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Ettore

Ettore

Ho una laurea triennale in “Scienze storiche” e mi sto specializzando in storia medievale. Sono da sempre appassionato di apologetica e storia della Chiesa.

Domenica, 27 Aprile 2014 00:00

Sulla decima e sul vangelo della prosperità

 
 
 
 
 
 
 
Non tutti sanno che nel variegato mondo pentecostale il vangelo della prosperità occupa una parte importante. Di cosa si tratta? È un portato della terza ondata pentecostale e prende il nome di Movimento della fedeNato negli Usa, come al solito, è arrivato in Italia e si sta molto diffondendo in Africa. Il motivo di questo successo non è difficile da comprendere visto che l’unico Dio adorato da costoro è il denaro. Il loro messaggio è sostanzialmente questo: “Se diventi cristiano Dio ti benedice. Essere benedetti da Dio vuol dire diventare ricchi, vivere una vita “abbondante” (significativamente, termini come questo ricorrono spesso fin nei nomi delle loro chiese) e senza malattie”. Un ottimo affare, insomma. La fregatura è che per diventare davvero cristiani bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 116 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 4144 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.
 
Come del resto denunciano molti protestanti di buona volontà. Prima di tutto bisogna però cercare di capire il grado di diffusione di questo “vangelo” in Italia. Sarebbe, infatti, un grandissimo errore ritenere che si tratti di qualcosa confinato alle chiese che esplicitamente si richiamano al Movimento della fede (e che secondo il Cesnur sono una decina, ma probabilmente ce ne sono anche di più). Infatti il successo è stato troppo grande per lasciare indifferenti le altre denominazioni. È stata fondata perfino una grande scuola internazionale chiamata Centro di formazione biblica Rhema che ha la sua filiale anche in Italia. Stando al sito, ci sarebbero nel mondo quasi trentamila diplomati Rhema che in seguito possono anche ricevere licenza e ordinazione ministeriale. È utile saperlo perché se un vostro parente o amico finisce in una chiesa che magari non è nella lista del Cesnur ma ha un pastore Rhema, potete capire subito che il vostro congiunto subirà un bombardamento continuo sul tema ricchezza. Come accennavo prima, queste indicazioni non devono alimentare una falsa sicurezza. Infatti il vangelo della prosperità, magari camuffato o rimodulato, è generalmente diffuso in molte chiese pentecostali.
 
 
 
Le Adi e la decima

 
Come abbiamo visto, quello della decima è un cardine del vangelo della prosperità. Ma cosa ne pensano le Adi in merito? Ufficialmente nulla, come sempre, ma sembra che la tendenza generale sia quella di imporla. Non a caso è uno degli argomenti di tutti i delusi che lasciano le Adi. Molte di queste testimonianze denunciano da parte delle chiese Adi una continua richiesta di soldi, con culti e prediche interamente dedicate all’argomento del “dare” (sempre alla chiesa, mai ai poveri). Alcune chiese Adi si spingono al punto di non concedere nemmeno l’anonimato, imponendo di compilare un foglio con nome, cognome e importo. Ovvero una modalità che sembra essere tipica delle chiese della prosperità vere e proprie, che dà al pastore un potere ancora più assoluto.
 
Quelle che ho riportato sono però testimonianze di fuoriusciti che, in quanto tali, potrebbero essere portati ad esagerare. Sarebbe ingiusto prendere le loro parole per oro colato, senza vagliarle, ma in effetti basta farsi un giro sul web per rendersi conto che dicono la verità. È tristemente famoso il video di Tommaso Grazioso, predicatore Adi e venditore di “risvegli”. Secondo lui, infatti, il primo passo del “risveglio” è la decima, senza la quale non c’è benedizione di Dio. Tanto che c’è addirittura la mistica del “sacchetto” che passa per la raccolta, in cui Dio ha nascosto il “risveglio”. Come vedete, i passi tipici del vangelo della prosperità ci sono tutti (Malachia, vedova al Tempio ecc..), solo che qui non si promette ricchezza materiale ma spirituale. E questo predicatore sembra che sia anche un pezzo grosso delle Adi. 

Inoltre, in un articolo di un periodico delle Adi tutto incentrato sulla decima di Malachia come diritto di Dio: si legge che chi non lo riconosce è un ladro e “difficilmente” (per usare un eufemismo) può ottenere la benedizione divina: infatti “la disobbedienza spalanca le porte della maledizione”. Nel sito di un’altra chiesa leggiamo, invece, che la decima era un obbligo della Legge, a cui il cristiano non è quindi più obbligato. Ma visto che la Grazia è “sovrabbondata”, se prima si dava la decima adesso si dovrebbe dare molto di più… per questo la chiesa, nella sua generosità, si accontenta della decima che però deve essere periodicamente accompagnata da una “bella offerta”. Per chi obbedisce è garantito un raddoppio dello stipendio (come sarebbe accaduto a questo John Wesley).
 
Anche in un altro sito Adi (ma non credo sia ufficiale) si ammette candidamente che la decima non è comandata per i cristiani, non presentando il Nuovo Testamento nessun “sistema legalistico” di questo tipo. Però – alla faccia della Sola Scriptura – le chiese la pretendono lo stesso come “minimo raccomandato”, anche se in molte la decima viene messa “eccessivamente in risalto”. Secondo questo sito, infatti, si tratta di un obbligo ma non di un imperativo categorico. Una decima potremmo dire “dal volto umano” che è lasciata alla coscienza del fedele e alle sue possibilità. Bisogna però mettere in evidenza come in teoria la decima resta comunque il “minimo raccomandato”, espressione che non si può comprendere davvero senza tenere conto del contesto. Infatti le chiese evangeliche sono spesso molto numerose, fino a contare centinaia – quando non migliaia – di persone. Questo pone forti problemi di ordine pratico, visto che la gestione di questi soldi non è per niente trasparente nonostante la grande entità degli introiti. Poniamo il caso di una chiesa con 500 fedeli, fingiamo che ognuno guadagni mille euro al mese. Questo vuol dire che nelle disponibilità del pastore entrano ogni mese 50mila euro. Una cifra da capogiro, e abbiamo giocato al ribasso calcolando una media di stipendio molto bassa. Le cose non cambiano di molto se pensiamo ad una chiesa più piccola, magari con 250 persone. In questo caso l’importo totale diventa di 25mila euro. Sono calcoli astratti, certo, ma rendono bene l’idea dell’insaziabile avidità denunciata dai fuoriusciti.
 
 
Considerazioni pratiche e teologiche

 

Indubbiamente, l’Antico Testamento presenta la ricchezza come una benedizione divina (basti pensare a Giacobbe e ad altri personaggi) ma certo non nei termini posti dal vangelo della prosperità. La ricchezza non è mai presentata come un indice preciso del grado di benedizione, l’accento è piuttosto sulla Provvidenza. Nel libro dei Proverbi si legge “non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?»” (Prov 30, 89). Quindi c’è anche un punto di vista critico della “pancia piena” come rischio di ingratitudine. Del resto non tutti i personaggi biblici eccellono in ricchezze come, per esempio, i profeti quali Giovanni Battista che viveva nel deserto (Mc 3, 4). Anche l’apostolo delle genti afferma di alternare povertà e ricchezza (Filippesi 4, 12), fino a definirsi sostanzialmente un povero (2Corinzi 6, 10) senza che questo volesse dire minimamente una minore benedizione da parte di Dio. Anche san Pietro non sembra farsi problemi del fatto di essere sprovvisto di oro e di argento (Atti 3,6) e nella parabola del ricco epulone (Lc 16, 1931) è il povero Lazzaro che si salva. Sempre san Paolo, infine, mette in guardia dall’avarizia (Ef. 5, 5) e da quelli che vogliono usare la religione come fonte di guadagno. Senza però per questo cadere nell’eccesso opposto, visto che Paolo non si sente certo imbarazzato quando è nell’abbondanza (Filippesi 4, 18) per il sostegno ricevuto, nè quando deve amministrarla (2 Co. 8, 1821).

 

Cosa dire invece del surrogato di questo “vangelo” presente nelle Adi? È significativo il fatto che pur sapendo che la decima non è un obbligo per il cristiano, la pretendono lo stesso) lo stesso (come noto, la Sola Scripturaè sempre per gli altri). Non a caso, i pochi passi citati sono tutti dell’Antico Testamento. Infatti Gesù e gli apostoli non hanno mai chiesto la decima, ma solo libere offerte. E libere per davvero, senza minacce o promesse di facili arricchimenti.  Senza nessun sistema legalistico ma secondo le possibilità e la coscienza di ciascuno (Atti 11,29; 2 Corinzi 9, 7). È vero che gli Atti presentano una comunità cristiana dove tutto è in comune (Atti 4, 34) ma è qualcosa che non ha il sapore della costrizione. Non è sistema imposto dall’alto ma il prodotto di un vivo senso di fraternità, anche perché aveva lo scopo di sostenere i bisognosi della comunità in modo che a nessuno mancasse il necessario. Tanto che Pietro fa notare ad Anania l’insensatezza del suo gesto proprio facendogli notare che la vendita dei suoi beni era stata una sua scelta, e che comunque il ricavato sarebbe rimasto sempre a sua disposizione (Atti 5, 16). 

Tutt’altro spirito da quello delle chiese evangeliche, quindi. Le quali, accusando ingiustamente la Chiesa di non fare abbastanza per i poveri, rischiano davvero di creare ulteriore povertà. Ovviamente ognuno può fare quello che vuol con i suoi soldi ed è normale che una chiesa chieda il sostegno dei propri fedeli, il problema sta però nel come lo si chiede – o meglio – si impone. Come abbiamo visto, nelle chiese in cui si pratica la decima devono girare molti soldi, ma che fine fanno?

 

Tommaso Grazioso dice, giustamente, che per il cristiano è importante il “dare”, ma stranamente a beneficiarne non sono mai i poveri. È significativo il fatto che siano praticamente esclusi tutti quei passi in cui si parla di carità per i poveri, esercitata in modo diretto e senza la mediazione di alcuno. Per intenderci, se piace molto la vedova che versa i suoi ultimi spiccioli al tesoro del Tempio lo stesso non si può dire per Zaccheo che dà la metà dei suoi beni ai poveri (Lc 19, 8) e per il giovane ricco a cui è chiesto di farsi un “tesoro in cielo” (Mt 10, 21) vendendo tutti i suoi beni per i poveri. Citare passi simili sarebbe controproducente per chi vuole far credere che compito primario del cristiano sia quello di svenarsi per la sua chiesa. Né è da credere che quella dei poveri sia la prima preoccupazione dei pastori, visto che loro stessi non ne parlano e nessuno sa precisamente come vengano spesi i soldi. E non è difficile immaginare il perché: se il fedele deve dare alla chiesa decima, offerte e primizie non gli si può chiedere di farsi anche “tesori in cielo”. La chiesa viene prima di tutto, gli esempi di generosità presentati come modello sono soltanto quelli utili allo scopo.

 
 
Conclusioni
 
 

Di fronte a tutto questo, fanno ancora più impressione quegli evangelici che accusano la Chiesa di essere ricca e avida. Avendo addirittura da ridire sulle offerte che si fanno talvolta per i sacramenti e per le messe di suffragio, quando queste sono veramente libere e – almeno teoricamente – non possono essere pretese. È vero che molti preti hanno il malcostume di imporre dei tariffari, ma siamo ben lontani dalla pretesa della decima mensile di tutte le entrate. Sia perché l’entità è infinitamente inferiore sia perché si tratta comunque di una contribuzione occasionale (battesimo, prima comunione e – di solito – il matrimonio si celebrano una volta sola nella vita). Però, mentre si viene tartassati e spogliati dal pastore di turno, ha senza dubbio una forte valenza psicologica convincersi che per i cattolici sia anche peggio perché nella Chiesa tutto sarebbe “a pagamento”. Questo quando essere cattolici è praticamente gratis, mentre in molte chiese (in realtà, come sembra dimostrare Butindaro, praticamente tutte) essere un buon evangelico vuol dire sostenere un importante impegno finanziario e con forti venature simoniache.

 

Venerdì, 28 Marzo 2014 00:00

Le vere ragioni delle crociate

 

 

      Goffredo di Buglione e i suoi cavalieri

 
 
 
 
Le crociate fanno ormai parte dell’immaginario collettivo come simbolo di fanatismo, tanto che il termine stesso è entrato nel linguaggio quotidiano con accezione negativa. Ma cosa sono state davvero le crociate? Si tratta del primo esempio di colonizzazione occidentale ai danni dell’Oriente? Sono state la manifestazione della volontà cristiana di convertire a forza gli islamici? Hanno costituito un evento storico che ha visto contrapporsi – da una parte – una civiltà fanatica intenzionata allo sterminio e – dall'altra – invece un popolo pacifico e culturalmente superiore?

Rodney Stark, importante accademico statunitense (e non cattolico), ha risposto a queste domande in Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate (Lindau). Si tratta di una delle migliori pubblicazioni di sempre su questo argomento per chiarezza ed esaustività. In questo articolo cercherò di riassumerne le conclusioni più importanti, anche nella speranza di invogliare qualcuno alla lettura del volume (il carattere divulgativo lo rende davvero alla portata di tutti).


L’Islam e la fine dell’ecumene cristiana


Al sorgere della religione islamica, nel VII secolo, il mondo era cristiano. Tutto il mediterraneo – da Gibilterra al Bosforo – bagnava regni cristiani. Neanche un secolo dopo, la situazione era radicalmente mutata. Cos’era successo? Semplicemente gli islamici avevano conquistato buona parte dell’ecumene cristiana (Siria, Palestina, Egitto, Nord Africa, Spagna, Sicilia, Cipro, Rodi, Sardegna, Creta, Malta) e non (la Persia). Con continui tentativi nei secoli di invasione della stessa Europa, il primo dei quali fallì grazie alla sconfitta di Poitiers (732). Improvvisamente il Mediterraneo era diventato insicuro con scorrerie che spesso non si limitavano alla semplice pirateria sul mare ma si spingevano fino al saccheggio dell’entroterra (la stessa Roma, uno dei più importanti centri della cristianità, fu messa a sacco nell’846). Inutile sottolineare che, quindi, gli islamici non si rivelarono affatto pacifici né – com’è facile immaginare – furono gentili nelle loro conquiste. E i tentativi di conquista militare dell’Europa finiranno solo nel 1683, col fallito assedio alla città di Vienna.


Le ragioni delle crociate


Le crociate vanno quindi inserite nel contesto di una secolare aggressività islamica che, nello specifico, si manifestava col continuo massacro della numerosa – e inerme – popolazione che si recava in pellegrinaggio in Terra Santa; con la profanazione e distruzione degli antichi luoghi di culto e – non ultima ragione – con la minaccia alla stessa esistenza dell’impero bizantino (già pesantemente mutilato). Costantinopoli aveva già subito due assedi (nel 674 e nel 717) e sarebbe caduta definitivamente nel 1453. Per questo fu proprio l’imperatore bizantino a sollecitare la prima crociata (10961099) anche se, in seguito, il massiccio afflusso di cavalieri occidentali suscitò la sua diffidenza.

Ma perché i crociati accettarono l’invito di Urbano II a prendere le armi? Molti hanno pensato che a spingere i cavalieri fossero motivazioni economiche, in altre parole la speranza di fare bottino; magari per sfuggire ad un destino di miseria che avrebbe afflitto i cadetti (membri di famiglie nobili esclusi dall’eredità). In realtà, analizzando la lista dei nomi dei partecipanti alla prima crociata si è scoperto che erano soprattutto personaggi di primo piano (con seguito annesso). Non dei disperati, quindi, ma dei ricchi signori feudali che, per organizzare la crociata, facevano fronte a spese ingenti che spesso li costringeva ad indebitarsi. Così come per le famiglie nobili sarebbe stato molto meno dispendioso fornire i cadetti di un vitalizio che trovare i fondi da investire nella crociata. Tutto questo rispetto a possibilità di arricchimento esigue, tutti sapevano infatti che la Palestina non era certo una terra ricca. Inoltre, i territori conquistati – questo era l’intento – sarebbero stati riconsegnati ai bizantini perché li difendessero (quello era il piano, la successiva nascita degli stati crociati si deve proprio dal disinteresse bizantino per località non considerate strategiche per l’impero, come la stessa Gerusalemme).

Quindi cosa spinse effettivamente i crociati? Sostanzialmente la fede, ai loro occhi si trattava davvero di un pellegrinaggio armato, e motivazioni politiche a dir poco legittime (la prima crociata, come abbiamo visto, fu bandita in risposta ad un escalation di provocazioni sempre più arroganti). Il vero obiettivo era quello di tutelare la sicurezza dei pellegrini e preservare i luoghi sacri da profanazioni e distruzioni, del resto proprio per questo nacquero gli ordini cavallereschi dei templari e degli ospitalieri.


Un primo esempio di colonialismo?


Alcuni hanno affermato che quello delle crociate fu il primo tentativo occidentale di colonizzare il ricco Oriente: niente di più falso. Gli stati crociati possono essere considerati colonie solo nel senso più neutro del termine, mancando i requisiti fondamentali che invece contraddistinguono quello che solitamente si intende per “colonialismo”. Perché quest’ultimo prevede lo sfruttamento economico della popolazione conquistata, con un flusso di ricchezza dalla colonia alla madre-patria. Nel caso degli stati crociati si è riscontrato l’esatto contrario: continuo flusso di denaro dall’Occidente per provvedere alla difesa militare dei nuovi regni cristiani. Peso che alla lunga si rivelò troppo grave e fu una delle cause principali che portò alla fine delle crociate e all’abbandono al proprio destino, dopo due secoli di difficile sopravvivenza, degli stati crociati. Inoltre questi ultimi erano del tutto indipendenti da ogni monarchia occidentale e i musulmani in essi residenti, come registrano anche cronache islamiche, non se la passavano affatto male (niente sfruttamenti coatti o conversioni).


Il problema della violenza


Spesso, quando si parla delle crociate, si indugia sul numero di morti o sui massacri come se fossero state guerre particolarmente sanguinose. In realtà furono campagne militari condotte come le altre e, soprattutto, secondo le regole della guerra medievale (e non certo le convenzioni moderne). In quei tempi una città assediata poteva decidere se arrendersi o combattere fino alla fine e, in caso di sconfitta, subire il saccheggio con conseguenti massacri di popolazione civile (come monito per le altre città). Allora quello era il normale modo di fare guerra di tutti, compresi i musulmani. Solo che loro, a volte, non rispettavano i patti e – come era abitudine di Baibars, il condottiero che mise definitivamente fine agli ultimi regni cristiani di Terra Santa – massacravano anche le popolazioni delle città arrese (vendendo i sopravvissuti come schiavi).

La facile “canonizzazione” di Saladino ha giocato anche sul fatto che, mentre i crociati si erano macchiati del massacro di una parte della popolazione di Gerusalemme, lui si accontentò di vendere come schiavi metà della popolazione latina (ottenendo per l’altra metà un ricco riscatto). Cosa per nulla dovuta alla sua clemenza ma al fatto che la città si era arresa, mentre – a suo tempo – aveva combattuto fino alla fine contro i crociati. Inoltre quella della presa di Gerusalemme fu un’eccezione, Saladino aveva infatti l’abitudine di compiere stragi talvolta indiscriminate come quella dei templari e degli ospitalieri fatti prigionieri in seguito alla battaglia di Hattin (1187), dove l’esercito crociato era stato praticamente distrutto. Un massacro quindi del tutto inutile e immotivato, ben diverso da quello che si rimprovera a Riccardo cuor di Leone (maturato in circostanze ben più complesse).


La nascita del risentimento islamico


La sopravvalutazione del fenomeno storico delle crociate ha portato alla comune convinzione che il mondo islamico abbia covato, per secoli, un rancore che poi si è trasformato nel fondamentalismo che oggi ci affligge. In effetti, oggi gli islamici additano come “crociati” tutti i loro nemici ma pochi sanno che è un fatto relativamente recente. Infatti

l’odio islamico verso le crociate non apparve che verso il 1900, come reazione al declino dell’Impero Ottomano e al reale esordio di un colonialismo europeo in Medio Oriente. I sentimenti di ostilità verso le crociate, inoltre, si intensificarono soltanto dopo la fondazione dello stato di Israele (p. 14).

Anche i cronisti arabi del tempo vi fecero poca attenzione, in quanto i califfi avevano ben altri problemi che pensare ai crociati. Quindi si tratta di un risentimento “artificiale” e che, come spesso accade, guarda più al presente che al passato.


Conclusioni


Le crociate, in tutto, furono meno di una decina e interessarono un periodo relativamente breve (meno di due secoli). Per giunta, solo la prima riuscì veramente vittoriosa mentre le altre fallirono miseramente oppure ottennero solo qualche risultato a livello diplomatico. Gli stati crociati costituirono una piccolissima enclave occidentale all’interno dell’immenso mondo islamico (che una volta apparteneva alla Cristianità) e scomparvero insieme alle crociate. Queste ultime non furono mai bandite per semplice fanatismo o brama di conquista ma in seguito alle provocazioni musulmane che – dopo aver dimezzato l’impero bizantino – minacciavano di prendere la stessa Costantinopoli (cosa che puntualmente sarebbe avvenuta).

 



Domenica, 02 Marzo 2014 11:48

I fratelli di Gesù

 
 
 
La questione dei “fratelli di Gesù” è tanto confusa quanto dibattuta. Confusa perché bisogna addentrarsi in un intricato ramo di parentela di cui ci vengono dati solo frammenti, ma non solo. Essendo infatti la perpetua verginità di Maria un punto saldo della Tradizione, la propaganda protestante ci si è avventata contro con inaudita violenza.
 
  
 


Il problema linguistico


 
 
I Vangeli, nei passi dove si parla dei fratelli di Gesù, usano la parola adelphos. Su questa parola si è creato un vero e proprio caso in quanto i polemisti protestanti cercano, ad ogni costo, di negare la polisemia di questo termine. Infatti molti siti evangelici, per tagliare la testa al toro, sostengono che la parola adelphos significhi solo fratello carnale. Come al solito, si basano sulla pigrizia delle persone che preferiscono credere ciecamente invece di andare a verificare. Eppure, basta controllare su un dizionario online come questo che riporta ben più di un solo significato:gemello,collega,compagno,confratello,fratello. Per sicurezza, ho controllato anche un ben più affidabile dizionario cartaceo come il Lorenzo Rocci: “fratello; fratello di padre e di madre; fratello nel senso di parente, confratello, connazionale della stessa religione o tribù, amico intimo, socio”. Insomma, una bella pluralità di significati rispetto al solo fratello carnale. È molto triste che una menzogna così facilmente confutabile riesca a trovare una diffusione talmente ampia, ma ancora più grave è che molti evangelici sembrano restarne convinti anche di fronte all’evidenza di un vocabolario.
 
Pertanto, non si capisce da dove venga la sicurezza dei protestanti che si tratti di fratelli carnali. Visto che, per meglio definire questo rapporto di fratellanza, non si può prescindere da un’analisi del contesto storico e da una ricerca sull’identità di questi fratelli. La Tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che non si trattasse di fratelli carnali ma di parenti (forse cugini), una possibilità per niente inverosimile. I Vangeli, infatti, ci narrano una storia che è ambientata nella Palestina di 2000 anni fa e quindi in un contesto socio-familiare del tutto diverso dal nostro. Perché noi siamo abituati a pensare alla famiglia come entità mononucleare che è, però, solo un’evoluzione moderna. Nel Medio Oriente antico, invece, la famiglia aveva un carattere molto più largo per la sua struttura tribale. È qualcosa che si può osservare ancora oggi in Africa e nel Medio Oriente stesso. In contesti simili, la differenza tra fratello e cugino tende inevitabilmente ad assottigliarsi ed è per questo che in molte lingue non esiste un termine specifico per i cugini.
 
Ora, è vero che il greco antico ha anche il termine anepsios per indicare un cugino, ma bisogna anche vedere che uso si fa di questa parola nel Nuovo Testamento. Infatti, quello neotestamentario non è un greco “puro” perché non è quello classico. Specie per i Vangeli si tratta di un greco “semitizzato”, per questo molti pensano che essi siano stati redatti prima di tutto in aramaico e poi tradotti in greco. Ad ogni modo, gli autori dei Vangeli non erano sicuramente degli ellenici ma dei Giudei. Anche ammesso che abbiano scritto direttamente in greco, dovevano – per forza di cose – rifarsi ad una tradizione schiettamente ebraica e quindi alla lingua di quel contesto socio-culturale. Per questo, con ogni probabilità, dietro il greco adelphos c’è la rispettiva parola aramaica che – comprensibilmente, come abbiamo visto – indica una rapporto di parentela in senso ampio (anche sociale e religioso). Appunto perché nell’aramaico non c’era una parola per distinguere il fratello carnale dal cugino. Quando incontrano questa parola, gli evangelisti la traducono in greco sempre con adelphos perché era la parola corrispondente più vicina. Mentre il termine anepsios è usato solo una volta nel Nuovo Testamento, nella Lettera ai Colossesi (4, 10). Non è un caso che, come hanno notato gli esegeti, questa lettera paolina usi un greco molto più classico perché chi l’ha scritta (un san Paolo ormai “ellenizzato” o un suo discepolo greco) mostra di avere una cultura molto diversa da quella degli evangelisti. Ai quali, quindi, non si può rimproverare l’aver usato un termine più generico per indicare dei cugini. Cosa che, del resto, accade anche nella LXX in cui il termine anepsios compare poche volte. E anche dove potrebbe essere usato senza esitazione, non c’è. Infatti nel primo libro delle Cronache (23, 21-22), per indicare la parentela tra i figli di Kis e le figlie di Eleazaro, viene usato il termine adelphos. Quando si tratta, in realtà, di cugini visto che Kis ed Eleazaro sono fratelli. Anche nel Nuovo Testamento lo stesso termine è usato per definire la parentela tra Erode Antipa e Filippo (Mc. 6, 17), quando in realtà erano fratellastri.
 
Quindi è chiaro che l’argomentazione basata sul termine anepsios non regge, perché il greco della Bibbia – per il suo legame con la lingua madre, l’aramaico – preferisce usare adelphos per indicare tutti i rapporti di parentela. E questo termine lo troviamo ampiamente usato anche nel senso di "fratello spirituale", soprattutto nella Lettera ai Tessalonicesi e in quella ai Romani.
 
 


Chi sono i fratelli di Gesù?

 
 
Il Vangelo di Matteo (13, 55-56) ci parla di quattro fratelli di Gesù, dei quali ci dà anche i nomi. Probabilmente Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore erano in realtà la stessa persona, ma proviamo qui a partire dal presupposto che non lo siano. Tutto si basa sul paradosso di “Maria di Giacomo”:
 
 
"C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala,Maria di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome" (Marco 15, 40)
"Tra costoro Maria di Màgdala,Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo" (Matteo 27, 56)
 
 
Il Giacomo qui citato potrebbe essere sia Giacomo il Giusto sia Giacomo il Minore. La definizione di “minore” del passo di Marco è un indizio ma non va sopravvalutato. Infatti è un’espressione che ricorre solo qui, quello che per la Tradizione è Giacomo il Minore i Vangeli lo chiamano “Giacomo di Alfeo” (Mc 3, 18; Lc 6, 15; Mt 10, 3; Atti 1, 13). Espressione che del resto non ricorre nel passo di Matteo. Se Giacomo il Giusto e Giacomo il Minore sono due persone diverse, è più probabile che quello citato in questi due passi sia il primo. Infatti, il binomio Giacomo-Giuseppe (per giunta in questo esatto ordine) ricorre solo in Matteo (13, 55-56), a riguardo dei fratelli di Gesù. E ricompare solo qui. Anche se la Maria citata potrebbe essere Maria di Cleofa, madre dell’apostolo Giacomo il Minore, che però compare esplicitamente solo nel Vangelo di Giovanni (19, 25). Quindi le possibilità sono due e nessuna può essere scartata con assoluta certezza. Ma entrambi ci danno un importante indizio sui fratelli di Gesù:
 
1)       se nel passo di Matteo si parla di Giacomo il Minore, vuol dire che anche lui ha un fratello di nome Giuseppe. Ciò innesca tutta quella serie di coincidenze che portano ad identificarlo col Giacomo fratello di Gesù. Per cui Giacomo il Minore è il Giacomo di Matteo (13, 55-56), ma è un fratello inteso in senso di parente (forse cugino). Perché ha per madre una donna chiamata Maria che, ovviamente, non è la Madre di Gesù ma una sua parente: Maria di Cleofa.
2)     Se invece si tratta di Giacomo il Giusto (cosa possibilissima, non si capisce come i protestanti possano scartare questa possibilità), ci troviamo lo stesso a che fare con un fratello di Gesù inteso come parente. Egli sarebbe, infatti, figlio di una Maria che non è né la Madre di Gesù né Maria di Cleofa, bensì “l’altra Maria” (Matteo 27, 61). 
 
In sintesi, qualunque delle due opzioni vi sembri più verosimile, il risultato finale non cambia. Siamo davanti, con ogni probabilità, a dei fratelli in senso non carnale perché hanno genitori diversi da quelli di Cristo. E, non a caso, così li hanno intesi la quasi totalità dei cristiani e degli interpreti per quasi due millenni.
 
 


I fratelli di Gesù nella Tradizione
 
 
La convinzione che Maria sia sempre rimasta Vergine è molto antica, e non avrebbe potuto svilupparsi senza il consenso della Chiesa. Per questo, già nel II secolo, lo scrittore cristiano Egesippo ci informa che i fratelli di Gesù erano in realtà cugini in quanto figli di Cleofa (il passo è riportato da Eusebio: Storia ecclesiastica 4, 22, 4). Da considerare che Egesippo parla di Giacomo il Giusto come capo della Chiesa di Gerusalemme, quindi un personaggio di rilievo vissuto solo qualche generazione prima. Non si poteva truccare così facilmente il suo grado di parentela con Gesù (che del resto lo contraddistingueva dagli altri apostoli), il fatto era ancora troppo vicino e facilmente verificabile.
 
Tra i primi cristiani era noto che i fratelli di Gesù non erano figli di Maria, anche se c’erano differenti opinioni la conclusione era sempre la stessa. Secondo diversi padri della Chiesa, tra i quali Eusebio, si trattava in realtà di fratellastri in quanto figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Teoria che vige ancora oggi in ambito ortodosso. Un contributo importante, e ancora oggi valido, è quello di Girolamo che nel suo De virginitate Beatae Mariae in cui difendeva l’interpretazione tradizionale contro le teorie di Elvidio. Un oscuro personaggio che considerava i fratelli di Gesù come figli di Maria e pare che arrivasse perfino a negare il concepimento verginale del Cristo. In quest’opera, Girolamo espose la teoria dei cugini che – secondo gli argomenti già analizzati – è tuttora quella più probabile.
 
A sorpresa, tra i sostenitori della perpetua verginità di Maria troviamo anche degli insospettabili come Lutero e Calvino. I padri della Riforma, infatti, non erano così sprovveduti per non sapere che – in quel contesto – la semplice definizione di fratelli non voleva dire niente. E, pur proclamandosi fieri nemici della Tradizione, si rendevano conto che la perpetua verginità di Maria era sempre stata professata dalla Chiesa. Per rare un esempio più vicino a noi, anche Renan cambiò idea – cosa molto rara – sui fratelli di Gesù (cfr. Vittorio Messori, Ipotesi su Maria pg. 523).
 
 

Figli di Maria?  

Molti si lasciano impressionare dal fatto che i fratelli di Gesù sono ricordati sempre insieme a Maria di Nazareth. In realtà, da un punto vista sintattico e grammaticale, dai passi non si evince mai fra Maria e i “fratelli”  un rapporto di figliolanza diretta. Infatti, Gesù è sempre l'unico ad essere definito figlio di Maria (Marco 6, 3). Così come non ricorrono mai espressioni del tipo “Maria e i suoi figli” ma “Maria e i fratelli di Gesù”, proprio ad indicare un rapporto di parentela, sì, ma con nuclei familiari diversi. Non è chiaro perché questo fatto non induca a riflettere i protestanti, vista la loro convinzione che nella Bibbia le parentele vengano sempre specificate. Cosa difficile da fare se non si fa riferimento ai rispettivi genitori ma, paradossalmente, i Vangeli questa specificazione la fanno eccome solo che molti non se ne rendono conto.

 

Vittorio Messori, nell’opera già citata, ripropone diverse argomentazioni di Josef Blinzler  nel suo I fratelli e le sorelle di Gesù. Argomentazioni classiche che però l’autore tedesco ha rivisto alla luce del contesto storico. Ad esempio, qualunque lettore si chiede perché – se Maria aveva altri figli – Gesù la abbia affidata al discepolo che amava (Giov. 19, 26-27). Anche per la sensibilità moderna sembra una cosa strana, visto comunque il legame già esistente col gruppo dei fratelli (chiunque essi siano). In realtà, guardando il contesto storico, quello di Gesù sarebbe stato un vero e proprio affronto verso i suoi fratelli che avevano il diritto di prendersi cura di loro madre (Ipotesi su Maria pg. 524). Così come i passi di Mc 3 e Giovanni 7 diventano quasi incomprensibili se si tratta di fratelli carnali (pag. 525). Essi, infatti, dovrebbero essere fratelli minori e in quanto tali non potevano permettersi in alcun modo di redarguire il primogenito (soprattutto in pubblico).

 

Secondo i protestanti, Gesù dovrebbe avere quattro fratelli e un imprecisato numero di sorelle (almeno due). Eppure di questo non c’è traccia nei pochi passi dei Vangeli dedicati all’infanzia di Gesù. In particolare, è significativo l’episodio della Pasqua raccontataci da Luca (2, 41-52). L’evangelista ci informa che i genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la Pasqua. Questo fa già riflettere perché l’obbligo era solo per gli uomini, Maria ci andava volontariamente. Eppure, secondo i protestanti, avendo Gesù già dodici anni dovrebbero comparire a questo punto almeno due-tre fratelli. Cioè Maria deve avere già una famiglia numerosa a cui badare, eppure lascia a casa dei figli ancora piccoli né li porta con se a Gerusalemme. Inoltre, l’evangelista Luca ci dice che il viaggio a Gerusalemme avveniva tutti gli anni e questo rende a dir poco improbabile la presenza di altri figli (con annesse gravidanze e svezzamento). Ma non finisce qui, infatti l’evangelista – non contento – ci dice che la famiglia di Gesù si trattiene – anche qui, senza che vi fosse obbligata – a Gerusalemme per tutta la festa (v. 43) che noi sappiamo essere di sette/otto giorni. A questa settimana bisogna aggiungere il tempo di viaggio per l’andata e ritorno che, con la velocità di una carovana (v. 44), doveva essere abbastanza lungo. Stiamo parlando insomma di settimane in cui Maria abbandonerebbe a casa – senza un valido motivo – una schiera di bambini ancora piccoli. Il fatto che questo avvenga ogni anno e che venga taciuta la presenza di altri membri della famiglia, rende molto bene l’inverosimiglianza della teoria dei fratelli carnali (Ipotesi su Maria, pag. 526). 

 
La convenienza della verginità perpetua di Maria può, inoltre, essere dedotta dai fatti stessi. Infatti, perchè Gesù doveva essere il primogenito? Non poteva essere l'ultimo figlio di una famiglia numerosa, come lo fu Davide? Sì, ma essere il primo nato da una vergine rende più manifesta la paternità divina. Quest'ultima sarebbe ancora più difficile da credere, da un punto di vista umano, se Gesù fosse stato l'ultimo di dieci figli. La stessa cosa accade al contrario, se dopo Cristo ci fossero stati altri figli di Giuseppe e Maria la paternità divina sarebbe meno manifesta (e magari avrebbero potuta rivendicarla anche gli altri fratelli). Invece Maria doveva restare un segno del mistero.
 

 

 

Primogenito, quindi non unigenito? 

 

Anche qui, il lettore moderno tende a fare confusione. La questione dei fratelli, per il suo contesto sociale, era chiara infatti ai primi cristiani e ai Padri della Chiesa. Ebbene, anche qui si sente spesso dire: “Se Gesù è detto primogenito, non vuol dire che Maria ebbe altri figli per fora di cose?”. Ecco il passo:

 

"Quando venne il tempo della loro purificazione secondola Leggedi Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore,23 come è scritto nella Legge del Signore:ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore;24 e per offrire in sacrificiouna coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrivela Leggedel Signore» (Luca 2,2224)
 

Un lettore attento, nota subito che la confutazione sta nel passo stesso. Il popolo di Israele, infatti, considerava sacro il primogenito maschio (Nm3:13). Si tratta, quindi, della primogenitura sacra e non di un semplice modo per indicare il primo nato rispetto a quelli che sono venuti dopo (come oggi). Il primo nato maschio, veniva subito chiamato primogenito e non aveva certo bisogno di avere fratelli e sorelle per essere riconosciuto tale. Poteva, quindi, tranquillamente restare l’unico figlio. Per questo ci sono molteplici attestazioni storiche di primogeniti che sono anche unigeniti. Bisogna inoltre considerare che il riscatto del primogenito avveniva dopo un mese (Nm 18, 16), cioè quando il primogenito era ancora — per forze di cose — unigenito. Quindi, senza dubbio, nel momento in cui la Scrittura dichiara Gesù come primogenito di Maria Egli è anche unigenito in quanto ancora un infante. Questo è il periodo a cui si riferisce il passo sopra citato, non ad eventuali figli successivi. 

  

Il Salmo 69 

 

Alcuni, giunti alla disperazione, provano ad usare anche l’Antico Testamento. Ad esempio, nel Salmo 69 si parla delle sofferenze del giusto che sono la prefigurazione della Passione di Cristo. Però in questo salmo il giusto perseguitato dice di essere rifiutato dai figli di sua madre (verso 9), e secondo alcuni questa sarebbe la prova che i fratelli di Gesù sono figli di Maria. Con la pretesa, davvero ridicola, di poter fare la biografia di Gesù tramite passi profetici che sono — per loro natura – oscuri e che non sempre si avverano alla lettera. Ed è un gioco facilmente smentibile, infatti leggendo i versetti 2229 vediamo che il giusto chiede a Dio di condannare e uccidere i suoi persecutori. E non è chiaramente questo l’atteggiamento tenuto da Cristo sulla croce (Luca 23, 34). Si potrebbe – in modo improbabile – far passare questi versetti come prefigurazione del Giudizio Universale, cosa che però  presupporrebbe un’interpretazione non letterale che vada oltre il contenuto. Procedimento che chiaramente costoro non ammettono, soprattutto quando gli fa comodo come – in questo caso – col versetto 9.

 

In realtà, a ben guardare, il Salmo 68/69 ci offre un’argomentazione contraria alla teoria dei fratelli carnali. Infatti, come ha notato sempre Blinzler (pag. 527), si tratta di un salmo che la Chiesa ha sempre considerato messianico. Tanto che è citato molte volte nel Nuovo Testamento, sarebbe stato spontaneo per gli evangelisti usarlo riguardo l’incredulità dei fratelli. Invece non compare mai, anche in passi nei quali sarebbe facile aspettarselo ( come Giovanni 7, 35). Proprio perché quella parte di profezia non si era avverata alla lettera, del resto nessuno pensava di poter riconoscere il Messia in base al suo stato di famiglia.

 
 

Il matrimonio di Maria e Giuseppe 

 

I detrattori della perpetua verginità di Maria, si basano anche su questo passo:

 

«ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù» (Matteo 1,25)
 

Il lettore moderno, col suo buon senso, deduce da questo passo che Giuseppe e Maria condussero una normale vita matrimoniale dopo la nascita di Gesù. Ma è noto che il buon senso può spesso condurre in errore. Il perché lo spiega molto bene il grande storico Giuseppe Ricciotti, in una nota della monumentale Vita di Gesù Cristo che vale la pena di riportare integralmente anche per una conferma di quanto detto sopra per il primogenito: 

 
2) L’espressione è tipicamente ebraica: «il figlio primogenito» è l’ebraico «békor», termine di particolare importanza giuridica perché il primogenito ebreo doveva essere presentato al Tempio, e Luca impiega qui questo termine quasi per preparare il racconto della presentazione di Gesù al Tempio, che narra egli solo fra i quattro evangelisti. Ma il termine, in questo contesto, fornì l’appiglio per attribuire a Luca l’affermazione implicita che Maria ebbe in seguito altri figli, altrimenti «primogenito» sarebbe stata una parola priva di senso. Già nel secolo V S. Girolamo aveva risposto a Elvidio, primo rappresentante di questo ragionamento, facendo notare che «omnis unigenitus est primogenitus: non omnis primogenitus est unigenitus. Primogenitus est, non tantum post quem et alii, sed ante quem nullus» («Adv. Helvidium», 10); ma invano, e si tornava a ripetere l’argomentazione di Luciano: «Se è primo non è solo; se è solo non è primo» («Demonax», 29). Naturalmentela Riformaprotestante fece di questa espressione lucana il suo cavallo di battaglia contro il culto cattolico di Maria; ma anche i razionalisti, che spesso hanno egregie osservazioni storico-filologiche, non hanno interpretato il termine in senso storico-filologico e hanno preferito il ragionamento di Elvidio: solo pochi, fra cui il Loisy, sono rimasti dubbiosi. Oggi la discussione è terminata, e chi ha avuto ragione non è stato certamente Elvidio con i suoi seguaci. Nell’anno 5 av. Cr., cioè a pochi mesi di distanza dal parto di Maria, partorì in Egitto una giovane sposa giudea lasciandovi però la vita; la stele sepolcrale, fingendo che la defunta parli, le fa dire fra l’altro questo: «… Il Destino mi condusse al termine della vita fra le doglie del primogenito figlio…» […] ; l’iscrizione fu pubblicata da C. C. Edgar nelle «Annales du Service des Antiquités de l’Égypte», sotto il titolo «More tomb-stones from Tell el Yahoudieh», tomo 22 (1922), pagg. 716, e riprodotta in «Biblica», 1930, pag. 386. La morte della puerpera dimostra, contro Elvidio e seguaci, che quel primogenito fu anche unigenito, come nel caso di Gesù.Presentandosi l’occasione ricordiamo l’analogo e anche più facile passo di Matteo, 1, 25, che parlando delle relazioni fra Giuseppe e Maria dice: «Ed (egli) non la conosceva, finché partorì (un) figlio». Il verbo conosceva è il termine eufemistico che già esaminammo (§ 230). La congiunzione «finché», «éms», corrisponde all’ebraico «‘ad», il quale si riferisce soltanto al compimento dell’azione annunziata appresso, astraendo però da ciò che avverrà ancora in seguito: vi sono esempi in tal senso sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Genesi, 8, 7; Salmo 110 ebr., 1; Matteo, 12, 20; 22; 44; 28, 20; 1 Timoteo, 4, 13). Perciò giustamente il Loisy stesso ha fatto notare che Matteo in questo passo ha di mira la nascita di Gesù, alla quale nega ogni intervento paterno, senza estendersi al tempo successivo.
 

Quindi, seguendo sempre il buon senso, si dovrebbe dedurre dalSalmo110 che Cristo non siederà per sempre alla destra del Padre. Ma noi sappiamo che non è così, pertanto il buon senso deve sapersi fermare alla conoscenza. La Scrittura è piena di passi con strutture grammaticali del tutto identiche che — se lette come vogliono i protestanti — perderebbero ogni senso logico e grammaticale. Una su tutte, in 2 Samuele 6, 23 si dovrebbe pensare che Mikal ha avuto dei figli dopo la sua morte…quindi è chiaro che espressioni come «fino» e «finchè» stanno ad indicare solo lo spazio di tempo considerato. 

 

Il desiderio di Maria di restare vergine, può essere dedotto anche da una lettura attenta del passo dell’Annunciazione.I viene riportato in un altro brano di Giuseppe Ricciotti che spiega il significato della risposta di Maria alla notizia dell’angelo. Il «Non conosco uomo» indica che Maria pensa ad un ordinario concepimento, possibilità che però lei sembra escludere. Perchè? Molti non mettono in relazione questa sua risposta col fatto che Maria un uomo lo avrebbe eccome, essendo già promessa a Giuseppe. Quindi, dal suo punto di vista, era solo questione di tempo prima che l’annuncio dell’angelo potesse verificarsi. Invece Maria pone uno ostacolo che sembra ben più grave, ovvero l’intenzione di vivere in castità il matrimonio. Proposito che la nascita di Gesù non avrebbe avuto motivo di cambiare.

 

 

Domenica, 16 Febbraio 2014 18:44

Il ritorno di Nestorio

 
madonna in preghiera
 
 
 
 
Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio di nestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 
Vero Dio e vero Uomo?

 
Come ho già avuto modo di notare, l’incontenibile e talvolta ossessiva avversione di molti evangelici per la figura di Maria nasconde qualcosa di molto più grosso di quella – a sua volta morbosa – paura dell’idolatria. L’appellativo di “Madre di Dio” suona loro come una bestemmia, né può giovargli la spiegazione che Maria lo è solo in quanto madre di Cristo come Dio Incarnato. Per il semplice motivo che molti di loro alla divinità di Cristo non credono proprio. Per quanto può sembrare incredibile, chi frequenta i pentecostali prima o poi si trova di fronte a domande del tipo “ma nella Scrittura dove sta scritto che Cristo è Dio”?
 
Secondo loro infatti “non sta scritto”, anzi è detto tutto il contrario. E quindi vi daranno anche illuminanti prove “bibliche” come il fatto che Dio non può essere tentato (Gc 1, 13-14) mentre Cristo lo fu. Oppure che il Figlio di Dio “è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita” (Eb 7, 3), mentre i Vangeli riportano la genealogia di Gesù. Fino a negare l’Incarnazione in quanto il Messia sarebbe stato solo un uomo in cui abitava la deità (Col 2, 9), cosa che spiegherebbe ad un tempo l’assunzione da parte sua di prerogative divine (come il perdono dei peccati) e l’equivoco di chi per questo lo ha scambiato per Dio in persona.  Una vera e propria Incarnazione non sarebbe infatti avvenuta, e comunque non in Maria. Infatti, almeno durante la vita terrena di Cristo, nessuno lo avrebbe mai chiamato Dio ed è inutile spiegare loro che appellativi come “il Signore” e “Figlio di Dio” (cioè della stessa natura di Dio) invece vogliono dire proprio questo. Né serve citare episodi come l’adorazione dei Magi, ignorata o negata proprio come fanno i testimoni di Geova. Il tutto condizionato da una certa confusione che spesso porta a stridenti contraddizioni e a continue oscillazioni tra arianesimo (negazione della divinità di Cristo) e nestorianesimo (negazione dell''unione ipostatica per cui Cristo avrebbe due nature separate). Infatti, non si può più dire che Gesù Cristo sia Dio ma che in Gesù Cristo era presente Dio.
 
 
 
 
 
Un semidio nascosto

 
Infatti non è chiaro se Gesù sia per loro un uomo posseduto dalla divinità o un dio che, assumendo l’umanità, si è liberato della natura divina per poi riprenderla dopo la resurrezione. Una sorta di semidio decaduto che, come Ercole, deve passarne di tutti i colori per tornare all’Olimpo, per cui allo stesso tempo è dio ma non lo è; come se fosse possibile una via di mezzo: avere la natura divina, ma non abbastanza per essere Dio. Come al solito, anche qui ogni evangelico tende a farsi la sua teoria ma una cosa è certa ed è il rifiuto – anche se occultato – della cristologia ortodossa sancita dalla Chiesa universale riunita nel Concilio di Calcedonia. Il nestorianesimo è una base comune su cui sono state innestate fantasie di ogni tipo, come questa divinità che si spegne e si accende a mò di una lampadina, fino a conclusioni quasi ariane. 
 
 
Ma tutto questo non avviene alla luce del sole, ed è facile immaginare il perché. Molti di questi evangelici appartengono alle ADI che, almeno sul loro sito, professano ancora una cristologia ortodossa. Quanto quelle parole siano sincere non saprei dire, potrebbe trattarsi anche qui di uno specchietto per le allodole. Di sicuro le Adi non sembrano affatto interessate a contrastare il ritorno delle eresie cristologiche tra le loro fila. Tra le chiese evangeliche vige spesso un certo relativismo teologico (purchè non si tratti di condannare la Chiesa). Ad ogni modo, almeno per ora, questa nuova forma di nestorianesimo viene tenuta perlopiù segreta, non la troverete mai esposta in un sito evangelico né un pentecostale verrà mai a parlarvi di queste cose. Piuttosto verrà a parlarvi di Maria e di come la avete divinizzata, ma mai a dirvi che Gesù (entità distinta dal Cristo) non è Dio: quando questa sarebbe la cosa più importante da riferire. In quel caso, però, la loro predicazione assumerebbe una chiara connotazione anticristiana che li squalificherebbe a priori. Sanno bene che la predicazione antimariana è un ottimo grimaldello: da un lato va a colpire al cuore la dottrina della Chiesa, mentre dall’altro si può demolire la divinità di Cristo senza nemmeno nominarlo. Inoltre Maria, come figura femminile, è più vulnerabile ad attacchi stereotipati e misogini (del tipo “non capiva; non ascoltava; non credeva” ecc…). Secondo molti evangelici, la “benedetta tra le donne” per tutte le generazioni avrebbe infatti esaurito il suo compito dando alla luce Gesù: cioè le attribuiscono un comportamento che non assumerebbe nemmeno la peggiore delle madri (Is 49, 15).
 
 
 
 
Come scoprire un nestoriano

 
Ma stanare questi nestoriani “nicodemisti” non è difficile, basta incalzarli con domande del tipo “Credi che Gesù sia sempre stato vero uomo e vero Dio, con due nature unite in una sola persona?”. Può essere utile anche riportare le espressioni dei grandi concili cristologici, la chiarezza del Magistero opposta alle loro elucubrazioni impedisce di nascondersi ulteriormente. Anche se, puntualmente (almeno a me è capitato quasi sempre), dopo essere venuti allo scoperto fanno subito marcia indietro lamentando di essere stati fraintesi. Anche se magari hanno affermato di essere proprio d’accordo con Nestorio. 

Tra gli altri, io ho parlato anche con due pastori Adi. Il primo mi ha detto di essersi convinto della consequenzialità tra la divinità di Cristo e il titolo di “Madre di Dio” per Maria, ma riconoscere quest’ultimo vorrebbe dire sconfessare in maniera troppo plateale una secolare tradizione anti-ecclesiastica. Quindi il problema doveva essere nella divinità di Cristo, negata infatti da una lettura “ispirata” della Sacra Scrittura secondo cui – almeno sulla Terra – Gesù sarebbe stato solo vero uomo e non vero Dio. Il secondo pastore, invece, dopo molte reticenze mi ha fatto una domanda molto significativa: “Ma secondo te sulla croce è morto l’uomo o Dio?”. Confermandomi poi che, secondo lui, sulla croce è morto l’uomo Gesù ma non Dio. Non stupisce che questo sia un argomento proprio di Nestorio che non accettava si dicesse che il Figlio di Dio fosse morto sulla croce: neanche specificando che questo gli era avvenuto in quanto uomo. Ed è così che i pentecostali oggi negano in maniera evidente l’unione ipostatica delle due nature, per cui quando le cose vanno male e l’uomo Gesù muore – essendo una sorta di tramite – il dio lo lascia. In questo senso non c’è Incarnazione, e anche quando dicono di crederci ne intendono una puramente virtuale in cui la natura divina si congiunge solo a quella umana ma senza unirsi in una sola persona (unione ipostatica). Infatti non esiste Gesù Cristo, ma un uomo (Gesù) che contiene un dio (Cristo). Non due nature, quindi, ma due persone. Tutta la teologia di Dio che si fa uomo per redimere l’umanità, entrando nella morte e sconfiggendola, sembra diventata del tutto accessoria. Non a caso, molti pentecostali sono allergici a croci e crocifissi e accusano la Chiesa di predicare un "Cristo crocifisso" (1 Cor 23) che secondo loro sarebbe in contraddizione con quello "risorto". E' chiaro che, se Dio non si è davvero fatto uomo, quello della croce non può che essere "scandalo" e "stoltezza". 


 
I nestoriani inconsapevoli

 
Ma il grado di penetrazione di questa nuova forma di nestorianesimo non è uguale per tutti gli evangelici. Ci sono infatti i nestoriani consapevoli (li si può facilmente individuare anche perché di solito sono quelli più arrabbiati contro l’ingombrante figura di Maria) e quelli inconsapevoli. In questi ultimi ci sono diversi gradi di inconsapevolezza, ma tutti sono portatori (talvolta sani) di questo germe. Ci sono infatti evangelici che credono davvero alla cristologia calcedonese, ma si sentono così legati alla predicazione antimariana che all’occorrenza diventano nestoriani. Nell’illusione che si tratti di posizioni conciliabili tra loro, probabilmente anche perché non vengono del tutto comprese. In pratica sono nestoriani quando si parla di Maria, ma sono calcedonesi per quanto riguarda Gesù (è il caso, di solito, dei butindariani). Con una tale ambiguità, non è difficile immaginare che col tempo molti finiscano per passare dalla premessa di Nestorio (Maria madre di Cristo e non di Dio) alla tesi vera e propria (negazione della divinità di Cristo, secondo le declinazioni che ciascuno preferisce). Finendo poi per fare ancora un altro passo: Maria madre di Gesù (cioè dell’uomo) e non di Cristo (Dio). E sembra che il progetto sia proprio questo: non predicare apertamente il nestorianesimo ma seminarlo nelle sue premesse, così che ognuno ci possa arrivare da solo e credere che sia una rivelazione divina. Alla quale necessariamente arriveranno anche gli altri ma che – per il momento – è meglio non scandalizzare.


Conclusioni


 
Questa strategia è, almeno per l’ultimo pentecostalismo, sistematica e non occasionale. Infatti ci sono molti concetti teologici che i pentecostali condividono solo apparentemente ma ai quali — in realtà — attribuiscono significati completamente diversi da quelli della Tradizione cristiana. Se può capitare che un nestoriano sia convinto di credere a Cristo come vero Dio e vero Uomo in una sola persona, allora può anche dire di credere alla Trinità ma negando che sia composta da tre Persone distinte (usando cioè argomenti tipici degli unitariani per negare la Trinità). Infatti anche quella dell’unitarianesimo inconsapevole è una realtà molta diffusa, perché è importante mantenere l’apparenza di una predicazione cristiana alternativa. Invece predicare apertamente contro la divinità di Cristo e la Trinità accosterebbe i pentecostali a realtà protestanti ormai del tutto estranee al Cristianesimo come quella dei testimoni di Geova.
 
 
Lunedì, 03 Febbraio 2014 13:47

Maria Theotokos: Madre di Dio

 

La figura di Maria sembra essere sempre più al centro di una polemica vecchia di secoli. Per molti evangelici, Maria è diventata un vero e proprio idolo polemico anche a causa di una certa tradizione misogina. La quale ha bisogno di vedere nella madre di Gesù una piccola donna che non lo capiva, e che spesso e volentieri veniva  ignorata o disconosciuta. L'avversione per Maria è una costante della propaganda pentecostale che accusa i cattolici di esagerare il ruolo della Madre a discapito del Figlio. E, in effetti, è questa l’impressione che si potrebbe avere a prima vista: che con un po’ di buona volontà, si potrebbe raggiungere l’unità fra i cristiani guardando solo a Cristo. Nulla di più falso, il problema di Maria è essenzialmente cristologico.

Anche storicamente, il «problema» Maria è nato da una discussione sulla natura di Cristo. Per i primi cristiani era naturale tributare un onore particolare a Maria, perché la sua figura era al centro del mistero dell’Incarnazione: una creatura che dà alla luce il Creatore (usando la famosa espressione di san Bernardo). Quando è sorto il problema? Quando qualcuno ha provato a mettere in discussione quel mistero della fede cristiana, non si è potuto evitare di coinvolgere anche Maria. Ovvero quando Nestorio si convinse che non c’era stata una vera e propria Incarnazione, per cui Gesù non era Dio ma un uomo che conteneva il Verbo. Quasi come se ci fossero non solo due nature (quella umana e quella divina) ma anche due persone (Gesù e Cristo) congiunte in qualche modo. Di conseguenza, se Gesù non è Dio, Maria non è Madre di Dio.

In netta opposizione ai nestoriani, c’erano i monofisiti che invece esageravano in senso inverso. Essi infatti accentuavano la divinità di Cristo, quasi come se la natura umana ne fosse stata assorbita. In queste dispute cristologiche, la Chiesa non poteva sottrarsi dal dare un giudizio perché si andava a intaccare il nucleo fondamentale della fede cristiana. La Chiesa Universale rispose con due importanti concili (accettati anche dalle chiese protestanti storiche) che hanno segnato profondamente la storia del Cristianesimo.


Il Concilio di Efeso (431)



Il concilio ecumenico del 431 riaffermò la fede nell’Uomo-Dio, condannando le teorie nestoriane. Può essere utile andare a rileggere i canoni conciliari:

1. Se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne (40), sia anatema. 2. Se qualcuno non confessa che il Verbo del Padre assunto in unità di sostanza l’umana carne, che egli è un solo Cristo con la propria carne, cioè lo stesso che è Dio e uomo insieme, sia anatema. […] 5. Se qualcuno osa dire che il Cristo è un uomo portatore di Dio, e non piuttosto Dio secondo verità, come Figlio unico per natura, inquantoché il verbo si fece carne (41) e partecipò a nostra somiglianza della carne e del sangue (42), sia anatema 8. Se qualcuno dice che l’unico Signore Gesù Cristo è stato glorificato dallo Spirito, nel senso che egli si sarebbe servito della sua potenza come di una forza estranea, e che avrebbe ricevuto da lui di potere agire contro gli spiriti immondi, e di potere compiere le sue divine meraviglie in mezzo agli uomini, sia anatema.


Si tratta di dodici anatemi in cui, come potete vedere, Maria viene citata solo una volta. Appunto perché il problema di fondo è di natura cristologia, la legittimità o meno del titolo di Theotokos (Madre di Dio) è solo la spia di una dottrina eterodossa. Non è che si vuole esaltare Maria, è che la sua figura è così legata al Figlio che non si può levare qualcosa a lei senza diminuire anche Lui. Questo si vede anche nella bellissima Formula di unione del 433:

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.


Quindi Maria è Madre di Dio, senza per questo diventare una divinità a sua volta in quanto madre “secondo l’umanità”. Non si tratta di un’aggiunta alla Rivelazione né di una novità, ma della concettualizzazione di una realtà presente nella Scrittura implicitamente e che – se negata – va a demolire il centro della fede cristiana.


Il Concilio di Calcedonia (451)



Questo concilio si espresse, ancora una volta, sulla natura del Cristo. Anche in questi atti conciliari, ci viene testimoniato che chi aveva problemi a credere nell’Uomo-Dio non poteva non rimettere in discussione la maternità di Maria:

Ma poiché quelli che tentano di respingere l’annuncio della verità, con le loro eresie hanno coniato nuove espressioni: alcuni cercando di alterare il mistero dell’economia dell’incarnazione del Signore per noi, e rifiutando l’espressione Theotokos [Madre di Dio] per la Vergine; altri introducendo confusione e mescolanza e immaginando scioccamente che unica sia la natura della carne e della divinità, e sostenendo assurdamente che la natura divina dell’Unigenito per la confusione possa soffrire, per questo il presente, santo, grande e universale Sinodo, volendo impedire ad essi ogni raggiro contro la verità, insegna che il contenuto di questa predicazione e sempre stato identico; e stabilisce prima di tutto che la fede dei 318 santi padri dev’essere intangibile; conferma la dottrina intorno alla natura dello Spirito, trasmessa in tempi posteriori dai padri raccolti insieme nella città regale contro quelli che combattevano lo Spirito santo; quella dottrina che essi dichiararono a tutti, non certo per aggiungere qualche cosa a quanto prima si riteneva, ma per illustrare, con le testimonianze della Scrittura, il loro pensiero sullo Spirito santo, contro coloro che tentavano di negarne la signoria
[…]
Seguendo, quindi, i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio: il signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e del corpo, consustanziale al Padre per la divinità, e consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (45), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di Dio, secondo l’umanità, uno e medesimo Cristo signore unigenito;



Gli evangelici e la Theotokos


Di solito, come quando si parla di tradizione, l’evangelico medio diventa subito ostile se si parla di concili. Perché è stato convinto che i concili facciano parte di una storia oscura, in cui qualcuno si è riunito per aggiungere alla fede cristiana credenze pagane o simili, andando oltre la Sacra Scrittura. Quando invece l’istituzione conciliare è di origine biblica (Atti 15) e – come si legge dai documenti – non ha la pretesa di aggiungere alcunché ma solo il desiderio di difendere la fede così come è stata trasmessa dagli apostoli. Stupisce che sia così difficile comprendere, per alcuni, la necessità del ragionamento teologico visto che – per fare un esempio – nella Scrittura non solo non c’è la parola Trinità ma non è mai espresso nemmeno il concetto in maniera esplicita. Eppure molti evangelici alla Trinità ci credono, forse perché non sanno che anche questa verità è di origine conciliare. Mentre tanti altri, cosiddetti unitari, rifiutano la Trinità per coerenza verso il loro (sbagliato) metodo.

Quindi la questione se Maria sia o meno Madre di Dio, è molto interessante perché ci offre anche indicazioni di metodo nell’approccio alla Scrittura. Infatti, l’espressione Theotokos non compare nella Scrittura e non c’è nemmeno il concetto espresso in maniera esplicita. Se però neghiamo a Maria questo titolo, incorriamo inevitabilmente in queste conseguenze teologiche:

1– Se Maria non è Madre di Dio, allora Gesù non è Dio.

2– Se Maria non è Madre di Dio, allora è madre di Gesù che quindi è solo un uomo-contenitore del Verbo.


Entrambe le conseguenze, sono inaccettabili alla luce della Scrittura. Se Gesù non è Dio, infatti, tutta la fede cristiana si poggia sul nulla. La seconda posizione, invece, può sembrare astrusa ma è quella che più spesso viene fuori. Perché gli evangelici, con questa continuata polemica anti–Theotokos, hanno finito con l’assimilare un nestorianesimo strisciante. Io personalmente ne ho interrogati molti, e ho avuto sempre imbarazzate – e imbarazzanti – posizioni nestoriane anche se in versioni diverse. Ci sono quelli che assolutizzano l’espressione paolina di uomo in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Colossesi 2, 9), come se san Paolo volesse dire che Gesù era un semplice uomo che faceva quello che faceva non perché era Dio ma perché la deità abitava in lui. Nel senso che era un uomo – magari particolarmente giusto e ispirato – posseduto da Dio. Capite bene che, in questa dimensione, non c’è più spazio per l’Incarnazione di cui parla – ovviamente – lo stesso Paolo (Filippesi 2, 67). E questo vuol dire, allora, negare la Trinità? Non necessariamente, è possibile fare un ulteriore salto mortale: il Verbo è sceso sulla Terra andando ad abitare in un uomo e quindi annichilendosi del tutto, poi dopo la morte è tornato Dio a tutti gli effetti. Con grande semplicità, si ammette che Dio possa cambiare natura a piacimento

Altri, in maniera meno sofisticata, si rifugiano nel fatto che Maria, per essere Madre di Dio, dovrebbe essere eterna come Dio. Quando, ovviamente, si parla sempre della nascita del Dio incarnato, di una maternità secondo la carne che però non vuol dire madre della natura umana (e cosa vorrebbe dire, poi, essere madre di una natura? Dalle madri non nascono persone?). Spesso, infatti, chi usa l’argomento eternità non si rende nemmeno conto che sta dividendo Cristo in due persone: un Cristo umano che sarebbe figlio di Maria, e un Cristo divino Figlio di Dio. Mentre nelle Scritture si parla di Incarnazione, di Verbo che si fa carne in una persona. Per questo non ci sono versetti che ci mostrano un Gesù dalla personalità dissociata, come se in quella persona abitassero due individui distinti ma sempre e solo come una persona sola: nato da Maria. Infatti anche san Paolo dice che il Figlio di Dio è “nato da donna” (Gal 4,4), non nato in parte da donna, non insediato in una forma umana nata da donna.

Conclusioni 

 

Oggi, come in passato, chi non digerisce l’idea del Verbo incarnato si fa scudo con la figura di Maria. Ovvero, si preferisce non negare la divinità di Cristo apertamente, ma far filtrare queste posizioni eterodosse spostando l’attenzione su Maria. Perché il pretesto della venerazione che i cristiani nutrono, da sempre, per la Madre di Gesù faccia passare sotto silenzio l’attacco al cuore della fede cristiana. Infatti, nessun evangelico se ne va dicendo che Cristo non è Dio ma insiste tantissimo sul problema della Theotokos (come gli hanno insegnato). Così facendo, si rendono involontari portatori di un nestorianesimo di cui non sono consapevoli ma che – paradossalmente – finiscono nella maggior parte dei casi ad assimilare incosciamente. Ma ormai, anche per questo, riconoscerli non è più difficile. Infatti, tutti quelli che se la prendono con Maria nascondono (ripeto, magari senza volerlo) teorie eterodosse sulla divinità di Cristo. Il modo più semplice per farli uscire allo scoperto è chiedere se credono o meno a Cristo come vero Dio e vero Uomo. Se vi danno risposte evasive, del tipo “era un uomo in cui abitava tutta la deità” con ogni probabilità avete colto nel segno. Nella maggior parte dei casi, anche chi vi dà una risposta affermativa poi – se incalzato – mostra che sotto c’è comunque il trucco (come, può essere, per esempio, il credere che solo dopo l’Ascensione Cristo sia diventato vero Dio, oltre che vero Uomo). Tutto questo non può non riportare alla mente gli avvertimenti di san Pietro sulle “interpretazioni personali” (2 Pietro 1,20), anche a causa degli ignoranti che travisano le “cose difficili” (2 Pietro 3,16) e che per giunta pretendono di non avere guide umane: finendo così, inevitabilmente, a rifiutare la guida autorevole della Chiesa in cambio di una veramente “umana” che però ha il “vantaggio” di farti credere che tutte queste dottrine siano frutto della tua libera interpretazione delle Scritture.

 

 

 

 

Nel 595 papa Gregorio Magno (540-604) entrò in conflitto con il Patriarca di Costantinopoli che aveva assunto il titolo di "ecumenico". Gregorio protestò vivamente inviando molte lettere destinate allo stesso Patriarca e ad altri vescovi. In queste lettere definiva quello di "vescovo universale" come un titolo blasfemo pericoloso per l'unità della Chiesa. Questo fatto è ancora oggi causa di fraintendimento in ambito sia protestante sia ortodosso. Perchè Gregorio rifiutava con tanta forza quel titolo "superbo" anche per se stesso?

Dalle argomentazioni che si leggono nelle sue lettere, si deduce chiaramente che egli per “universale” intendeva «unico»: cioè chi usava quel titolo era come se stesse dicendo che lui era l’unico vescovo della Chiesa e tutti gli altri solo dei suoi delegati. Per questo, ad un vescovo che lo definiva «papa universale» rispose che non era giusto: perché anche lui era vescovo a tutti gli effetti [1]. Tutto questo non influiva minimamente sul ruolo  che Gregorio credeva dovesse avere il vescovo di Roma nella Chiesa. Infatti, come si può leggere nella Treccani egli fu
 

Fermissimo nella difesa dell’ortodossia e della dignità della Chiesa romana, si batté per eliminare lo scisma dei Tre capitoli in Istria e per contestare al patriarca di Costantinopoli il titolo di ecumenico, cioè universale, facendo osservare che tale designazione spettava se mai al solo vescovo di Roma; del resto contrappose a questo titolo quello umile di servus servorum Dei, dopo di lui ripetuto da tutti i suoi successori.

Quindi secondo Gregorio se “universale” era inteso non come «unico» ma in senso gerarchico, allora il titolo spettava al vescovo di Roma. Si tratta di una convinzione testimoniata dalla stessa pastorale di Gregorio Magno che era convinto di essere il vescovo – in quanto successore di Pietro – a cui spettasse la cura di tutta la Chiesa. Per quanto, come oggi, nel rispetto delle prerogative di ogni vescovo nei confronti della sua diocesi. E questo è un concetto ribadito spesso nelle sue lettere:

Per tutti quelli che conoscono il Vangelo, è chiaro che dalla parola del Signore fu affidata la cura della Chiesa universale al santo apostolo Pietro, principe di tutti gli apostoli…Ecco egli riceve le chiavi del regno celeste; a lui è attribuito il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il primato su tutta la Chiesa, e tuttavia non è chiamato apostolo <universale>…[2].

 

E» evidente come Gregorio riconosca il primato petrino e gli attribuisca — di fatto — funzioni universali che non poteva non avere anche il successore del “principe degli apostoli” (espressione che ricorre in moltissime lettere):

La tua dolcissima Santità mi ha parlato molto nella vostra lettera circa la cattedra di San Pietro , il principe degli apostoli , dicendo che lui ora siede su di essa nelle persone dei suoi successori . E anzi io riconosco di essere indegno […] Ma ho accettato volentieri tutto ciò che è stato detto […] Chi ignora che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del principe degli apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi dalla pietra Pietro? E per lui è detto dalla voce della Verità , A te darò le chiavi del regno dei cieli (Mt XVI. 19 ). E ancora gli si dice, e tu una volta ravveduto convertito, conferma i tuoi fratelli ( XXII. 32 ) . E ancora una volta , Simone, figlio di Giona , mi ami tu? Pasci le mie pecorelle ( Joh. XXI . 17 )[3].

 

E’ vero che Gregorio teneva molto alla collegialità con i patriarchi di Alessandria e di Antiochia (non più esistenti da molti secoli) ma – in questa stessa lettera – specifica che spettava al vescovo di Roma il presiedere perché era quella la sede che san Pietro aveva onorato di più. Tanto che – proprio per la questione del titolo “universale” – poteva rivolgersi loro con queste parole:

Vi esortiamo quindi di nuovo al cospetto di Dio e dei suoi santi che osserviate queste norme con sommo zelo e con tutto l’impegno della vostra mente. Se qualcuno, infatti ciò che non crediamo trascurerà in qualche aspetto la presente lettera, sappia di essere escluso dalla pace con san Pietro, principe degli apostoli[4].

 

Quindi, pur non amando fare uso della sua autorità, non si tirava indietro quando la situazione lo richiedeva. Un altro esempio è quello che si legge in quest’altra lettera:

 

abbiamo ritenuto necessario inviare appositamente questi rigorosi ordini scritti, per cui, con l’autorità del beato Pietro, principe degli apostoli, noi comandiamo che….[5].

 


[1]Epistolario, Libro VIII, Lettera XXX. Alcuni stralci dell’Epistolario si trovano in italiano in rete. Per consultarlo nella sua interezza sono fruibili versioni online in inglese o in latino. La prima può essere letta e scaricata qui.http://www.ccel.org/ccel/schaff/npnf212.html

[2]Lettere, V, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1996, p.183.1851869

[3] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book VII, Epistle LX, pp. 796797. Traduzione dall’inglese mia.

[4]Epistolario , Libro V; Lettera XLIII.

[5] Register of the Epistles of Saint Gregory the Great, Book IV, Epistle X, p. 661. Traduzione mia.

 

 

Gregorythegreat

 

 

 

   

Mons. Luigi Negri


   

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