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Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

La Chiesa da sempre fu intesa come Una.

La Chiesa cattolica crede che la Fede sia un dono gratuito di Dio nello Spirito Santo ma è anche ben consapevole di come la ragione non è contraria alla Fede e permette alla mente umana di scorgere la mano di Dio dietro la creazione e nel piano di salvezza preparato da Dio Padre a tutte le genti. 
Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina.
Ecco perché conoscere a fondo la storia del cristianesimo, supportata da tutte quelle scienze che negli ultimi 50 anni hanno fatto passi da gigante, non può che corroborare in noi la certezza di camminare sulla via che conduce a Cristo attraverso la Sua unica Chiesa da Egli stesso fondata.
Molti gruppi di origine protestante raccontano la «fiaba» che il cattolicesimo, con il riconoscimento di un unica chiesa cattolica, sia avvenuto sotto l’imperatore Costantino e segnatamente dopo il concilio di Nicea del 325.
La storia dei primi cristiani e le fonti in nostro possesso ci dimostrano come questo sia totalmente falso. Nello studio dello sviluppo del «credo» cristiano, quel simbolo della Fede che raccoglieva tutti i credenti sotto un unica divina ed apostolica dottrina, vengono alla luce documenti in cui in anni di molto antecedenti allo stesso concilio di Nicea, i credenti cristiani avevano la piena convinzione di essere parte di un unica Chiesa voluta da Cristo e tramandata dagli apostoli.
Per portare un esempio ecco una professione di Fede di Ippolito di Roma contenuta un uno suo scritto chiamato «apostoliké paradosis» (tradizione apostolica) scritta nel 215; al suo interno riporta nella forma più antica di interrogazione che è precedente a quella declamatoria:
Credi in Dio Padre onnipotente?
Credi in Cristo Gesù, Figlio di Dio, 
che è nato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine, 
e fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e morì e fu sepolto, e il terzo giorno risuscitò vivo dai morti, e ascese nei cieli e siede alla destra del Padre, verrà a giudicare i vivi e i morti?
Credi nello Spirito Santo e la santa Chiesa e la risurrezione della carne?

Possiamo vedere come sono già contenuti tutti i principali articoli come noi li recitiamo oggi, e siamo appena all’inizio del III secolo!
Viene confermata la certezza, perché è già parte della professione di Fede, che Maria fu e rimase Vergine, e si dichiara di credere in una sola e santa Chiesa cattolica.
Nei secoli futuri il «simbolo della Fede» in forma breve o più articolata porterà sempre con sé questi articoli definitivi che da alcuni antichi autori vengono attribuiti direttamente all’insegnamento apostolico.
Fa specie notare come in un antica opera scritta nel 160170 d.c. in Asia Minore nella versione etiopica scoperta da C. Schmidt, troviamo scritto che i 5 pani del miracolo raccontato in Mc. 6,39 vengono spiegati allegoricamente come simbolo di Fede di cinque articoli:
Nel Padre dominatore dell’universo
e in Gesù Cristo, Salvatore nostro
e nel Santo Spirito, paraclito
e nella santa Chiesa 
e nella remissione dei peccati.

Ecco come vi erano dei punti fermi, delle certezze da cui non ci si poteva allontanare. Molte eresie furono combattute fin dall’anno 100 contro chi asseriva il contrario di quello creduto in questi punti, inclusa la certezza che Cristo fondò una sola santa Chiesa cattolica ed apostolica.
Chi nega queste verità allo stesso modo nega il potere di giurisdizione della Chiesa di Roma, sopra tutte le altre Chiese sparse nel mondo, in virtù della personale elezione di Pietro in Cristo. A tal proposito vi è un antico documento, datato al 251 d.c. che tratta della confessione di Fede resa a Papa Cornelio da Massimo, Urbano e altri vescovi africani che erano ritornati dallo scisma di Novaziano e che Cornelio comunicò a Cipriano:

Lettera Quantum sollicitudinem ad Cyprianum anno 251:

«Noi sappiamo, che Cornelio eletto vescovo della santissima Chiesa cattolica da Dio onnipotente e da Cristo, Signore nostro, riconosciamo il nostro errore, siamo andati soggetti a una truffa; siamo stati circuiti con perfidia e verbosità ingannevoli; infatti anche se sembrava che avessimo avuto come una certa comunanza con gli scismatici e gli eretici, nondimeno il nostro cuore è rimasto sempre nella Chiesa; infatti non ignoriamo che c’è un solo Dio, che il solo Cristo è il Signore, che abbiamo pubblicamente riconosciuto, che uno solo è lo Spirito Santo, che uno solo deve essere il vescovo preposto nella Chiesa cattolica.»

Che testimonianza preziosa!!! nel 250 d.c. questi vescovi ben conoscevano che vi è una sola Chiesa e, badate bene, un solo Vescovo (il Papa) preposto alla guida nella Chiesa cattolica. Sapevano bene quello che gli evangelici oggi candidamente ignorano e con inganno vogliono traviare chi è più ignorante di loro facendo credere che la Chiesa è la comunità spirituale dei credenti. 
Come visibile fu Cristo incarnato, visibili furono gli apostoli da cui il Vangelo doveva procedere a tutte le genti, così visibile è la Chiesa. Come uno è il corpo di Cristo così uno è il Vangelo proclamato dagli Apostoli, e una è anche la Sua Chiesa che non può portare in sé alcuna macchia di divisioni se non quelle volute e perpetrate nei secoli da satana il divisore per eccellenza.

Pubblicato in Apologetica

Fin dagli albori del cristianesimo appare del tutto palese come all’interno della comunità cristiana fosse riconosciuto nella persona del successore di Pietro un indiscusso primato, come guida della Chiesa.

I padri della Chiesa del IV sec. Nei loro scritti hanno ribadito sia la funzione che i poteri del Pontefice Romano, come Basilio di Cesarea che non ebbe alcun dubbio nel riconoscere il primato petrino e la successione dei vescovi di Roma, definendo una prassi normale l’intervento del Papa nelle questioni delle altre chiese. Altri padri della Chiesa, come Girolamo si espressero chiaramente, ribadendo la necessità di rivolgersi alla Sede Romana, in quanto diretta conservatrice dell’eredità dei padri e della fede per bocca degli stessi Apostoli.

Giovanni Crisostomo, non risparmiò elogi sui passi evangelici relativi a San Pietro, affermando chiaramente che la Chiesa è fondata sullo stesso e che Cristo diede al principe degli Apostoli, non solo il potere di insegnare la verità né solo l’onore della presidenza ma anche un governo effettivo ed un’amministrazione universale; poichè Giovanni risiedette a lungo ad Antiochia, non parlò molto della dignità di Roma per rispetto verso la prima sede di Pietro, ma allorché, divenuto vescovo di Costantinopoli, fu cacciato dal seggio per intrighi di corte, si appellò al vescovo di Roma, Innocenzo, e questi lo soccorse ottenendo pure, più tardi, una riabilitazione postuma di Giovanni e l’annullamento della ingiusta sentenza emanata contro di lui da un concilio troppo servile verso l’imperatore.

Negli scritti agostiniani anteriori al 416 non vi sono testimonianze relative al posto occupato dalla sede romana eccetto un testo isolato nel quale l’Ipponate riconosce che «semper viguit principatus apostolicae cathedrae»; anche quando, durante le polemiche, a noi parrebbe che gli avrebbe fatto comodo appellarsi al criterio della comunione con Roma, Agostino non si servì di quello strumento e non invocò quell’autorità. Invece nella complessa vicenda pelagiana i vescovi africani si rivolsero al papa Innocenzo per comunicargli una relazione delle loro adunanze e ne ricevettero dei rescripta (il termine giuridico è appropriato e ritorna più volte sotto la penna di Agostino) con i quali si prendevano decisioni di valore definitivo. Fu in tale occasione che l’Ipponate pronunziò la famosa frase: «Intorno a questa causa (l’eresia pelagiana) furono già inviati i deliberati di due concili alla Sede apostolica; da essa ci giunsero ora delle disposizioni. Dunque la questione è finita, voglia Dio che finisca presto anche l’errore!» (Sermo CXXXI; la formula agostiniana fu abbreviata e resa più incisiva così: «Roma locuta est, causa finita est»). A suo giudizio, le sentenze di Roma in controversie dogmatiche sono pari a quelle dei concili e l’autorità di quel vescovo è quella di un arbitro supremo che può compiere degli atti aventi un’obbligatorietà per tutti. Si comprende, quindi, che per Agostino la Sede romana fosse quella apostolica per eccellenza, e fosse la «cathedra» che assicurava la comunione delle chiese della «catholica».

Celebri sono anche le parole di Ireneo, vescovo di Lione, che nel II sec. si esprime in questo modo in merito al ruolo della chiesa romana:

«A questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte [del mondo] provengono; ad essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli Apostoli».


L’importanza di questa testimonianza sul primato romano, riconosciuto sin dalle origini della Chiesa, va ricercata sia nel periodo in cui viene scritta sia, soprattutto, nello spessore del suo autore.

Nato probabilmente intorno al 135140 vicino a Smirne, in Oriente, Ireneo ebbe come maestro il vescovo di questa città, Policarpo, il quale vantava di essere stato discepolo proprio di Giovanni l’Evangelista. Ancora giovane, per motivi a noi ignoti, si trasferì a Lione, in pieno Occidente, dove divenne prima presbitero del vescovo Potino e successivamente, alla morte di questi, vescovo.


Una prima peculiare caratteristica balza subito all’occhio. Figlio dell’Oriente (allievo di Policarpo), Ireneo rappresenta, durante la sua vita, la Chiesa d’Occidente. Si può affermare, quindi, che il vescovo di Lione racchiude in sè quelli che il papa Giovanni Paolo II chiama «i due polmoni della Chiesa».

A Ireneo interessa intrecciare il concetto di supremazia della Chiesa di Roma con quello della sua universalità. La supremazia di Roma viene spiegata riconoscendo la sua grandezza, la sua notorietà, ma soprattutto il fatto che sia stata fondata dagli Apostoli Pietro e Paolo. In realtà, il principale motivo sembra essere proprio la presenza a Roma delle tombe dei due Apostoli e principalmente quella di Pietro, eletto da Cristo quale fondamento della sua Chiesa.

L’universalità della Chiesa di Roma risulta chiara a Ireneo analizzando la lista dei dodici successori di Pietro, da Lino (primo successore) a Eleuterio (175189). Questi vescovi di Roma infatti, il cui compito era quello di trasmettere la genuina tradizione apostolica, appartengono, tranne quattro di origine romana, a diversi luoghi del mondo cristiano (Grecia, Siria, Epiro, Aquileia, …).

Non possiamo poi ignorare un importantissimo documento extrabiblico che attesta e testimonia come, sin dalla fine del primo secolo, nelle comunità cristiane fosse viva la consapevolezza di una Chiesa strutturata gerarchicamente, con al vertice il vescovo di Roma, ovvero il Papa. La prova sta in una lettera di Papa Clemente I, scritta sul finire del primo secolo, pervenutaci sia attraverso il Codice Biblico Alessandrino (V sec.), sia attraverso il Codice Greco 54 (XI sec.), custodito a Gerusalemme. Ecco i fatti.

Nella comunità di Corinto alcuni fedeli avevano sollevato una sedizione contro i capi della Chiesa locale e l’eco di tali disordini, sfociati nella ingiusta rimozione di alcuni presbiteri, era arrivata sino alla Chiesa di Roma, che stava subendo la persecuzione di Domiziano. La lettera di Clemente I si riferisce proprio a questa persecuzione, da poco terminata quando il Papa mette mano allo scritto, per giustificare il fatto di «aver troppo tardato a dirimere alcune questioni che sono in discussione tra voi». Come potrebbe dirimere alcunché — ci domandiamo chi non ha la necessaria autorità? E perchè mai dovrebbe farlo il vescovo di Roma, se ha gia i suoi bravi problemi dovuti alle continue persecuzioni? La Chiesa di Corinto, oltretutto, si trovava molto lontana da Roma, ma evidentemente il Papa avverte il suo intervento come un dovere. Dovere che, a nostro avviso, nasce dalla consapevolezza di sedere sulla cattedra di Pietro e di possedere, per ciò stesso, una indiscussa autorità sulla Chiesa universale.

Sta di fatto che il vescovo di Roma, sicuro di essere ascoltato, richiama all’ordine i ribelli e li ammonisce, ricordando loro la responsabilità che hanno di fronte a Cristo: «Ma se qualcuno non obbedisce a ciò che per nostro tramite Egli [Cristo] dice, sappiamo che si vedrà implicato in una colpa e in un pericolo non indifferente. Noi però saremo innocenti di questo peccato». Il richiamo all’obbedienza da parte del Papa è significativo al pari delle minacce spirituali riservate a chi disobbedisce.

Siamo di fronte, indubbiamente, ad un gesto di correzione fraterna da parte di chi deve confermare i suoi fratelli nella fede, ma anche alla consapevolezza della propria responsabilità sulla Chiesa intera. Da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, IV, 23, 11) sappiamo che tale avvertimento pontificio venne accolto, ascoltato e messo in pratica, con ciò confermando l’autorità normativa e disciplinare di chi aveva pronunciato tale monito.

Che importanza ha per noi questo documento? Enorme. Possiamo dire quindi che già nel periodo più vicino alla comparsa del cristianesimo, il primato della Chiesa di Roma veniva riconosciuto in tutto il mondo cristiano, sia d’Oriente che d’Occidente. La Chiesa di Roma, ed essa sola, era la Chiesa universale.

Pubblicato in Apologetica

Carissimi,

vorrei brevemente riflettere con voi sui fondamenti profondi della apologetica cattolica, questa disciplina teologica che si occupa di difendere e diffondere la santa fede cattolica.

L’apologeta per eccellenza , il modello di ogni apologeta possiamo dire che è Cristo , Sapienza di Dio … in Lui noi siamo apologeti , partecipando a Lui noi possiamo difendere la verità da tanti attacchi che sono lanciati contro di essa dalle tenebre di questo mondo …

L’apologeta è tanto più efficace quanto più è unito per grazia a Cristo e quanto più partecipa alla sua sapienza e alla sua potenza apostolica … Questo significa anche che il vero apologeta non può non essere un uomo di altissima preghiera, un contemplativo  e quindi un uomo eucaristico …

Dalla preghiera e in particolare dalla Eucaristia noi traiamo la grazia e quindi la sapienza per diffondere la Verità e per difenderla. L’Eucaristia va preparata, va celebrata e va «ringraziata» …cioè occorre prepararsi alla s. Messa e occorre ringraziare a lungo dopo di essa .…La s. Messa è la fonte di tutte le grazie: meglio la prepariamo, meglio la viviamo, meglio ringraziamo Dio dopo di essa e meglio possiamo vivere il nostro impegno apologetico … perché meglio viene a vivere Cristo Sapienza in noi e in Lui possiamo, come Lui, chiudere la bocca a coloro che attaccano la Verità.

La s. Messa va unita ad una profonda vita contemplativa sicché possiamo portare agli altri il frutto della nostra contemplazione; occorre cotemplare e donare agli altri ciò che abbiamo contemplato: contemplata aliis tradere … S. Tommaso d’Aquino, l’eccelso Dottore cattolico, ha svolto il suo straordinario servizio apologetico incarnando con molta perfezione questo principio appena indicato: contemplata aliis tradere.   

Sottolineo una cosa importante: non pensate che l’apologetica sia semplicemente studio e discussione .… l’apologetica è immergersi nella vita di Cristo e dunque nella battaglia di Cristo contro le forze del male , contro satana e i suoi ministri visibili .… Fare apologetica è trovarsi a combattere spiritualmente con forze invisibili e visibili che ostacolano la diffusione del Vangelo .…perciò occorre, per vincere una tale battaglia spirituale, pregare, fare penitenza e seguire altri importanti consigli che i maestri spirituali cattolici hanno insegnato per portarci a trionfare in scontri come questi. Ricordiamoci che più presente di tutto è Dio, Lui è il Signore della storia …perciò non tralasciamo di pregarlo anche pubblicamente e davanti a coloro con cui dobbiamo confrontarci, perché sia Lui a convertirli … Spesso una preghiera, fatta da noi davanti a loro, spiazza i nostri avversari e illumina la nostra mente donandoci forza nuova per portare luce nei cuori dei nostri avversari .…

.… la nostra fede ci insegna che il nostro Dio è super …super ..(infinitamente super…) presente e vuole servirsi di noi per diffondere la Verità .…dunque abbiamo grande fiducia in Lui perché è Lui che ha già vinto … e vuole servirsi di noi per manifestare pubblicamente tale vittoria !!

Pregate non solo per quanto detto ma anche per poter trovare libri efficaci per confutare coloro che ci attaccano .…a volte la Provvidenza ci fa scoprire testi utilissimi che mai avremmo immaginato potessero esistere …

Oggi l’apologetica è ai margini del dibattito teologico .…ma non è ai margini dell’interesse del Popolo di Dio che si trova ad affrontare tante sfide da parte di tanti gruppi e di tante persone che negano le verità cattoliche .… dunque chiediamo a Gesù il suo Spirito per offrire ai nostri fratelli questo servizio così importante . Io lo dico spesso: come si fa a non credere a Cristo e alla sua Chiesa , dal momento che Gesù ci ha donato tanti segni della sua Divinità e della sua azione nella Chiesa suo Mistico Corpo!! .…ma occorre conoscere e far questi segni !! ..e anche questo è compito dell’apologeta .… Aggiungo che , come insegna il Vangelo, i veri credenti sono benedetti da Dio con segni che si compiono attraverso di essi … Apriamo il nostro cuore alla santità perché Gesù possa fare potenti segni anche attraverso noi stessi; Cristo non solo insegnava la Verità ma compiva i segni della Verità …lo stesso possa verificarsi per noi!! 

 

 

 

Pubblicato in Teologia

Che Cos’è la tradizione?

Essa si può definire come l’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli fatto a viva voce e trasmesso dalla Chiesa fino a noi senza nessuna alterazione(1). Gesù ha predicato senza scrivere nulla di sua mano e gli apostoli hanno trasmesso di viva voce il suo insegnamento. Unicamente qualche anno dopo l’Ascensione di Gesù hanno scritti i Vangeli, come un riassunto della loro predicazione(2). Ne risulta che la Tradizione è una fonte della Rivelazione. Essa precede la Sacra Scrittura e ne è all’origine. Gli scrittori sacri, strumenti umani ispirati da Dio, attingono le loro conoscenze da ciò che hanno essi stessi ascoltato da Gesù o dagli apostoli. San Luca comincia così il suo Vangelo:«Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate»(3). Gli eventi che si sono verificati e di cui san Luca si accinge a scrivere, sono stati prima trasmessi a viva voce da «testimoni oculari e ministri della parola».
La Tradizione è quindi anteriore alla Sacra Scrittura e il suo campo è più vasto. Gesù rimase quaranta giorni con i suoi apostoli, dopo la resurrezione, per parlare con loro «delle cose riguardanti il regno di Dio»(4). San Giovanni termina il suo Vangelo con delle parole molto chiare che indicano che i Vangeli non sono che un riassunto della Rivelazione cristiana: «Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere»(5).
La tradizione, sorgente della Rivelazione, è distinta dalla Sacra Scrittura e merita la stessa fede di essa. San Paolo ce lo indica quando scrive ai Tessalonicesi: «Fratelli, state saldi e ritenete fermamente le tradizioni che avete imparato da noi di viva voce o per lettera»(6). Oppure quando ammonisce Timoteo: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri»(7). Le verità della fede prima predicate, sono state trasmesse dalla Chiesa nei simboli della fede, nelle definizione dei concili e negli atti dei Papi(8).
La Rivelazione ci è trasmessa anche dalle opere dei primi scrittori cattolici, i Padri apostolici e i primi teologi, eco fedele della fede della Chiesa. La stessa liturgia ce la trasmette poiché lex orandi, lex credendi (la legge della preghiera è la legge della fede), e cosi anche l’arte cristiana. Gli affreschi e i graffiti che si ritrovano nelle catacombe manifestano che i primi cristiani avevano la stessa nostra fede, per esempio, circa la santa Eucaristia, la preghiera per i defunti, la venerazione dei martiri, il primato di Pietro.

La conformità di una dottrina alla Tradizione è un criterio di verità.

La fedeltà all’insegnamento della Tradizione è stato sempre un criterio di verità contro gli errori e le eresie che sono sorte durante il corso dei secoli. Origene, già nel terzo secolo diceva: «Gli eretici allegano le Scritture. Noi non dobbiamo credere alle loro parole né staccarci dalla tradizione primitiva della Chiesa, ne credere altra cosa che ciò che è stato trasmesso ininterrottamente nella Chiesa di Dio»(9).
Il magistero della Chiesa, esercitato dal Papa e dai Vescovi riuniti in concilio o dispersi nelle loro diocesi – infallibile nelle condizioni definite della Chiesa(10) – è l’interprete della Tradizione. È lui che ci testifica ciò che fa parte del deposito rivelato e che ce lo trasmette. Ma non potrà mai cambiare tale deposito, cioè non potrà mai affermare che ciò che è già stato dichiarato rivelato da Dio non lo sia più o che lo siano dottrine che lo contraddicono. Il Concilio Vaticano I ci ricorda infatti che: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché facciano conoscere sotto la sua ispirazione una nuova dottrina, ma perché, con la sua assistenza, conservino santamente ed espongano fedelmente la Rivelazione trasmessa degli apostoli cioè il deposito della fede»(11). È molto importante ricordarci questa dottrina messa in dubbio dai protestanti. Per essi solo la Sacra Scrittura ha valore come se prima che gli Apostoli scrivessero il Nuovo Testamento il cristianesimo non esistesse. Le caratteristiche della Tradizione ne fanno l’interprete della Sacra Scrittura stessa che deve essere detta la luce dell’insegnamento constante della Chiesa sotto pena di cadere negli errori. I protestanti che ammettono il principio del libero esame cadono irrimediabilmente nell’interpretazione soggettiva e sono divisi oggi in migliaia di sette.
Figlio dell’eresia protestante nel suo soggettivismo è il modernismo. Esso afferma che le verità della fede, i dogmi, sono solo formule destinate a tradurre il sentimento religioso che è in noi. Poiché questo sentimento è qualche cosa di mutevole e dipende dalle circostanze e dalle epoche, esso è soggetto a trasformazione. Ne segue che le formule che lo esprimono, i dogmi di fede, possono cambiare con esso. Questa dottrina erronea e già condannata dal Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, ha ispirato i cambiamenti dottrinali realizzati dall’ultimo concilio. Esso ha come tagliato la radice che doveva legarlo all’insegnamento tradizionale della Chiesa, su dei punti ben precisi come l’ecumenismo o la libertà religiosa.
Una nuova concezione del magistero
Questi cambiamenti sono fatti in nome di una nuova concezione del “magistero vivente” secondo la quale la Chiesa potrebbe insegnare oggi il contrario di ciò che essa ha insegnato durante venti secoli di storia e pretendere allo stesso tempo di essere in continuità con il magistero precedente. Si pretende di giustificare tale novità invocando il fatto che i tempi e le circostanze sono cambiate. Così il Concilio Vaticano II sarà in continuità con gli altri concili(12), la nuova messa in continuità con la Messa tradizionale(13). Questo concetto di magistero vivente e mutevole, si ispira della dottrina modernista ed è contrario alla fede cattolica.
Per questo Monsignor Lefebvre lo ha rigettato e combattuto con tutte le sue forze. Fu ciò che gli valse la condanna della “chiesa ufficiale”. Nel motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 12 luglio 1988 lo si accusa di avere una nozione incompleta e contraddittoria della tradizione. Incompleta perché «non tiene sufficientemente conto del carattere vivente della tradizione». Tradizione vivente significa, per il magistero conciliare, che si possono tranquillamente affermare come tradizionali, dottrine condannate dal magistero precedente. La libertà religiosa, per esempio, che è in piena contraddizione con l’enciclica Quanta cura del Papa Pio IX. O ancora la dottrina sull’ecumenismo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Tutto ciò non è conforme al vero concetto di Tradizione, né alla fede cattolica. Essa infatti non dipende delle circostanze di luogo e di tempo, ma è immutabile.
Quello che il magistero della Chiesa ha definito come vero e appartenente al deposito rivelato non potrà mai essere cambiato da questo stesso magistero. La verità rivelata non è soggetta a circostanze di luogo e di tempo. «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno mai», dice Gesù. La fedeltà alla Tradizione ci dà dei criteri di azione nella crisi della Chiesa di oggi: ogni volta che si constata una contraddizione tra l’insegnamento attuale e il magistero costante della Chiesa siamo in diritto di affermare che non si tratta di un insegnamento infallibile né di un vero magistero poiché vi è rottura con la Tradizione. È questo che fonda la legittima resistenza dei cattolici all’autorità: l’attaccamento, non a delle idee personali, ma all’insegnamento bimillenario della Chiesa in materia di fede, insegnamento che nessuno potrà mai cambiare.
Non si può quindi essere cattolici se non si è attaccati con tutto il proprio essere alla Tradizione della Chiesa, espressione della fede rivelata da Nostro Signore e trasmessa degli apostoli.

da Tradizione Cattolica n° 70


Note

(1) Catechismo di San Pio X, q. 235.
(2) I Vangeli sono stati scritti qualche anno appena dopo la morte di Gesù. Il Padre O’Callaghan, nel 1972, ha identificato un frammento del vangelo di san Marco (7Q5) scoperto in una grotta a Qumran, e datandolo al massimo all’anno 50.
(3) Lc 1, 12
(4) At 1, 13.
(5) Gv 21, 25.
(6) 2 Tess 2, 15
(7) 2 Tim 2, 2
(8) I principali sono: quello degli Apostoli, quello Niceno-costantinopolitano che si recita la domenica, quello di sant’Atanasio.
(9) Citato da Boulanger, Le Dogme catholique, p.17.
(10) Lettera Tuas libenter all’Arcivescovo di Monaco-Freising, 21 dicembre 1863, DZ 2879; III sessione, 1870: constituzione dogmatica Dei Filius sulla fede cattolica, DZ 3011.
(11) IV sessione, 18 luglio 1870: prima costituzione dogmatica Pastor aeternus.
(12) Discorso di Benedetto XVI alla Curia romana, 22 dicembre 2006.
(13) Cf. Motu proprio Summorum Pontificum.

Pubblicato in Esegesi
   

Mons. Luigi Negri


   

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