Google+
Apologetica Cattolica,Apologetica,Papa Francesco,Papa,chiesa cattolica,bibbia,sacre scritture,sacra scrittura,cristiani,chiesa,cattolici,religione,chiese,evangelici,testimoni di geova,protestanti,eresie,Dio,Gesù,Maria,Madonna I fratelli di Gesù

Messa in diretta live  

Clicca qui, e scorri in fondo alla pagina per la diretta video


   

Vedi anche…  

   

Adorazione Perpetua Online  

Adorazione di Gesù Eucarestia perpetua online


   

Bibbia Online  

Leggi la Bibbia online: Dopo l’apertura della pagina potete anche ascoltare i passi cliccando su questo simbolo:

Cerca nella BIBBIA
Per citazione
(es. Mt 28,120):
Per parola:
   
Domenica, 02 Marzo 2014 11:48

I fratelli di Gesù

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)
 
 
 
La questione dei “fratelli di Gesù” è tanto confusa quanto dibattuta. Confusa perché bisogna addentrarsi in un intricato ramo di parentela di cui ci vengono dati solo frammenti, ma non solo. Essendo infatti la perpetua verginità di Maria un punto saldo della Tradizione, la propaganda protestante ci si è avventata contro con inaudita violenza.
 
  
 


Il problema linguistico


 
 
I Vangeli, nei passi dove si parla dei fratelli di Gesù, usano la parola adelphos. Su questa parola si è creato un vero e proprio caso in quanto i polemisti protestanti cercano, ad ogni costo, di negare la polisemia di questo termine. Infatti molti siti evangelici, per tagliare la testa al toro, sostengono che la parola adelphos significhi solo fratello carnale. Come al solito, si basano sulla pigrizia delle persone che preferiscono credere ciecamente invece di andare a verificare. Eppure, basta controllare su un dizionario online come questo che riporta ben più di un solo significato:gemello,collega,compagno,confratello,fratello. Per sicurezza, ho controllato anche un ben più affidabile dizionario cartaceo come il Lorenzo Rocci: “fratello; fratello di padre e di madre; fratello nel senso di parente, confratello, connazionale della stessa religione o tribù, amico intimo, socio”. Insomma, una bella pluralità di significati rispetto al solo fratello carnale. È molto triste che una menzogna così facilmente confutabile riesca a trovare una diffusione talmente ampia, ma ancora più grave è che molti evangelici sembrano restarne convinti anche di fronte all’evidenza di un vocabolario.
 
Pertanto, non si capisce da dove venga la sicurezza dei protestanti che si tratti di fratelli carnali. Visto che, per meglio definire questo rapporto di fratellanza, non si può prescindere da un’analisi del contesto storico e da una ricerca sull’identità di questi fratelli. La Tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che non si trattasse di fratelli carnali ma di parenti (forse cugini), una possibilità per niente inverosimile. I Vangeli, infatti, ci narrano una storia che è ambientata nella Palestina di 2000 anni fa e quindi in un contesto socio-familiare del tutto diverso dal nostro. Perché noi siamo abituati a pensare alla famiglia come entità mononucleare che è, però, solo un’evoluzione moderna. Nel Medio Oriente antico, invece, la famiglia aveva un carattere molto più largo per la sua struttura tribale. È qualcosa che si può osservare ancora oggi in Africa e nel Medio Oriente stesso. In contesti simili, la differenza tra fratello e cugino tende inevitabilmente ad assottigliarsi ed è per questo che in molte lingue non esiste un termine specifico per i cugini.
 
Ora, è vero che il greco antico ha anche il termine anepsios per indicare un cugino, ma bisogna anche vedere che uso si fa di questa parola nel Nuovo Testamento. Infatti, quello neotestamentario non è un greco “puro” perché non è quello classico. Specie per i Vangeli si tratta di un greco “semitizzato”, per questo molti pensano che essi siano stati redatti prima di tutto in aramaico e poi tradotti in greco. Ad ogni modo, gli autori dei Vangeli non erano sicuramente degli ellenici ma dei Giudei. Anche ammesso che abbiano scritto direttamente in greco, dovevano – per forza di cose – rifarsi ad una tradizione schiettamente ebraica e quindi alla lingua di quel contesto socio-culturale. Per questo, con ogni probabilità, dietro il greco adelphos c’è la rispettiva parola aramaica che – comprensibilmente, come abbiamo visto – indica una rapporto di parentela in senso ampio (anche sociale e religioso). Appunto perché nell’aramaico non c’era una parola per distinguere il fratello carnale dal cugino. Quando incontrano questa parola, gli evangelisti la traducono in greco sempre con adelphos perché era la parola corrispondente più vicina. Mentre il termine anepsios è usato solo una volta nel Nuovo Testamento, nella Lettera ai Colossesi (4, 10). Non è un caso che, come hanno notato gli esegeti, questa lettera paolina usi un greco molto più classico perché chi l’ha scritta (un san Paolo ormai “ellenizzato” o un suo discepolo greco) mostra di avere una cultura molto diversa da quella degli evangelisti. Ai quali, quindi, non si può rimproverare l’aver usato un termine più generico per indicare dei cugini. Cosa che, del resto, accade anche nella LXX in cui il termine anepsios compare poche volte. E anche dove potrebbe essere usato senza esitazione, non c’è. Infatti nel primo libro delle Cronache (23, 2122), per indicare la parentela tra i figli di Kis e le figlie di Eleazaro, viene usato il termine adelphos. Quando si tratta, in realtà, di cugini visto che Kis ed Eleazaro sono fratelli. Anche nel Nuovo Testamento lo stesso termine è usato per definire la parentela tra Erode Antipa e Filippo (Mc. 6, 17), quando in realtà erano fratellastri.
 
Quindi è chiaro che l’argomentazione basata sul termine anepsios non regge, perché il greco della Bibbia – per il suo legame con la lingua madre, l’aramaico – preferisce usare adelphos per indicare tutti i rapporti di parentela. E questo termine lo troviamo ampiamente usato anche nel senso di «fratello spirituale», soprattutto nella Lettera ai Tessalonicesi e in quella ai Romani.
 
 


Chi sono i fratelli di Gesù?

 
 
Il Vangelo di Matteo (13, 5556) ci parla di quattro fratelli di Gesù, dei quali ci dà anche i nomi. Probabilmente Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore erano in realtà la stessa persona, ma proviamo qui a partire dal presupposto che non lo siano. Tutto si basa sul paradosso di “Maria di Giacomo”:
 
 
«C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala,Maria di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome» (Marco 15, 40)
«Tra costoro Maria di Màgdala,Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo» (Matteo 27, 56)
 
 
Il Giacomo qui citato potrebbe essere sia Giacomo il Giusto sia Giacomo il Minore. La definizione di “minore” del passo di Marco è un indizio ma non va sopravvalutato. Infatti è un’espressione che ricorre solo qui, quello che per la Tradizione è Giacomo il Minore i Vangeli lo chiamano “Giacomo di Alfeo” (Mc 3, 18; Lc 6, 15; Mt 10, 3; Atti 1, 13). Espressione che del resto non ricorre nel passo di Matteo. Se Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore sono due persone diverse, è più probabile che quello citato in questi due passi sia il primo. Infatti, il binomio Giacomo-Giuseppe (per giunta in questo esatto ordine) ricorre solo in Matteo (13, 5556), a riguardo dei fratelli di Gesù. E ricompare solo qui. Anche se la Maria citata potrebbe essere Maria di Cleofa, madre dell’apostolo Giacomo il Minore, che però compare esplicitamente solo nel Vangelo di Giovanni (19, 25). Quindi le possibilità sono due e nessuna può essere scartata con assoluta certezza. Ma entrambi ci danno un importante indizio sui fratelli di Gesù:
 
1)       se nel passo di Matteo si parla di Giacomo il Minore, vuol dire che anche lui ha un fratello di nome Giuseppe. Ciò innesca tutta quella serie di coincidenze che portano ad identificarlo col Giacomo fratello di Gesù. Per cui Giacomo il Minore è il Giacomo di Matteo (13, 5556), ma è un fratello inteso in senso di parente (forse cugino). Perché ha per madre una donna chiamata Maria che, ovviamente, non è la Madre di Gesù ma una sua parente: Maria di Cleofa.
2)     Se invece si tratta di Giacomo il Giusto (cosa possibilissima, non si capisce come i protestanti possano scartare questa possibilità), ci troviamo lo stesso a che fare con un fratello di Gesù inteso come parente. Egli sarebbe, infatti, figlio di una Maria che non è né la Madre di Gesù né Maria di Cleofa, bensì “l’altra Maria” (Matteo 27, 61). 
 
In sintesi, qualunque delle due opzioni vi sembri più verosimile, il risultato finale non cambia. Siamo davanti, con ogni probabilità, a dei fratelli in senso non carnale perché hanno genitori diversi da quelli di Cristo. E, non a caso, così li hanno intesi la quasi totalità dei cristiani e degli interpreti per quasi due millenni.
 
 


I fratelli di Gesù nella Tradizione
 
 
La convinzione che Maria sia sempre rimasta Vergine è molto antica, e non avrebbe potuto svilupparsi senza il consenso della Chiesa. Per questo, già nel II secolo, lo scrittore cristiano Egesippo ci informa che i fratelli di Gesù erano in realtà cugini in quanto figli di Cleofa (il passo è riportato da Eusebio: Storia ecclesiastica 4, 22, 4). Da considerare che Egesippo parla di Giacomo il Giusto come capo della Chiesa di Gerusalemme, quindi un personaggio di rilievo vissuto solo qualche generazione prima. Non si poteva truccare così facilmente il suo grado di parentela con Gesù (che del resto lo contraddistingueva dagli altri apostoli), il fatto era ancora troppo vicino e facilmente verificabile.
 
Tra i primi cristiani era noto che i fratelli di Gesù non erano figli di Maria, anche se c’erano differenti opinioni la conclusione era sempre la stessa. Secondo diversi padri della Chiesa, tra i quali Eusebio, si trattava in realtà di fratellastri in quanto figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Teoria che vige ancora oggi in ambito ortodosso. Un contributo importante, e ancora oggi valido, è quello di Girolamo che nel suo De virginitate Beatae Mariae in cui difendeva l’interpretazione tradizionale contro le teorie di Elvidio. Un oscuro personaggio che considerava i fratelli di Gesù come figli di Maria e pare che arrivasse perfino a negare il concepimento verginale del Cristo. In quest’opera, Girolamo espose la teoria dei cugini che – secondo gli argomenti già analizzati – è tuttora quella più probabile.
 
A sorpresa, tra i sostenitori della perpetua verginità di Maria troviamo anche degli insospettabili come Lutero e Calvino. I padri della Riforma, infatti, non erano così sprovveduti per non sapere che – in quel contesto – la semplice definizione di fratelli non voleva dire niente. E, pur proclamandosi fieri nemici della Tradizione, si rendevano conto che la perpetua verginità di Maria era sempre stata professata dalla Chiesa. Per rare un esempio più vicino a noi, anche Renan cambiò idea – cosa molto rara – sui fratelli di Gesù (cfr. Vittorio Messori, Ipotesi su Maria pg. 523).
 
 

Figli di Maria?  

Molti si lasciano impressionare dal fatto che i fratelli di Gesù sono ricordati sempre insieme a Maria di Nazareth. In realtà, da un punto vista sintattico e grammaticale, dai passi non si evince mai fra Maria e i “fratelli”  un rapporto di figliolanza diretta. Infatti, Gesù è sempre l’unico ad essere definito figlio di Maria (Marco 6, 3). Così come non ricorrono mai espressioni del tipo “Maria e i suoi figli” ma “Maria e i fratelli di Gesù”, proprio ad indicare un rapporto di parentela, sì, ma con nuclei familiari diversi. Non è chiaro perché questo fatto non induca a riflettere i protestanti, vista la loro convinzione che nella Bibbia le parentele vengano sempre specificate. Cosa difficile da fare se non si fa riferimento ai rispettivi genitori ma, paradossalmente, i Vangeli questa specificazione la fanno eccome solo che molti non se ne rendono conto.

 

Vittorio Messori, nell’opera già citata, ripropone diverse argomentazioni di Josef Blinzler  nel suo I fratelli e le sorelle di Gesù. Argomentazioni classiche che però l’autore tedesco ha rivisto alla luce del contesto storico. Ad esempio, qualunque lettore si chiede perché – se Maria aveva altri figli – Gesù la abbia affidata al discepolo che amava (Giov. 19, 2627). Anche per la sensibilità moderna sembra una cosa strana, visto comunque il legame già esistente col gruppo dei fratelli (chiunque essi siano). In realtà, guardando il contesto storico, quello di Gesù sarebbe stato un vero e proprio affronto verso i suoi fratelli che avevano il diritto di prendersi cura di loro madre (Ipotesi su Maria pg. 524). Così come i passi di Mc 3 e Giovanni 7 diventano quasi incomprensibili se si tratta di fratelli carnali (pag. 525). Essi, infatti, dovrebbero essere fratelli minori e in quanto tali non potevano permettersi in alcun modo di redarguire il primogenito (soprattutto in pubblico).

 

Secondo i protestanti, Gesù dovrebbe avere quattro fratelli e un imprecisato numero di sorelle (almeno due). Eppure di questo non c’è traccia nei pochi passi dei Vangeli dedicati all’infanzia di Gesù. In particolare, è significativo l’episodio della Pasqua raccontataci da Luca (2, 4152). L’evangelista ci informa che i genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la Pasqua. Questo fa già riflettere perché l’obbligo era solo per gli uomini, Maria ci andava volontariamente. Eppure, secondo i protestanti, avendo Gesù già dodici anni dovrebbero comparire a questo punto almeno due-tre fratelli. Cioè Maria deve avere già una famiglia numerosa a cui badare, eppure lascia a casa dei figli ancora piccoli né li porta con se a Gerusalemme. Inoltre, l’evangelista Luca ci dice che il viaggio a Gerusalemme avveniva tutti gli anni e questo rende a dir poco improbabile la presenza di altri figli (con annesse gravidanze e svezzamento). Ma non finisce qui, infatti l’evangelista – non contento – ci dice che la famiglia di Gesù si trattiene – anche qui, senza che vi fosse obbligata – a Gerusalemme per tutta la festa (v. 43) che noi sappiamo essere di sette/otto giorni. A questa settimana bisogna aggiungere il tempo di viaggio per l’andata e ritorno che, con la velocità di una carovana (v. 44), doveva essere abbastanza lungo. Stiamo parlando insomma di settimane in cui Maria abbandonerebbe a casa – senza un valido motivo – una schiera di bambini ancora piccoli. Il fatto che questo avvenga ogni anno e che venga taciuta la presenza di altri membri della famiglia, rende molto bene l’inverosimiglianza della teoria dei fratelli carnali (Ipotesi su Maria, pag. 526). 

 
La convenienza della verginità perpetua di Maria può, inoltre, essere dedotta dai fatti stessi. Infatti, perchè Gesù doveva essere il primogenito? Non poteva essere l’ultimo figlio di una famiglia numerosa, come lo fu Davide? Sì, ma essere il primo nato da una vergine rende più manifesta la paternità divina. Quest’ultima sarebbe ancora più difficile da credere, da un punto di vista umano, se Gesù fosse stato l’ultimo di dieci figli. La stessa cosa accade al contrario, se dopo Cristo ci fossero stati altri figli di Giuseppe e Maria la paternità divina sarebbe meno manifesta (e magari avrebbero potuta rivendicarla anche gli altri fratelli). Invece Maria doveva restare un segno del mistero.
 

 

 

Primogenito, quindi non unigenito? 

 

Anche qui, il lettore moderno tende a fare confusione. La questione dei fratelli, per il suo contesto sociale, era chiara infatti ai primi cristiani e ai Padri della Chiesa. Ebbene, anche qui si sente spesso dire: “Se Gesù è detto primogenito, non vuol dire che Maria ebbe altri figli per fora di cose?”. Ecco il passo:

 

«Quando venne il tempo della loro purificazione secondola Leggedi Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore,23 come è scritto nella Legge del Signore:ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore;24 e per offrire in sacrificiouna coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrivela Leggedel Signore» (Luca 2,2224)
 

Un lettore attento, nota subito che la confutazione sta nel passo stesso. Il popolo di Israele, infatti, considerava sacro il primogenito maschio (Nm3:13). Si tratta, quindi, della primogenitura sacra e non di un semplice modo per indicare il primo nato rispetto a quelli che sono venuti dopo (come oggi). Il primo nato maschio, veniva subito chiamato primogenito e non aveva certo bisogno di avere fratelli e sorelle per essere riconosciuto tale. Poteva, quindi, tranquillamente restare l’unico figlio. Per questo ci sono molteplici attestazioni storiche di primogeniti che sono anche unigeniti. Bisogna inoltre considerare che il riscatto del primogenito avveniva dopo un mese (Nm 18, 16), cioè quando il primogenito era ancora — per forze di cose — unigenito. Quindi, senza dubbio, nel momento in cui la Scrittura dichiara Gesù come primogenito di Maria Egli è anche unigenito in quanto ancora un infante. Questo è il periodo a cui si riferisce il passo sopra citato, non ad eventuali figli successivi. 

  

Il Salmo 69 

 

Alcuni, giunti alla disperazione, provano ad usare anche l’Antico Testamento. Ad esempio, nel Salmo 69 si parla delle sofferenze del giusto che sono la prefigurazione della Passione di Cristo. Però in questo salmo il giusto perseguitato dice di essere rifiutato dai figli di sua madre (verso 9), e secondo alcuni questa sarebbe la prova che i fratelli di Gesù sono figli di Maria. Con la pretesa, davvero ridicola, di poter fare la biografia di Gesù tramite passi profetici che sono — per loro natura – oscuri e che non sempre si avverano alla lettera. Ed è un gioco facilmente smentibile, infatti leggendo i versetti 2229 vediamo che il giusto chiede a Dio di condannare e uccidere i suoi persecutori. E non è chiaramente questo l’atteggiamento tenuto da Cristo sulla croce (Luca 23, 34). Si potrebbe – in modo improbabile – far passare questi versetti come prefigurazione del Giudizio Universale, cosa che però  presupporrebbe un’interpretazione non letterale che vada oltre il contenuto. Procedimento che chiaramente costoro non ammettono, soprattutto quando gli fa comodo come – in questo caso – col versetto 9.

 

In realtà, a ben guardare, il Salmo 68/69 ci offre un’argomentazione contraria alla teoria dei fratelli carnali. Infatti, come ha notato sempre Blinzler (pag. 527), si tratta di un salmo che la Chiesa ha sempre considerato messianico. Tanto che è citato molte volte nel Nuovo Testamento, sarebbe stato spontaneo per gli evangelisti usarlo riguardo l’incredulità dei fratelli. Invece non compare mai, anche in passi nei quali sarebbe facile aspettarselo ( come Giovanni 7, 35). Proprio perché quella parte di profezia non si era avverata alla lettera, del resto nessuno pensava di poter riconoscere il Messia in base al suo stato di famiglia.

 
 

Il matrimonio di Maria e Giuseppe 

 

I detrattori della perpetua verginità di Maria, si basano anche su questo passo:

 

«ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù» (Matteo 1,25)
 

Il lettore moderno, col suo buon senso, deduce da questo passo che Giuseppe e Maria condussero una normale vita matrimoniale dopo la nascita di Gesù. Ma è noto che il buon senso può spesso condurre in errore. Il perché lo spiega molto bene il grande storico Giuseppe Ricciotti, in una nota della monumentale Vita di Gesù Cristo che vale la pena di riportare integralmente anche per una conferma di quanto detto sopra per il primogenito: 

 
2) L’espressione è tipicamente ebraica: «il figlio primogenito» è l’ebraico «békor», termine di particolare importanza giuridica perché il primogenito ebreo doveva essere presentato al Tempio, e Luca impiega qui questo termine quasi per preparare il racconto della presentazione di Gesù al Tempio, che narra egli solo fra i quattro evangelisti. Ma il termine, in questo contesto, fornì l’appiglio per attribuire a Luca l’affermazione implicita che Maria ebbe in seguito altri figli, altrimenti «primogenito» sarebbe stata una parola priva di senso. Già nel secolo V S. Girolamo aveva risposto a Elvidio, primo rappresentante di questo ragionamento, facendo notare che «omnis unigenitus est primogenitus: non omnis primogenitus est unigenitus. Primogenitus est, non tantum post quem et alii, sed ante quem nullus» («Adv. Helvidium», 10); ma invano, e si tornava a ripetere l’argomentazione di Luciano: «Se è primo non è solo; se è solo non è primo» («Demonax», 29). Naturalmentela Riformaprotestante fece di questa espressione lucana il suo cavallo di battaglia contro il culto cattolico di Maria; ma anche i razionalisti, che spesso hanno egregie osservazioni storico-filologiche, non hanno interpretato il termine in senso storico-filologico e hanno preferito il ragionamento di Elvidio: solo pochi, fra cui il Loisy, sono rimasti dubbiosi. Oggi la discussione è terminata, e chi ha avuto ragione non è stato certamente Elvidio con i suoi seguaci. Nell’anno 5 av. Cr., cioè a pochi mesi di distanza dal parto di Maria, partorì in Egitto una giovane sposa giudea lasciandovi però la vita; la stele sepolcrale, fingendo che la defunta parli, le fa dire fra l’altro questo: «… Il Destino mi condusse al termine della vita fra le doglie del primogenito figlio…» […] ; l’iscrizione fu pubblicata da C. C. Edgar nelle «Annales du Service des Antiquités de l’Égypte», sotto il titolo «More tomb-stones from Tell el Yahoudieh», tomo 22 (1922), pagg. 716, e riprodotta in «Biblica», 1930, pag. 386. La morte della puerpera dimostra, contro Elvidio e seguaci, che quel primogenito fu anche unigenito, come nel caso di Gesù.Presentandosi l’occasione ricordiamo l’analogo e anche più facile passo di Matteo, 1, 25, che parlando delle relazioni fra Giuseppe e Maria dice: «Ed (egli) non la conosceva, finché partorì (un) figlio». Il verbo conosceva è il termine eufemistico che già esaminammo (§ 230). La congiunzione «finché», «éms», corrisponde all’ebraico «‘ad», il quale si riferisce soltanto al compimento dell’azione annunziata appresso, astraendo però da ciò che avverrà ancora in seguito: vi sono esempi in tal senso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Genesi, 8, 7; Salmo 110 ebr., 1; Matteo, 12, 20; 22; 44; 28, 20; 1 Timoteo, 4, 13). Perciò giustamente il Loisy stesso ha fatto notare che Matteo in questo passo ha di mira la nascita di Gesù, alla quale nega ogni intervento paterno, senza estendersi al tempo successivo.
 

Quindi, seguendo sempre il buon senso, si dovrebbe dedurre dalSalmo110 che Cristo non siederà per sempre alla destra del Padre. Ma noi sappiamo che non è così, pertanto il buon senso deve sapersi fermare alla conoscenza. La Scrittura è piena di passi con strutture grammaticali del tutto identiche che — se lette come vogliono i protestanti — perderebbero ogni senso logico e grammaticale. Una su tutte, in 2 Samuele 6, 23 si dovrebbe pensare che Mikal ha avuto dei figli dopo la sua morte…quindi è chiaro che espressioni come «fino» e «finchè» stanno ad indicare solo lo spazio di tempo considerato. 

 

Il desiderio di Maria di restare vergine, può essere dedotto anche da una lettura attenta del passo dell’Annunciazione.I viene riportato in un altro brano di Giuseppe Ricciotti che spiega il significato della risposta di Maria alla notizia dell’angelo. Il «Non conosco uomo» indica che Maria pensa ad un ordinario concepimento, possibilità che però lei sembra escludere. Perchè? Molti non mettono in relazione questa sua risposta col fatto che Maria un uomo lo avrebbe eccome, essendo già promessa a Giuseppe. Quindi, dal suo punto di vista, era solo questione di tempo prima che l’annuncio dell’angelo potesse verificarsi. Invece Maria pone uno ostacolo che sembra ben più grave, ovvero l’intenzione di vivere in castità il matrimonio. Proposito che la nascita di Gesù non avrebbe avuto motivo di cambiare.

 

 

Letto 1112 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Marzo 2014 02:28
Ettore

Ho una laurea triennale in “Scienze storiche” e mi sto specializzando in storia medievale. Sono da sempre appassionato di apologetica e storia della Chiesa.

Articoli correlati (da tag)

   

Mons. Luigi Negri


   

Chi è online  

Abbiamo 53 visitatori e nessun utente online

   

Versetto del giorno  

   

Liturgia del giorno  

   

Catechismo della Chiesa Cattolica  


Clicca sull'immagine

   

Associazione Quo Vadis  


Conosci davvero i testimoni di Geova?
   
   
Sali su
Vai giù
   
hasTooltip