondatore e alla verità del Vangelo.

Badate bene, amici ascoltatori: non è una questione di superbia: nessuno – torno a dire – viene obbligato a credere alla verità del Vangelo, ma nessuno può chiedere alla Chiesa, o obbligare la Chiesa, a non insegnare più il Vangelo.


Gesù Cristo

Andiamo avanti. C’è un altro punto di questa Dichiarazione che ha suscitato polemiche molto accese. Ed è forse il punto più importante di tutta la Dichiarazione.

Il punto contestato riguarda proprio l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo.

Come possiamo tradurre in parole povere questi termini? Direi così: la Chiesa cattolica dichiara a tutti i suoi interlocutori che essa crede che soltanto Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è il Salvatore dell’uomo e che non esiste altro nome per mezzo del quale è possibile salvarsi.

Il Documento sente il bisogno di chiarire questo punto. E’ un punto contestato, ma il Documento risponde: “..deve essere fermamente creduta, come dato perenne della fede della Chiesa, la verità di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Signore e unico salvatore, che nel suo evento di incarnazione, morte e risurrezione ha portato a compimento la storia della salvezza, che ha in lui la sua pienezza e il suo centro”.

Ora, vogliamo sottolineare una espressione che forse è sfuggita: “come dato perenne della fede della Chiesa”.

Cioè, questo dato di fede (la fede in Gesù Cristo unico Salvatore) è sempre stato creduto ed insegnato dalla Chiesa, lo è oggi e lo sarà sempre. La Chiesa ha creduto, crede e sempre crederà che Gesù Cristo ha portato definitivamente a compimento la storia della salvezza e che non ci sarà un altro salvatore dopo di lui”.

La Chiesa crede questo perché questo è stato insegnato da Gesù Cristo e questo è scritto nei Libri del Nuovo Testamento. Nel Documento sono riportati molti esempi tratti dalla Sacra Scrittura e chi vuole può leggerli. Resta il fatto che non la Chiesa, ma Gesù Cristo stesso ha disposto le cose in questo modo. E la Chiesa deve restare fedele a Gesù Cristo; è importante che questo venga ben spiegato agli interlocutori del dialogo interreligioso.

Proseguiamo nella riflessione. Dire che solo Gesù Cristo è Salvatore dell’uomo non vuol dire – attenti bene – che chi non è cristiano, non per colpa sua, viene escluso dalla salvezza, viene escluso dal Paradiso ed è destinato all’inferno. La Chiesa non ha mai insegnato questo. Ma ha sempre creduto, ed insegnato, che se un non cristiano si salva, il suo Salvatore è sempre Gesù Cristo, anche se lui non lo sa.

E aggiungo: noi crediamo che Gesù Cristo, con l’invio dello Spirito Santo, ha compiuto e completato la Rivelazione di Dio. L’ha “compiuta e completata” vuol dire che non ci sarà alcuna rivelazione pubblica che vada ad aggiungersi alla Rivelazione (n. 5).

Questo vuol dire che è sbagliato pensare, come succede talvolta di sentire anche in casa nostra, che la rivelazione di Gesù Cristo sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni (n. 6). Quasi che dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo dalle altre religioni che si aggiunga alla nostra vera religione.

Chiarissima poi la distinzione che troviamo nella Dominus Iesus tra “vera fede” e “credenza nelle altre religioni”.

E’ un discorso complesso, di carattere teologico, nel quale non voglio entrare. Ma almeno un richiamo mi è proprio d’obbligo.

Naturalmente, la risposta che ogni uomo deve alla rivelazione di Gesù Cristo è la fede, l’«obbedienza della fede», cioè il «pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela» (n. 6).

La “vera fede” è adesione di tutto l’uomo a Dio e a tutta la verità che Dio ha rivelato. La “credenza” nelle altre religioni è un insieme di idee e di esperienze che nascono dall’uomo che si è messo a cercare la verità.

E’ importante capire bene questa distinzione. Perché, si legge nella Dominus Iesus, c’è il rischio di ridurre, addirittura di annullare, le differenze tra il cristianesimo e le altre religioni. E questo è un rischio molto grosso, che dobbiamo evitare.


Unicità della Chiesa

Andiamo avanti. Strettamente collegato – e consequenziale – a questo dato di fede il Documento spiega bene un altro dato, quello relativo alla unicità e unità della Chiesa.

Il Documento che stiamo esaminando invita innanzitutto i cattolici a credere fermamente che: “Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola su Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica” (n.16).

E il documento precisa anche che noi cattolici siamo «tenuti a credere» che esiste una continuità storica “tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica”, continuità storica che è possibile spiegare anche dal punto di vista apologetico, documenti storici alla mano, prove alla mano.

Proprio questa sera, possiamo riassumerle in modo sintetico.

Un primo punto: stando al Vangelo, Gesù ha edificato una sola Chiesa: “Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”, narra Matteo al cap. 16.

Questa Chiesa doveva possedere alcune caratteristiche, due delle quali sono storicamente verificabili.

La prima: doveva durare per sempre (“E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”). La seconda: doveva avere per fondamento visibile Simon Pietro (“Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa”).

E’ chiaro che, dovendo durare per sempre, anche il fondamento “Pietro” doveva durare per sempre, quindi passare ai suoi successori.

Ora, dal punto di vista storico, solo la Chiesa cattolica ha conservato intatte queste due caratteristiche. Solo la Chiesa cattolica ha duemila anni di età e conserva intatto il Primato di Pietro che, da Pietro e attraverso altri 263 pontefici, è giunto fino a Papa Giovanni Paolo II (il documento è posteriore alla morte di Giovanni Paolo II, il nuovo Papa è Benedetto XVI).

Tutte le comunità ecclesiali che fanno capo alla variegata famiglia protestante, le comunità ecclesiali anglicane, i valdesi, i Testimoni di Geova (che per la verità, non credendo nella divinità di Cristo, non sarebbero da considerare cristiani in senso stretto), non hanno duemila anni di età e non hanno il fondamento Pietro.

Le Chiese ortodosse, dell’Oriente cristiano, possono bensì vantare la successione apostolica, risalire fino a Gesù, ma non hanno conservato il Primato di Pietro. Dunque, solo la Chiesa cattolica è quella edificata da Gesù Cristo.

Chiedo scusa per la breve e superficiale sintesi apologetica, ma riprendo quanto scrive il Documento della congregazione per la Dottrina della Fede: “Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui” (n. 17).

il documento invita soprattutto noi cattolici ad avere le idee ben chiare in questa materia. C’è in giro la vaga idea che la vera Chiesa di Cristo sia ancora da costituire, sia da ricercare, sia da trovare e costruire grazie all’esperienza, alla storia, alla dottrina delle varie Chiese o comunità ecclesiali che si stanno impegnando nel dialogo ecumenico.

Il documento è chiaro ed esprime la dottrina di sempre: la vera Chiesa di Cristo esiste già, vive ed opera da duemila anni, ed essa è la Chiesa cattolica.

Ora, a dimostrazione che non si tratta di una novità, ma che si tratta di dottrina perennemente insegnata dalla Chiesa, nel Documento si cita, tra parentesi o in nota, sia alcuni passi del Vangelo, sia la fede professata dai primi cristiani, come il grande vescovo s. Ireneo, vissuto nel II secolo, sia il grande sant’Agostino, per salire su su fino al Concilio Vaticano II che insegna esattamente – e non poteva fare altrimenti – la stessa cosa.

A questo punto, potrebbe sorgere una domanda: che cosa dobbiamo pensare delle altre Chiese e confessioni cristiane non cattoliche? Che cosa ci dice in merito la nostra dottrina?

La dichiarazione Dominus Iesus risponde in questo modo: «Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa cattolica, restano unite a essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del primato che, secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa» (n. 17).

Chi ricorderà le nostre conversazioni sul Primato di Pietro sa che qui si sta parlando delle Chiese cosiddette “ortodosse”, che vantano al pari della Chiesa cattolica la successione apostolica, ma non obbediscono al Papa.

E’ importante notare come il Primato di Pietro, ribadisce la Dominus iesus, è stato voluto da Dio, non creato dalla Chiesa, magari nel secondo millennio, dopo la separazione da parte dell’Oriente dalla Chiesa di Roma, come qualche volta si legge o si sente dire anche in casa nostra.

Invece, si legge nella Dominus Iesus, le «comunità ecclesiali che non hanno conservato l’episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio».

E qui si sta parlando di tutta la famiglia protestante, alle cui comunità noi non possiamo riconoscere il titolo di “chiese”.

E tuttavia, aggiunge la Dominus Iesus, poiché i membri di queste comunità sono battezzati, proprio in virtù del battesimo sono in qualche modo in una certa comunione con la Chiesa, comunione naturalmente imperfetta.

Non voglio entrare nell’analisi teologica di queste considerazioni proprio perché questo è il compito dei teologi e io voglio rispettare il carattere delle nostre conversazioni, che sono conversazioni di apologetica e non di teologia.

Ma mi sembrava opportuno almeno ricordare queste verità così come sono espresse nella Dichiarazione Dominus Iesus, perché sono importanti per la nostra fede.


Conclusione

In conclusione, voglio ricordare a tutti noi cattolici che, se da un lato dobbiamo essere grati a Dio del dono immeritato di appartenere, con il battesimo, alla sola vera Chiesa edificata da Gesù Cristo, dall’altro lato stiamo bene attenti alla responsabilità che deriva dal saper usare bene di questo dono.

Non crediamoci già salvi solo perché siamo cattolici. E non pensiamo che chi non è cattolico, solo perché non è cattolico, si perde.

Per chi volesse approfondire ecco la Dominus Iesus da sito vaticano Dichiarazione DOMINUS IESUS.

Pubblicato in Apologetica

Impariamo a conoscere l’unica Chiesa di Cristo:

LA CHIESAUNA, SANTA, CATTOLICA E APOSTOLICA

811 « Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ». 261 Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, 262 indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche.

812 Soltanto la fede può riconoscere che la Chiesa trae tali caratteristiche dalla sua origine divina. Tuttavia le loro manifestazioni storiche sono segni che parlano chiaramente alla ragione umana. « La Chiesa – ricorda il Concilio Vaticano –, a causa della sua eminente santità […], della sua cattolica unità, della sua incrollabile stabilità, è per se stessa un grande e perenne motivo di credibilità e una irrefragabile testimonianza della sua missione divina ».

I. La Chiesa è una

«Il sacro mistero dell’unità della Chiesa»

813 La Chiesa è una per la sua origine: « Il supremo modello e il principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo ». La Chiesa è una per il suo Fondatore: « Il Figlio incarnato, infatti, […] per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, […] ristabilendo l’unità di tutti i popoli in un solo popolo e in un solo corpo ». La Chiesa è una per la sua « anima »: « Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa ». È dunque proprio dell’essenza stessa della Chiesa di essere una:

« Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa ».

814 Fin dal principio, questa Chiesa « una » si presenta tuttavia con una grande diversità, che proviene sia dalla varietà dei doni di Dio sia dalla molteplicità delle persone che li ricevono. Nell’unità del popolo di Dio si radunano le diversità dei popoli e delle culture. Tra i membri della Chiesa esiste una diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita; « nella comunione ecclesiastica vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni ». La grande ricchezza di tale diversità non si oppone all’unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano continuamente il dono dell’unità. Anche l’Apostolo deve esortare a « conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4,3).

815 Quali sono i vincoli dell’unità? Al di sopra di tutto la carità, che « è il vincolo di perfezione » (Col 3,14). Ma l’unità della Chiesa nel tempo è assicurata anche da legami visibili di comunione:

— la professione di una sola fede ricevuta dagli Apostoli;
— la celebrazione comune del culto divino, soprattutto dei sacramenti;
— la successione apostolica mediante il sacramento dell’Ordine, che custodisce la concordia fraterna della famiglia di Dio.

816 « L’unica Chiesa di Cristo… » è quella « che il Salvatore nostro, dopo la sua risurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri Apostoli la diffusione e la guida […]. Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come una società, sussiste [«subsistit in»] nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui ».

Il decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II esplicita: « Solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio ».

II. La Chiesa è santa

823 « Noi crediamo che la Chiesa […] è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », e i suoi membri sono chiamati « santi ».

824 La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità».

825 « La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste ».

826 La carità è l’anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »:

« Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l’Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!… Insomma che è Eterno!… ».

827 « Mentre Cristo «santo, innocente, immacolato», non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ». Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione:

« La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ».

828 Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtù e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei, e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. « I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti più difficili della storia della Chiesa ». Infatti, « la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario ».

829 « Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria »: in lei la Chiesa è già tutta santa.

III. La Chiesa è cattolica

Che cosa vuol dire «cattolica»?

830 La parola « cattolica » significa « universale » nel senso di « secondo la totalità » o « secondo l’integralità ». La Chiesa è cattolica in un duplice senso.

È cattolica perché in essa è presente Cristo. « Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica». In essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo, e questo implica che essa riceve da lui « in forma piena e totale i mezzi di salvezza » che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di pentecoste e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia.

831 Essa è cattolica perché è inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano:

« Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme infine i suoi figli, che si erano dispersi. […] Questo carattere di universalità che adorna il popolo di Dio, è un dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo Capo nell’unità del suo Spirito».

Ogni Chiesa particolare è «cattolica»

832 La « Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro Pastori, sono anche esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. […] In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore […]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica ».

833 Per Chiesa particolare, che è in primo luogo la diocesi (o l’eparchia), si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro Vescovo ordinato nella successione apostolica. 317 Queste Chiese particolari sono « formate a immagine della Chiesa universale »; in esse e a partire da esse « esiste la sola e unica Chiesa cattolica ».

834 Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, « che presiede alla carità ». « È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato ». « Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa ».

835 « Ma dobbiamo ben guardarci dal concepire la Chiesa universale come la somma o, per così dire, la federazione […] di Chiese particolari […]. È la stessa Chiesa che, essendo universale per vocazione e per missione, quando getta le sue radici nella varietà dei terreni culturali, sociali, umani, assume in ogni parte del mondo fisionomie ed espressioni esteriori diverse ». La ricca varietà di discipline ecclesiastiche, di riti liturgici, di patrimoni teologici e spirituali propri alle « Chiese locali tra loro concordi dimostra con maggior evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa ».

Chi appartiene alla Chiesa cattolica?

836 « Tutti gli uomini sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio […], alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza».

837 « Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integra la sua struttura e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e nel suo organismo visibile sono uniti con Cristo – che la dirige mediante il Sommo Pontefice e i Vescovi – dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane, sì, in seno alla Chiesa col «corpo» ma non col «cuore»».

838 « Con coloro che, battezzati, sono sì insigniti del nome cristiano, ma non professano la fede integrale o non conservano l’unità della comunione sotto il Successore di Pietro, la Chiesa sa di essere per più ragioni unita». «Quelli infatti che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica».327 Con le Chiese ortodosse, questa comunione è così profonda « che le manca ben poco per raggiungere la pienezza che autorizzi una celebrazione comune della Eucaristia del Signore».

«Fuori della Chiesa non c’è salvezza»

846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:

Il santo Concilio « insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare ».

IV. La Chiesa è apostolica

857 La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso:

— essa è stata e rimane costruita sul « fondamento degli Apostoli » (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso;

— custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli;

— fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, « coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa ».

« Pastore eterno, tu non abbandoni il tuo gregge, ma lo custodisci e proteggi sempre per mezzo dei tuoi santi Apostoli, e lo conduci attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che tu stesso hai eletto vicari del tuo Figlio e hai costituito Pastori ».

La missione degli Apostoli

858 Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, « chiamò a sé quelli che egli volle […]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare » (Mc 3,1314). Da quel momento, essi saranno i suoi « inviati » (è questo il significato del termine greco •B“FJ@8@4). In loro Gesù continua la sua missione: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Gv 20,21). Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: « Chi accoglie voi, accoglie me », dice ai Dodici (Mt 10,40).

859 Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2 Cor 3,6), « ministri di Dio » (2 Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2 Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1).

860 Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. La « missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli […] ebbero cura di costituirsi dei successori ».

I Vescovi successori degli Apostoli

861 «Perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, [gli Apostoli] lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’incarico di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero».

862 «Come quindi permane l’ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane l’ufficio degli Apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei Vescovi ». Perciò la Chiesa insegna che « i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali Pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che Cristo ha mandato».

L’apostolato

863 Tutta la Chiesa è apostolica in quanto rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine attraverso i successori di san Pietro e degli Apostoli. Tutta la Chiesa è apostolica, in quanto è « inviata » in tutto il mondo; tutti i membri della Chiesa, sia pure in modi diversi, partecipano a questa missione. « La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato ». Si chiama « apostolato » « tutta l’attività del corpo mistico » ordinata alla « diffusione del regno di Cristo su tutta la terra ».

864 « Siccome la fonte e l’origine di tutto l’apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell’apostolato », sia quello dei ministri ordinati sia quello « dei laici, dipende dalla loro unione vitale con Cristo ». Secondo le vocazioni, le esigenze dei tempi, i vari doni dello Spirito Santo, l’apostolato assume le forme più diverse. Ma la carità, attinta soprattutto nell’Eucaristia, rimane sempre « come l’anima di tutto l’apostolato ».

865 La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica nella sua identità profonda e ultima, perché in essa già esiste e si compirà alla fine dei tempi « il regno dei cieli », « il regno di Dio », che è venuto nella persona di Cristo e che misteriosamente cresce nel cuore di coloro che a lui sono incorporati, fino alla sua piena manifestazione escatologica. Allora tutti gli uomini da lui redenti, in lui resi « santi e immacolati al cospetto » di Dio « nella carità », saranno riuniti come l’unico popolo di Dio, « la Sposa dell’Agnello », « la Città santa » che scende « dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio »;e « le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello » (Ap 21,14).

Pubblicato in Sana Dottrina
Giovedì, 27 Febbraio 2014 00:00

Mamme, non abortite ...MAI!!!

Bellissima testimonianza . Lode a Dio per queste mamme con la M maiuscola!!!

Le scrivo per dare la mia testimonianza su un fatto simile a quello della mamma che ha partorito un bimbo senza occhi a maggior gloria di Dio. 
Tre anni fa mi accorsi di aspettare un bimbo e fu una gran sorpresa, così ringraziai con gioia il Signore per l’inaspettato dono. Dopo pochi mesi, a seguito di controlli, il mio medico di fiducia mi disse che quasi sicuramente il bimbo era affetto da gravissime patologie 
invalidanti. Sconvolta come si può ben immaginare, decisi di rivolgermi ad un altro medico per sentire un diverso parere sul caso ma ebbi la stessa sentenza di condanna oltre il consiglio di abortire subito, prima che fosse troppo tardi. Così girai di medico in medico per sentirmi dire ciò che il mio cuore desiderava e cioè che il mio bimbo fosse sano, ma invano. Nonostante ciò la mia fede non vacillò di un millimetro. In preda alla disperazione mi inginocchiai davanti al Santissimo e lo pregai ardentemente tutti i giorni fino al parto. Rifiutai anche l’amniocentesi dicendo al medico:» non é mio diritto e di nessun altro indagare sullo stato di salute di un figlio del Signore, solo Lui deve sapere. Sia fatta solo la Sua volontà, io l’accetterò.». E il Signore ha avuto pietà di noi, il bimbo é nato perfettamente sano e bellissimo, una forza della natura! Vorrei dire a tante madri di confidare in Dio, in Gesù, in Maria, nei Santi e di non ascoltare medici 
che consigliano l’aborto in nessun caso!
Grazie per l’attenzione, un saluto cordiale.
(Testimonianza vera ricevuta da me d. Tullio Rotondo e pubblicata con il consenso scritto della persona, che l’ha fatta per la più grande gloria di Dio).

Domenica, 16 Febbraio 2014 18:44

Il ritorno di Nestorio

 
madonna in preghiera
 
 
 
 
Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio di nestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 
Vero Dio e vero Uomo?

 
Come ho già avuto modo di notare, l’incontenibile e talvolta ossessiva avversione di molti evangelici per la figura di Maria nasconde qualcosa di molto più grosso di quella – a sua volta morbosa – paura dell’idolatria. L’appellativo di “Madre di Dio” suona loro come una bestemmia, né può giovargli la spiegazione che Maria lo è solo in quanto madre di Cristo come Dio Incarnato. Per il semplice motivo che molti di loro alla divinità di Cristo non credono proprio. Per quanto può sembrare incredibile, chi frequenta i pentecostali prima o poi si trova di fronte a domande del tipo “ma nella Scrittura dove sta scritto che Cristo è Dio”?
 
Secondo loro infatti “non sta scritto”, anzi è detto tutto il contrario. E quindi vi daranno anche illuminanti prove “bibliche” come il fatto che Dio non può essere tentato (Gc 1, 1314) mentre Cristo lo fu. Oppure che il Figlio di Dio “è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita” (Eb 7, 3), mentre i Vangeli riportano la genealogia di Gesù. Fino a negare l’Incarnazione in quanto il Messia sarebbe stato solo un uomo in cui abitava la deità (Col 2, 9), cosa che spiegherebbe ad un tempo l’assunzione da parte sua di prerogative divine (come il perdono dei peccati) e l’equivoco di chi per questo lo ha scambiato per Dio in persona.  Una vera e propria Incarnazione non sarebbe infatti avvenuta, e comunque non in Maria. Infatti, almeno durante la vita terrena di Cristo, nessuno lo avrebbe mai chiamato Dio ed è inutile spiegare loro che appellativi come “il Signore” e “Figlio di Dio” (cioè della stessa natura di Dio) invece vogliono dire proprio questo. Né serve citare episodi come l’adorazione dei Magi, ignorata o negata proprio come fanno i testimoni di Geova. Il tutto condizionato da una certa confusione che spesso porta a stridenti contraddizioni e a continue oscillazioni tra arianesimo (negazione della divinità di Cristo) e nestorianesimo (negazione dell»unione ipostatica per cui Cristo avrebbe due nature separate). Infatti, non si può più dire che Gesù Cristo sia Dio ma che in Gesù Cristo era presente Dio.
 
 
 
 
 
Un semidio nascosto

 
Infatti non è chiaro se Gesù sia per loro un uomo posseduto dalla divinità o un dio che, assumendo l’umanità, si è liberato della natura divina per poi riprenderla dopo la resurrezione. Una sorta di semidio decaduto che, come Ercole, deve passarne di tutti i colori per tornare all’Olimpo, per cui allo stesso tempo è dio ma non lo è; come se fosse possibile una via di mezzo: avere la natura divina, ma non abbastanza per essere Dio. Come al solito, anche qui ogni evangelico tende a farsi la sua teoria ma una cosa è certa ed è il rifiuto – anche se occultato – della cristologia ortodossa sancita dalla Chiesa universale riunita nel Concilio di Calcedonia. Il nestorianesimo è una base comune su cui sono state innestate fantasie di ogni tipo, come questa divinità che si spegne e si accende a mò di una lampadina, fino a conclusioni quasi ariane. 
 
 
Ma tutto questo non avviene alla luce del sole, ed è facile immaginare il perché. Molti di questi evangelici appartengono alle ADI che, almeno sul loro sito, professano ancora una cristologia ortodossa. Quanto quelle parole siano sincere non saprei dire, potrebbe trattarsi anche qui di uno specchietto per le allodole. Di sicuro le Adi non sembrano affatto interessate a contrastare il ritorno delle eresie cristologiche tra le loro fila. Tra le chiese evangeliche vige spesso un certo relativismo teologico (purchè non si tratti di condannare la Chiesa). Ad ogni modo, almeno per ora, questa nuova forma di nestorianesimo viene tenuta perlopiù segreta, non la troverete mai esposta in un sito evangelico né un pentecostale verrà mai a parlarvi di queste cose. Piuttosto verrà a parlarvi di Maria e di come la avete divinizzata, ma mai a dirvi che Gesù (entità distinta dal Cristo) non è Dio: quando questa sarebbe la cosa più importante da riferire. In quel caso, però, la loro predicazione assumerebbe una chiara connotazione anticristiana che li squalificherebbe a priori. Sanno bene che la predicazione antimariana è un ottimo grimaldello: da un lato va a colpire al cuore la dottrina della Chiesa, mentre dall’altro si può demolire la divinità di Cristo senza nemmeno nominarlo. Inoltre Maria, come figura femminile, è più vulnerabile ad attacchi stereotipati e misogini (del tipo “non capiva; non ascoltava; non credeva” ecc…). Secondo molti evangelici, la “benedetta tra le donne” per tutte le generazioni avrebbe infatti esaurito il suo compito dando alla luce Gesù: cioè le attribuiscono un comportamento che non assumerebbe nemmeno la peggiore delle madri (Is 49, 15).
 
 
 
 
Come scoprire un nestoriano

 
Ma stanare questi nestoriani “nicodemisti” non è difficile, basta incalzarli con domande del tipo “Credi che Gesù sia sempre stato vero uomo e vero Dio, con due nature unite in una sola persona?”. Può essere utile anche riportare le espressioni dei grandi concili cristologici, la chiarezza del Magistero opposta alle loro elucubrazioni impedisce di nascondersi ulteriormente. Anche se, puntualmente (almeno a me è capitato quasi sempre), dopo essere venuti allo scoperto fanno subito marcia indietro lamentando di essere stati fraintesi. Anche se magari hanno affermato di essere proprio d’accordo con Nestorio. 

Tra gli altri, io ho parlato anche con due pastori Adi. Il primo mi ha detto di essersi convinto della consequenzialità tra la divinità di Cristo e il titolo di “Madre di Dio” per Maria, ma riconoscere quest’ultimo vorrebbe dire sconfessare in maniera troppo plateale una secolare tradizione anti-ecclesiastica. Quindi il problema doveva essere nella divinità di Cristo, negata infatti da una lettura “ispirata” della Sacra Scrittura secondo cui – almeno sulla Terra – Gesù sarebbe stato solo vero uomo e non vero Dio. Il secondo pastore, invece, dopo molte reticenze mi ha fatto una domanda molto significativa: “Ma secondo te sulla croce è morto l’uomo o Dio?”. Confermandomi poi che, secondo lui, sulla croce è morto l’uomo Gesù ma non Dio. Non stupisce che questo sia un argomento proprio di Nestorio che non accettava si dicesse che il Figlio di Dio fosse morto sulla croce: neanche specificando che questo gli era avvenuto in quanto uomo. Ed è così che i pentecostali oggi negano in maniera evidente l’unione ipostatica delle due nature, per cui quando le cose vanno male e l’uomo Gesù muore – essendo una sorta di tramite – il dio lo lascia. In questo senso non c’è Incarnazione, e anche quando dicono di crederci ne intendono una puramente virtuale in cui la natura divina si congiunge solo a quella umana ma senza unirsi in una sola persona (unione ipostatica). Infatti non esiste Gesù Cristo, ma un uomo (Gesù) che contiene un dio (Cristo). Non due nature, quindi, ma due persone. Tutta la teologia di Dio che si fa uomo per redimere l’umanità, entrando nella morte e sconfiggendola, sembra diventata del tutto accessoria. Non a caso, molti pentecostali sono allergici a croci e crocifissi e accusano la Chiesa di predicare un «Cristo crocifisso» (1 Cor 23) che secondo loro sarebbe in contraddizione con quello «risorto». E» chiaro che, se Dio non si è davvero fatto uomo, quello della croce non può che essere «scandalo» e «stoltezza». 


 
I nestoriani inconsapevoli

 
Ma il grado di penetrazione di questa nuova forma di nestorianesimo non è uguale per tutti gli evangelici. Ci sono infatti i nestoriani consapevoli (li si può facilmente individuare anche perché di solito sono quelli più arrabbiati contro l’ingombrante figura di Maria) e quelli inconsapevoli. In questi ultimi ci sono diversi gradi di inconsapevolezza, ma tutti sono portatori (talvolta sani) di questo germe. Ci sono infatti evangelici che credono davvero alla cristologia calcedonese, ma si sentono così legati alla predicazione antimariana che all’occorrenza diventano nestoriani. Nell’illusione che si tratti di posizioni conciliabili tra loro, probabilmente anche perché non vengono del tutto comprese. In pratica sono nestoriani quando si parla di Maria, ma sono calcedonesi per quanto riguarda Gesù (è il caso, di solito, dei butindariani). Con una tale ambiguità, non è difficile immaginare che col tempo molti finiscano per passare dalla premessa di Nestorio (Maria madre di Cristo e non di Dio) alla tesi vera e propria (negazione della divinità di Cristo, secondo le declinazioni che ciascuno preferisce). Finendo poi per fare ancora un altro passo: Maria madre di Gesù (cioè dell’uomo) e non di Cristo (Dio). E sembra che il progetto sia proprio questo: non predicare apertamente il nestorianesimo ma seminarlo nelle sue premesse, così che ognuno ci possa arrivare da solo e credere che sia una rivelazione divina. Alla quale necessariamente arriveranno anche gli altri ma che – per il momento – è meglio non scandalizzare.


Conclusioni


 
Questa strategia è, almeno per l’ultimo pentecostalismo, sistematica e non occasionale. Infatti ci sono molti concetti teologici che i pentecostali condividono solo apparentemente ma ai quali — in realtà — attribuiscono significati completamente diversi da quelli della Tradizione cristiana. Se può capitare che un nestoriano sia convinto di credere a Cristo come vero Dio e vero Uomo in una sola persona, allora può anche dire di credere alla Trinità ma negando che sia composta da tre Persone distinte (usando cioè argomenti tipici degli unitariani per negare la Trinità). Infatti anche quella dell’unitarianesimo inconsapevole è una realtà molta diffusa, perché è importante mantenere l’apparenza di una predicazione cristiana alternativa. Invece predicare apertamente contro la divinità di Cristo e la Trinità accosterebbe i pentecostali a realtà protestanti ormai del tutto estranee al Cristianesimo come quella dei testimoni di Geova.
 
 
Pubblicato in Pentecostali

 

 

Nel 595 papa Gregorio Magno (540604) entrò in conflitto con il Patriarca di Costantinopoli che aveva assunto il titolo di «ecumenico». Gregorio protestò vivamente inviando molte lettere destinate allo stesso Patriarca e ad altri vescovi. In queste lettere definiva quello di «vescovo universale» come un titolo blasfemo pericoloso per l’unità della Chiesa. Questo fatto è ancora oggi causa di fraintendimento in ambito sia protestante sia ortodosso. Perchè Gregorio rifiutava con tanta forza quel titolo «superbo» anche per se stesso?

Dalle argomentazioni che si leggono nelle sue lettere, si deduce chiaramente che egli per “universale” intendeva «unico»: cioè chi usava quel titolo era come se stesse dicendo che lui era l’unico vescovo della Chiesa e tutti gli altri solo dei suoi delegati. Per questo, ad un vescovo che lo definiva «papa universale» rispose che non era giusto: perché anche lui era vescovo a tutti gli effetti [1]. Tutto questo non influiva minimamente sul ruolo  che Gregorio credeva dovesse avere il vescovo di Roma nella Chiesa. Infatti, come si può leggere nella Treccani egli fu
 

Fermissimo nella difesa dell’ortodossia e della dignità della Chiesa romana, si batté per eliminare lo scisma dei Tre capitoli in Istria e per contestare al patriarca di Costantinopoli il titolo di ecumenico, cioè universale, facendo osservare che tale designazione spettava se mai al solo vescovo di Roma; del resto contrappose a questo titolo quello umile di servus servorum Dei, dopo di lui ripetuto da tutti i suoi successori.

Quindi secondo Gregorio se “universale” era inteso non come «unico» ma in senso gerarchico, allora il titolo spettava al vescovo di Roma. Si tratta di una convinzione testimoniata dalla stessa pastorale di Gregorio Magno che era convinto di essere il vescovo – in quanto successore di Pietro – a cui spettasse la cura di tutta la Chiesa. Per quanto, come oggi, nel rispetto delle prerogative di ogni vescovo nei confronti della sua diocesi. E questo è un concetto ribadito spesso nelle sue lettere:

Per tutti quelli che conoscono il Vangelo, è chiaro che dalla parola del Signore fu affidata la cura della Chiesa universale al santo apostolo Pietro, principe di tutti gli apostoli…Ecco egli riceve le chiavi del regno celeste; a lui è attribuito il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il primato su tutta la Chiesa, e tuttavia non è chiamato apostolo <universale>…[2].

 

E» evidente come Gregorio riconosca il primato petrino e gli attribuisca — di fatto — funzioni universali che non poteva non avere anche il successore del “principe degli apostoli” (espressione che ricorre in moltissime lettere):

La tua dolcissima Santità mi ha parlato molto nella vostra lettera circa la cattedra di San Pietro , il principe degli apostoli , dicendo che lui ora siede su di essa nelle persone dei suoi successori . E anzi io riconosco di essere indegno […] Ma ho accettato volentieri tutto ciò che è stato detto […] Chi ignora che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del principe degli apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi dalla pietra Pietro? E per lui è detto dalla voce della Verità , A te darò le chiavi del regno dei cieli (Mt XVI. 19 ). E ancora gli si dice, e tu una volta ravveduto convertito, conferma i tuoi fratelli ( XXII. 32 ) . E ancora una volta , Simone, figlio di Giona , mi ami tu? Pasci le mie pecorelle ( Joh. XXI . 17 )[3].

 

E’ vero che Gregorio teneva molto alla collegialità con i patriarchi di Alessandria e di Antiochia (non più esistenti da molti secoli) ma – in questa stessa lettera – specifica che spettava al vescovo di Roma il presiedere perché era quella la sede che san Pietro aveva onorato di più. Tanto che – proprio per la questione del titolo “universale” – poteva rivolgersi loro con queste parole:

Vi esortiamo quindi di nuovo al cospetto di Dio e dei suoi santi che osserviate queste norme con sommo zelo e con tutto l’impegno della vostra mente. Se qualcuno, infatti ciò che non crediamo trascurerà in qualche aspetto la presente lettera, sappia di essere escluso dalla pace con san Pietro, principe degli apostoli[4].

 

Quindi, pur non amando fare uso della sua autorità, non si tirava indietro quando la situazione lo richiedeva. Un altro esempio è quello che si legge in quest’altra lettera:

 

abbiamo ritenuto necessario inviare appositamente questi rigorosi ordini scritti, per cui, con l’autorità del beato Pietro, principe degli apostoli, noi comandiamo che….[5].

 


[1]Epistolario, Libro VIII, Lettera XXX. Alcuni stralci dell’Epistolario si trovano in italiano in rete. Per consultarlo nella sua interezza sono fruibili versioni online in inglese o in latino. La prima può essere letta e scaricata qui.http://www.ccel.org/ccel/schaff/npnf212.html

[2]Lettere, V, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1996, p.183.1851869

[3] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book VII, Epistle LX, pp. 796797. Traduzione dall’inglese mia.

[4]Epistolario , Libro V; Lettera XLIII.

[5] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book IV, Epistle X, p. 661. Traduzione mia.

 

 

Gregorythegreat

 

 

 

Pubblicato in Storia del Cristianesimo
Domenica, 05 Gennaio 2014 06:04

L'azione della Chiesa.

tratto dall’Enciclopedia di Apologetica — quinta edizione — traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire — Réponses aux objection


Tratteremo il presente soggetto dal punto di vista apologetico dividendolo in questo modo:
1° II segno divino della santità considerata in generale.
2° La santità voluta da Cristo per la sua Chiesa.
3° La testimonianza dei martiri.
4° La Chiesa cattolica genera continuamente dei santi.
5° Differenze tra i santi canonizzati dalla Chiesa e gli eroi o saggi delle altre religioni.
6° La testimonianza dell’esperienza mistica e quella del semplice cristiano.

CAPITOLO I. — IL SEGNO DIVINO DELLA SANTITÀ»

La santità eminente e manifesta del fondatore, degli apostoli e dei martiri d’una religione è segno della sua origine divina? Tutta la tradizione risponde affermativamente, perché la santità, se è davvero eminente e manifesta, non può esistere senza uno speciale intervento di Dio: essa è un miracolo morale e il suggello di Dio sulla sua opera. Questa conclusione deriva dallo stesso concetto di santità.

§ I. — Nozione della Santità.

I due caratteri essenziali della santità. — La santità, come dimostra San Tommaso (II-II, q. 81, 8) ha due caratteri essenziali: prima di tutto immunità da ogni macchia, da qualsiasi peccato direttamente o indirettamente volontario e anche da qualsiasi imperfezione morale; in secondo luogo unione saldissima con Dio. Il secondo carattere è il principale, perché l’anima è fermamente unita a Dio in quanto evita ogni deviazione volontaria o negligenza. Questi aspetti della santità furono spesso espressi dicendo che essa esige la separazione da tutto ciò che è impuro, da ciò che è terreno nel senso peggiorativo della parola, e una consecrazione spirituale totale e immutabile dell’anima a Dio. Secondo la fede cristiana la separazione e l’unione sono perfette e inammissibili solo nella beatitudine celeste; ma esistono, in un grado inferiore, anche quaggiù, in quanto la vita cristiana è il germe della vita del cielo, semen gloriae.

La santità così definita ordina tutti gli atti di virtù a Dio.

La santità suppone un aiuto speciale di Dio. — I due caratteri della santità possono realmente esistere senza uno speciale intervento divino? Se il principio di finalità ha un senso e una portata, se ogni agente agisce per un fine e se la subordinazione degli agenti o delle cause corrisponde alla subordinazione dei fini (S. th. 111, q. 109, a. 6), bisogna rispondere: non ci può essere vera santità senza il soccorso di Dio, né può esistere la santità eminente, fulgida, straordinaria, senza un intervento straordinario di Dio, che è un miracolo d’ordine morale, come la resurrezione d’un morto è un miracolo– d’ordine fisico. Le due forme d’intervento divino s’illuminano e si confermano senza circolo vizioso: ciò che c’è di luminoso nella santità conferma il miracolo già manifesto ed esclude assolutamente l’ipotesi della contraffazione diabolica; ciò che nella santità resta oscuro, è confermato dal miracolo già ammesso. Cosi, senz’alcun circolo vizioso le nostre due proposizioni si aiutano a vicenda.

§ 2. — I segni della santità.

L’eroicità delle virtù. — La santità si manifesta specialmente nell’esercizio eroico delle varie virtù. Come dice San Tommaso (In Matthaeum, e V, in princ), » la virtù comune perfeziona l’uomo in modo umano; la virtù eroica in modo sovrumano. Quando l’uomo forte teme ciò che è da temersi, vi è la virtù e, se non temesse, sarebbe temerità; ma se, appoggiandosi sull’aiuto di Dio, non teme più nulla, la virtù è sovrumana o divina «.

La virtù cristiana, di cui qui parliamo, supera manifestamente quella descritta dai migliori saggi pagani. Essi raccomandavano di vivere da uomini, secondo la retta ragione; Gesù invece dice: » Siate perfetti cotn’è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt., 5, 48), perché noi siamo chiamati a partecipare alla sua vita intima, a vederlo immediatamente com’egli vede se stesso, ad amarlo com’egli si ama, e la grazia che ci viene data è il germe della vita eterna.

Questa grazia santificante è sempre accompagnata dalla virtù più alta, la carità, che corrisponde al precetto supremo. La grandezza della carità è espressa nelle otto beatitudini evangeliche (Mt. e. 5), che ce ne fanno conoscere i frutti. Essa suppone la fede e la speranza, e anima 0 ispira le virtù cristiane morali, che sotto il suo influsso superano di molto il livello delle virtù morali descritte da un Piatone, da un Aristotele o un Seneca.

San Tommaso ci fa conoscere l’altezza cui devono giungere queste ultime virtù quando scrive a proposito delle virtutes purgatoriae (I-IL q. 61, a. 5): «La prudenza disprezza tutte le cose terrene per la contemplazione di quelle divine; dirige tutti i pensieri dell’anima a Dio. La temperanza abbandona, per quanto la natura può sopportare, tutto quello che il corpo esige. La fortezza impedisce all’anima di spaventarsi di fronte alla morte e all’incognito delle cose superiori. Infine la giustizia ci fa entrare pienamente in questa via tutta divina «. Nello stesso luogo egli dice che le virtù dei grandi santi quaggiù sono quelle dell’anima pienamente purificata, virtutes jam purgati animi.

Da che cosa si riconosce l’eroicità delle virtù. — Secondo Benedetto XIV(1) la Chiesa per riconoscere l’eroicità delle virtù richiede quattro condizioni:
1° La materia su cui la virtù si esercita, cioè il suo oggetto, dev’essere difficile, superiore alle forze comuni degli uomini;
2° i suoi atti devono essere compiuti prontamente;
3° con una certa gioia, quella del sacrificio;
4° non una volta sola o raramente, ma spesso, quando se ne presenta l’occasione.

(1) De servorum Dei beatificalione, lib. Ili, e. 21 s.

Un San Luigi Bertrando restò tranquillissimo in mezzo a pericoli molto gravi; quando seppe di aver bevuto un veleno preparato da una mano criminale, restò calmo, mettendo la sua confidenza in Dio solo; colpito da sofferenze atroci non si lamenta, ma dice: » Signore, su questa terra brucia e taglia quello che dev’essere bruciato, purché sia risparmiato in eterno «. San Vincenzo martire, messo sul cavalletto e poi arso vivo, rimprovera ai carnefici la loro lentezza e, gli occhi volti al cielo in un’ultima preghiera, accetta con gioia i tormenti.

Il martirio. — Tra tutti gli atti eroici quello che più di ogni altro manifesta la santità e l’intensità dell’amore di Dio è evidentemente il martirio. Infatti per mostrare che amiamo qualcuno non c’è modo migliore che privarci per lui di ciò a cui teniamo maggiormente e sopportare per lui i peggiori tormenti. Ora tra tutti i beni della vita presente, quello cui siamo più attaccati è la vita stessa; abbiamo una ripugnanza naturale per la morte, specialmente se violenta, e per i supplizi che ci possono essere inflitti per farci rinnegare la fede. Per questo il martirio è il più grande segno della carità perfetta, secondo il detto del Salvatore: » Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici » (Gv. 15, 13). Così » martire significa testimonio della fede cristiana, che porta a disprezzare i beni visibili per quelli invisibili ed eterni » (S. th. II-II q. 124, a. 4). » Nessuno può disprezzare i beni presenti se non per la speranza di quelli futuri; e siccome la fede ci mostra le cose invisibili, per le quali dobbiamo disprezzare il mondo, le sue attrattive e le sue minacce, si dice che la fede riporta la vittoria sul mondo e che lo ha vinto » (S. Tomm., In Ep. ad Haebr., xi).

L’armonia e la connessione delle virtù. — Ma per meglio distinguere la virtù eroica da quella che le può assomigliare e specialmente dall’ostinazione dell’orgoglio, bisogna considerare la connessione delle virtù, che si devono unire sotto la direzione della vera prudenza e sotto l’impulso della carità, dell’amore di Dio e del prossimo (S. th. I-II, q. 65). Questa varietà e connessione delle virtù non può essere frutto soltanto del temperamento, che è determinato più in un senso che nell’altro. Chi per natura è portato alla fortezza, non lo è alla mansuetudine, né viceversa. I forti devono lavorare per diventare dolci e i dolci devono imparare a divenire fermi: gli uni e gli altri salgono alla stessa altezza, ma per versanti opposti. Perciò se qualcuno ha insieme e in modo eminente le diverse virtù, anche quelle che s’assomigliano di meno, una grande fortezza e una perfetta dolcezza, un grande amore della verità e della giustizia e una misericordia inesauribile per quelli che errano, ciò non può essere senza un aiuto specialissimo di Dio. Egli solo infatti nella semplicità eminente della sua vita intima unisce le perfezioni più diverse e può quindi unirle nell’anima umana, fatta a sua immagine.

Insegnamento di San Paolo. — In questo nesso delle virtù c’è un’ammirabile armonia che fa dire a San Paolo : » La carità è paziente, è benigna; la carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non opera nulla di sconveniente, non ricerca il proprio interesse, non si muove ad ira, non tiene conto dei torti ricevuti, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra con la verità; tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (I Cor. 13, 47). In altri termini la carità suscita, ispira, anima o vivifica le virtù che rende meritorie, ordinandone tutti gli atti a Dio, amato effettivamente sopra tutte le cose.

Benedetto XIV. — A questo riguardo Benedetto XIV (op. cit., lib. m, e. 21) scrive: » Tra i pagani è possibile trovare vere virtù morali e pare che nulla possa impedir loro di giungere a un grado eroico (per esempio di fortezza). Ma per l’eroicità si richiede l’unione di tutte le virtù morali, di cui parliamo; ora poiché quei pagani, che furono chiamati eroi per l’eccellenza di questa o di quella virtù morale, erano generalmente privi di altre virtù e restavano schiavi di questo o di quel vizio, non possono essere chiamati eroi in senso stretto «.

L’armonia tra le virtù più diverse appare, ad esempio, nel predicatore della fede, quando egli parla in nome di Dio con un’autorità sovrana, a tam-quam potestatem habens » (Mt. 7, 29), senza ricorrere » al linguaggio persuasivo della sapienza umana » (I Cor., 2, 4), mostrando nello stesso tempo, profonda umiltà, grande carità verso il prossimo, fortezza invincibile nella persecuzione, grande dolcezza, fino a pregare per i suoi carnefici (2).

San Francesco di Sales. — San Francesco di Sales riguardo a questa unione delle virtù apparentemente contrarie nota: » L’unione di un’altissima carità con una profondissima umiltà è molto ammirabile, perché queste due virtù sono cosi lontane l’una dall’altra, che sembrano non potersi mai incontrare in una stessa persona. Infatti la carità quanto più aumenta tanto più innalza l’anima sopra tutto ciò che non è Dio mentre l’umiltà, all’opposto, abbassa l’anima al di sotto di se stessa e di tutte le creature, perché è proprio di questa virtù, quanto più è grande, di abbassare l’anima in cui si trova. Com’è dunque possibile, unire questi due estremi, «ingiungere cioè l’umiltà con la carità? Certo, è cosa naturalmente impossibile; solo Nostro Signore poteva unire queste due virtù, ed Egli dimostrò la grandezza incomparabile del suo potere, unendo due cose tanto lontane » (Sermon sur la Visitation).

L’unione di queste due virtù è naturalmente impossibile, ma nella vita della grazia, che il Vangelo ci fa conoscere, l’una non può esistere senza l’altra, perché crescono insieme. La radice dell’albero in crescita si spinge sempre più profonda nel suolo, mentre il ramo più alto s’eleva verso il cielo; così l’umiltà ricorda sempre più al cristiano che da solo non è nulla e non può nulla nell’ordine della salvezza, mentre la carità lo eleva sempre più verso Dio e lo rende sempre più docile alla grazia divina.

Pascal. — La connessione delle virtù più diverse giunte a un grado eroico, è un segno della speciale presenza di Dio in un’anima, perché egli solo può riunire così intimamente perfezioni tanto differenti. È ciò che fa pure notare Pascal in uno dei suoi profondi Pensieri: a Io non ammiro affatto l’eccesso d’una virtù, ad esempio del valore, se nello stesso tempo non vedo l’eccesso della virtù opposta, come in Epaminonda, che possedeva l’estremo valore e l’estrema benignità. Perché agire altrimenti non è salire, ma cadere. Non si dimostra già la propria grandezza col porsi a un estremo, ma raggiungendoli insieme tutte e due e occupandone tutto l’intervallo «.

(2) Cfr. San Tommaso. Quodlibet, IV, a. 19 : » Nell’atto delle virtù bisogna distinguere tra ciò che si fa e il modo di farlo. Cosi il fatto di sopportare le torture del martirio non suppone necessariamente la carità perfetta, e anche chi è privo della carità può sopportare tali tormenti, ma la carità perfetta li fa sopportare prontamente e con gioia (la gioia del sacrificio), come si vede in San Lorenzo e San Vincenzo, che dimostrarono ima santa esultanza nel loro supplizio; cosa che non possono compiere quelli che non hanno la carità e quelli che l’hanno solo imperfetta».

§ 3. — Il santo per eccellenza.

Le testimonianze evangeliche. — Questi principi hanno la loro applicazione più evidente riguardo alla santità, di Gesù stesso, che, anche per confessione di molti increduli, ci appare il perfetto modello della santità e delle virtù più diverse.

Colui che San Giovanni Battista mostrò a dito dicendo: «Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo » (Gv. I, 29. 36) può rispondere ai suoi avversari che cercano di confonderlo: » Chi di voi mi può accusare di peccato?… Chi è da Dio ascolta le parole di Dìo; ecco perché voi non le ascoltate, perché non siete da Dio » (Gv., 8, 46). In lui Pilato non trova nessun delitto e lavandosi le mani dichiara: «Io sono innocente del sangue di questo giusto; rispondetene voi » (Mt. 27, 24).

Gesù modello d’ogni santità. — Gesù appariva immune da ogni peccato; ma la sua santità, specialmente nella Passione, brillò come l’armonia più alta delle più diverse virtù e mentre l’odio contro di lui cresceva fino al parossismo, sempre più si manifestò il suo amore a Dio e alle anime, fino al consummatum est.

In Lui s’armonizzano la sapienza più sublime, che non perde mai di vista il fine ultimo, la vita eterna, e il più acuto senso pratico, manifestato specialmente nelle risposte alle questioni più insidiose.

In Lui s’univano la perfetta giustizia e l’inesauribile misericordia, mentre in noi la giustizia degenera spesso nell’inflessibilità e la misericordia in debolezza. Nel perdono del Salvatore alla donna adultera quanta fermezza e insieme quanta bontà!

In Lui s’armonizzano pure la somma dignità e la più profonda umiltà. Non fu mai cosi grande come nelle umiliazioni della Passione, accettata per nostro amore. A Pilato risponde: «Tu l’hai detto; io sono re. Per questo sono io nato e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità; chiunque ama la verità, ascolta la mia voce » (Gv. 18, 37).

In Gesù si conciliano la fortezza più eroica e la più grande dolcezza nel sorriso del Crocefisso che prega per i carnefici: » Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno » (Le. 23, 34). Molti santi nei loro tormenti ripeteranno questa preghiera, che permette di distinguere il vero martire da quello falso.

È impossibile trovare armonia morale più alta e più profonda, che abbia un irraggiamento più estóso e uno splendore più abbagliante con un’espressione più nobilmente sobria.

E» la santità del buon pastore, che potè dire di se stesso: » Io sono il buon pastore; il buon pastore da la sua vita per le pecorelle. Per questo il Padre mi ama; perché io dò la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la può togliere, ma da me stesso io la dò: è in mio potere il darla ed è pure in mio potere il riprenderla di nuovo. Tale è il precetto che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10, 11. 1718).

Conclusione: le disposizioni interiori che dimostrano maggiormente la santità. –La testimonianza della santità diventa tanto impressionante e convincente quanto più d sforziamo di seguire la stessa sua via, poiché cosi, nella luce dei doni dello Spirito Santo, i segni di cui abbiamo parlato, acquistano tutto il loro valore. Vedendo dal di fuori la vetrata d’una chiesa è molto se riusciamo a distinguere che cosa rappresenta; se invece la guardiamo dal di dentro, nella luce interna tutto s’illumina.

CAPITOLO IILA SANTITÀ» VOLUTA DA CRISTO PER LA SUA CHIESA

Dopo aver parlato della nozione della santità e dei segni che la manifestano, dobbiamo vedere quale santità Cristo volle per la sua Chiesa e quali principi e mezzi di santificazione si trovano in essa.

§ 1. - Cristo per la sua Chiesa volle una santità manifesta ed eminente.

Poiché la santità esige esenzione da ogni macchia morale e stabile unione con Dio, una società è visibilmente ed eminentemente santa se ha in se stessa i principi e i mezzi efficaci per produrre nei suoi membri una santità insigne, e se di fatto essa mostra continuamente gli effetti di questa santità, cioè produce in molti suoi membri virtù superiori e, in alcuni, virtù eroiche, che superano evidentemente le forze morali naturali dell’umanità. Queste virtù possono essere visibili nei loro effetti, per esempio in un grande amore di Dio, unito ad assoluta abnegazione e grande carità verso il prossimo.

Gesù volle che la sua Chiesa fosse eminentemente sante. — Ora Cristo volle che questa sublime santità fosse una proprietà e una nota della sua Chiesa, perché essa continuamente faccia vedere alle anime il fine divino verso il quale le conduce.

Il Salvatore espresse costantemente questa volontà parlando del regno di Dio, e facendo conoscere la sua missione agli apostoli. Pregando per loro, prima della Passione disse: » Padre, …consacrali nella verità; la tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, cosi io pure li ho mandati nel mondo; e per loro io consacro me stesso, affinchè anch’essi siano consacrati nella verità. Non prego soltanto per essi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, affinchè tutti siano una sola cosa, siccome tu, o Padre, sei in me ed io in te, anch’essi siano uno in noi » (Gv. 17, 1721).

Già dall’inizio del suo ministero, Gesù aveva detto nel discorso della montagna: » Se la vostra virtù non sorpasserà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt. 5, 20); e nello stesso momento, facendo conoscere tutta la sublimità della legge nuova e predicando le beatitudini evangeliche, aveva esortato tutti i suoi discepoli a un alto grado d’umiltà, di purezza, d’abnegazione, di carità, d’amore per i nemici. Per produrre e conservare questa santità nelle anime promise l’Eucarestia dicendo: » Io sono il pane vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane, che io darò, è la mia carne per la salute del mondo » (Gv. 6, 51). Inoltre promise e mandò lo Spirito santificatore: a Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatorc, perché resti sempre con voi; lo Spirito di verità… e dimorerà con voi e sarà in voi » (Gv. 14, 1617).

Gesù volle che la santità fosse manifesta. — La santità voluta da Cristo per la sua Chiesa è quindi eminente. Inoltre dev’essere visibile, perché disse ai discepoli: a Voi siete la luce del mondo. Non può una città, che sia posta sopra un monte, restar nascosta; né si accende una lucerna per riporla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, e cosi fa lume a quanti sono in casa. Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinchè vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt. 5, 1416).

Gesù dice ancora: » Così ogni albero buono porta buon frutto » (Mt. 7, 17); e agli apostoli: » Non voi avete scelto me; sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti affinchè andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia durevole, affinchè tutto ciò che domanderete al Padre mio in nome mio ve lo conceda. Questo io vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv. 15, 1617). La carità fraterna è il grande segno dell’amor di Dio: «Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete l’un l’altro » (Gv. 13, 35)

Infine ai predicatori della fede promette segni straordinari, che mostreranno la santità e la divina origine del Vangelo: te Andate .per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crede e si fa battezzare si salverà; chi non crede sarà condannato. E i miracoli sono questi che accompagneranno i credenti: nel nome mio scacceranno demoni; parleranno lingue nuove; prenderanno in mano serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero, non avranno danno; imporranno le mani agli ammalati e guariranno » (Me, 16, 1518).

San Paolo esprime mirabilmente la volontà di Cristo relativa alla santità della Chiesa, nella Lettera agli Efesini: «Voi, o mariti, amate le vostre mogli come il Cristo ha amato la Chiesa, e per essa ha dato se stesso, a fine di santificarla, purificandola col lavacro dell’acqua, mediante la parola, per far comparire dinanzi a sé questa Chiesa, rivestita di splendore, senza macchia né ruga o altro di somigliante, ma tutta santa e immacolata » (Ef., 5, 2527).

Cristo previde anche la presenza dei peccatori nella sua Chiesa — Nel pensiero del Salvatore questa santità sarà consumata in cielo, ma sulla terra, anche se la Chiesa dev’essere visibilmente santa per la sua dottrina, per i mezzi e i frutti di santificazione, vi sono tuttavia in essa dei peccatori, come emerge dalla parabola del loglio: » Un nemico ha seminato la zizzania in mezzo al buon grano… Non raccoglietela perché con la zizzania non sradichiate anche il buon grano. Lasciateli entrambi crescere fino alla mietitura » (Mat., 13, 30). Del resto la presenza dei peccatori nella Chiesa è occasione delle virtù insigni della pazienza, della misericordia, dello zelo, della riparazione: «Amate i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano » (Mt., 5, 44).

Questa volontà, che è certamente quella costantemente espressa da Cristo, è realizzata?

§ 2. — La Chiesa offre a lutti i principi e i mezzi di santità?

La Chiesa conservò i princìpi fli santità nella sua dottrina e nella sua prassi. — La Chiesa cattolica propone oggi come nei primi secoli, tutta la dottrina di Cristo, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione, e non ne ha rigettato nessun punto, per quanto misterioso e difficile possa apparire alla debolezza umana. E questo si può constatare leggendo gli scritti degli antichi Padri apostolici, i quali contengono molti dorami negati dai protestanti, specialmente quello del sacramento e sacrificio eucaristico, che suppone il sacerdozio. La Chiesa difende l’integrità della dottrina cristiana come la pienezza della verità al di sopra degli errori spesso opposti tra loro: il mistero dell’Incarnazione fu difeso ora dal monofisismo ora dal nestorianismo, quello della Trinità contro l’arianesimo e il sabellianismo, quello della grazia contro il pelagianismo e il predestinazionismo; anche la morale cristiana è preservata dalle deviazioni opposte tra loro del rigorismo e del lassismo.

Praticamente poi la Chiesa lotta di continuo per conservare l’integrità della legge evangelica sotto tutti i suoi aspetti, specialmente sull’unità e l’indissolubilità del matrimonio. Invece la pseudoriforma nega il libero arbitrio, nonché la bontà divina e la volontà salvifica universale; insegna la giustificazione mediante la sola fede, senza le buone opere e accetta il divorzio dei principi. Infine mentre la Chiesa invita molte anime alla pratica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, gli pseudoriformatori portano le anime consecrate a rinunciare alla verginità e agli altri consigli. Cosi la Chiesa cattolica nella sua dottrina dommatica e morale conserva i principi della santità.

La Chiesa conserva i mezzi di santificazione istituiti da Gesù Cristo. -

La Chiesa per mezzo del suo culto custodisce anche la fonte e i mezzi di santificazione; conserva il sacrificio della Messa, in cui, secondo la Scrittura (Le, 22, 19; I Cor., 11, 24; Ebr., 9, 28; 10, 14; 7, 11) e la Tradizione, è » realmente contenuto e incruentemente immolato lo stesso Gesù Cristo, che sull’altare della croce immolò se stesso una sola volta in modo cruento «. (Conc. trid., sess. xxii, e 2), applicandoci cosi i meriti della Passione, onde riceviamo i frutti della redenzione. Secondo le stesse testimonianze, i sette sacramenti contengono e conferiscono la grazia che significano: l’assoluzione sacramentale giustifica i peccatori e li riconcilia con Dio; la comunione eucaristica nutre spiritualmente le anime, cui è pegno di vita eterna.

Invece i protestanti hanno respinto il sacrificio della Messa e quasi tutti i sacramenti. Anche quando conservano il battesimo e la cena, in essi non vedono altro che segni della fede, non le fonti di grazia. Il culto propriamente detto, dopo la soppressione del sacrificio della Messa, resta freddo e non attira più i fedeli, che a poco a poco si dividono in varie denominazioni o cadono nel naturalismo. Alcune sette però, vedendo i difetti del culto protestante, imitano quello cattolico.

I precetti della Chiesa poi ci aiutano evidentemente a compiere bene la legge divina, come quello di sentire la Messa alla domenica, di comunicarsi a Pasqua, quello del digiuno e dell’astinenza.

§ 3. — Gli effetti di questi princìpi e mezzi di santificazione.

La Chiesa, proponendoci questi principi e mezzi di santificazione, ha trasformato la vita individuale dell’uomo, la vita familiare e quella sociale.

Santificazione dell’individuo. — La Chiesa liberò l’uomo e sempre lo libera dagli errori riguardanti Dio, il mondo, l’anima e la vita morale; trionfò sul politeismo e strappa le anime al materialismo e al determinismo, alla morale del piacere e dell’interesse, che della moralità conserva soltanto il nome; predica il Vangelo e i mezzi di salute a tutti, ai più poveri e ai meno istruiti, trascurati dai filosofi; ha sempre condannato e combattuto le tre concupiscenze, quella della carne, quella degli occhi e l’orgoglio della vita; porta incessantemente a praticare le virtù naturali e le virtù cristiane, insegnando come si devono unire.

Santificazione della famiglia. — Restaurò la famiglia proteggendo la donna, i bambini e i servi contro il dominio crudele e licenzioso dell’uomo; non cessò di combattere la poligamia, il ripudio, tollerato dalla legge di Mosè, e il divorzio.

Nella Chiesa cattolica il culto della Santissima Vergine, anch’esso respinto dai protestanti, rianima sempre l’amore della verginità e quello della perfetta castità coniugale. Il Padre Lacordaire nella sua 34.a conferenza potè dire: » Gesù Cristo volle nascere da una donna vergine e madre, modello ineffabile della dedizione materna e della dedizione verginale… La donna, in diciotto secoli, non cessò mai di specchiarsi in questo sublime esemplare, che è quello della sua rigenerazione, e, attingendovi il doppio coraggio della castità e dell’amore, si rese degna di quel rispetto che il mondo aveva bisogno di tributarle… Al culto della carne e del sangue successe il culto degli affetti.

Vi sono sulla terra tre debolezze: la debolezza di proprietà: è il povero; la debolezza di sesso: è la donna; la debolezza di età: è il fanciullo. Queste tre debolezze sono però la forza della Chiesa, la quale, mentre strinse insieme alleanza prendendole sotto la sua protezione, si mise a sua volta sotto la loro. Tale alleanza cambiò la faccia del mondo, perché fino allora il debole era sacrificato al forte, il povero al ricco, la donna all’uomo e il fanciullo a tutti…

Alla donna cristiana, per una speciale delegazione, sono stati affidati tutti i poveri… Tra il mondo pagano e il mondo cristiano e è la stessa differenza che tra la sacerdotessa di Venere e la suora di San Vincenzo de» Paoli… «.

La Chiesa protegge ancora la nascita e la vita del fanciullo; raccoglie i bambini abbandonati, vigila sulla loro formazione intellettuale, morale e religiosa; e a quanto fa per loro, e anche per i malati e i vecchi, non si può paragonare quello che fanno le sette protestanti dove domina sempre più il naturalismo e dove a poco a poco scompare la vita veramente cristiana.

Santificazione della società. — La Chiesa non ha fatto di meno per un profondo rinnovamento della vita sociale. Fu essa che liberò progressivamente la schiavitù, ricordando che tutti gli uomini sono figli di Dio e fratelli in Cristo. Essa rafforzò l’autorità civile ricordando che ogni potere viene da Dio in vista d’un bene generale della società; nobilitò anche l’obbedienza, dicendo che obbedire alle legittime autorità costituite e alle leggi giuste significa infine obbedire a Dio stesso; lottò contro tutte le tirannie, per salvaguardare ogni legittima libertà, specialmente quella di fare il proprio dovere e di far regnare la pace. Conviene ricordare qui ciò che diceva il Padre Lacordaire nella 35.a conferenza: «La società –cattolica aperse al mondo due fonti inesauribili d’obbedienza e di venerazione. L’una è pubblica: l’autorità della sua gerarchia, che dura da milleottocento anni… e, .con la sola persuasione, sa farsi obbedire e venerare in modo che, in nessun tempo e luogo,» nessuna autorità umana fu così obbedita e venerata. L’altra, che è segreta, è la confessione «, che s’impone a tutti, ai forti e ai deboli.

La Chiesa lavora continuamente per far regnare nella società la giustizia e la carità. Se contro il comunismo difende il diritto di proprietà individuale, contro gli abusi del capitalismo cerca di migliorare il più possibile la condizione degli operai e delle loro famiglie. (Cfr. le Encicliche » Rerum novarum » del 1891 e a Quadragesima anno » del 1931).

La pace di Cristo nel regno di Cristo. — Infine vediamo la santità della Chiesa nella pace che essa cerca di mantenere o di ristabilire tra le nazioni„ proscrivendo ogni guerra ingiusta, e affermando la necessità e l’eccellenza della legge di carità e di fraternità cristiana, al di sopra degli speciali interessi dei diversi popoli. Cosi nel medioevo si ebbe un’unità cristiana dell’Europa.

Vladimiro Soloviev (La Russia e la Chiesa universale, ed. it., p. 39) dice che » la filosofia rivoluzionaria ha fatto sforzi… per sostituire a quest’unità quella del genere umano, e si sa con che risultati. Militammo universale ispirato da un odio nazionale quale il medioevo non ha mai conosciuto e che trasforma interi popoli in eserciti nemici; antagonismo sociale profondo e irriconciliabile; lotta di classi, che minaccia di mettere tutto a fuoco e a sangue; decadenza progressiva della forza morale negli individui manifestata dal crescente numero di follia, di suicidi e delitti «. Sono i segni d’una società che si separa da Dio, e dimostrano in modo singolarmente urgente la necessità di ritornare a lui, come non cessa di dire il Vicario di Gesù Cristo, ricordando che la pace di Cristo si trova soltanto nell’instaurazione del suo regno di verità, di giustizia, di carità nella vita degl’individui e dei popoli.

In questo doloroso stato di cose si vede come opere profondamente cristiane, con risorse materiali minime, abbiano un immenso rendimento spirituale come l’opera di un Padre Chevrier, amico del Curato d’Ars, nei sobborghi di Lione, mentre opere non cristiane con immense risorse materiali abbiano un risultato morale minimo.

Conclusione: la Chiesa offre sempre al mondo la santità capace di guarirlo dai suoi mali. — La santità della Chiesa ha segni non equivoci. È la santità che Cristo volle per la Chiesa, quella che deriva dai princìpi e dai mezzi di salute che essa offre a tutti, col sacrificio eucaristico e con i sacramenti; principi e mezzi di santificazione trasformano la vita individuale, familiare e sodale di coloro che non si sottraggono al loro influsso.

I mali presenti sono quelli d’una società che vuole separarsi dalla Chiesa e, a loro modo dimostrano come il suo influsso santificatore è necessario più che mai. Solo il ritorno al Vangelo, alla luce della vita, come non cessano di ripetere i Sommi Pontefici, può salvare la società, ricordando come al di sopra dei beni materiali che dividono, perché non possono appartenere simultaneamente e integralmente a tutti e ad ognuno, vi sono i beni spirituali, la verità, la virtù, Dio stesso, che ciascuno possiede quanto più li dona agli altri e che, unendoci profondamente, solo essi possono darci la pace e la gioia, facendo pregustare la beatitudine promessa dal Salvatore ai suoi discepoli.

CAPITOLO III. — LA SANTITÀ DELLA CHIESA E LA TESTIMONIANZA DEI MARTIRI

La santità della Chiesa si manifesta non solo negli effetti generali prodotti nella vita individuale, familiare e sociale, ma anche in fatti eccezionali, che manifestano in modo impressionante l’eroicità delle virtù, e particolarmente nella costanza dei martiri.

La testimonianza dei martiri ha un valore speciale, dato che la loro costanza supera evidentemente k forze naturali dell’uomo e suppone uno straordinario aiuto di Dio. Ora questo è evidente quando si considera il grande numero dei martiri, la loro condizione ed età, il motivo per cui soffersero, la qualità dei loro tormenti fisici e morali, e infine la loro pazienza eroica, unita alle altre virtù.

§ 1. — La testimonianza dei martiri.

1. Il numero dei martiri. — Dal 64, sotto Nerone, fino all’editto di Costantino (313) infuriarono le grandi persecuzioni. Abitualmente se ne contano dieci, che Lattanzio riduce a sei; vi furono pure molte persecuzioni locali. Secondo la tradizione e la storia, innumerevoli furono i martiri, e solo nel 1684 apparve il primo contraddittore in H. Dodwell, secondo il quale gli antichi martiri sarebbero stati pochissimi. Egli fu confutato dal Ruinart (Acta primorum martyrum sincera et selecta, Parigi 1689), e i documenti più recenti trovati nelle catacombe, confermano le antiche testimonianze dei Padri e quelle dei pagani, come riconoscono gli stessi razionalisti. G. Boissier nel libro La fin du paganisme (t. i, p. 393) dice: k Anche supposto che ogni volta e in ciascun luogo particolare siano perite poche vittime, queste riunite devono formare un numero considerevole «. Stando al martirologio romano, solo in Roma vi furono 13.825 martiri. Secondo Tacito (Annal. xv, 4345) nel 64 sotto Nerone fu messa a morte una » grande moltitudine di cristiani «. Éusebio (Stor. eccl. in, 33; v, 1; vi, 1; vii, 11) riferisce che vi fu un gran numero di martiri anche sotto Traiano, Marco Aurelio, Severo, Decio e Diocleziano. La stessa testimonianza troviamo in Lattanzio, Sulpicio Severo, San Cipriano. Nelle catacombe furono trovate iscrizioni latine come questa: Marcella et Cristi martyres CCCCCL (550).

Inoltre, per confessione degli stessi razionalisti, i cristiani che allora non perirono ebbero bisogno d’una grandissima forza d’animo per abbracciare la fede e perseverare.

Infine ci furono numerosi martiri in Persia; secondo Sozomeno (Hist. eccl. n, e 4) sotto il re Sapore ne morirono 190.000, come pure nei paesi maomettani e più recentemente in Giappone, in Cina, nell’Annam, nell’Uganda, nel Messico, in Spagna. Nella Chiesa la testimonianza del sangue non è mai venuta meno.

2. La condizione dei martiri. — Si deve pure considerare la condizione dei martiri che non furono soltanto rozzi plebei, ma anche nobili e dotti, come San Giustino, Sant’Ireneo, San Cipriano; donne, come Santa Perpetua, Santa Cecilia, Sant’Agnese, Santa Blandina; fanciulli, come Tarcisio, Quirico, Eulalia; vecchi come San Policarpo.

3. Il motivo per cui tutti quanti soffersero. — Fu ed è sempre la religione e la fede in Cristo Figlio di Dio. Ogni altro motivo è escluso. Non fu l’amore del mondo, delle sue gioie, ricchezze e onori, poiché essi disprezzarono tutto quanto per essere fedeli alla religione cristiana, in cui il paganesimo voleva vedere la causa di tutte le calamità. I cristiani non cospiravano affatto contro l’impero; obbedivano alle leggi giuste, servivano valorosamente nell’esercito, come gli altri; ma erano cristiani e rifiutavano d’offrire sacrifici agli dèi del paganesimo.

4. L’oggetto della loro testimonianza. — È la verità della fede cristiana e dei segni divini che la confermano. I martiri, come dice il loro nome, sono testimoni che preferiscono subire il supplizio della morte piuttosto che rinnegare la fede (1). Lo si vede dalle parole che dicono davanti ai loro giudici e ai carnefici, parole –che davvero realizzano la predizione di Gesù: «Guardatevi dagli uomini, poiché vi tradurranno in tribunale e nelle loro sinagoghe vi flagelleranno; e sarete per cagion mia condotti davanti a governatori e » per render testimonianza a loro e ai Gentili » (Mt., 10, 17). » Vi cacceranno dalle sinagoghe, anzi verrà il momento che chiunque vi uccide penserà di rendere culto a Dio (2). E tutto ciò faranno perché non hanno conosciuto né il Padre né me » (Gv., 16, 2). Gesù aveva anche detto: «Ecco io vi mando profeti, sapienti e maestri; di essi alcuni ucciderete e crocifiggerete e altri flagellerete nelle vostre sinagoghe e perseguiterete di città in città » (Mt, 23, 34).

5. I tormenti. — I Persecutori ricorsero a ogni specie di tormenti fisici e morali, come dice anche Tacito (Annal. xv, 44): la croce, il ferro, il fuoco, le bestie feroci; tormenti che furono sopportati anche da bambini, da infermi, non solo per pochi minuti, ma per lunghe ore e giorni, perché il supplizio veniva prolungato per vincere i cristiani col dolore e indurii a rinnegare la fede.

Non minori erano i tormenti morali. Venivano privati delle loro cariche e dignità e dei loro beni, con tutta la famiglia ridotta alla miseria; spesso dovettero pure lottare contro gli affetti naturali più profondi; contro le lacrime dei genitori, delle spose, dei figli (cfr. Dom Leclercq, Les Martyrs, 1.1, p. 126… Passione di santa Perpetua). Allora si avverò alla lettera la predizione di Gesù: » Io sono venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre… cosi che i nemici dell’uomo saranno i suoi di casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me… Chi fa risparmio della sua vita, la perderà; chi invece ne fa getto per cagion mia, la ritroverà » (Mt., 10, 35). Molti, come Sant’Ermenegildo, furono traditi dai loro genitori; il Salvatore aveva detto : n II fratello consegnerà il fratello perché sia messo a morte e il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i loro genitori e li faranno morire…; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo » (Mt., 10, 21). Infine le vergini cristiane conobbero un altro tormento morale: furono spesso trascinate in luoghi infamati che esse detestavano più della morte.

(1) Cfr. San Tommaso, II-II, q. 134, a. 1 e a : il martirio è un atto della virtù della fortezza, ispirato dall’amor di Dio, per attestare la verità della fede e dei segni che la confermano.

(2) Queste parole, come dice San Tommaso (In Matth., X, 17) riguardano le persecuzioni da parte dei giudei che, nella loro cecità, non intendono rettamente il culto del vero Dio; non quelle dei pagani, preoccupati di difendere il culto degli dèi.

6. La loro pazienza eroica unita alle altre loro virtù. — La fortezza eroica dei martiri brilla tanto più se si considera che l’atto principale della fortezza non è aggredire, in cui bisogna moderare l’audacia, ma stare fermi nei pericoli, il che richiede reprimere la paura (S. ivi. imi, q. 123, a. 6). Cosi il giusto mezzo della fortezza è il culmine in mezzo e sopra i due vizi contrari, della viltà e della temerità {ivi, q. 125127).

Inoltre la virtù della fortezza dev’essere connessa con le altre virtù morali sotto la direzione della vera prudenza; cosi essa rafforza l’uomo nel perseguire il vero bene e non nell’ostinazione dell’orgoglio. Infine, per essere veramente eroica, la fortezza deve compiere atti difficili, che superano la forza comune degli uomini e deve compierli con prontezza, con una certa gioia, quella del sacrificio, quando se ne presenta l’occasione, anche spesso se occorre, e con costanza (3). Cosi i martiri sopportano atroci tormenti pregando Dio di sostenerli. Prima del supplizio provarono, come aveva voluto provare Cristo stesso, il timore naturale della morte, ma pregarono per reprimerlo. Non andavano al supplizio spinti dall’audacia, ma con calma; invece alcuni presuntuosi, che avevano temerariamente denunciato se stessi, all’ultimo momento tremarono e rinnegarono la fede (4).

Inoltre la fortezza dei martiri è connessa con le altre virtù, unita cioè alla carità, alla fede, alla speranza, alla religione, alla prudenza, alla giustizia, alla castità, all’umiltà, e anche alla dolcezza, come si vede dalle loro risposte e quando pregano per i loro carnefici (5), sull’esempio del Salvatore e di Santo Stefano protomartire.

Infine vanno al supplizio con la gioia del sacrificio compiuto per amore; la loro costanza dura spesso più giorni. Il racconto della loro morte ricorda ciò che è detto negli Atti degli apostoli (5, 41): » Gli apostoli uscirono dal sinedrio pieni di gioia per essere stati giudicati degni di soffrire obbrobri per il nome di Gesù «.

Questo si vede specialmente nel martirio di Sant’Ignazio d’Antiochia, di San Policarpo (6), San Cipriano, San Felice, Sant’Ireneo, San Vittore, San Vincenzo (7), Santa Perpetua, Santa Felicita (8), Santa Blandina e tanti altri. Santa Perpetua, lanciata più volte in aria da una vacca inferocita, fu rapita in estasi e non senti nulla (9).

Non mancarono certamente cristiani che, vinti» dal dolore, rinnegarono la fede; ma questo non fa die illuminare maggiormente la costanza dei moltissimi che furono fedeli. Infine occorre notare die i martiri potevano sottrarsi ai tormenti con molta facilità, bastando una sola parola d’abiura alla quale tentavano indurii con ogni specie di promesse. Agli onori promessi essi preferirono l’ignominia, alle voluttà il supplizio, alle ricchezze ia povertà e lo spogliamento, a tutti i beni terreni la morte crudele.

(3) Benedetto XIV, De canonizatione Sanctorum, 1. Ili, e 21.
(4) Cfr. Dom Leclercq„ Les martyrs, t. I, p. 68 ss.
(5) P. Allard, JDix legons sur le martyre, p. 330.
(6) Dom Leclercq„ ivi, t. I, p. 50, 67 ss.
(7) Ruinart, Atta martyrum (ed. di Verona, 1731), pp. 310, 357, a6o, 335, 327.
(8) Ivi, p. 327.
(9) Dom Lecleecq„ O. e., t. I, pp. 137 ss., 95.

§ 2. — La testimonianza dei martiri prova la santità della Chiesa.

Tutto considerato, questa eroica fortezza non è un miracolo d’ordine morale e non suppone un aiuto straordinario di Dio, che viene così a confermare la fede cristiana con un nuovo segno?

È molto difficile negarlo.

Tale fortezza, connessa con le altre virtù, in realtà è il principio degli atti eroici ripetuti spesso, compiuti da una innumerevole moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli, con gioia e costanza, in mezzo a grandi tormenti fisici e morali, senza nessuna speranza di retribuzione temporale e nonostante le promesse più seducenti.

Ora gli atti eroici delle principali virtù, cosi connesse, non possono essere compiuti in siffatto modo, spesso e con gioia, da persone cosi diverse, in circostanze tanto dolorose, senza un aiuto straordinario di Dio.

In realtà non si può spiegare il fatto con cause naturali, come il fanatismo o il desiderio della gloria umana.

1. La fortezza eroica dimostrata non è spiegabile col fanatismo. — II fanatismo è l’illusione di chi si crede ispirato e che ha uno zelo eccessivo per una religione, un’opinione o un partito. Esso genera una cieca ostinazione, che rifugge dalla discussione, esclude la saggezza, la prudenza, la modestia e la dolcezza. Ora i martiri non fuggivano la discussione, ma rendevano volentieri ragione della loro fede; molti erano dotti, come San Giustino, Sant’Ireneo, San Cipriano, e scrissero apologie del cristianesimo. Le loro risposte erano piene di sapienza e di prudenza, e avveravano la predizione di Gesù : a Quando vi avranno tradotti davanti a loro, non vi date pensiero del come parlerete o di quel che direte; poiché in quel momento vi sarà dato quel che dovrete dire, non essendo voi quelli che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » (Mt., 10, 1920). La vergine alessandrina Potamiena rispose al giudice che ordinava di spogliarla e di gettarla in una vasca piena di pece bollente: 0 Ti prego di lasciarmi le mie vesti, e ordina di immergermi a poco a poco in questa vasca bollente, per vedere che pazienza mi ha dato Cristo, che tu ignori» (10).

I martiri cristiani non dimostrarono l’entusiasmo insensato, lo zelo truce, ma la calma e la modestia; basti ricordare la morte di Santa Perpetua di Cartagine, quella di Santa Lucia di Siracusa, di Sant’Agnese, di Santa Cecilia.

Il fanatismo non produce la dolcezza. — Infine il fanatismo produce l’indignazione, la collera, mentre nei martiri cristiani si nota la mansuetudine e in loro si attua l’ammirabile unione della fortezza eroica e della più grande dolcezza. Solo Dio può unire questi estremi. L’ingiustizia provoca naturalmente la collera, e la massima ingiustizia, quella di infliggere un crudele supplizio all’innocente, eccita naturalmente l’irritazione e l’odio contro il persecutore. Ora i martiri cristiani, lungi dall’odiare i loro carnefici pregavano per essi. Il protomartire Santo Stefano esdama: » Signore, non imputare loro questo peccato» (At. 7, 59), come il Salvatore che aveva detto: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno » (Le. 23, 34).

(10) Roinart, Op. e ed. cil., p. 103.

La stessa dolcezza troviamo nella maggior parte dei martiri, come in quelli di Lione, in San Cipriano, San Massimo, il Centurione Marcello, ecc. (11). Essi praticarono fino all’estremo quello che Gesù aveva richiesto: «Pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano «, e avrebbero potuto dire come San Paolo : » Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo; ingiuriati, supplichiamo; sino ad ora siamo trattati come la spazzatura del mondo, come la lordura di tutti » (I Cor. 4, 1213).
Il fanatismo non è perseverante. — Del resto l’impulso del fanatismo non avrebbe potuto durare tre secoli ininterrottamente. Alcuni fanatici disprezzano i tormenti, ma raramente, per poco tempo e quando il supplizio si prolunghi la fermezza del fanatico deriva dalla collera, dall’odio che si rivela nei suoi lineamenti: di qui si vede che è privo della virtù della fortezza, ed è solo ostinato. Nel fanatismo manca evidentemente la connessione delle virtù.

2. La fortezza dei martiri non proviene né dalla vanità, né dal l’orgoglio. –Non si può neppure dire che i martiri cristiani abbiano sofferto per amore della gloria umana, perché furono umili quanto magnanimi; tanto umili che, dopo aver sofferto tormenti per la fede, non permettevano ai fede li di dare loro il nome di martiri. Del resto molti furono uccisi lontano da ogni sguardo. Infine come Cristo morente tra due ladroni, erano considerati come infami malfattori. La loro grande umiltà era congiunta alla magnanimità ben evidente nelle risposte, che essi davano con la più grande certezza in nome di Dio, autore della rivelazione.

L’unione di virtù così differenti e praticate in un grado così alto manifesta uno speciale soccorso dell’Altissimo, senza il quale all’orgoglio avrebbe potuto seguire la pusillanimità. Nei martiri vediamo che si verifica in modo | profondo quello che San Tommaso dice dell’unione di queste due virtù: «La magnanimità fa sì che l’uomo si porti verso grandi cose, considerando i doni che ha ricevuto da Dio; l’umiltà lo porta a fare poco caso di se stesso, considerando i propri difetti » (II-II, q. 129, 3, ad. 4). In realtà i martiri si basavano non sulle proprie forze, ma sull’aiuto di Dio, che non cessavano di chiedere.

3. Il martìrio manifesta un aiuto straordinario di Dio. — Infine nella costanza dei martiri assieme alle altre virtù più diverse, vediamo il segno della santità, effetto proprio di Dio nell’anima, poiché la santità è assenza di ogni macchia morale e unione molto salda con l’autore della salvezza. L’ordine degli agenti deve corrispondere all’ordine dei fini. La santità non può esistere senza l’aiuto di Dio e non c’è santità straordinaria senza aiuto eccezionale. » Tra tutti gli atti delle virtù, il martirio è quello che più di ogni altro manifesta la perfezione della carità o dell’amor di Dio » (II-II, q. 124, 3). E la manifesta tanto più quando il martire mostra fra i tormenti la gioia del sacrificio e la riconoscenza a colui che gli da la forza di sopportare.

Che il martirio manifesti un intervento divino straordinario lo conferma anche il fatto che i martiri dichiarano di non poter sopportare la loro sofferenza senza l’aiuto di Dio. Santa Felicita dice: «Un altro soffrirà in me e per me quello che non potrei sopportare io «. Così San Policarpo, Sant’Andronico, San Vincenzo (12).

(11) Cfir. Dom Leclerccì, Op. cit., 1.1, p. 105; t. II, pp. 106, 155, 158.
(12) RtnNART, Op. e ed. cit., pp. 86, 325, 103, 135, 363.

Non poche volte, poi, autentici miracoli fisici mostrarono ad evidenza tale aiuto divino, che in certe circostanze giunse fino a sopprimere il dolore o a guarire immediatamente le ferite. Infine, come dice Tertulliano (Apol., e. 50) il sangue dei martiri fu un seme. Alle persecuzioni segui subito una prodigiosa diffusione del cristianesimo. Cristo aveva detto: » Se il chicco di frumento messo sotterra muore, porta frutto abbondante» (Gv. 12, 24); e San Paolo: alo mi compiaccio nelle debolezze, negli obbrobri, nelle angustie per il Cristo; perché quando io sono debole, allora sono potente » (2 Cor. 12, 10). Il Salvatore aveva annunciato questa vittoria: » Beati siete voi quando vi oltraggeranno e perseguiteranno per cagion mia. Rallegratevi, perché la vostra ricompensa è grande nel regno dei cieli» (Mt. 5, 1112). San Giovanni potè dire (I Gv. 5, 4): «Tutto ciò che è nato da Dio è vittorioso sul mondo, e la vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede «. Cosi negli Atti degli apostoli si legge (7, 55) che Santo Stefano, mentre veniva lapidato, vide Gesù alla destra del Padre e disse: «Io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo stare alla destra di Dio».

4. Risposta a un’obiezione.

- Le morti coraggiose per una causa erronea. — I razionalisti obbiettano dicendo che la costanza dei martiri si spiega con cause naturali, come l’eroismo del soldato che muore per la sua patria, come quella dei babisti in Persia, dei montanisti, degli anabattisti, che muoiono piuttosto di rinnegare le loro idee religiose. Secondo Gastone Boissier, » davanti alla morte coraggiosa dei valdesi, degli ussiti, dei protestanti… la Chiesa deve certamente rinunciare a sostenere che si muore soltanto per una dottrina vera » (La fin du paganisme, 5 ed. t. 1. p. 344).

La Chiesa non afferma che si muore soltanto per una dottrina vera, ma che la costanza dei martiri cristiani, unita alle altre virtù da essi dimostrate, differisce essenzialmente dall’ostinazione del fanatico, in cui manca la connessione delle virtù; e aggiunge che siffatta costanza manifesta uno speciale aiuto di Dio confermante la fede per la quale quei cristiani morirono, specialmente quando si considera il loro numero e le loro varie condizioni. Alla luce di questi principi, spiegati da Benedetto xiv riguardo ai falsi martiri (op. cit, lib. in. e. 20), si vede che alla virtù dei martiri canonizzati non potremmo paragonare l’ardore dei babisti, dei montanisti, degli anabattisti, i quali, come ammet. tono molti razionalisti, diedero segni non equivoci di fanatismo, d’orgoglio, di durezza; la fortezza in loro non si mostrò unita alla mansuetudine e alla preghiera per i carnefici.

Il caso dei protestanti dell’Uganda. — Si ricorda senza dubbio che nell’Uganda nel 18851886, alcuni protestanti diedero la vita per la loro religione; ma pare proprio che fossero molto in buona fede, e che morissero per la religione che essi consideravano come quella di Cristo. Cosi poterono essere aiutati in modo speciale dalla grazia di Dio e dare la loro vita per la verità cristiano, che era stata loro esposta in modo incompleto, e non per il protestantesimo in quanto s’oppone alla Chiesa cattolica. Questo principio viene ammesso da Benedetto xiv (op. cit., lib. in, e 20, n. 3). La testimonianza dei martiri conserva intatto il suo valore, purché si consideri l’eroicità della loro costanza, unitamente alle altre virtù; eroicità che non può essere spiegata senza uno spedale aiuto di Dio, il quale, appunto dando tale aiuto, conferma la fede per cui i martiri sono morti.

CAPITOLO IVLA CHIESA CATTOLICA PRODUCE SEMPRE DEI SANTI

La santità della Chiesa viene manifestata non solo dalla testimonianza dei martiri, ma anche da quella dei confessori, delle vergini, di tutti i santi, che essa fin dalle sue origini non ha cessato di dare alla luce. Possiamo cosi considerare sia i santi canonizzati sia le istituzioni che costituiscono una scuola di santità.

§1.- I Santi canonizzati.

Prima della Riforma. — Siccome i protestanti riconoscono che la Chiesa romana fu la vera Chiesa di Cristo fino a Costantino, cioè fino al quarto secolo, devono pure ammettere che a lei appartengono tutti i santi che fiorirono in quel tempo. Non si può certo affermare che appartenessero a un’altra Chiesa Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo, San Cirillo, San Giovanni Crisostomo, e i numerosi papi che furono canonizzati. A lei appartengono anche i diversi santi che portarono il Vangelo nelle diverse parti del mondo, dove fondarono delle Chiesa, come San Patrizio in Manda, Sant’Agostino di Cantorbery in Inghilterra, San Metodio in Russia, San Bonifacio in Frisia, San Willebaldo in Germania.

Nel suo seno si formarono i fondatori degli ordini, come San Benedetto,

patriarca dei monaci d’Occidente, San Bernardo, San Norberto, San Domenico, San Francesco; i grandi dottori, come Sant’Anselmo, San Bonaventura, Sant’Alberto Magno, San Tommaso; i grandi predicatori della fede, come San Vincenzo Ferreri, San Bernardino da Siena; le vergini il cui nome è noto a tutti: Santa Geltrude, Sant’Ildegarda, Santa Chiara, Santa Caterina da Siena, ecc.; i re e i principi, come Santo Stefano, San Luigi, Sant’Enrico, San Leopoldo, San Stanislao.

Dopo la Riforma. — Dopo la separazione dei protestanti, la Chiesa cattolica non cessò affatto di produrre grandi servi di Dio. Poco dopo la comparsa del protestantesimo apparvero nuovi fondatori di ordini, santi riformatori, grandi missionari: Sant’Ignazio, Santa Teresa, San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales, San Francesco Saverio, San Luigi Bertrando, San Filippo Neri, San Carlo Borromeo, San Vincenzo de» Paoli, San Paolo della Croce, Sant’Alfonso dei Liguori, ecc. Così, dopo la rivoluzione francese, gli ordini religiosi non tardarono a rifiorire, vennero fondate nuove congregazioni e specialmente società missionarie. Per questo periodo basta ricordare i nomi del Santo Curato d’Ars, di San Giovanni Bosco, di San Giuseppe Cafasso, di Santa Teresa del Bambino Gesù, del beato Pio X, di Santa Cabrinì.

Canonizzazioni molto numerose hanno posto recentemente sugli altari servi di Dio che vissero, in quest’ultimi tempi, negli ambienti più diversi. Possiamo renderci conto della cura con cui, nei processi di beatificazione e di canonizzazione, furono esaminati l’eroicità delle loro virtù e i miracoli che le confermarono, consultando sia le norme stabilite da Benedetto xiv nella sua opera De servorum Dei beatificatione, sia gli atti stessi dei processi.

Cosi si vede che, dalle origini ad oggi, la Chiesa cattolica non ha cessato mai di produrre dei santi, che sono i testimoni viventi dell’efficacia della parola del Salvatore.

Le Chiese separate non hanno grandi santi. Il protestantesimo non può pretendere di generare grandi santi, perché deprezza i consigli evangelici, la verginità, la mortificazione, sopprime il sacrificio della Messa, snerva il dinamismo sacramentale. Non si può tuttavia negare che esso annoveri molte anime nobili. Lo stato di dissidenza non è la notte profonda, il regno del male assoluto. Lo Spirito Santo, secondo la felice distinzione del card. Manning, opera nelle chiese dissidenti, ma non per mezzo di esse. Aggiungiamo che, se talvolta si osserva in esse anche qualche raro esempio di santità superiore, ciò deriva dagli elementi del domma e della morale cattolica che ancora vi sussistono. E resta sempre vero che il protestantesimo non è di per sé generatore di grandi santi.

Le chiese scismatiche invece, avendo conservato moltissimi elementi del cattolicesimo, hanno più mezzi di santificazione e anche più santi di quelle protestanti.

Al fatto che uomini, nati nel protestantesimo o nello scisma– e viventi in buona fede, abbiano virtù soprannaturali, è un effetto della misericordia di Dio, che non rifiuta la sua grazia a coloro che fanno quanto possono per ottenerla; ma non si può concluderne che la società religiosa, di cui essi fanno parte in buona fede, sia una porzione della vera Chiesa di Cristo. Del resto queste anime di buona volontà per l’eroicità delle virtù non possono venire paragonate ai santi canonizzati dalla Chiesa cattolical

Giovanni Papini, scrivendo della sua conversione alla Chiesa cattolica, afferma: » Tra le Chiese innumerevoli che si dicono fedeli interpreti di Cristo, scelsi quella cattolica, sia perché essa rappresenta veramente il tronco maestro dell’albero piantato da Gesù ma anche perché, a dispetto delle debolezze e degli errori umani di tanti suoi figli, essa è quella, a parer mio, che ha offerto all’uomo le condizioni più perfette per una integrale sublimazione di tutto l’esser suo e perché in essa soltanto mi parve che fiorisse abbondante il tipo d’eroe che ritengo il più alto: il Santo » (La Pietra infernale, Morcelliana, Bresda 1934, pp. 162163. Questo tratto sulle chiese separate è dovuto all’ed. it).

Nella Chiesa cattolica anche le epoche sconvolte sono ricche di esempi di santità. — Bisogna poi notare che nella Chiesa cattolica vi furono pleiadi di santi proprio durante e dopo le grandi prove da essa attraversate. Così si vide nelle persecuzioni di Nerone, Diocleziano, Giuliano l’apostata che il sangue di migliaia di martiri faceva germogliare migliaia di ferventi comunità cristiane. Così, durante l’imperversare delle grandi eresie ariana e pelagiana, sorsero sublimi genii del pensiero e della santità, quali Sant’Atanasio e Sant’Agostino.

Nell’alto Medioevo i Barbari seminarono ovunque la desolazione, ma la Chiesa seppe domarli e convenirli. Nel secolo XII gli Albigesi vollero rinnovare il manicheismo, ma ecco sorgere nuovi grandi ordini religiosi, quello di San Norberto, di San Domenico, di San Francesco, e il secolo XIII fu l’età aurea della teologia.

Nei secoli XV e XVI alcuni poterono credere che la Chiesa stesse per morire sotto i colpi della rinascenza pagana e del protestantesimo. Essa perdette una gran parte della Germania e dell’Inghilterra, ma nello stesso tempo sorgeva in Europa una pleiade di santi, di fondatori d’ordini, di missionari, ad opera dei quali si stabili nelle Indie, dove San Francesco Saverio rinnovò i prodigi dell’era apostolica; in America, dove San Luigi Bertrando e Las Casas facevano conoscere la carità di Cristo. Intanto il Concilio di Trento organizzava la vera riforma.

La Rivoluzione francese si mise anch’essa all’opera per distruggere la Chiesa: massacrò i sacerdoti, gettò le basi per un nuovo mondo e una nuova religione. Ma nel 1801 era firmato il Concordato, nelle chiese ricompariva il culto, si ristabilivano gli ordini dispersi, le missioni facevano meravigliosi progressi in Oriente, in Africa, in America e nuovi martiri le illustrarono.

§ 2. — Le istituzioni che sono una scuola di santità.

Nella Chiesa non basta considerare lo splendido eroismo dei santi canonizzati, ma bisogna anche vedere le istituzioni permanenti che formano le anime alla perfezione.

1) II sacerdozio cattolico. — Tra queste istituzioni primeggia il sacerdozio cattolico, i membri del quale in occidente si obbligano al celibato perpetuo, per consecrarsi totalmente al servizio di Dio e all’apostolato. Questa perpetua continenza, osservata fedelmente da molti sacerdoti, suppone atti eroici, superiori alle forze comuni.

Giuseppe de Maistre potè dire del clero cattolico: a Vi sono nel cristianesimo cose sì alte e sublimi, vi sono tra il sacerdote e le sue pecorelle relazioni sì sante e sì delicate, che non possono appartenere se non a uomini assolutamente superiori agli altri. Basta la confessione ad esigere il celibato… Chi potrebbe credere che in un paese (protestante) dov’è sostenuta gravemente l’eccellenza del matrimonio dei preti, l’epiteto di figlio di prete sia un’ingiuria formale?… Che cos’è un ministro del così detto culto riformato? È un uomo vestito di nero, che tutte le domeniche sale sulla cattedra, per tenervi onesti sermoni. Ogni uomo onesto può riuscire in tale mestiere, che non esclude nessuna debolezza dell’uomo onesto… Da loro non si richiede altro che la probità. Ma che cos’è dunque questa virtù umana, per il terribile ministero che esige la probità divinizzata, cioè la santità? (Du Pape, lib. in, e. 3, 2). Ora da venti secoli, nella Chiesa cattolica, la grazia divina non ha forse sempre suscitato vocazioni sacerdotali, spesso molto generose, perché il Vangelo sia sempre predicato, celebrato il sacrificio eucaristico, siano assolte le anime e rimesse incessantemente sulla via dell’eternità?

2) Gli ordini religiosi. — Nella Chiesa cattolica vi sono inoltre gli ordini religiosi, vere scuole di perfezione per arrivare alla santità mediante la pratica dei tre consigli evangelici e l’imitazione di Gesù Cristo. Mediante i tre voti di povertà, castità e obbedienza sono combattute le tre concupiscenze della carne, degli occhi, dell’orgoglio. Lo stato religioso è così uno stato di consecrazione a Dio, dove l’anima che non indietreggia offre tutta la sua vita, il suo corpo, il cuore, la volontà, il giudizio in un sacrificio perfetto, che merita il nome d’olocausto (cfr. S. Tommaso imi a. 186 a. 7; 188, a. 6).

La varietà di questi ordini manifesta la santità della Chiesa negli ambienti più diversi. Alcuni, come i Fratelli di San Giovanni di Dio e le Suore della carità, si dedicano ai malati; altri come i Fratelli delle Scuole cristiane e i Salesiani, ecc, si votano all’educazione della gioventù; vi sono poi gli ordini di vita contemplativa e riparatrice come i Certosini, i Trappisti, il Carmelo; infine gl’Istituti che si consacrano alla predicazione del Vangelo, come i Frati Predicatori, i Frati Minori, i diversi Chierici Regolari, che lavorano per la salute delle anime fino alle più lontane missioni.

Confronto con le chiese separate. — II protestantesimo in forza dei suoi principi, non offre nulla di simile, poiché Lutero cominciò con l’abolire i voti religiosi e sopprimere anche il principio della santità, insegnando che per la giustificazione basta la fede senza le opere. La sua famosa espressione: Pecca fortiter et crede fortius, senz’essere un’esortazione al peccato, è però la sovversione dei principi della santità. Il cristiano che ha peccato molto deve certamente avere una grande fede nei meriti infiniti del Salvatore, ma accusandosi delle sue mancanze, deve anche chiedere la grazia d’un vero pentimento e del proposito fermo d’evitare in avvenire il peccato mortale, deve lavorare generosamente per osservare sempre meglio i precetti dell’amor di Dio e del prossimo, sostanza della morale cristiana.

La dottrina di Luterò misconosce la necessità e la grandezza dell’amore, quindi toglie alla morale cristiana tutto il suo slancio; cosi, sopprimendo il sacrificio della Messa, toglie ciò che è centrale nel culto cristiano. Quando per esempio in Svizzera si visita un’antica cattedrale cattolica, trasformata in tempio protestante, si resta vivamente impressionati da questo fatto: il tabernacolo è scomparso, e con esso la presenza reale del Salvatore; si ha un’impressione di freddezza e di tristezza, l’impressione che manchi il focolare spirituale che illumina, riscalda le anime e le attira a sé.

§ 3. — La diffusione delle virtù cristiane.

La santità della Chiesa Romana si manifesta infine in modo permanente non solo nei migliori membri del sacerdozio e degli ordini religiosi, ma anche nelle virtù cristiane, incessantemente rinnovellate nel popolo cristiano.

Tre virtù caratteristiche. — Seguendo il Padre Lacordaire (Conferenze del 1844), occorre sottolineare soprattutto tre virtù che sono come il privilegio del cristiano e che s’oppongono alla » concupiscenza della carne, a quella degli occhi e all’orgoglio della vita » (I Gv. 2, 16): la castità, l’umiltà e la carità.

La castità, reprimendo la lussuria, che corrompe le fonti della vita, conserva la santità del matrimonio facendone rispettare l’unità e indissolubilità. Invece, fuori della Chiesa, il divorzio viene sempre più accolto. Uumiltà, opponendosi all’orgoglio che fa desiderare tutto quello che c’innalza agli occhi degli uomini, ricchezze e onori, libera dalla iattanza, dall’arroganza, dall’ambizione, che sono la causa dì tanti dissensi e querele. La carità trionfa dall’egoismo e non solo rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, come la giustizia, ma da più di quello ch’è dovuto, specialmente all’infermo e all’indigente; perdona anche le offese e le ingiurie, e pone fine alle discordie sociali, che la giustizia da sola non riuscirebbe ad eliminare.

Queste virtù sono veramente proprie della Chiesa. — Ora non c’è società che più della Chiesa cattolica inculchi queste virtù con la parola e con l’esempio, come si vede non solo dal confronto del cattolicesimo col paganesimo, che permette la poligamia, ma anche dal confronto con il protestantesimo.

Gli pseudo-riformatori non hanno raccomandato tali virtù cristiane: disprezzarono la verginità consecrata a Dio, sopprimendo i voti religiosi; si allontanarono dall’umiltà e dall’obbedienza, facendo del libero esame e dell’ispirazione personale la regola suprema della fede; infine dissero che, anche senza la carità e le buone opere, basta la fede per la salute.

Lutero scriveva: » II mondo diviene sempre più cattivo; ora gli uomini sono più vendicativi, più avari, più duri, più immodesti e indisciplinati, molto più cattivi di quanto non fossero sotto il papismo, multoque deteriores quam fuerunt in papatun (1). Allo stesso modo parlava Melantone (2). Questo era il risultato della dottrina protestante sulla sufficienza della fede senza l’amor di Dio e del prossimo.

Negli ambienti protestanti resta certamente ancora molto bene, ed è quanto conservano di cristiano, ma non si vede in loro quell’influsso speciale dello Spirito Santo che si manifesta con la grande fecondità della Chiesa nelle opere di carità. La santità che si nota in molti protestanti e nella loro istituzione è o naturale oppure ordinaria, e non raggiunge l’eroicità che vediamo nei santi canonizzati. In mezzo a loro non si .trovano apostoli come San Vincenzo de» Paoli, dottori simili a San Tommaso d’Aquino, re o principi che ricordino la virtù d’un san Luigi.

(1) Lctherus, Postilla in Bvang. dora. I adv.

(2) Cfr. A. Baudrillart, L’Eglise catholique, la Renaissance, le Protestantisme, Paris 1904, Conf. Vili.

CAPITOLO V. — LA VERA SANTITÀ CRISTIANA E ALTRE FORME DI PERFEZIONE

Mirabilis Deus in sanctis sub

Le varie concezioni della perfezione umana. — Per completare quanto s’è detto della santità della Chiesa, conviene paragonare la vera santità cristiana ad altre forme della perfezione umana che tendono sempre a ricomparire.

I barbari dall’antichità facevano consistere la perfezione dell’uomo specialmente nella fortezza; la maggior parte dei filosofi greci specialmente nella saggezza, frutto della riflessione; il vangelo e la Chiesa pongono la perfezione essenzialmente nella carità o nell’amore di Dio e del prossimo.

Forza, saggezza umana e carità esprimono ciò che è dominante in queste tre diverse concezioni della vita. Ora il prevalere della carità può elevare considerevolmente le altre due forme dell’attività, ordinandole a Dio e al bene delle anime, com’è facile constatare.

§ 1. — L’eroe e il santo.

La forza è la virtù suprema dei popoli barbari. . La forza in cui gli eroi dei popoli barbari riponevano la perfezione umana, era il coraggio e la bravura nel combattimento, come ricordano le leggende, specialmente quella dei Nibelunghi L’orgoglio nazionale dei popoli talvolta tende a ricondurre a questo ideale, esaltando la forza fisica, l’audacia, la costanza ostinata e la fiducia di sé, cui spesso s’uniscono l’ingiustizia e l’orgoglio. Ma questa concezione non basta certamente a porre l’uomo al suo vero posto di fronte a Dio e al prossimo.

La forza non è la virtù suprema del cristianesimo, ma può venir trasfigurata dalla carità. — Invece la fortezza messa umilmente al servizio della fede cristiana e della carità, ci appare trasfigurata nei martiri cristiani, che pregavano per i loro carnefici. È chiaro che la fortezza e la pazienza sono virtù molto necessarie e indispensabili alla perfezione; ma più in alto c’è la giustizia verso gli altri, la prudenza, che dirige tutte le virtù morali, e specialmente vi sono le virtù teologali, che hanno Dio per oggetto. Per questo il martirio, che è un atto della virtù della fortezza, trae il suo principale valore dal fatto che è il segno d’un grande amore di Dio.

Evidentemente la fortezza non è la perfezione della nostra intelligenza riguardo alla verità suprema, né quella della nostra volontà riguardo al sommo bene; è soltanto una virtù che reprime il timore in mezzo alle difficoltà e ai pericoli, per rimanere nella linea della ragione umana. Gli eroi, che ebbero soprattutto il culto della fortezza e della bravura, non possono quindi essere affatto paragonati ai santi che la Chiesa ci propone come modelli.

§2.-Il saggio e il santo.

L’ideale greco. — La maggior parte dei filosofi greci pensava che l’autentica perfezione dell’uomo fosse quella della sua intelligenza, per cui egli si distingue dalla bestia, e che consistesse soprattutto nella saggezza umana, o conoscenza eminente di tutte le cose mediante la causa suprema, e nell’amore del vero, del bello e del bene. Tale concezione ricompare più o meno alterata nei filosofi che pongono la cultura intellettuale al vertice di tutto, quasi bastasse per rettificare la volontà verso il vero bene.

La perfezione cristiana è un’altra cosa. — La scienza e anche una certa sapienza speculativa possono realmente esistere senza l’amore di Dio e del prossimo. La perfezione del professore o del dottore, come tale, non è quella dell’uomo in quanto uomo. Non si può confondere la perfezione dell’intelligenza speculativa con quella di tutto quanto l’uomo, la quale richiede la profonda rettitudine della volontà. Questa a sua volta non può esistere se non si ama efficacemente il Bene sommo, Dio, più di noi stessi e sopra tutto, e se non amiamo realmente il prossimo, che ha lo stesso nostro destino. Ora questa eminente carità, che supera di gran lunga la sapienza dei filosofi e che comporta una ben più alta sapienza, è proprio ciò che meglio caratterizza i santi canonizzati dalla Chiesa.

I saggi dicevano solo come Socrate: Conosci te stesso, sii uomo, la misura del bene è l’uomo buono, che vive secondo la retta ragione. I santi invece cercarono di conformarsi all’ideale proposto dal Salvatore: Siate perfetti com’è perfetto il Padre celeste (Mt 5, 48). Essi penetrarono ognor più la verità che noi siamo chiamati a vedere Dio come egli vede se stesso e ad amarlo come egli si ama, e l’irradiarono nel loro ambiente.

I saggi dell’antichità dicevano con orgoglio: «L’uomo alle prese con l’avversità è uno spettacolo divino «. I santi invece vissero quello che Gesù diceva con semplicità e profondità: » Beati quelli che piangono (le loro mancanze); beati quelli che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di loro è il regno di Dio «.

Ciò che il santo aggiunge al saggio. — I filosofi parlano delle virtù acquisite d’ordine umano e spesso instabile; mentre le virtù che vediamo nei santi sono d’ordine superiore. Essi infatti praticarono in modo eminente la temperanza fino alla castità assoluta, la verginità, la fortezza e la pazienza fino al martirio, la giustizia fino a trasformarla in » fame e sete della giustizia di Dio «, la prudenza fino alla perfetta dolrezza allo Spirito Santo, loro ospite interiore.

Tutti, assieme alla dolcezza, praticarono eminentemente l’umiltà ignota ai saggi, perché fondata su due misteri che i medesimi saggi ignoravano: il mistero dell’atto creatore, che ci produsse liberamente dal nulla e ci conserva nell’esistenza, e il mistero della grazia, necessaria al minimo atto salutare, al minimo passo in avanti nel cammino verso l’eternità. Così vediamo che i santi, quando il Signore si degnava di servirsi di loro per compiere le più grandi cose, si ritenevano u servi inutili «. E non solo accettarono, ma anche giunsero a desiderare d’essere trattati come persone spregevoli.

Ma quello che soprattutto si sente in loro, e nient’affatto nei saggi, è il grande soffio delle virtù teologali e dei doni dello Spirito Santo: una fede solidissima e penetrante, che è come una contemplazione dell’invisibile; una speranza fiduciosa, che diventa abbandono perfetto; un amore di Dio e delle anime sempre più puro e forte, che trascina e converte gli erranti, rivelando loro l’infinita bontà e la misericordia di Dio.

Confronto tra l’efficacia della saggezza e quella della santità, — Mentre i filosofi più sinceri si riconoscono impotenti a mutare le disposizioni interiori degli uomini, Gesù con alcuni pescatori della Galilea nonostante tre secoli di persecuzione, riuscì a mutare l’ideale dell’umanità, diede a moltissime anime l’amore del bene, a molti lo slancio soprannaturale per il sacrificio, sparse in tutti i popoli meravigliosi fiori di santità. La sua opera resta sempre viva nelle nazioni moderne attraverso apostoli, come un santo Curato d’Ars, un San Giovanni Bosco e coloro che nell’ora presente lottano e soffrono là dove infuria la persecuzione, specialmente nei paesi slavi e nella Cina.

Donde proviene tale differenza. — La differenza tra il saggio e il santo fu messa bene in rilievo in un saggio del Festugière, in cui si legge questa bella pagina riguardo ai primi cristiani: per essi » il Cristo non era, come Èrcole o Pitagora, l’eroe d«un passato favoloso, raggiungibile solo attraverso il ricordo e che bisognava imitare con le sole risorse della volontà. No, Egli era invece una persona sempre viva, più presente all’intimo del fedele di quanto il fedele lo fosse a se stesso. Il cristiano se ne sentiva posseduto e sentiva che Qualcuno agiva in lui. Ora questo fatto doveva condurre alla rivoluzione dell’etica e ormai l’atto ha meno valore dell’intenzione. Discepoli di Zenone, di Epicuro, di Pitagora e di Gesù potevano compiere lo stesso atto d’ascesi, dandosi per esempio al digiuno. L’uno pensava a fortificare la sua volontà, a darsi un’anima di atleta; l’altro cercava soprattutto di evitare anche il minimo eccesso che turbasse la sua quiete; il terzo si asteneva per allontanarsi il più possibile dalla materia e conservare libero il proprio spirito imparentato con l’etere; il cristiano digiuna per amore. Mangiare o non mangiare sono per lui solo mezzi di amare. L’essenziale è avvicinarsi al Maestro, sentirlo in sé, fuoco che consuma, voce che rianima, calma, biasima: presenza, sussurro d’un Amico. Egli è qui, io lo ascolto. Tutte le virtù sono trasfigurate, e valgono solo in quanto rivestite, per cosi dire, del mantello dell’amore. Ma l’immagine non è ancora esatta, perché l’amore rinnova di dentro, e così il principio di tutta l’attività umana viene a trovarsi mutato. Il bel nome di Renato allora aveva il suo pieno significato. Si rinasceva in Cristo. S’era veramente un altro. Gesù stesso s’era sostituito alla nostra infermità» (Le Sage et le Saint, in Vie Intel-lectuelle, 25 marzo 1934, p. 405).

La santità esige una rinuncia a se stessi e alla propria saggezza. .In modo tutto particolare il santo differisce dal saggio perché è morto a se stesso per vivere di Dio. Egli dice con San Paolo: Mihi vivete Christus est (Filip. 1, 21). La mia vita non è l’attività personale, esteriore o intellettuale, è «7 Cristo, e la morte per me è un guadagno. Il santo ha davvero compreso che l’autentico sviluppo della personalità consiste nel perderla in qualche modo in Dio, nel morire a se stessi, perché Dio viva in noi.

Cosi il santo si arma di un odio santo contro il proprio io, fatto d’amor proprio e di sottile egoismo o di orgoglio; nella sua intelligenza, cerca di sostituire alle sue piccole idee personali il pensiero di Dio ricevuto con la fede, nella sua volontà si sforza di sostituire al proprio volere quello di Dio, del quale si fa servo, come la mano è serva della nostra volontà. Il santo comprende che Dio deve divenire per lui un altro io, più intimo a lui che il proprio io, e in certi momenti può dire : » Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Gesù Cristo che vive in me » (Gai. 2, 20).

La personalità soprannaturale e la sua forza di irradiamento. — Morendo a se stesso per lasciare vivere Dio in sé, il santo acquista una personalità che domina lo spazio e il tempo; diviene lo strumento di Dio per trasmettere alle anime di molte generazioni la vita eterna. Mentre quasi nessuno attinge alimento spirituale dalle lettere di Seneca, migliaia d’anime ancor oggi vivono delle Lettere di San Paolo, come se fossero state scritte ieri e proprio per noi. I grandi fondatori di ordini religiosi conservano una paternità spirituale con effetti con-statabili per molti secoli. San Vincenzo de» Paoli diviene il padre dei poveri per tutta una serie di generazioni in vari paesi.

Pascal, ricordando la distinzione dei tre ordini, nota questa, cosa nei suoi Pensieri: et La distanza infinita dai corpi agli spiriti figura la distanza infinitamente più infinita dagli spiriti alla carità, perché questa è soprannaturale… La grandezza della gente intellettuale è invisibile ai re, ai ricchi, ai capitani, a tutti i grandi nell’ordine carnale. La grandezza della saggezza (unita alla carità)… è invisibile agli uomini carnali e alla gente intellettuale. Sono tre ordini differenti… I santi hanno il loro impero, il loro splendore, la loro vittoria, il loro lustro e non hanno bisogno delle grandezze carnali o intellettuali, poiché queste non aggiungono né tolgono. Essi son visti da Dio e dagli angeli, ma non dai corpi, né dagli spiriti curiosi: Dio a loro basta… Gesù Cristo senza ricchezze e senza alcuna produzione esterna di scienza, sta nel suo ordine di santità «. Lo stesso Pascal soggiunge: a Per fare d’un uomo un santo, ci vuole proprio la grazia; e chi rie dubita non sa che cosa sia un santo, né un uomo «.

§ 3. — Le diverse forme della vera santità.

Qui conviene notare che la vera santità cristiana, di cui parliamo, appare nella Chiesa sotto tre diverse forme, che rispondono ai tre grandi doveri verso Dio: conoscerlo, amarlo, servirlo. Il corpo mistico di Cristo nella sua unità possiede una grande varietà di funzioni: di qui la sua armonia. Vi sono anime sante, che hanno soprattutto la missione di amare Dio con un amore ardente e di riparare così le offese delle quali Egli è fatto oggetto; qui si esercita soprattutto la facoltà della volontà e la grazia principale è quella d’un amore forte. Altre anime eccellono nella contemplazione di Dio e fanno conoscere agli altri la vìa che conduce alla divina intimità; in esse domina la grazia della luce. Infine sono molto numerose le anime che hanno soprattutto la missione di servire Dio con la fedeltà al dovere quotidiano, nelle varie opere della carità.

I martiri o la forza dell’amore. — Al primo gruppo appartengono i grandi martiri, il serafico San Francesco d’Assisi, Santa Chiara e, più vicini a noi, Santa Margherita Maria, San Benedetto Giuseppe Labre, cosi impressionante per il grande amore alla Croce. Nell’apostolato, San Carlo Borromeo, San Vincenzo de» Paoli. Tutte queste anime sono più notevoli per la loro carità ardente che per i loro lumi.

I Dottori o le anime luminose. — Al secondo gruppo, quello delle anime luminose, appartengono i grandi dottori della Chiesa, specialmente Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, San Francesco di Sales per l’Occidente, S. Atana-sio, S. Cirillo Aless., S. Giov. Crisostomo per l’Oriente.

La grande folla delle anime fedeli. — Tra i santi votati soprattutto al servizio di Dio bisogna contare i grandi pastori della Chiesa primitiva, consecrati fino al martirio alla loro diocesi, gli apostoli particolarmente attenti ai mezzi più pratici della perfezione, come un Sant’Ignazio di Loyola, un Sant’Alfonso dei Liguori, e la grande maggioranza dei servi di Dio che si santificarono con la fedeltà ai doveri quotidiani nella vita nascosta.

Le tre forme di santità che ricordano i tre periodi dell’esistenza terrena del Salvatore, cioè la vita nascosta, la vita apostolica e la vita dolorosa, tendono allo stesso scopo. Queste anime salgono per versanti diversi, alla stessa sommità; più salgono più si assomigliano, pur conservando la propria fisionomia spirituale, e ci fanno intravedere l’eminente santità di Cristo, che contiene virtualmente le varie forme di perfezione, come la luce bianca contiene i sette colori dell’arcobaleno.

§ 4. — L’armonia superiore della santità.

L’equilibrio spirituale dell’anima unita a Dìo. — Cosi cogliamo meglio i due caratteri essenziali della perfezione spirituale analizzati da principiò: l’assenza d’ogni macchia morale, del peccato, e l’unione con Dio, sempre più forte e intima. Quest’unione con Dio mediante la fede ferma, la speranza invincibile, la carità ardente e pura, assicura l’equilibrio della vita dei santi, armonizzando in essi le virtù apparentemente più opposte: un’alta sapienza a una prudenza attenta alle minime circostanze, in cui essi devono agire; una forza perseverante e una perfetta dolcezza; la magnanimità, che li porta a grandi cose, e l’umiltà, che ricorda loro di non essere che servi inutili; un grandissimo amore della verità e del bene, e una misericordia sempre soccorrevole per gli erranti; uno zelo che pur non perdendo nulla del suo ardore, resta molto umile, paziente e dolce.

E» un equilibrio duttile e personale. — L’armonia profonda di questi contrasti costituisce la ricchezza della vita dei santi; vita che è insieme fermissima e duttilissima ed ha grazie sempre nuove. Un santo non copia mai un altro santo, ma ciascuno porta in sé la stessa » fonte d’acqua viva che sale nella vita eterna «. Come scrisse il P. de Caussade, » lo Spirito Santo continua l’opera del Salvatore. Mentre assiste la Chiesa nella predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, scrive egli stesso il proprio Vangelo, e lo scrive nei cuori: tutte le azioni, tutti i momenti dei santi sono il Vangelo dello Spirito Santo. Le anime docili son la carta; le loro sofferenze e azioni son l’inchiostro. Lo Spirito Santo con la penna della sua azione scrive un vangelo vivente che si potrà leggere solo nel giorno della gloria, dove sarà finalmente pubblicato, dopo essere uscito dalla stampa di questa vita «. (L’abandon à la Providence, lib. n, e. v). Slmilmente San Tommaso d’Aquino afferma che la nuova legge, prima di essere scritta su pergamena è scritta nelle anime mediante la grazia di Dio : k Principaliter lex nova est lex indita, secundario autem est lex scripta » (S. th., mi, q. 106, a. 1).

La bellezza inferiore ed esteriore della santità. . Quello che qui diciamo può esser visto, come nella vetrata d’una chiesa, dal di fuori e dal di dentro. La vera santità, vista dal di fuori dall’incredulo, che cerca sinceramente la verità, è già un segno, come lo fu per molti la vita d’un Curato d’Ars; ma questo segno è incomparabilmente più bello ed espressivo quando ci è dato vederlo dall’interno, sotto la luce della viva fede che illumina i santi.

Concludiamo questo capitolo facendo osservare che i santi, mentre servono la Chiesa, onorano ed esaltano l’umanità al sommo grado. In essi infatti ritroviamo in modo eminente e la fortezza degli eroi e la saggezza dei filosofi, ma trasfigurate e sublimate dai doni della grazia.

CAPITOLO VI. — LA TESTIMONIANZA DELLESPERIENZA MISTICA

La santità della Chiesa, manifestata dal suo influsso e dall’eroicità delle virtù dei grandi servi di Dio che essa annovera tra i suoi figli, viene confermata dall’esperienza mistica?

Ultimamente s’è molto scritto a questo riguardo. Anche increduli, che cercavano la verità, hanno parlato a loro modo in favore di quest’ultima testimonianza. Conviene esaminare a quali condizioni essa può essere valida e quello che permette d’affermare.

§ 1. — Che cosa domina nella vita dei mistici cristiani?

L’esperienza mistica è basata sopra un’emozione? — Molti psicologi con temporanei (1) pensano che i mistici siano dominati soprattutto da un’emozione, alla quale si abbandonano e che poi esprimono in idee e concezioni religiose, come quella della misericordia divina verso di noi, o quella della necessità di offrire una riparazione alla giustizia divina.

Ma, secondo questi psicologici, noi non ci possiamo pronunciare sulla verità di queste concezioni religiose se non da un punto di vista puramente empirico e pratico, cioè per il felice effetto che esse possono produrre, specialmente se è durevole e desta un’eco in noi. Perciò si può chiedere se in queste concezioni ci sia qualcosa di più d’un bel sogno del sentimento religioso, sogno consolante, ma il cui oggetto non supererebbe i limiti del probabile, pur divenendo sempre più plausibile per il numero crescente dei suoi felici risultati.

I mistici cattolici in realtà fondano la loro vita sopra una dottrina. -

È vero che nei mistici cristiani e cattolici dapprima domina un’emozione della sensibilità, che s’esprimerebbe poi in determinate credenze? Basta leggere la loro vita e le loro opere per vedere che non è cosi; secondo la loro testimonianza i mistici cattolici fondano tutta la loro vita sulla verità della rivelazione cristiana confermata dai segni divini che l’accompagnano. In essi la fede nella verità del Vangelo, proposta dalla Chiesa, è il fondamento della loro speranza e del loro amore di Dio e del prossimo. Essi sono sempre più attenti a mettere la verità nella loro vita, a non vivere che di verità divina.

Santa Caterina da Siena. — Particolarmente impressionante nella vita e nel Dialogo di Santa Caterina da Siena è il fatto che ella ritorna costantemente a queste parole del Salvatore: » Io sono la via, la verità e la vita n (Gv., 14, 6), e non cessa di dire che la fede ricevuta nel battesimo è come la pupilla dell’occhio dell’intelligenza e, che per essa noi aderiamo infallibilmente alla divina dottrina, di cui dobbiamo vivere (Il Dialogo, e. 29. 45. 46. 99). Essa parla con eguale ammirazione ed entusiasmo della Verità divina come dell’Amore di Dio per noi.

Sante Teresa. — Santa Teresa s’esprime allo stesso modo e ricorre ai teologi per avere luce su quello che è verità di fede e sulla bontà della via da lei seguita: a Nelle questioni più difficili, ella scrive, uso sempre quest’espressione: mi sembra; e ciò per far capire che qualora mi ingannassi, sarei sempre pronta a sottomettermi al parere di coloro che han molta dottrina. Costoro, benché di queste cose non abbiano esperienza, hanno sempre un certo senso che è loro proprio. Siccome Dio li destina ad essere la luce della Chiesa, quando si tratta d’ammettere una verità li illumina Lui stesso. E se non sono leggeri, ma servi di Dio, lungi dallo scandalizzarsi innanzi alle meraviglie della grazia, sono anzi persuasi che Dio può fare assai di più. E se si tratta di cose non ancora ben chiare, trovano modo di ammetterle studiando quelle che sono scritte. Di questo io ho una grande esperienza » (Castello inferiore. Quinte mansioni, e. 1. n. 7).

(1) Cfr. H. Bergson, La deux sources de la morale et de la religùm, Alcali, Pari» 1932, PPS35> 956, 363, 273.

San Giovanni della Croce. — I mistici cattolici sono quanto mai attenti a fondare la loro vita sulla verità divina, e su questo punto San Giovanni della Croce è particolarmente esigente. Con energia egli premunisce le anime intcriori contro il desiderio delle grazie straordinarie, come visioni, apparizioni, che le allontanerebbero dall’oscurità superiore della fede, in cui devono nutrirsi della verità divina rivelata, penetrarla, gustarla. (Cfr. Salita del monte Carmelo, libro 11, cap. x).

Tuttavia la vita mistica è un’esperienza personale di Dio. — Ma è perfettamente vero che i mistici, sul fondamento della fede unita alla carità, almeno di quando in quando hanno un’esperienza personale delle cose di Dio, che apporta una seria conferma alla certezza della loro fede e quindi anche della nostra. Leggendo la loro vita e i loro scritti si vede che quel che domina in essi non è un’emozione della sensibilità, ma la carità fondata sulla verità della fede.

Da questo punto di vista, molto superiore a quello degli psicologi di cui parlavamo al principio di questo capitolo, si può dire come Bergson e più di lui k che non si comprende l’evoluzione della vita (noi diremmo : vita ulteriore)… se non vedendola alla ricerca di qualcosa d’inaccessibile, a cui il grande mistico giunge » (Les deux sources, p. 228; trad. it. p. 234). et In fondo alla maggior parte degli uomini c’è qualcosa che gli fa impercettibilmente eco. Egli (il grande mistico) ci scopre, o meglio ci scoprirebbe se noi lo volessimo, una prospettiva meravigliosa; non lo vogliamo, e, per lo più non potremmo volerlo; l’effetto ci spezzerebbe. Ma la sua attrattiva ha ugualmente agito; e come capita quando un artista di genio ha creato un’opera che ci supera e di cui non riusciamo ad assimilare lo spirito, ma che ci fa sentire la volgarità delle nostre forme di ammirazione precedenti, cosi la religione statica, anche se sussiste, non è già più del tutto ciò che era, e, soprattutto, non osa più palesarsi quando è apparso il vero misticismo… Quelli che da lontano si sono inchinati alla parola mistica, perché ne sentivano nel loro intimo la debole eco, non possono restare indifferenti a ciò che essa annuncia » (ivi, pp. 228230).

L’omaggio di Bergson ai mistici cristiani. — Dato il suo punto di vista ancora molto esterno, Bergson potè dire: «Se i grandi mistici sono quali li abbiamo descritti, essi sono gli imitatori e i continuatori originali, ma incompleti, di ciò che fu in modo completo il Cristo dei Vangeli » (ivi, p. 256; trad. it. p. 262). » II misticismo che chiamiamo completo è quello dei mistici cristiani… (misticismo non solo contemplativo), misticismo attivo, capace di marciare alla conquista del mondo » (ivi, p. 257).

Un incredulo può essere condotto per questo ad ammettere come probabile (ivi, p. 265) sia l’esistenza di Dio, di cui parlano i grandi mistici, sia il valore spirituale della loro esperienza interiore, che non è senz’eco in noi. Bergson è condotto a questa conclusione notando che a i grandi mistici generalmente sono stati uomini o donne d’azione, di un buon senso superiore » e che » il loro accordo profondo indica un’intuizione identica » (ivi, pp. 262265).

Cosi parlava un filosofo contemporaneo in un’opera dove non credeva ancora possibile una dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, né una vera prova dell’origine divina del cristianesimo e della Chiesa mediante segni certi (ivi, pp. 260261). A tali prove giunse più tardi, avendo il Bergson abbracciato il cattolicesimo.

Il valore probativo della testimonianza mistica per ì credenti. -

Se invece ammettiamo il valore delle prove tradizionali dell’esistenza di Dio e la forza probante del miracolo, che conferma la rivelazione, nell’esperienza intcriore dei grandi mistici cattolici non avremo una conferma di più? Certamente, ma a patto di non fare dell’esperienza mistica un semplice prolungamento di quella del filosofo, il che d ricondurrebbe a un pretto modernismo, che in fondo nega la distinzione essenziale e profondissima della natura e della grazia. Non bisogna neppure pretendere di trovare nel misticismo cristiano un contenuto indipendente dai dommi rivelati, proposti dalla Chiesa, e mantenere bene chiaro, come dicevamo in principio, che l’esperienza dei mistici cattolici suppone la verità della fede e si fonda su di essa.

§ 2. — Che conferma da l’esperienza mistica?

L’esperienza mistica conferma i segni già certi della Rivelazione..

Se si fa appello a quest’esperienza interiore alla maniera dei protestanti liberali e dei modernisti, si dimostra tutt’al più che la Rivelazione risponde alle più alte aspirazioni della nostra natura; ne segue solo che il cristianesimo e il cattolicesimo sarebbero la forma più elevata della religione naturale, del sentimento religioso, che d’altronde potrebbe ancora evolversi e mutarsi perfino nei dommi. Cosi non si dimostra affatto l’origine divina e soprannaturale della Chiesa immutabile nella sua fede.

Però nell’esperienza mistica dei santi si può trovare una preziosa conferma dei segni già certi della Rivelazione in quanto questa risponde alle nostre più alte aspirazioni in modo del tutto ammirabile e sovrumano. 1 discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Salvatore che diede loro l’intelligenza delle Scritture, specialmente delle profezie in parte realizzate, si dissero l’un l’altro: it Or non ci ardeva il cuore in petto, mentre ci parlava per via, mentre ci spiegava le Scritture? » (Le. 24, 82). In questo caso un’esperienza interiore venne a confermare il segno delle profezie realizzate e il ricordo dei miracoli di Gesù, nonché della sublimità della sua dottrina.

Così negli Atti degli Apostoli (16, 14) si legge che quando San Paolo predicava a Filippi in Macedonia, tra gli ascoltatori c’era una donna chiamata Lidia, della città di Tiatira, venditrice di porpora, timorata di Dio, » e il Signore le aprì il cuore per porre mente a quello che diceva Paolo «. L’esperienza interiore, che ella allora dovette avere, le confermò quanto San Paolo diceva del Salvatore e della sua resurrezione.

La stessa cosa può avvenire quando noi leggiamo con raccoglimento le parole di Gesù agli apostoli: ali Confortatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio nome, egli vi insegnerà tutto, e tutto vi rammenterà quanto vi ho detto. Io lascio a voi la pace, vi dò la mia pace; ve la dò, non come la da il mondo. Che il vostro cuore non si turbi, né si sgomenti » (Gv. 14, 2627),

Porta una nuova luce sull’origine divina della Chiesa. — L’esperienza della pace profonda, che il mondo non può dare, corrobora assai le certezze precedenti; inoltre porta una nuova luce sull’origine soprannaturale del Vangelo e della Chiesa, in quanto questa pace, alle volte così profonda, sembra proprio che non possa provenire che da uno speciale intervento di Dio, l’unico capace di toccare tanto intimamente il cuore dell’uomo. Egli solo infatti nei suoi doni spirituali può unire un’ammirabile conformità con la nostra natura e la perfetta gratuità che è propria della grazia divina; Egli solo unisce con il suo tocco intimo la certezza della fede penetrante e saporosa e la sua oscurità; Egli solo unisce la fermezza e la dolcezza, ed Egli solo conserva nella pace in mezzo all’afflizione, e talvolta all’agonia.

Gli ascoltatori del Salvatore ebbero certamente quest’esperienza in varie forme. Così leggiamo in Matteo (7, 28) dopo il discorso della montagna: n Quando Gesù ebbe finito di parlare, le turbe stupivano della sua dottrina, poiché egli le ammaestrava come uno che ha autorità e non come i loro scribi «.

Nei fedeli, specialmente quando sono generosi, molto fedeli alla grazia momento per momento, l’esperienza interiore secondo San Giovanni viene dallo Spirito Santo : te La sua unzione, egli dice, vi insegnerà ogni cosa n (I Gv. 2, 27). San Paolo parla molto spesso allo stesso modo: te Voi non avete ricevuto lo spirito di schiavitù per essere soggetti ancora al timore; ma avete ricevuto lo spirito d’adozione in figliuoli, nel quale esclamiamo: Abbai o Padre! Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio » (Rom. 8, 1516).

Una conoscenza sperimentale di Dio e della vita eterna. –Così, per l’ispirazione speciale dei doni d’intelletto e di sapienza, la nostra fede diventa sempre più penetrante e saporosa. Sicché veniamo ad avere, in un’oscurità superiore così differente dalle tenebre dal basso, un presentimento delle cose della patria, una conoscenza quasi sperimentale della presenza di Dio in noi mediante l’affetto profondo e pacificante che c’ispira, e in tutto questo c’è una specie di sapore di vita eterna, che porta una conferma di grande valore a quanto crediamo.

San Paolo dice egualmente: » Fate conoscere a Dio i vostri bisogni per mezzo delle vostre preghiere e suppliche, con azioni di grazia. E la pace di Dio, che sopravanza ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù » (Filipp. 4, 67). <t Non abbiamo cessato di pregare per voi e di domandare che abbiate la piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale. E così vi potrete diportare in modo degno del Signore e piacere interamente a lui » (Coloss. 1, 9). a Io piego le mie ginocchia davanti al Padre… perché conceda a voi, a seconda dei tesori della sua gloria, di essere potentemente corroborati mediante il suo Spirito, nell’uomo interiore, cioè che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori onde, radicati e fondati nella carità, siate capaci di capire con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità, anzi di comprendere la carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, affinchè siate ripieni di tutta la pienezza di Dio » (Efes. 8, 1419).

Quest’esperienza è radicata nella fede e nella carità. — Ecco l’esperienza mistica profonda, elevata; evidentemente essa è fondata sulla fede, in un’anima che è radicata nella carità; essa procede da un’ispirazione speciale dello Spirito Santo e quindi conferma grandemente e in modo molto intimo la certezza dei segni esteriori della rivelazione e perfino della fede, mostrandoci tutto l’irraggiamento della dottrina del Salvatore, facendoci in qualche modo sperimentare che lo Spirito Santo è davvero la » fonte dell’acqua viva che sale nella vita eterna» (Gv. 4, 14). Di quest’esperienza confermativa parla l’Apocalisse (2, 17) : a Al vincitore darò la manna nascosta; e io gli darò un sassolino bianco nel quale sarà scrìtto un nome nuovo che nessuno conosce se non chi lo riceve «. È la manna spirituale discesa dal cielo come la manna corporale che ne era la figura molto lontana; è il nutrimento divino non de] corpo, ma dell’anima; è la contemplazione infusa dei misteri della fede che ce li fa sempre più penetrare e gustare.

E» una testimonianza probativa per chi ne è favorito e per gli altri. — Certo, una siffatta conoscenza conferma le verità di fede, specialmente in chi la riceve, nel momento in cui la riceve. Ma rappresenta una conferma anche per gli altri mediante l’eco che trova in loro. E quel che capita a noi quando nel raccoglimento e con tutta la buona volontà leggiamo le opere dei grandi santi, che sperimentarono cosi profondamente le cose divine. Chi non proverebbe questa sicurezza leggendo le più belle pagine dell’Imitazione, del Dialogo di Santa Caterina da Siena, del Castello inferiore di Santa Teresa, della Viva Fiamma di San Giovanni della Croce?

Leggendo dolcemente queste pagine, l’anima raccolta in Dio sperimenta che la sua vita sale sempre più, aspira a un amore di Dio sempre più puro e forte, sente sete di quest’amore e, ancor più, della giustizia di Dio. Sperimenta che ciò che le è dato non solo risponde alle sue più alte aspirazioni naturali, ma ne suscita altre del tutto nuove, che essa non conosceva. È veramente la vita dell’amore nel senso più forte e più tenero, con un ardente desiderio di purezza spirituale sempre maggiore.

L’esperienza della vita interiore non è solo individuale, ma comune. -

L’esperienza interiore non è solo individuale e propria di questo o quel santo, ma esiste in grado diverso in tutte le anime veramente interiori e nella misura in cui sono fedeli. E allora quest’esperienza comune della, pace profonda che viene dal Vangelo e dalla vita della Chiesa offre come una certezza morale della loro origine divina. Se le nostre aspirazioni più alte sono veramente soddisfatte da questa profonda pace del cuore; se da questa vengono suscitate nuove e più elevate aspirazioni, ciò è segno che detta pace può venire solo da Dio, l’unico capace di toccare cosi profondamente il cuore dell’uomo, di colmarlo e dilatarlo.

La convergenza delle testimonianze mistiche, unita al segno esteriore della santità, prova la missione divina della Chiesa. — Infine se quest’esperienza interiore comune s’unisce ai segni esteriori della santità della Chiesa, della sua unità, della sua invitta stabilità, della sublimità della sua dottrina, della fecondità del suo influsso, si può avere come dice il Vaticano, una prova irrefragabile della sua divina missione. (Cfr. Sess. ni, cap. 3, de fide; Denz. 17931794).

§ 8. — Le altre forme d’esperienza interiore.

Solo la mistica cattolica è completa. — Quanto abbiamo detto della santità della Chiesa e dei servi di Dio, che essa propone come modelli, dimostra che solo la mistica cristiana e cattolica è completa e che non sacrifica nessuno dei due elementi: contemplazione e azione. In essa, al contrario di quanto capita troppo spesso nei filosofi e nel buddismo e nell’islamismo, la contemplazione non rimane sterile; dalla sua pienezza deriva l’attività fecondissima dei santi canonizzati il cui influsso dura per secoli come quello dei fondatori di ordini.

La mistica –cattolica, nei santi canonizzati dalla Chiesa, non devia né verso il sentimentalismo, che cerca se stesso invece di desiderare fortemente Dio e le anime; né verso l’orgogliosa austerità, la quale dimentica che la perfezione consiste soprattutto nella carità e nel suo continuo irraggiamento. Il protestantesimo, sostenendo che la fede può giustificare senza la carità, senza il compimento del precetto supremo, ha profondamente misconosciuto la vita della grazia, che ha il suo pieno sviluppo nella vita mistica.

I mistici fuori della Chiesa. — Altrove abbiamo studiato quello che può essere l’influsso della grazia nei mistici del di fuori (2), che non appartengono visibilmente alla Chiesa cattolica, ma che sono anime di buona volontà e sembrano avere una certa intimità con Dio. Abbiamo concluso che le grazie mistiche impropriamente dette (3) non solo sono possibili fuori della Chiesa visibile, ma possono anche essere molto frequenti nelle migliori anime in stato di grazia, per supplire alla povertà di simili ambienti, in cui ci sono pochissimi aiuti spirituali.

Tali anime possono giungere così a un vero spirito di preghiera; perciò potranno esserci tentativi più o meno durevoli d’intimità con Dio, specialmente se nell’insegnamento religioso di queste regioni restano tracce del Vangelo, come nella dottrina dell’Isiam e in certe sue tradizioni. Tanto più, negli ambienti protestanti e tra gli scismatici.

Anche le grazie mistiche propriamente dette, cioè quelle con le quali l’anima giunge agli stati mistici veri e proprii, descritti da Santa Teresa dalle . quarte Mansioni in poi (raccoglimento passivo e quiete) sono possibili fuori della Chiesa visibile, dato che » la grazia delle virtù e dei doni » vi si può sviluppare benché molto più difficilmente. Ma tutto porta a pensare che le grazie mistiche propriamente dette, già rare nella Chiesa visibile, siano rarissime in questi ambienti.

L’esperienza mistica, quand’è accompagnata dalla pratica costante ed eroica delle diverse virtù, porta quindi una conferma preziosa agli altri segni della santità della Chiesa.

Anche la vita cristiana ordinaria è un segno della santità della Chiesa. -

Infine alla testimonianza di quest’esperienza elevata occorre aggiungere quella del modesto cristiano, quale la Chiesa lo fa e lo conserva. In mezzo alle occupazioni ordinarie e alle difficoltà quotidiane, egli è spesso un modello nello spirito di fede, di confidenza in Dio, di carità. Queste virtù gli ispirano prudenza elevata, giustizia più curante dell’equità che della lettera della legge, coraggio perseverante, abnegazione tale che disciplina le passioni e pacifica la sensibilità per il vero bene della vita individuale, familiare e sociale.

(2) Le Saveur et son amoxcr pota runa, Ed. du Cerf, Para 1933, pp. 427464.
(3) Sono le ispirazioni divine speciali, accordate non per la perfezione dell’atto da farai, ma per la debolezza, del soggetto e la povertà del suo ambiente.

Quest’esempio frequente, dato in molti ambienti dal cristiano fedele ai suoi doveri, è anch’esso un segno della santità della Chiesa; un segno, che, pur senza lo splendore dei precedenti, ha il suo grande valore, come nell’organismo ha valore il funzionamento regolare delle più piccole cellule, che concorrono alla vita dell’insieme.

Questa modesta testimonianza contribuisce a dimostrare che la santità voluta da Cristo per la sua Chiesa si realizza veramente in lei; che essa produce spesso, negli ambienti più vari, e più d’ogni altra società religiosa, anime generose, la cui fede, unita alla speranza e alla carità, moltiplica le energie naturali per il compimento dei loro grandi doveri.

A questa fedeltà nell’impegno della vita ordinaria il Vangelo promette molto: «Chi è fedele nelle minime cose, è pure fedele nelle grandi a (Le. 16, 10). Costui è sulla via dell’eternità sulla quale col suo esempio può chiamare molti altri. Abbiamo qui, alla portata di tutti, una delle testimonianze più efficaci della santità della Chiesa, di questa santità che a poco a poco trasforma la vita quotidiana e conferisce un valore eterno agli atti transitori.



R.G.L.

BIBLIOGRAFIA. — 1. A. Michelet, Sainteté, in D. T. C, XIV, 841870: Nozione di santità; la santità come nota della Chiesa; la santità fuori della Chiesa; conclusioni. R. Plus, La santità cattolica, Marietti, Torino 1943. Volumetto di divulgazione ricco di dati sulla più recente.santità. L. Lavelle, Quattro santi, Morcelliana, Brescia 1953-I quattro santi sono Francesco d’Assisi, S. Giovanni della Croce, S. Teresa d’Avila, S. Francesco di Sales ; ma l’opera interessa soprattutto per l’ampio preludio filosofia) religioso, sull’essenza della santità. G. C. Martindale, Che cosa sono i santi, Ed. Presenza, Roma.

a. Sul confronto tra l’eroe, il saggio e il santo possiamo citare due opere di valore, A. Festugiere, La sainteté, P. U. F., Paris 1943. R. A. Gaothier, Magnanimità. L’ideai dt grandmar dans la phiksobhie paienne et la théologie ckrélienne, Vrin, Paris 1951. Max Sche-ler, Le saint, le géme, le héros, Aubier, Paris 1944.

Sul martirio. D. Marsiglia, Il martirio cristiano, Studio storico-critico-apologetico, Ferrari, Roma 1913. R. Hedde, Martire, in D. T. C, X, 220254: Nozione teologica secondo S. Tommaso; nozione canonica secondo Benedetto XIV; storia del martirio nella Chiesa cattolica; valore apologetico della testimonianza dei martiri. P. Aixard, Martire, in D. A. F. C, III, 331492. Storia dei martiri cristiani dalle origini ai nostri giorni. C. Galuna, / martiri dei primi secoli, Salani, Firenze 1939. » Sintesi del moltissimo che è statedetto e studiato intorno ai martiri dei primi secoli cristiani» (p. 5). I più notevoli atti dei martiri della Chiesa primitiva si possono trovare in S. Colombo, Atti dei martiri, S. E. I., Torino 1928; ve ne sono 26. Il volumetto diG. Barra, Atti dei martiri, S. A. S. , (Ed. Paoline), Roma 1947, ne contiene 15. La classica raccolta del P. Teod. Ruinart fu pure tradotta in it. : Gli atti dei martiri, 4 voli., Malocchi, Milano 1859. Ricordiamo in fine che H. Leclercq, ha pubblicato in 11 volumi presso H. Oudin, Paris 1902 ss., Les Marlyrs. Recueil des piéces authentìques surles martyrsdepuislesoriginesdu christianisme jusq’au XX siècle. Per i santi si veda il trattato seguente con relativa bibliografia al n. 1.
Sugli effetti della santità cattolica nel mondo. I. Giordani, Il messaggio sociale di Gesù, 4 voli., Vita e Pensiero, Milano 1953. Studia il pensiero e l’azione sociale della Chiesa dalle origini alla fine della grande epoca patristica. Contiene pure una ricca bibliografia. L. Chenon, Le ròte social de l’Église, Bloud e Gay, Paris 1928. M. Scaduto, Storia della carità, in E. C, III, 810834. ^n particolare sulla abolizione della schiavitù:
P. Aliard, Gli schiavi cristiani dai primi tre secoli della Chiesa fino al termine della dominazioni romana in occidente, Fiorentina, Firenze 1915; Id., Esclavage, in D. A. F. C, I, 14571522.
L’opera di E. Gccotti, II tramonto della schiavitù nel mondo antico, Istituto delle Ed. Accademiche, Udine 1940, è per molti aspetti pregevole, ma l’autore, seguace del materialismo storico, riduce al minimo l’efficacia del cristianesimo nell’abolizione della schiavitù. – Si veda inoltre la bibliografia del trattato precedente al n. 3.

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Mons. Luigi Negri


   

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