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(es. Mt 28,120):
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Salvatore

Salvatore

Riflettevo sui versetti della lettera agli Ebrei 13,17 che dice:

“Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi.”

C’era quindi da capire chi fossero questi capi a cui bisogna stare sottomessi, e se essi fossero in qualche modo identificabili e riconducibili a ritroso fino agli apostoli. Il problema era quindi capire in quale Chiesa risiedeva e risiede la vera autorità discendente dagli apostoli.

1 Tm 4,14 “Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri.”

1 Tm 5,17 “I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento”

1 Tm 5,22 “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui. Conservati puro!”

Tt 1,5 “Per questo ti ho lasciato a Creta perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato”

Seguendo le istruzioni che s. Paolo dava ai responsabili della Chiese locali che fondava, notiamo che i presbiteri, cioè i preti, non si auto-eleggevano, ma venivano scelti dal vescovo, in questi casi da Timoteo e Tito.

Non mi tornava il metodo di auto-proclamazione dei pastori pentecostali, che nella maggior parte dei casi non vengono scelti da nessuno, ma lo fanno autonomamente da se stessi.

E anche a voler considerare i pochi casi trasmissione del ministero pastorale da un pastore anziano ad uno più giovane, mi accorgevo che mancava e manca, sempre la legittimità di tale ministero.

Se Simon Mago incaricava e sceglieva nelle varie città alcuni uomini di sua fiducia, per portare avanti le sue teorie, lo poteva fare, non lo incarcerava nessuno, ma gli mancava tuttavia la legittimità cristiana del suo ministero.

I primi cristiani sapevano a chi guardare, dove andare per non perdersi nelle eresie di Simon Mago. Guardavano gli apostoli, ma anche Tito, Timoteo, Filemone, e ai loro rispettivi incaricati, cioè i preti legittimamente ordinati da loro. E’ così che funziona la successione apostolica, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Salvatore Incardona

Sabato, 01 Febbraio 2014 11:23

Ideologia Protestante

IDEOLOGIA PROTESTANTE

In campo cristiano molti fedeli scelgono i loro modelli da imitare nella cerchia delle loro conoscenze consolidate ma anche da quelle occasionali. E’ il caso dei diversi “cattolici” che abbandonano la loro Chiesa per abbracciare le ideologie pentecostali, lasciandosi affascinare dal messaggio “Noi non seguiamo nessuna religione, seguiamo solo Cristo, per noi l’unica autorità è la Bibbia” finendo coll’identificare il pastore di turno come loro personale modello da imitare. Ogni comunità protestante ha il proprio modello da imitare, auto-convincendosi che sia riconducibile a Cristo, ma nella realtà vediamo come esistano tante dottrine diverse. Chi ripete cose che non capisce, è come un asino carico di libri.

Nella stragrande maggioranza dei protestanti si forma una nuova mentalità in perfetta sintonia con quella del pastore, che li porta a rigettare a priori qualsiasi tesi contraria alla loro, rispondendo con un atteggiamento di sufficienza, a chiunque osi fargli notare che sbagliano in diversi punti dottrinali. Per i ferventi cattolici romani, il modello da imitare oltre a Cristo è la Chiesa cattolica, colonna e sostegno della verità, incarnata nei presbiteri che ci guidano, con i loro pregi e difetti.

La Bibbia inoltre è l’unico libro che porta alla salvezza, le Scritture non sono inferiori o assoggettate alla Chiesa, ma vengono servite e tutelate da Essa.

Come dice il saggio, puoi scoprire il segreto del mare meditando su una goccia di rugiada.

Il mare è la Chiesa, immersa in Cristo, la goccia di rugiada sono i frutti mirabili, che molti santi, come gli odierni missionari producono.

E’ corretto che io parli in terza persona riguardo ai meccanismi imitativi che l’uomo subisce?

Gli altri imitano, in particolare i pentecostali imitano e seguono i modelli comportamentali proposti dal loro pastore e, io, chi imito? Da chi vengo condizionato?

Ovviamente anch’io non sono esente da modelli comportamentali proposti dalla mia cerchia di conoscenze, che direttamente o indirettamente mi condizionano. Ad esempio sono stato condizionato dai miei genitori che mi hanno fatto nascere in Italia, e nella fattispecie in Sicilia.

Mi sono visto imporre la lingua italiana come prima lingua, il mio nome non l’ho scelto io, l’asilo, e le prime scuole non le ho scelte io, neppure il mio battesimo ho scelto, il dottore che mi curava, come nemmeno la Chiesa dove i miei genitori mi mandavano al catechismo.

Eppure tutte queste cose non scelte da me hanno formato la prima parte della mia esistenza. C’è una serie impressionante di fatti che condizionano la nostra esistenza, anche in età adulta.

Incontri, eventi e mutamenti fanno parte della nostra vita, portandoci in età matura a fare delle scelte apparentemente libere. La nostra libertà è assoluta o condizionata?

Perché io scelgo di essere cristiano e non buddista? Indubbiamente perché i miei genitori hanno contribuito a formare in me una mentalità cristiana, quindi la mia libertà non è assoluta, ma subordinata a quella dei miei genitori, che a loro volta sono stati condizionati dai loro e così via.

Un uomo adulto quando può dire realmente di fare delle scelte libere in senso assoluto?

Solamente quando conosce ciò in cui crede, e solo dopo averlo confrontato con altre realtà lo abbia scelto in via definitiva. Chi di noi comuni mortali possiede una conoscenza così vasta del mondo che ci circonda? Io immagino la mia conoscenza come una sfera di mercurio, come quello contenuto nei termometri per misurare la temperatura. Se ne rompiamo uno vediamo formarsi tante piccole sfere. Se avviciniamo due piccole sfere di mercurio, queste per attrazione magnetica ne formano una sola, più grande, la risultante dell’unione delle due piccole sfere. Immagino la mia conoscenza come una di queste sfere di mercurio, man mano che studio avvicino la mia sfera di conoscenza a un’altra, fino a quando la mia sfera assorbirà l’altra formandone una più grande.

Lo studio ci porta quindi a ingrandire la nostra sfera di conoscenze, e solo quando abbiamo conoscenze sufficienti possiamo dire di aver fatto una scelta libera.

Perché io ho scelto di restare nella Chiesa cattolica romana, piuttosto che abbracciare una delle tante alternative protestanti? Dopo aver chiaramente subito il condizionamento dei miei genitori, ed essere passato attraverso diverse fasi della mia vita, alcune delle quali mi stavano portando verso l’ateismo, il Signore ha deciso di dare una svolta alla mia vita. Facendomi incontrare Emanuela, e sfruttando la mia innata sete di conoscenza, e quindi la mia passione per la lettura, mi ha condotto per mano attraverso l’apprendimento di alcune realtà cristiane, alternative; conoscenza che si formava per mezzo dei libri che studiavo.

L’entusiasmo è un vulcano sulla cui cima non cresce mai l’erba dell’esitazione!

Oltre ai libri, mi ha fatto conoscere per via diretta, la realtà cristiana dei pentecostali. La mia sfera di conoscenze quindi si è allargata, grazie a questi eventi e mutamenti che mi hanno portato a conoscere diverse realtà e dottrine cristiane.

Solo quindi dopo aver studiato e confrontato la dottrina cattolica e quelle protestanti ho potuto dire di aver scelto liberamente.

La dottrina cattolica mi ha convinto di più rispetto alle alternative protestanti, e soprattutto mi sono sentito tradito dal quel pastore che mi nascondeva alcune verità storico-dottrinali, parlandomi continuamente male della Chiesa di Roma e della sua dottrina. Mi sono accorto di come molti protestanti, quasi tutti, non conoscano cosa sia l’obiettività, avendo un metro di giudizio limitato e soprattutto molto, molto, fazioso. Sfruttano l’ignoranza e/o la svogliatezza all’approfondimento serio, dei loro fedeli, celando loro molte verità storico/dottrinali, citando ingannevolmente i padri della Chiesa, nel ridicolo, ma spesso efficace, tentativo di portare acqua al loro mulino. Tentano di avvalorare le loro tesi, citando i padri, e poi fanno la figura degli ipocriti quando qualcuno come me scopre che citano i padri, in maniera vergognosamente faziosa!

C’è invece chi si accontenta, anzi è consigliato ad accontentarsi, trovando le motivazioni nella Bibbia. “Io mi accontento di quello che il Signore mi ha dato di conoscere fino a oggi”, questa frase viene usata da molti protestanti che trovandosi in difficoltà, a corto di risposte valide, rifiutano di ascoltare ulteriormente il loro interlocutore cattolico, “accontentandosi” di quello che sanno, non vogliono andare oltre la loro sfera di conoscenze bibliche. Quando volgi le spalle al sole, non vedi che la tua ombra! La grande nemica della fede non è la conoscenza, ma l’ignoranza!

Quest’atteggiamento difensivo gli viene insegnato, proprio per “salvaguardarli” da eventuali “inquinamenti” dottrinali che potrebbero subire nella loro vita quotidiana. Un incontro inaspettato con una persona biblicamente preparata, ad esempio potrebbe inquinare, mettere in forse, le certezze che fino a quel momento il fedele pentecostale aveva maturato. In tutte le comunità protestanti viene mantenuto costante un certo allenamento anticattolico. I fedeli vengono inconsapevolmente allenati a detestare la Chiesa cattolica romana. Piccole frasi, aneddoti, studi sui sacramenti cattolici, accuse di idolatria, ecc., vengono costantemente ripetuti, e quindi assorbiti dai fedeli protestanti, a tal punto che loro non si credono accusatori, ma paladini della verità.

Di solito è sempre il protestante a prendere l’iniziativa dell’evangelizzazione, spesso i dialoghi con i fratelli cattolici cominciano per iniziativa del pentecostale, se quindi durante il dialogo il pentecostale scopre che il cattolico (cosa rara, purtroppo) è più preparato di lui, scatta l’arma dell’umiltà o presunta tale; il pentecostale garbatamente per non ammettere le proprie lacune bibliche, “si accontenta di quello che il Signore gli ha dato di conoscere fino a quel momento”.

Cioè, in parole semplici, accetta solo quello che il suo pastore gli insegna, altre versioni anche se appaiono credibili e supportate da motivazioni serie e bibliche, non le accetta.

E’ un po’ come se un professionista o presunto tale, pur di giustificare le sue lacune dicesse “Io mi accontento di ciò che il Signore mi ha dato di conoscere fino ad ora”.

Immaginiamo le conseguenze, per la professione medica, o quella ingegneristica, o quella di un semplice meccanico che si rifiuta di imparare nuove tecniche o approfondire quelle già esistenti, pur di giustificare la sua ignoranza. Se ad un mio amico ingegnere guardando la torre Eiffel chiedessi: “Come l’hanno progettata e costruita?” E’ impensabile che questi mi risponde “Non mi interessa, non me lo sono chiesto mai, non sono fatti miei, a me basta quel che il Signore mi ha dato di conoscere fino ad ora”.

 

Un cristiano dovrebbe essere un professionista della fede, dilettandosi a migliorare sempre più la propria conoscenza, e la propria spiritualità. Eppure molti pentecostali rispondono così a certe domande su versetti biblici. Tra queste “difficili” domande a cui molti pentecostali non si interessano di trovare risposta, vi sono quella sulla profezia di Malachia 1,11 circa l’Eucaristia, oppure in merito all’assunzione di alcuni santi in cielo, che con il loro corpo glorioso apparvero a molti in Gerusalemme, per la gloria di Dio, come troviamo nel Vangelo secondo Matteo 27,52-53. Questi ultimi versetti non parlano chiaramente di assunzione, ma per deduzione ci si arriva lo stesso a capirlo. Non è credibile che questi santi che con i loro corpi gloriosi entrarono in Gerusalemme, poi rimasero sulla terra per secoli e secoli, ormai immortali, come lo saremmo un giorno noi. E’ logico quindi pensare che dopo aver reso testimonianza a Cristo circa la resurrezione dei corpi, che un giorno interesserà tutti, siano stati assunti in cielo, per godere della presenza del Signore. Eppure ogni volta che faccio osservare questi versetti a qualche fratello pentecostale, la risposta è sempre la stessa “Sulla Bibbia non c’è scritto che furono assunti in cielo, e a me non interessa sapere dove stiano questi santi, mi basta ciò che Dio mi ha dato di sapere...”

Al fratello protestante probabilmente non interesserà, ma ad ogni persona di buon senso sicuramente sì. Se nella Bibbia non troviamo scritto che Maria la madre di Gesù morì, dobbiamo ritenere che sia ancora in vita? Oppure, se nella Bibbia non troviamo scritto che gli apostoli furono battezzati da Gesù, dobbiamo credere che non lo furono? E’ importante porsi le giuste domande e trovare le risposte, anche per logica deduzione. E’ cristianamente logico, che i santi che uscirono dalle tombe e apparvero a molti, poi furono assunti, ammessi in cielo, in Paradiso per godere della presenza di Dio! Moltissimi protestanti, questi interrogativi non se li pongono, questi versetti di Matteo 27,52-53 fanno finta che non esistano.

Ecco perché è difficile ottenere il ritorno di un protestante nella Chiesa cattolica, bisogna prima abbattere le barriere mentali, le ideologie, altrimenti ogni dibattito è vano. L’ideologia è la negazione della verità, perché dà tutto per scontato e porta a non pensare più!

Salvatore Incardona

Sabato, 01 Febbraio 2014 11:19

L’uomo imita chi lo circonda

E’ interessante notare l’importanza dell’imitazione nella formazione del carattere e del pensiero umano dal punto di vista dell’antropologia contemporanea. Come segnala Renè Girard, gli esseri umani non nascono con desideri determinati a priori, come succede per gli animali con l’istinto. Se così fosse, «gli uomini non sarebbero in grado di scegliere il loro desiderio più di quanto possano fare le mucche che pascolano in un prato».

L’uomo ha anche aspirazioni innate, ma nella maggior parte dei casi impara a desiderare imitando gli altri. Il fatto che qualcosa sia approvato dal prossimo scatena un meccanismo imitativo naturale, che può, anche non essere assecondato, ma che in taluni casi è così forte a livello inconscio da rivelarsi efficace. L’essere umano può decidere chi imitare, ma non può evitare di essere influenzato dalle scelte degli altri. Non siamo indifferenti alle azioni di coloro che ci circondano. Questo meccanismo facilita moltissimo la sopravvivenza; non è un male ma comporta una serie di pericoli, come sottolineato dal proverbio «Chi va con lo zoppo impara a zoppicare».

E’ importante scegliere i modelli da imitare, altrimenti si finisce per seguire quelli del momento, visto che l’attrazione per un modello dipende dalla rilevanza sociale di chi lo incarna. Il modo peggiore per lasciarsi guidare da modelli di pensiero o di azione è pensare che possediamo spontaneamente i tratti che li caratterizzano, che siamo estranei a ogni condizionamento e ci avviciniamo agli altri solo per autodeterminazione.

«L’uomo è la creatura che ha perduto parte del suo istinto animale per accedere a quello che si chiama desiderio. Saziate le proprie necessità naturali, gli uomini desiderano intensamente, ma senza sapere con esattezza che cosa, dato che nessun istinto li guida. Essi non hanno desideri propri. Ciò che è proprio del desiderio è di non avere nulla di proprio. Per desiderare veramente, noi dobbiamo ricorrere agli esseri umani che ci circondano, dobbiamo prendere in prestito i loro desideri.

Tale prestito viene spesso fatto senza che né il prestatore né il ricevente se ne rendano conto. Non è solamente il desiderio che prendiamo in prestito da coloro che abbiamo scelto come modelli, ma un’intera serie di comportamenti, atteggiamenti, conoscenze, pregiudizi, preferenze e cosi via» commenta Girard. Se non stiamo attenti, il meccanismo dell’imitazione ci fa assumere inconsciamente comportamenti e pensieri. E’ il modo in cui si diffonde una moda.” (cfr, Giosè Antonio Ullate Fabio, Contro il codice da Vinci, ed. Sperling & Kupfer).

Sabato, 01 Febbraio 2014 11:13

Capire la Bibbia da soli - Illusione antica

Sant'Agostino di Ippona (†nel 430), nel suo Contra epistulam fundamenti, 5, scrive:

   «Non crederei al vangelo se non mi spingesse l’autorità della Chiesa cattolica»

Agostino (convertitosi nel 387, morto nel 430), che alcuni definiscono «il più importante dottore della chiesa tra Paolo e Lutero», diede queste risposte: «Perché quei libri attestano la loro ispirazione per il loro carattere intrinseco; perché essi hanno riscosso il consenso generale dei Cristiani; perché le chiese che li hanno sostenuti erano quelle che avevano mantenuto integra la tradizione apostolica».
Leggendo s.Agostino, ci rendiamo conto di quanto attuali siano i suoi assunti, egli scriveva contro le eresie della sua epoca, eppure le modalità e le invettive usate dagli eretici per attaccare la sana dottrina cattolica erano e sono sempre le stesse.

Essi dicevano e dicono di capire la Bibbia da soli, con l’aiuto dello Spirito Santo, calpestando la ragione umana e la loro stessa coerenza, ho fatto notare infatti che in simili contesti i corsi e commentari biblici sono o sarebbero fuori luogo, eppure tutti i protestanti ne usufruiscono. Dov’è la coerenza tra quello che affermano e quello che fanno?

Leggiamo cosa scriveva s.Agostino nella sua opera Dottrina Cristiana, agli eretici che pretendevano di capire la Bibbia da soli, tanto per delegittimare la Chiesa, sola colonna e sostegno della verità:

 

(Dottrina cristiana –Prologo– s.Agostino)

Qualcuno forse riterrà false tutte queste cose; né io voglio accanirmi in senso contrario. In effetti la disputa è con dei cristiani che hanno la soddisfazione di conoscere le Sacre Scritture senza bisogno di uomini che li guidino, e pertanto, se così è, posseggono un bene vero e di non poco valore. Tuttavia debbono ammettere che ciascuno di noi ha imparato la propria lingua nella sua infanzia a forza di ascoltarla e, quanto alle altre lingue, — supponiamo il greco, l’ebraico o altra — l’hanno apprese o ascoltandole come sopra o mediante l’insegnamento di qualche persona. Inoltre, se fosse davvero così, potremmo esortare i fratelli a non insegnare queste cose ai loro piccoli, poiché in un batter d’occhio, alla venuta dello Spirito Santo, gli Apostoli ripieni del medesimo Spirito parlarono le lingue di tutte le genti , ovvero, se di tali effetti non beneficiano, diciamo loro che non si ritengano cristiani o dubitino d’aver ricevuto lo Spirito Santo. Viceversa, ciascuno apprenda con umiltà quanto deve essere imparato dall’uomo, e colui, ad opera del quale viene impartito l’insegnamento, senza insuperbirsi e senza provarne invidia, comunichi all’altro ciò che egli stesso ha ricevuto. Né tentiamo colui nel quale abbiamo creduto, come faremmo se, ingannati dalle astuzie e dalla malvagità del nemico, non volessimo andare in chiesa ad ascoltare e apprendere il Vangelo o non volessimo leggerne il testo o ascoltare chi ce lo legge e lo espone predicando, attendendo d’essere rapiti al terzo cielo, sia col corpo sia senza il corpo — come dice l’Apostolo — e lassù ascoltare parole ineffabili, di cui all’uomo non è consentito parlare, o magari vedere, sempre nel cielo, il Signore Gesù Cristo e ascoltare da lui stesso, piuttosto che dall’uomo, l’annuncio evangelico.

Guardiamoci da tali tentazioni frutto di grande superbia e assai pericolose. Pensiamo piuttosto all’apostolo Paolo. Sebbene abbattuto e istruito da una voce divina proveniente dal cielo, egli fu mandato da un uomo per ricevere i sacramenti ed essere inserito nella Chiesa. Così il centurione Cornelio. Un angelo gli annunziò che le sue orazioni erano state esaudite e le sue elemosine gradite a Dio; tuttavia, per essere catechizzato fu mandato da Pietro, dal quale non solo avrebbe ricevuto i sacramenti ma anche udito cosa avesse dovuto credere, sperare e amare. E in realtà tutte queste cose avrebbe potuto farle l’angelo stesso, ma se Dio avesse fatto capire di non voler dispensare la sua parola agli uomini per mezzo di altri uomini, la dignità dell’uomo ne sarebbe risultata sminuita.

E qui, ovviamente, ricordiamo anche quell’eunuco che leggeva il profeta Isaia ma non lo comprendeva. L’Apostolo non lo mandò da un angelo, e ciò che non comprendeva né gli fu spiegato da un angelo né gli fu rivelato alla mente da Dio stesso senza l’intervento dell’uomo. Al contrario, per ispirazione divina, fu mandato a lui Filippo, che conosceva il profeta Isaia. Sedutosi con lui, Filippo con parole e linguaggio umano gli rese manifesto quanto si celava in quel passo scritturale. O che forse Dio non parlava con Mosè? Eppure costui, uomo sommamente avveduto e per nulla superbo, accettò il consiglio di reggere e governare il suo popolo, divenuto troppo numeroso, dal suocero che pur era uno straniero. Quell’uomo esimio infatti sapeva che, da qualunque persona fosse venuto un consiglio verace, lo si doveva attribuire non a quella persona ma a colui che è la verità, cioè a Dio che non è soggetto a mutazioni. Un’ultima parola a tutti coloro che si gloriano di comprendere tutte le parti oscure della Bibbia per dono di Dio e senza essere istruiti con norme umane. È certamente retta la loro opinione quando ritengono che tale facoltà non è risorsa loro, quasi derivata da loro stessi, ma elargita da Dio. E pertanto essi cercano la gloria di Dio e non la propria: leggono e capiscono senza che altri uomini vengano a spiegare. Ma allora perché loro stessi si industriano di spiegare agli altri e non piuttosto li lasciano all’azione di Dio, affinché anch’essi apprendano non tramite l’uomo ma da Dio che li illumina interiormente? Senza dubbio temono di sentirsi dire dal Signore: Servo cattivo, avresti dovuto dare il mio denaro ai banchieri. Come dunque costoro, o scrivendo o parlando, comunicano agli altri le cose comprese, così (la cosa è ovvia) neanche io debbo essere messo sotto processo se paleserò non solo cose da comprendersi ma anche quelle che, una volta comprese, debbono essere praticate.”

Leggendo queste righe di s.Agostino oltre a notare che non dà affatto ragione al metodo protestante della Sola Scriptura, mi sembra di sentire l’eco delle frasi pentecostali o protestanti in genere, che pretendono di capire la Bibbia da soli, nascondendo inconsciamente orgoglio e presunzione, annullando il significato delle parole di s.Paolo che troviamo in

1 Cor 12,28. Purtroppo vengono abituati dai loro pastori a pensare così!

Ancora una volta notiamo il modo fazioso di citare addirittura i padri della Chiesa che di sicuro non vanno a favore delle tesi protestanti, per “provare” come “l’ingannatrice” Chiesa cattolica romana “prenda in giro” i suoi fedeli. Come abbiamo visto Blocher a pag. 26 del suo libro cita s.Agostino per avvalorare la sua tesi della Sola Scrittura, a sfavore della Tradizione, peccato che come è suo stile “dimentica” di citare il paragrafo della stessa opera in cui Agostino dice:

Quanto a noi, riportiamo la considerazione a quel terzo gradino del quale avevamo stabilito di approfondire ed esporre ciò che il Signore si fosse degnato di suggerirci. Pertanto sarà diligentissimo investigatore delle divine Scritture colui che, prima di tutto, le legge per intero e ne acquista la conoscenza e, sebbene non le sappia penetrare con l’intelligenza, le conosce attraverso la lettura. Mi riferisco esclusivamente alle Scritture cosiddette canoniche, poiché, riguardo alle altre le legge con tranquillità d’animo chi è ben radicato nella fede cristiana, per cui non succede che gli disturbino l’animo debole e, illudendolo con pericolose menzogne e fantasticherie, gli distorcano il giudizio in senso contrario alla retta comprensione. Nelle Scritture canoniche segua l’autorità della maggior parte delle Chiese cattoliche, tra le quali naturalmente sono comprese quelle che ebbero l’onore di essere sede di un qualche apostolo o di ricevere qualche sua lettera.”

Quanti fra quelli che hanno letto il libro “La Chiesa cattolica romana allo specchio” sono andati a controllare gli scritti dei padri, compreso quello appena visto di s.Agostino, citati dall’autore?

Notate come alcuni citano faziosamente gli scritti patristici? Cosa producono nel fedele che legge in buona fede? Antipatia verso la Chiesa cattolica “ingannatrice”, e la falsa illusione di trovarsi nella verità cristiana.

La Bibbia stessa attesta che la sua interpretazione presenta varie difficoltà. Accanto a testi limpidi contiene passi oscuri. Leggendo certi passi di Geremia, Daniele s’interrogava a lungo sul loro significato (Dn 9, 2). Secondo gli Atti degli Apostoli, un etiope del I secolo (l’eunuco che fu battezzato da Filippo) si trovava nella stessa situazione a proposito di un passo del libro di Isaia

(Is 53 78), riconoscendo di aver bisogno di un interprete (At 8, 3035).

Ancora in Dn 7,15 troviamo una visione che ebbe il profeta:

“Io, Daniele, mi sentii venir meno le forze, tanto le visioni della mia mente mi avevano turbato; mi accostai ad uno dei vicini e gli domandai il vero significato di tutte queste cose ed egli me ne diede questa spiegazione: «Le quattro grandi bestie rappresentano quattro re, che sorgeranno dalla terra; ma i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per secoli e secoli».”

Ma, non era più semplice che Dio gli dicesse in maniera chiara quello che voleva?

Perché si doveva ricorrere all’interpretazione?

Semplicemente perché ogni dono, compreso quello dell’interpretazione non viene dato a tutti, lo Spirito Santo lo dona solo ad alcuni che Lui ritiene adatti. Daniele indubbiamente, pieno di Spirito Santo, che lo faceva profetare al popolo, dovette riflettere a lungo sul significato delle Scritture e/o delle visioni, c’è chi invece dice di veder tutto ben chiaro della Bibbia, nessun dubbio, poi però assistiamo a dottrine che negano la Trinità, o la divinità di Cristo, oppure l’esistenza dell’inferno ecc., questi sono i frutti della sfacciata faciloneria e presuntuosità.

I fratelli separati si sentono tutti dottori biblici, come se ognuno di loro avesse il dono della scienza e della sapienza, come se tutti fossero maestri. Non funziona così, come non tutti hanno il dono di guarigione, allo stesso modo non tutti hanno il dono della scienza che serve per bene interpretare le Scritture.

Riflettiamo ancora su qualche altro versetto:

Zaccaria riceve una visione da interpretare:

“L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne. Due olivi gli stanno vicino, uno a destra e uno a sinistra». Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio».” (Zc 4,14)

La seconda lettera di Pietro dichiara che «nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1, 20) e osserva, d’altra parte, che le lettere dell’apostolo Paolo contengono «alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16).

All’epoca del primo secolo dopo Cristo tutti avevano, o dovevano avere, ancora ben vivi gli insegnamenti cristiani, e tutti potevano asserire di essere divinamente guidati, meglio degli odierni protestanti, eppure alcuni travisavano le lettere di Paolo. Il problema è perciò antico, ma col passar del tempo si è accentuato: venti o trenta secoli separano ormai il lettore dai fatti e detti riferiti nella Bibbia, e questo non manca di sollevare varie difficoltà. D’altra parte, a causa del progresso delle scienze umane, i problemi concernenti l’interpretazione sono divenuti nei tempi moderni più complessi. Sono stati messi a punto metodi scientifici per lo studio di testi dell’antichità. In che misura questi metodi si possono considerare appropriati all’interpretazione della Sacra Scrittura?”

La Bibbia contiene la verità, la Bibbia è Verità, ma affinché non venga storpiata, Cristo ha stabilito una colonna a suo sostegno, 1 Tm 3,15, la Chiesa. Senza di essa la Bibbia non sarebbe mai sopravvissuta attraverso tutte le eresie comparse nei diversi secoli.

Cosa ci dice s. Paolo in merito ai doni dello Spirito, alcuni di questi utili per capire bene e, di riflesso poter insegnare ad altri il significato profondo di molti versetti?

“Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?” (1 Cor 12,2830)

Citando i versetti di Paolo, colgo pure l’occasione per farvi notare come l’insistente frase protestante “Gesù ha detto che non ci sono maestri, tranne Lui…” è un altro errore di interpretazione che fanno i protestanti e pentecostali.

“Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.”

(Mt 23,812)

Beh, qui dovrebbe essere chiaro che Gesù ci sta insegnando l’umiltà, affinché i maestri deputati a insegnare al popolo, primi fra tutti gli Apostoli, non si inorgoglissero sentendosi chiamare maestri.

Abbiamo appena visto che Paolo dice che alcuni sono stati istituiti maestri, altri profeti, ecc., e se lo dice vuol dire che il ruolo di maestro, era normale già a quei tempi, anche per i cristiani. I maestri delle Sacre Scritture insegnavano al popolo come ben capirle.

Ripeto, a che servono i maestri, se ognuno può capire da solo la Bibbia, come asseriscono i protestanti? Ecco come in realtà, riflettendo serenamente sul significato di alcuni versetti, sia la stessa Bibbia a dirci che non tutti la possiamo capire per intero e da soli. Diversamente non si capisce a che cosa servirebbero questi maestri di cui parla Paolo. Naturalmente ciò non toglie che il Maestro supremo è Cristo, che misericordiosamente affida il dono dell’insegnamento ad alcuni suoi discepoli scegliendoli come maestri.

Ma non tutti abbiamo il dono o il ministero dell’insegnamento, di conseguenza non è credibile che ognuno di noi possa capire tutta la Bibbia da solo. Spesso dimentichiamo le nostre miserie derivanti dal peccato e ci sentiamo talmente puri, da ricevere l’insegnamento biblico direttamente dallo Spirito Santo. Questo accade soprattutto ai protestanti, ignorano la propria miseria umana, e peccano inconsciamente di orgoglio.


“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore.” (Ef 4,1114)

 

S. Paolo da’ per scontato che ci debbano essere i maestri, non che si auto-proclamino tali, ma scelti dai loro predecessori, che a loro volto sono stati scelti, fino a risalire agli Apostoli.

Nel mondo protestante quasi sempre il maestro o pastore, si auto-proclama tale, anche se in buona fede, e con tutta la buona volontà del caso. Conosco diversi pastori pentecostali, che diventano tali, solo perché si sentono nell’animo di farlo. Il pastore T., ad esempio dove ha trovato il fondamento biblico per consentire a sua moglie Miriam di diventare anch’ella pastore? Questa buona volontà, questo spirito di sacrificio, da un lato sono da apprezzare, ma dall’altro manifestano e producono anarchia disciplinare e dottrinale.

In questi contesti ognuno insegna quello che vuole, quello che ritiene più opportuno, secondo la propria visione dottrinale, e nessuno può rimproverargli nulla. Tutto è autonomo, tutto è frazionato, tutto è incontrollabile, nel mondo protestante funziona così. Chi controlla se un pastore di una chiesa libera insegni una dottrina veramente cristiana? Ma la Bibbia ci insegna veramente ad agire così? Basta la buona fede a giustificare ogni nuovo maestro?

Vediamo cosa raccomanda S. Paolo ai suoi discepoli, e soprattutto a coloro i quali viene affidata la guida di una particolare Chiesa.

“Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.” (2 Tm 4,35)

 

Timoteo non si proclamò maestro da se stesso, fu Paolo a ordinarlo vescovo, tramite l’imposizione delle mani. Nei versetti qui sopra vediamo che Paolo aveva profetizzato i falsi maestri, e non solo lui. Lo stesso Paolo dopo essere stato folgorato sulla via di Damasco, si recò da Anania, per essere guarito, battezzato, e poter iniziare la predicazione cristiana (At 9,10) poi si recò dagli apostoli tramite Barnaba. Che bisogno c’era che Paolo si presentasse da Anania e dagli Apostoli, visto che era stato lo stesso Gesù a sceglierlo? Che ci vuole dire la Bibbia in questi versetti? Sicuramente che ogni nuovo battezzato deve rimanere in comunione con la Chiesa, e non fare di testa propria, in maniera autonoma e distaccata. Ancora Paolo ci dice“dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni” (Gal 1,18) egli evidentemente non aveva la stessa arroganza dei pastori protestanti, infatti andò a consultarsi con Pietro e qualcun altro degli apostoli. Sicuramente non andò da loro per giocare a carte, o per fare del gossip. Paolo volle verificare se le sue idee e interpretazioni dottrinali rispecchiavano quelle degli apostoli, indubbiamente fece un atto di umiltà che purtroppo manca a tutti i pastori protestanti.

E’ evidentissimo che nel mondo protestante vi sono troppo maestri, e ognuno di essi predica un vangelo diverso dall’altro. Quando sorsero false dottrine ad opera di Simon Mago, Cerinto, Valentino, Marcione, Ario, Donato, Massimino, Parmeniano, Pelagio, Petiliano, Secondino, Emerito, Giuliano, Gaudenzio, Felice, Mani, ecc., chi si oppose a costoro a difesa della sana dottrina?

A chi poté guardare il popolo, come faro acceso nelle tenebre delle eresie?

I protestanti risponderebbero “Il popolo guardò il faro della Bibbia, unica autorità per il cristiano”,

ma purtroppo era con la stessa Bibbia che gli eretici insegnavano false dottrine. Evidentemente la interpretavano in maniera diversa dagli apostoli e dai loro successori. Simon Mago garantiva di credere in Gesù, e di essere lui il vero maestro da seguire, cercando di dimostrarlo con prodigi eclatanti. Egli ad esempio si sollevava fino a tre metri da terra, nel tentativo di stupire i fedeli, e dimostrare la potenza di Gesù, che “era in lui”. Cerinto si dichiarava anche lui cristiano, e tentava di sostituirsi ai vescovi legittimamente ordinati per imposizione delle mani dai loro predecessori.

Oggi i protestanti tentano di sostituirsi all’autorità costitutita dagli apostoli, cioè la Chiesa cattolica, producendo una sterminata serie di eresie frutto della libera interpretazione biblica.

Salvatore Incardona

Sabato, 01 Febbraio 2014 11:11

Papa Callisto II

Callisto II PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto AZZIMONTI   

 

Con lui, grazie anche alla firma del Concordato di Worms, giunge a compimento la Riforma di Papa Gregorio VII. Per donare alla Chiesa piena indipendenza

Nome:

Guido
Data nascita:

intorno alla metà dell’XI secolo

Elezione: 2 febbraio 1119
Incoronazione: 9 febbraio 1119
Durata: 5 anni, 10 mesi, 11 giorni
Data morte: 13 dicembre 1124
Sepolto: 
Basilica di San Giovanni in Laterano
Posizione cronologica: 162

Il papato di Callisto II è legato indissolubilmente ad uno dei più importanti concordati stipulati dalla Chiesa con il potere secolare: il Concordato di Worms del 23 settembre 1122, grazie al quale termina la lotta per le investiture tra Impero e Chiesa, che ha visto spesso i papi avere la peggio: Pasquale II (1099-1118) viene imprigionato e con la forza gli viene estorto l’assenso per la concessione all’imperatore Enrico V (1106- 1125) del cosiddetto privilegium (la consacrazione dei vescovi da parte dell’imperatore con l’anello e il pastorale), mentre Gelasio II (1118-1119) è costretto a fuggire in Francia trovando la morte a Cluny.


Il Concordato permette innanzitutto di gettare le basi, anche dal punto di vista materiale, per un proficuo periodo di pace e collaborazione tra Chiesa e Impero e avvia la trasformazione della società medievale nell’età della Christianitas vera e propria, grazie alla fine della sudditanza della Santa Sede rispetto all’autorità secolare. D’ora in poi non sarà più l’imperatore, che dai tempi di Costantino si considera il vero rappresentante in terra di Dio dal quale riceve direttamente il potere temporale delegando quello spirituale al Papa, a convocare i concili e a intervenire nella nomina di papi e patriarchi. Il Trattato di Worms sancisce la prevalenza del potere spirituale sul temporale sulla scia della concezione di Gregorio VII (1073-1085). Inizia così una fase storica che arriverà all’apice con i pontificati di Innocenzo III e Bonifacio VIII. L’indipendenza della Chiesa è acquisita e il Papa è un’autorità universalmente riconosciuta cui fare riferimento in luogo dei sovrani temporali per la difesa e il sostentamento dei vescovi.


Abbiamo vaghe notizie sulle origini di papa Callisto. Guido è il suo nome di battesimo e nasce intorno alla metà dell’XI secolo nella nobile famiglia dei conti di Borgogna, figlio di Guglielmo detto il Grande. La casata è imparentata con le nobiltà europee e con le tre case regnanti di Germania, Inghilterra e Francia.
Studia presso un convento benedettino e nel 1088, grazie anche alle relazioni della famiglia con i vertici della nobiltà europea, diventa arcivescovo di Vienne (l’attuale Lione). Assume un ruolo di guida nel concilio della stessa Vienne del 1112 come legato papale di Pasquale II. Non transige nel condannare come eretiche le investiture da parte di un laico in quanto atto tipicamente sacramentale e conferma coraggiosamente la scomunica dell’imperatore Enrico V, disconoscendo il privilegio accordatogli da Pasquale II. Nella linea di Gregorio VII, condanna tutte le posizioni pauperistiche della Chiesa e afferma che le nomine dei vescovi-conti spettano al Papa.


Il 2 febbraio 1119, Guido è eletto Sommo Pontefice all’unanimità a Cluny (è la prima volta che un Papa è nominato in una sede fuori Roma). Il successivo 9 febbraio è incoronato senza attendere il tradizionale beneplacito del clero e del popolo romano che arriverà solo in un secondo momento. Grande intelligenza, spiccata personalità da condottiero e fiuto politico, Callisto II porta a compimento la Riforma gregoriana, ridando prestigio e autorità alla Chiesa.
Dopo l’elezione, si trattiene in Francia più di un anno per definire al meglio i rapporti con l’Imperatore in previsione della convocazione di un Concilio, principale preoccupazione del suo pontificato. A Strasburgo, l’abate di Cluny Ponzio e il teologo Guglielmo di Champeaux convincono l’imperatore Enrico V del fatto che la rinuncia alle investiture non gli avrebbe fatto perdere la fedeltà del clero. Enrico accoglie le indicazioni, consapevole della necessità di porre termine al conflitto con la Chiesa. Callisto, saputo delle intenzioni accomodanti di Enrico, interrompe il Concilio di Reims, convocato proprio per affrontare la questione delle investiture, per incontrarlo, ma non senza aver preso le dovute precauzioni nel ricordo di quanto successo ai suoi predecessori e, soprattutto, dopo aver preso possesso del suo trono.
Insieme ad altri cardinali il 13 giugno del 1120 giunge a Roma. Spodesta l’antipapa Gregorio VIII che nel frattempo ha occupato illegalmente la cattedra petrina. Il popolo romano accoglie trionfalmente Callisto e si accanisce con ingiurie al limite del linciaggio contro l’antipapa costringendolo a riparare a Sutri, dove però è stanato da alcuni cardinali che lo riportano a Roma; dopo gravi umiliazioni pubbliche, viene rinchiuso in un monastero.


Ormai capo effettivo e regnante della Chiesa, Callisto riprende le trattative con Enrico V da una posizione più forte e autorevole, riuscendo a ottenere il tanto sospirato Concordato che si stipula nella città di Worms il 23 settembre 1122, dopo un lungo e tortuoso percorso, segnato da ripensamenti e continui dietrofront da entrambe le parti.
L’accordo è composto da due documenti per sottolineare che l’elezione dei vescovi necessita di due investiture: una spirituale che è di sola competenza del Papa, con la consegna del pastorale e dell’anello, simboli del potere spirituale; la seconda, di carattere temporale, è di pertinenza dell’imperatore che dispone le regalie e l’imposizione dello scettro, determinando il passaggio del possesso e del godimento del bene.


Il Papa permette all’imperatore di intervenire in caso di contestazione nelle nomine dei vescovi, previo impegno a decidere in favore della sanior pars, la “parte migliore”. Inoltre, è concesso al sovrano temporale, ma solo in Germania, di assistere personalmente all’elezione dei vescovi e degli abati, oltre alla possibilità di eseguire immediatamente l’investitura temporale con lo scettro in mano. In Italia e nelle altre parti dell’impero ciò può avvenire solo dopo sei mesi dalla consacrazione papale.


All’imperatore, inoltre, si riconosce la possibilità di ricevere il giuramento feudale del vescovo o dell’abate. Non si parla più della conferma imperiale della nomina del Papa. Da parte sua, Enrico V riconosce i “Regalia beati Petri” e si impegna a restituire i beni ecclesiastici usurpati durante le guerre. Al termine dell’accordo, all’imperatore è tolta la scomunica.
Con questo documento, i vescovi e gli abati continuano a essere vassalli dell’impero, ma non sono più considerati dei funzionari cui non si possono più togliere, se non in casi gravi, le regalie.
Il Concordato è certamente un compromesso, ma raggiunge il principale obiettivo della riforma gregoriana: il divieto di interferire da parte dei laici nell’elezione dei vescovi e dei papi.
Il IX Concilio ecumenico e primo Lateranense del marzo del 1123, per la prima volta convocato e diretto solo dal Papa, vede la partecipazione di più di trecento vescovi. È celebrata degnamente la ratifica del Concordato di Worms, ribadendo il primato di Roma su tutte le altre Chiese e il ruolo gerarchico centrale del Vescovo di Roma. Callisto II muore il 13 dicembre del 1124.

 

IL TIMONE  N. 124 - ANNO XV - Giugno 2013 - pag. 54 - 55

Mercoledì, 08 Gennaio 2014 19:12

Medioevo arretrato? Leggenda o realta?

Secorari Pregiudizi sul Medioevo

SECOLARI  PREGIUDIZI  SUL MEDIOEVO
dal sito http://www.mondoanticoetempimoderni.it
( a cura del prof. Antonio Passiatore* )

Il termine «Medioevo» è un termine improprio, di connotazione negativa, che vorrebbe interpretare questo periodo di un millennio (dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente alla scoperta dell’America) come un’epoca «oscura» tra la «luminosità» della civiltà antica e di quella moderna umanistico — rinascimentale.
In realtà la storia non fa salti, quindi il Medioevo rappresenta un crogiolo in cui la Chiesa, raccogliendo l’eredità classica e quella delle varie culture europee, le illumina con la luce della fede cristiana. E», tuttavia, necessario insistere sul fatto che, alla luce delle ricerche, in un periodo così lungo è esistita una varietà di culture, che si sono affermate in tempi diversi.

Certo il Medioevo Mediterraneo si distingue profondamente dal Medioevo Celtico, anche se intercorrevano rapporti culturali tra i due mondi, tanto che monaci irlandesi sono venuti a predicare e a fondare monasteri fino in Val Padana e in Toscana, mentre i monaci benedettini, camminando da Subiaco a nord, sono arrivati fino in Scozia; nondimeno la cultura, la lingua, la civiltà del Medioevo Celtico si differenziano notevolmente dalla cultura delle nostre zone.

Tra i popoli baltici e quelli della Finlandia, invece, il Medioevo si afferma quando nelle nostre regioni sta declinando; infatti i primi castelli vengono eretti in Finlandia nel XIII secolo.
Anche in Italia, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.c.), per un lungo periodo convivono il Medioevo Occidentale (nato da elementi della civiltà romana, a cui subentrano i Longobardi) e Medioevo Orientale (Bizantini con sede a Ravenna), coesistono monaci di lingua greca e monaci di lingua latina e, per un certo tempo, monaci irlandesi (Bobbio è stata fondata da un monaco irlandese). Si è verificato, dunque, un fenomeno di inculturazione, dove i monaci, i santi hanno assunto quanto c’era di valido in ogni singola cultura, rielaborandolo alla luce del Vangelo. Sono nati i popoli, che in seguito hanno dato origine a quelle nazioni, i cui antichi confini risalgono al Medioevo: ancora oggi il confine che separa i Croati cattolici, che scrivono in alfabeto latino dai Serbi ortodossi, che scrivono in alfabeto cirillico, coincide, con ottima approssimazione, col confine esistente tra Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente all’epoca di Teodosio.

Dalle ceneri della civiltà romana il Medioevo ha raccolto particolarmente il mito imperiale di un’autorità universale che riesce a mettere insieme le diversità nell’armonia. Mentre, infatti, i cristiani dei primi secoli avevano fustigato severamente l’Impero romano, nel momento in cui Roma cade ad opera dei Visigoti, S. Agostino scrive pagine commosse sul fatto che con Roma crolla il sogno di una società, dove il diritto era uguale per tutti e la pace era garantita, per lasciare il posto al caos, alla guerra di tutti contro tutti. Non solo i cristiani raccolgono questo sogno di universalità , ma i monaci, Benedettini soprattutto, conservano e trasmettono i testi e le opere degli autori classici, che l’Umanesimo si vanta di scoprire. Per l’esattezza, inoltre, si deve parlare di «universalismo» medioevale, ma non nel senso odierno di globalizzazione, perché, se esiste un fondo di valori comuni (fede, lingua), esiste anche una varietà di culture locali, su cui la Chiesa ha operato con un colossale lavoro di mediazione culturale, durato per secoli, in modo da cogliere quanto di buono e di specifico appariva in ogni cultura.

Innovazioni tecnologiche, bonificazioni, utilizzo e organizzazione delle risorse agro — pastorali intorno alle grandi abbazie hanno dato alle nostre terre un volto ben diverso da quello che siamo soliti immaginare per 1′ «oscuro Medioevo». Gli ordini monastici, infatti, sono stati i migliori contadini dell’epoca antica e quelli che meglio hanno dissodato il terreno, ben diversamente da quanto appare nel noto film «Il nome della rosa» tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco.

Allo stesso modo sono molte le deformazioni e le derisioni riguardo alla cavalleria, soprattutto perché la nostra mentalità non riesce a concepire la forza armata posta al servizio della verità e non dipendente da alcuna autorità politica; ma questo è l’ideale che ci indicano i documenti del tempo (vedi il trattatello di S.Bernardo da Chiaravalle » De laude novae militiae: l’elogio della nuova milizia»), anche se non tutti i cavalieri vi hanno mantenuto fede.
Quanto poi alla produzione letteraria e artistica basterebbe citare l’opera di Dante Alighieri o le splendide cattedrali romaniche e gotiche, che richiedevano il lavoro di diverse generazioni di artigiani, per nutrire qualche dubbio sul Medioevo come epoca di barbarie. Ormai gli studi hanno ricostruito la verità storica, ma persiste ancora la «leggenda nera» sul Medioevo; nata all’epoca della Riforma protestante, quando tutto quanto era cattolico e romano s’identificava con l’anticristo, è rafforzata dagli enciclopedisti dell’Illuminismo, che l’hanno teorizzata lucidamente per distruggere l’autorità precedente, il cristianesimo e la differenziazione dei ceti («Écrasez l’infàme»: schiacciate l’infame, cioè la Chiesa, è una frase del tollerante Voltaire!). La leggenda viene ereditata e trasmessa successivamente come cultura di stato per la formazione del cittadino sia in epoca risorgimentale, di marca liberal — massonica, sia dai totalitarismi del nostro secolo (Fascismo, Nazismo e Comunismo) fino ai giorni nostri. Rimane ancora molto ricco di fascino il Medioevo del folclore, che viene riprodotto spesso in feste o gare locali (è nato in Piemonte un campionato nazionale di scherma medioevale) e che imperversa nei giochi di ruolo, nei fumetti, nel cinema. Perché tanto fascino? Forse perché, come afferma Franco Cardini, nonostante tutto, ancora oggi un cavaliere è più bello di un bancario o di un banchiere

E», dunque, il bisogno di bellezza, di eroismo, di valori forti che il Medioevo del mito evoca dentro di noi in un momento storico come il nostro, in cui la cultura ha apostatato da tutti i valori. Abbiamo bisogno di inventarci un luogo storico, dove certe esperienze diventano possibili; è un tessuto di simboli, che hanno un profondo radicamento religioso, del quale l’uomo, malgrado tutto, non può fare a meno.
In conclusione possiamo dire che esistono:

a) un Medioevo della storia;

b) un Medioevo dell’immaginario o della «leggenda nera» che fa di quest’epoca la «fogna» della storia, a cui viene ingiustamente attribuito ogni misfatto o     barbarie;

c) un Medioevo del folclore tuttora vivo e ricco di manifestazioni in Italia e nel mondo.

Un medioevo Creativo

Proviamo ora semplicemente ad elencare una elementare serie di elementi dovuti alla “creatività medievale”:
Il medioevo ha “scoperto” come usare il cavallo per i lavori nei campi (unico aiuto per i contadini per quasi 1000 anni, cioè fino all’invenzione delle macchine!)

  • Ha inventato i bottoni;

  • Ha inventato la forchetta;

  • Ha inventato gli occhiali;

  • Ha inventato il “comune”;

  • Ha inventato le banche;

  • Ha inventato le cambiali, le assicurazioni, la “partita doppia”, gli assegni, le accomandite;

  • Ha inventato l’Europa dei popoli;

  • Ha inventato le università;

  • Ha inventato il libro ( prima c’erano i «volumi», i rotoli!)

  • Amava la letteratura gioiosa, briosa, goliardica, che inneggiava alla vita in tutte le sue forme;

  • Ha inventato la cavalleria, l’amor cortese, lo stilnovo;

  • Amava la poesia, la musica e la danza

  • Ama le immagini ed i colori (pensate alle miniature ed ai libri illustrati! Alle vetrate delle chiese!);

  • La pittura medievale è viva, ama i colori vivaci, decisi;

  • Ha costruito castelli e cattedrali che sfidano i secoli e che sono sopravvissuti a guerre, bombardamenti, terremoti ed ogni altra forma di distruzione umana o della natura;

  • Uomini del medioevo erano Giotto, Dante, Boccaccio, ma anche Lorenzo il Magnifico e lo stesso Leonardo da Vinci …

  • …e se i pazienti monaci del «barbaro, incolto e rozzo Medioevo» non avessero ricopiato e conservato, per mille anni, nelle loro biblioteche, i testi antichi … che cosa avrebbero riscoperto i «colti, civili, eleganti (tanto attenti ad evitare il volgo!)» umanisti?

   (* docente di  Lingua e letteratura Italiana e Storia)


Il medioevo
(  a cura del prof. Antonio Passatore*  )

L’umanesimo prima e l’illuminismo poi, definirono “medioevo” l’età compresa tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la scoperta dell’America.
Ancora oggi questo termine comporta, nel nome stesso, un giudizio di negatività: esso sta ad indicare, nella mentalità comune, un’epoca di oscurantismo compresa tra due grandi civiltà, quella romana e quella rinascimentale.
Questo giudizio, ancora oggi abituale (diciamo “medievale” per indicare qualcosa di vecchio, di retrogrado, di barbaro, di incivile, qualcosa di generato dall’ignoranza ecc.), è assolutamente falso nella forma e nella sostanza.

1) E» sbagliato nella forma :
a) perché le epoche storiche non possono essere giudicate ma studiate e conosciute;
b) è inoltre assurdo racchiudere in un unico giudizio più di mille anni di storia.

2) È sbagliato nella sostanza:
a) perché dal medioevo è scaturita l’Europa contemporanea;
b) perché sempre più gli studi dimostrano che quella medievale e stata una grande civiltà;
c) perché nel medioevo hanno operato artisti come Giotto, Cimabue, … filosofi come Cassiodoro, Agostino, Tommaso D’Aquino, … letterati come Dante, Petrarca, Boccaccio; lo stesso Leonardo da Vinci vive e opera nel medioevo, benché alla fine.


Proviamo dunque a segmentare, a spezzare in più parti  quei mille anni di storia ed a capire il perché di questo enorme errore storico.
Abbiamo detto che l’impero romano d’occidente cessa di esistere nel 476 d.C..
Che cosa accade nei 100 anni seguenti?
L’Europa viene abbandonata a se stessa, in balìa dei vari popoli barbarici che arrivano dall’Oriente; in Italia, goti e bizantini, si contendono la penisola portando morte e distruzione; intorno alla metà del 500 questa è invasa dai longobardi, popolazione rozza e feroce che odia i romani e i cristiani: narra Paolo Diacono che i longobardi partirono dalla Pannonia il giorno dopo la Pasqua, che in quell’anno, il 568, secondo il calcolo, era caduto il primo aprile, con Alboino c’era un gran numero di alleati: Svevi, Ostrogoti del Norico, Gepidi, Sarmati, Bulgari, Turingi, Avari, e circa ventimila Sassoni tributari dei Franchi; dietro seguivano donne, bambini, vecchi, (circa centomila) con i carri e con tutte le masserizie e una mandria di bestiame con 30 mila capi di bovini, 10 mila maiali, 10 mila fra pecore e capre.

Quelli che seguirono furono forse gli anni più duri della storia italiana.
I Longobardi posero la loro capitale a Pavia e governarono buona parte dell’Italia, anche se parte dell’Italia meridionale era sottoposta ai bizantini e intorno a Roma cresceva sempre di più il potere del Papa e si andava costituendo quello che sarebbe diventato lo stato pontificio. Per questo periodo è molto difficile tracciare i confini di un dominio: una città, un villaggio, un ponte, cambiano di dominazione da un giorno all’altro, più volte nello stesso anno; non c’è un sistema di leggi perché la legge cambia man mano che cambiano i padroni; non esiste una cultura perché non ha senso imparare null’altro che non sia l’arte di sopravvivere. Tuttavia, più gli anni passano, più le usanze, i costumi, le lingue, le leggi si mescolano e la convivenza diventa possibile. Durante il 700 l’Europa è governata da una miriade di piccoli o grandi signori che si alleano tra di loro o si fanno la guerra, a seconda delle circostanze; e che affermano di riconoscere l’autorità di questo o di quell’altro re o Papa o imperatore a secondo della propria convenienza: tuttavia delle parvenze di stati iniziano a sorgere.
L’opera viene completata quando, la notte di Natale dell’anno 800 d.C., Carlo Magno, re dei Franchi, è incoronato imperatore dal Papa: nasce così il sacro romano impero.
Esso costituisce la rinascita di una autorità centrale capace di farsi rispettare da molti, se non da tutti. Costituisce anche la nascita della civiltà feudale caratterizzata da  una economia di sussistenza, dalla centralità del castello e della corte,  dall’affidamento di quasi tutti i poteri da parte dell’imperatore ai propri feudatari (principi e baroni, Duchi, conti, cavalieri ecc.), dal ripristino di una qualche forma di legalità e di sicurezza,
dalla ripresa, sia pur lenta, degli spostamenti e dei traffici dalla nascita di quelle figure leggendarie che furono i cavalieri medievali.

Buona parte di questi risultati lo si dovette alla Chiesa Cattolica in generale e ai monaci di San Benedetto in particolare.

San benedetto da Norcia, era un non nobile di stirpe latina, che, sconvolto per le guerre e le violenze della sua epoca (siamo tra il 480 ed il 547 d.C.), aveva deciso di diventare monaco e si era ritirato in una grotta a Subiaco, dove viveva da eremita. Scoperto casualmente il suo eremo, la sua fama di santità si diffuse e molti fedeli gli chiedevano di essere aiutati a servire bene il Signore. Alla fine Benedetto cedette e impose, a chi voleva seguirlo, il rispetto della regola che volgarmente e tradizionalmente viene sintetizzata in quel famoso “ora et labora”, a cui va aggiunto anche “stude”. San Benedetto infatti era convinto che bisognasse servire il Signore con il corpo (lavorando), con la mente (studiando) e con lo spirito (pregando). Ben presto i monasteri di San benedetto si moltiplicarono in tutta Europa e alle loro porte bussavano sia Latini che barbari, sia nobili che contadini: una delle regole era che quando qualcuno decideva di entrare in monastero, cambiava nome ad indicare che a nessuno importava ciò che era stato in precedenza, re o assassino, ciò che contava, era quello che si desiderava fare da allora in poi ed il rispetto della regola.

Con il loro lavoro gratuito, cioè senza attesa di guadagno, i monasteri benedettini divennero centri di produzione e sottrassero ai boschi e alle paludi grandi quantità di territorio che in quegli anni di abbandono ne erano state soprafatte.

Ben presto i monasteri, cominciarono ad essere edificati con mura possenti come quelle dei castelli, e divennero, perciò, valido rifugio per le popolazioni circostanti durante le incursioni barbariche. Inoltre, mentre tutti intorno regnava la violenza e la guerra, nei monasteri, come forma di adorazione di Dio, si ricopiavano a mano tutte le antiche opere dei classici latini, salvando così dalla distruzione secoli di civiltà e di cultura.
Ricapitolando dunque, i monasteri benedettini:
- furono centri di produzione;
- costituiranno un rifugio per le popolazioni;
- educarono al rispetto della regola;
- diedero dignità al lavoro manuale;
- conservarono la cultura;
- insegnarono il rispetto per l’altro e il perdono;
- insegnarono la convivenza e la collaborazione a etnie e a popoli che spesso si odiavano.
Da qui rinacque l’Europa, per questo motivo San Benedetto è considerato patrono d’Europa.

Più in generale la Chiesa Cattolica, dovette farsi carico della difesa dei deboli e molto spesso, non potendolo fare con le armi, lo fece cercando di convincere gli aggressori a maggiore giustizia, a maggiore equità, a maggiore gentilezza.
L’esempio più emblematico di questa azione della Chiesa, fu quanto essa fece con la cavalleria. Questa originariamente era una realtà violenta e sanguinaria, costituita da figli cadetti di famiglie nobili, senza alcuna eredità, che andavano alla ventura per procurarsi gloria e potere. Piano piano la Chiesa riuscì a trasformarla in uno strumento per la difesa dei deboli, della verità e della giustizia.
Poiché i re barbari non sapevano amministrare e organizzare le città e i popoli, molti ecclesiastici entrarono al loro servizio ed in questo modo riuscirono ad influenzare le loro decisioni, cosicché l’Europa divenne via via sempre meno violenta e meglio organizzata.
Sono questi i motivi per cui oggi possiamo definire la civiltà medievale una grande civiltà costituita, dopo uno scontro iniziale, dall’incontro della civiltà romana con quella germanico barbarica, saldate insieme dalla cultura cristiano cattolica, al punto che si potè parlare, a proposito della civiltà medievale, di «Res pubblica catholica».
Proprio l’odio, per il cristianesimo in generale ed il cattolicesimo in particolare, da parte dell’illuminismo massonico, è il motivo per cui tante menzogne sono state inventate a proposito del medioevo.

Il sacro romano impero non durò a lungo, le lotte fra i discendenti ed eredi di Carlo Magno, unite alle ribellioni dei feudatari, ne decretarono la distruzione.
Durante il 900 l’Europa fu sottoposta a tre nuove invasioni barbariche: quella dei turchi, quella degli ungari, e quella dei vichinghi o normanni.
Queste nuove invasioni convinsero i feudatari germanici a confederarsi e  ad eleggere un nuovo imperatore, Ottone I di Baviera; nasce così il sacro romano impero di nazionalità germanica, che, di fatto, durerà sino al 1918, cioè fino alla fine della prima guerra mondiale. Con questa nuova struttura statale giungiamo all’anno mille, al risveglio dell’Europa, all’era delle crociate, alla ripresa dei commerci, a Marco Polo, alla ripresa delle letterature europee, alla nascita della borghesia e della civiltà comunale. di Salvatore Incardona Google Plus

    ( * docente di Lingua e letteratura italiana e Storia)

Mercoledì, 08 Gennaio 2014 18:21

Idolatria o presunta tale

I fratelli non cattolici ci accusano ad esempio di prostrarci davanti alla statua di Maria in segno di “adorazione”…

E’ giusto pregare Maria e prostrarsi a terra davanti a lei?

Questa è idolatria?

I protestanti dicono di sì, infatti ci accusano di peccare di idolatria tutte le volte che chiediamo l’aiuto in preghiera di Maria e ci prostriamo davanti a lei.

Ma la Bibbia che cosa ci dice?

Nelle Sacre Scritture ci sono molti inchini e prostrazioni, ben 272 casi e molti a persone umane, senza mai tacciare di idolatria chi li ha praticati.

C’è invece chi resta convinto che le prostrazioni siano atti idolatrici e basta.

Voglio subito far notare che in Gen. 33,3 Giacobbe si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello Esaù; come spiegano questo episodio i fratelli separati?

Dopo un momento di iniziale imbarazzo rispondono che Giacobbe si inginocchiò in segno di rispetto verso Esaù suo fratello maggiore. Ma per evitare tanti battibecchi tra cristiani, Dio non poteva suggerire all’agiografo un’altro modo per descrivere il rispetto che nutriva Giacobbe verso suo fratello?

Dio sorgente di infinita sapienza sapeva benissimo che ci sarebbero state diverse interpretazioni sulla sua Parola, ma sapeva, e sa, altrettanto bene che la vera Chiesa di Cristo avrebbe difeso l’integrità della stessa, e ne avrebbe mantenuto la Chiave di interpretazione. Tuttavia senza i continui pungoli degli avversari probabilmente sarebbero venuti a mancare gli stimoli all’approfondimento teologico. Paradossalmente serve chi tenga sveglia la Chiesa, e non gli permetta di assopirsi sulla sua teologia. La Chiave che Cristo affidò a Pietro e agli Apostoli, quella chiave che i protestanti non posseggono, e mai potranno dimostrare di possedere, perché mai potranno dimostrare la loro discendenza apostolica, l’ha sempre posseduta la Chiesa cattolica romana. Questo molti pastori lo sanno bene, infatti cercano in tutti i modi di demolire e annullare il valore della discendenza apostolica, quando invece Paolo stesso lo raccomanda esplicitamente ai suoi discepoli.

Nella Bibbia troviamo altri esempi di inchini e prostrazioni, in Gen 42,6 “… i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra”;

costoro stavano forse adorando Giuseppe?

E’ evidente che si inginocchiarono davanti a lui in segno di pentimento e rispetto.

Anche in Es 18,7 “Mosè si prostrò davanti al suocero”

2 Sam 14,33 “Assalonne si prostrò davanti a Davide”;

2 Re 2,15 “…i figli dei profeti si prostrarono davanti a Eliseo”;

2 Re 4,37 “…la Sunammita gli si prostrò davanti” ecc.

Gn 19,1 “I due angeli arrivarono a Sodoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sodoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra.”

Come notiamo i due angeli (qui non si indica Angelo del Signore o Angelo di Dio ) non rimproverarono affatto Lot per essersi prostrato davanti a loro, appunto perché non li confuse e non li scambiò per Dio. Evidentemente non era prostrazione in senso di adorazione, altrimenti gli angeli lo avrebbero richiamato.

1 Re 1,53 “Il re Salomone ordinò che lo facessero scendere dall’altare; quegli andò a prostrarsi davanti al re Salomone, che gli disse: “Vattene a casa!”

Dn 2,46 “Allora il re Nabucodònosor piegò la faccia a terra, si prostrò davanti a Daniele e ordinò che gli offrissero sacrifici e incensi.”

E qui, in questi ultimi versetti la situazione è molto delicata, perché a Daniele furono offerti sacrifici e incensi, evidentemente il re di Babilonia lo rispettava come un dio, ben sapendo però che Daniele veniva istruito dal suo Dio, cioè da Jahvè. Perché Daniele non fermò il re di Babilonia? Peccò forse di superbia, similmente a Satana?

Fu lecito a Daniele ricevere questi onori destinati agli dei, o all’unico Dio?

Questo caso è molto simile agli odierni onori tributati ai santi cristiani, Daniele non fermò, anzi accettò, gli onori che gli fece Nabucodònosor perché sapeva bene che in fin dei conti erano rivolti a Dio, che come un Padre era orgoglioso di vedere un suo figlio così onorato, per aver predicato la verità, cioè per averGli reso testimonianza. Daniele fu figura di Dio. L’onorare Maria, eccellente figlia e testimone di Dio è dunque idolatria?

Vediamo altri esempi:

Giuditta 10:23 “Quando Giuditta avanzò alla presenza di lui e dei suoi ministri, stupirono tutti per la bellezza del suo aspetto. Essa si prostrò con la faccia a terra per riverirlo, ma i servi la fecero alzare.”

 

Ester 8,12L “Amàn... aveva tanto approfittato dell’amicizia che professiamo verso qualunque nazione, da essere proclamato nostro padre e da costruire la seconda personalità nel regno, venendo da tutti onorato con la prostrazione.”

Atti 16,29 “Quegli allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila poi li condusse fuori e disse: Signori, cosa devo fare per essere salvato?”

Tb 12,15-16 “Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore..Allora furono riempiti di terrore tutte e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura.”

Come avrete sicuramente notato questi personaggi biblici si sono prostrati, per venerare o onorare (es. Giuditta 10:23 e Ester 8:12 1), davanti a persone, ad Angeli, senza scambiare la venerazione con l’adorazione, e nessuno li ha mai ripresi, appunto, perché prostrare, in questo caso, non significa adorare. Lo stesso Gesù nella parabola di Matteo 18:26-30 raccontava della prostrazione verso il re e verso il servitore, da parte del servo, senza accusare nessuna prostrazione illecita.

Tutti questi versetti vengono forse annullati dalla frase di Pietro rivolta al centurione?

Il centurione era un pagano, era un uomo giusto, ma essere “uomo giusto” non significa per forza essere cristiano. Il centurione non era un ex, cioè non si era dimesso dall’esercito romano, ed essendo un soldato romano era tenuto ad adorare l’imperatore, se poi si comportava in modo degno e pregava (secondo la legge mosaica) questo è un altro discorso, infatti Paolo dice che se un pagano si comporta in modo degno, secondo la legge di Dio allora egli è legge per se stesso, e si salva per la infinita misericordia di Dio.

Atti 10,25-26 “Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anch’io sono un uomo!».”

 

Il centurione che pregava Dio ebbe fede, ma ancora non era un vero cristiano, infatti non era ancora stato battezzato, lo fu poi da Pietro, e da questi ricevette gli insegnamenti cristiani monoteistici.

In questo caso il termine “uomo giusto” ci indica che il centurione anche se non era ancora cristiano si comportava in cuor suo secondo il volere di Dio, proprio come dice Paolo: “che se un uomo che non conosce la legge si comporta secondo la legge allora egli è legge per se stesso e viene giustificato anch’egli per grazia.”

Ripeto, il centurione era un romano, e i romani erano obbligati ad adorare l’imperatore,

sottolineo “obbligati”, quindi a maggior ragione ne era obbligato un centurione. Quando vedevano passare l’imperatore si prostravano a terra in segno di adorazione. I romani che per un motivo qualsiasi si dovevano presentare davanti a Cesare si prostravano davanti a lui in segno di adorazione. E’ risaputo pure che i romani erano politeisti, Pietro questo lo sapeva bene, ecco perché ci tiene a far notare al centurione che egli è un uomo come lui. Pietro sta implicitamente sottolineando che lui non è un dio come veniva considerato l’imperatore, ma un semplice uomo. Pietro educa il centurione, nel distinguere il comportamento cristiano dal comportamento pagano.

Però resta il fatto della prostrazione davanti alle reliquie; è idolatrica e superstiziosa?

Ancora una volta nella Bibbia fonte inesauribile di verità, troviamo la risposta.

In Es. 13,19 “Gli Israeliti uscendo dall’Egitto portarono via le ossa di Giuseppe”;

2 Re 13,20 “un morto fu richiamato in vita a contatto delle ossa di Eliseo”;

At 19,12 “i cristiani di Efeso imponevano ai malati i fazzoletti e grembiuli che erano serviti a Paolo nel lavoro: “Si portavano via per gli infermi i fazzoletti e grembiuli usati da lui; le infermità scomparivano e uscivano le potenze maligne”;

Se un cattolico si permette a portare un fazzoletto venuto a contatto con un santo del passato, viene subito tacciato di superstizione e di idolatria dai fratelli protestanti, come se lo Spirito Santo si spegnesse dopo un certo periodo, come se, dopo che il santo muore, i suoi indumenti non sono più pieni di Spirito Santo.

Fratelli, riflettiamo bene prima di puntare il dito, le ossa di Eliseo erano di un morto o di un vivo?

2 Re 13,20 “Eliseo morì; lo seppellirono. All’inizio dell’anno nuovo irruppero nel paese alcune bande di Moab. Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi.”

Se le ossa di Eliseo riportarono in vita un uomo, sicuramente erano piene di Spirito Santo, quindi dalla stessa Bibbia apprendiamo come in realtà le reliquie dei santi non sono né superstizione né idolatria.

 

ALTRE CONSIDERAZIONI SULLE PROSTRAZIONI

Abramo, Lot, Giosuè si prostravano riverenti davanti agli Angeli del Signore, l’Angelo che in Apocalisse rialza Giovanni dicendogli che non doveva prostrarsi perché egli era una creatura come lui, lo fa semplicemente perché Giovanni aveva scambiato l’Angelo per il Signore, in quel momento credeva di vedere il Signore in paradiso, infatti in Apocalisse c’è scritto che Giovanni si prostrò in adorazione. Questa è la prova evidente che Giovanni avesse scambiato l’angelo per il Signore, è infatti inconcepibile che Giovanni volesse adorare l’angelo in se e per se, perché l’apostolo sapeva benissimo che si deve adorare solo la SS. Trinità. Se Giovanni si sarebbe inchinato solo in segno di rispetto, l’angelo non lo avrebbe fermato, allo stesso modo di come nessuno fermò Abramo, Lot, Giosuè, Assalonne ecc.!

Gli inchini, vanno interpretati e valutati per quello che realmente rappresentano e vogliono significare. Ad esempio, se nell’antichità un uomo del popolo che aveva commesso un furto ai danni dell’imperatore, veniva sorpreso a rubare e, portato davanti all’imperatore , l’uomo si inginocchiava, ma nel suo cuore rimaneva il senso di disprezzo per l’imperatore, che magari opprimeva il popolo con tasse elevate, tenendolo costantemente nella fame; quest’uomo stava forse adorando l’imperatore? E’ giusto pensare che quell’uomo si inginocchiava davanti all’imperatore per paura, e non per adorarlo, eppure tutti i presenti vedevano l’uomo inginocchiarsi. In definitiva vale quello che l’uomo prova nel suo cuore, contano solo i sentimenti non il gesto esteriore.

Se un traditore che trama di uccidere l’imperatore si presenta davanti a lui e gli si inginocchia davanti, tutti i cortigiani stanno vedendo l’inchino, ma solo il traditore conosce i suoi velenosi pensieri, di conseguenza il suo inchino è solo un gesto esteriore.

Se io mi inginocchio davanti alla Madonna, ciò che conta sono i miei sentimenti, che sicuramente sono di profondo rispetto, non certo di adorazione, chi giudica dalle apparenze sbaglia. I protestanti si auto-ingannano credendo di giudicare chi si inchina davanti alla statua di un santo. Sono sicurissimo che se i protestanti farebbero un’inchiesta andando di Chiesa in Chiesa a vedere e intervistare tutte le persone che si inchinano davanti alle statue dei santi, domandando loro se si stanno inchinando in segno di adorazione o di rispetto, nessuno risponderebbe in segno di adorazione, sfido i fratelli non cattolici a provare il contrario.

I santi, che sono esempio per tutti noi, sono la prova, che Dio si serve degli uomini donando loro la santità che porta luce nel mondo, riflette la luce di Cristo e fa vedere a tutti che loro furono uomini come noi, quindi anche noi possiamo elevare la nostra spiritualità seguendo il loro esempio in Cristo. I santi come fu Daniele, sono figura di Dio, non suoi concorrenti.

 

Che differenza c'e' tra incensare la reliquia di un santo e i giudei che offrivano profumi al serpente di bronzo (reliquia di Mose') ?

La differenza è l’intenzione: il cattolico incensa le reliquie come segno di rispetto per il corpo di un suo correligionario che si è distinto per una vita santa e per l’annuncio che ha dato per Cristo, ed è considerato un atto di venerazione; il culto realizzatosi intorno al serpente di bronzo invece era un culto idolatrico, legato all’oggetto e al potere che ad esso si credeva correlato, culto che aveva subito influssi cananei pesanti (infatti non bisogna dimenticare l’importanza che il simbolo del serpente rivestiva tra i popoli cananei).
Uno stesso gesto con due intenzioni distinte, questa è la differenza!
Le considerazioni che fai sull’arca sono interessanti sotto molti punti di vista; prima però ti vorrei far notare che il paragone tra i luoghi del tempio e l’uomo non è un paragone che si fa da nessuna parte nella Bibbia, eppure è intriso di sapore biblico: come fai a non accorgerti che la maggior parte del pensiero dei Padri della Chiesa è dello stesso tipo? Intrisi della lettura delle Scritture essi le hanno assimilate così da poter fare, come te, un discorso profondamente biblico pur senza dover puntualmente poggiare ogni frase sull’autorità di una ventina di versetti… è il processo della comprensione. Risultano sempre vere le parole di Gregorio Magno: la Scrittura cresce insieme a colui che la legge!

Ma torniamo a noi; dunque, era lecito venerare l’arca perché su di essa abitava la gloria di Dio, che nell’Esodo gli ebrei poterono vedere sensibilmente come colonna di ombra e di fuoco.
Chiaramente però tu affermi che il santuario (e l’arca che troviamo nel libro dei numeri, e nel deuteronomio) erano ombra delle cose celesti a noi rivelate… ombra, cioè immagine delle cose celesti, non le cose celesti in sé. Gli ebrei dunque adoravano Dio per la mediazione di un culto di venerazione all’Arca dell’alleanza, un’immagine della vera arca celeste di cui era immagine. E hai ragione, questo è vero.
Possibile che poi non sai trarre tutte le conseguenze di una tale affermazione?

Una seconda considerazione è che, riprendendo il tipos dell’Arca, come era possibile adorare la Gloria di Dio che si manifestava sull’arca, sarebbe lecita l’adorazione della presenza di Cristo nella Cena eucaristica!
Infatti, pur non ammettendo la presenza reale nel Pane e nel Vino del corpo di Cristo, anche nella cena riformata ed evangelica si invoca il dono dello Spirito sulle due specie eucaristiche.
Sull’arca abitava la gloria di Dio, cioè era presente il suo Spirito… naturalmente Dio non risiedeva in un tempio costruito da mani d’uomo (e tutti i testi profetici stanno a sostenerlo), nondimeno però egli era particolarmente presente lì per mezzo della sua gloria, che in termini neotestamentari potremmo definire il suo Spirito. Se dunque invochiamo lo Spirito di Dio sul pane e sul vino, e siamo certi di essere ascoltati da Dio perché è Gesù stesso che ci ha comandato di fare questo in sua memoria, allora come gli ebrei rivolgevano il culto a Dio verso l’arca, così noi possiamo rivolgere il culto a Cristo verso il pane ed il vino eucaristizzati. Non intendo qui parlare del culto eucaristico fuori dalla Messa, né di entrare in dispute sul come si realizza la presenza di Cristo nella Santa Cena, ma solo dire che almeno nel momento che passa dalla preghiera eucaristica alla comunione il volgersi verso l’Eucarestia non può considerarsi idolatrico (e questo sulla scorta del tuo stesso discorso e del paragone con l’Arca).

Salvatore Incardona

Domenica, 29 Dicembre 2013 12:02

I presunti fratelli di Gesù

La cultura ebraica era molto diversa da quella greca, e se Paolo in una occasione usa il termine “cugino” per indicare la parentela tra Barnaba e l’evangelista Marco, non rappresenta certo una prova. In tal senso bisogna chiedersi come mai, i protestanti fautori dei due o tre versetti, che confermerebbero una verità, non si siano accorti che nel N.T. cugino anepsios viene usato solo nella lettera ai Colossesi 4,10 e in un solo versetto, quello del saluto finale. In compenso Paolo per quasi 120 volte usa il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello uterino e, spesso, neanche familiare.

Sappiamo ad esempio che Maria era cugina di Elisabetta la madre di Giovanni, ma nella Bibbia non troviamo scritta la parola anepsios riferita alle due, e nemmeno per indicare il legame di parentela tra Giovanni il battista e Gesù. I figli di cugini, sono a loro volta cugini, misteriosamente però chiunque (oltre ai genitori) rapportato a Gesù non viene indicato con termini di parentela, ma come fratello.

Le differenze interpretative che dividono cattolici e protestanti, si incentrano prevalentemente sul significato letterale che vogliono dare a taluni versetti i fratelli protestanti, mentre per altri, adottano anche loro l’interpretazione, non sempre corretta, come ad esempio nel caso dell’Eucaristia.

I protestanti e gli esegeti storico-critici identificano i fratelli di Gesù con suoi fratelli carnali sulla base delle seguenti considerazioni:
La parola greca adelphòs, derivando dal termine delphus che significa utero, indica il fratello carnale, figlio della stessa madre. Non esistono esempi, né presso gli scrittori classici, né presso gli autori ebrei che hanno scritto in greco, né nello stesso Nuovo Testamento, di documenti che attestino l’uso di adelphos nel significato di cugino. Se gli evangelisti avessero voluto intendere con tale termine i cugini di Gesù, avrebbero adoperato il termine anepsios, utilizzato, per esempio, in Col 4, 10:
Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.
Secondo la testimonianza di Mt 1, 25, Giuseppe non ebbe rapporti sessuali con Maria fino alla nascita del figlio , il che ne esclude la perpetua verginità. In Lc 2, 7, l’evangelista riferisce che Maria diede alla luce il suo figlio primogenito. Se Gesù fosse stato figlio unico, anziché il termine primogenito avrebbe adoperato il termine unigenito. Se i fratelli di Gesù fossero stati veramente cugini, perché vengono elencati per nome assieme alla madre di Gesù in Mt 13, 55-56 ed in Mc 6, 3-4? Allo stesso modo, l’antitesi fratelli contro discepoli osservanti riportata in Mt 12, 46-50, Mc 3, 31-34 e Lc 8, 19-21 perderebbe la sua forza, se Gesù stesse parlando dei suoi cugini. (fin qui i protestanti)

 

Queste affermazioni sono facilmente confutabili, secondo quanto esposto qui di seguito.
Nei testi di ambiente greco classico, la parola adelphos indica effettivamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori. Il concetto di fratello couterino insito nell etimologia del termine viene tuttavia ampliato ed esteso ai figli di uno stesso genitore, compreso il padre. Adelphos può quindi indicare il fratello in senso stretto, oppure il fratellastro. Non mancano delle eccezioni a questa regola.

L’imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama adelphos il padre di suo genero, Severo. Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino, viene chiamata sua sorella e moglie. A volte, poi, il termine adelphos viene utilizzato con intento elogiativo, indipendentemente dai rapporti di parentela: per es. Caligola chiama Tiberio, figlio di Druso e di sua zia Livilla, per

discendenza cugino, per affetto fratello.

Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito (o moglie). Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.

Nelle lingue ebraica ed aramaica, che sono lessicamente molto più povere del greco, manca un termine specifico per esprimere il concetto di cugino o cugina, per cui molto spesso si ricorre alla parola fratello (in ebraico ah; in aramaico aha ) o sorella (in ebraico hôt; in aramaico ahot ). Solo per i parenti del fratello del padre l’ebraico dispone di termini più brevi. Il fratello del padre viene indicato con la parola dôd. Suo figlio, ovvero il nipote per parte di padre, può essere chiamato ben-dôd e sua figlia bat-dôd. Per indicare il figlio o la figlia della sorella del padre bisogna ricorrere a complicate circonlocuzioni, che diventano ancora più complesse dovendo parlare dei parenti del fratello o della sorella della madre, mancando termini adeguati per esprimere questo rapporto di parentela.

Per evitare lunghi giri di parole, nel testo masoretico, ovvero nell Antico Testamento ebraico, è attestato un uso molto ampio della parola fratello/sorella. I termini ah ed aha (fratello), ovvero hôt e ahot (sorella), vengono adoperati per indicare i rapporti di parentela più vari:  Fratello, ovvero figlio degli stessi genitori (es. Caino e Abele): Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore . Poi partorì ancora suo fratello Abele. (Gen 4, 1-2) 

Fratellastro, ovvero figlio dello stesso padre ma di madre diversa (es. i figli di Giacobbe, avuti da quattro mogli diverse): Giuseppe all età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. (Gen 37, 2) Si noti che Giuseppe, essendo figlio di Rachele, aveva come fratello effettivo solo Beniamino.

Parente, cugino, o comunque membro del clan familiare:Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli (… ). (Gen 13, 8) (Abramo chiama fratello il nipote Lot, figlio di suo fratello).

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 21-22) (i figli di Kis, fratello di Eleazaro, sono i cugini in primo grado delle figlie di Eleazaro)

Membri della stessa tribù del popolo di Israele: Il Signore parlò a Mosé: Questo riguarda i leviti: da venticinque anni in su il levita entrerà a formare la squadra per il servizio nella tenda del convegno. Dall età di cinquant 'anni si ritirerà dalla squadra del servizio e non servirà più. Aiuterà i suoi fratelli nella tenda del convegno sorvegliando ciò che è affidato alla loro custodia; ma non farà più servizio. Così farai per i leviti, per quel che riguarda i loro uffici. (Nm 8, 2326)

Amico o alleato:

Perché son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Gionata, per la tua morte sento dolore, l’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! (2Sam 1, 2526)

(Davide si rivolge qui a Gionata, figlio di Saul, con il quale non ha legami di parentela). 

Collega, ovvero persona che svolge un medesimo incarico o è investito di una medesima autorità: Si legarono sacchi ai fianchi e corde sulla testa, quindi si presentarono al re d Israele e dissero:

Il tuo servo Ben-Hadad dice: Su, lasciami in vita! . Quegli domandò: E ancora vivo? Egli è mio fratello! . (1Re 20, 32) (Acab, re d Israele, parla di Ben-Hadad, re di Aram)

Prossimo, ovvero persona verso la quale si hanno degli obblighi morali: Ognuno si guardi dal suo amico,non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna il fratello,e ogni amico va sprgendo calunnie (Ger 9, 3).

 

Compagno di fede: In quel tempo diedi quest ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui (Dt 1, 16).

In tutti questi casi, la traduzione in greco detta dei Settanta , realizzata tra il III ed il I sec. a.C., comprendente il testo masoretico ed altri scritti, chiamati deuterocanonici, adopera il termine

adelphos. Anche gli scritti del Nuovo Testamento furono redatti in un greco ellenistico ricco di semitismi e in essi la parola adelphos è caratterizzata dalla stessa ampiezza di significati che caratterizza il termine

ebraico/aramaico che sta per fratello nel testo masoretico. Vediamo alcuni esempi della polisemia della parola adelphos nel Nuovo Testamento: Fratello in senso stretto (figlio degli stessi genitori):

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò (Mt 4, 20)

Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Mt 27, 56) (Giacomo maggiore e Giovanni, apostoli, erano figli di Zebedeo e di Salome).

Fratellastro (un solo genitore in comune):

Nell anno decimoquinto dell impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell Itumea e della traconitide

( ) (Lc 3, 1) Erode Antipa e Filippo erano entrambi figli di Erode il Grande, ma avevano madri diverse: Maltace e Cleopatra di Gerusalemme.

Parente o cugino: Il caso specifico si riferisce proprio ai presunti fratelli di Gesù, come verrà dimostrato in seguito. Per ora soprassediamo.

Discepolo di Gesù:  Ma voi non fatevi chiamare rabbì , perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli  (Mt23, 8)

 

Compagno di fede, credente:La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen. (Gal 6, 18) Se ne può concludere che l uso della parola adelphos nei Vangeli, nonostante il significato

etimologico del termine, non indichi necessariamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori, ma venga utilizzato in accezione più ampia, fino a definire vari gradi di parentela o di comunanza

spirituale.

Il termine anepsiòs, che nel greco classico significa effettivamente cugino, nei testi ellenistici di origine semitica viene utilizzato per indicare una parentela piuttosto remota, di grado non ben

definibile, comportante spesso anche una distanza geografica: Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: Figlio ottimo di un uomom ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli! (Tb 9, 6)

Gabael e Tobi erano parenti alla lontana ed abitavano molto distanti: il primo a Ninive (Mesopotamia), il secondo a Ecbatana (Media). Il grado di parentela non è chiaro, poiché, in Tb 7,

2, Gabael chiama Tobi mio fratello.

Nel Nuovo Testamento, il termine è utilizzato solo in Col 4, 10 per indicare la lontana parentela tra Marco e Barnaba. Essi sono distanti anche geograficamente, dato che il primo abita a Gerusalemme

ed il secondo è originario di Cipro. Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto. (Col 4, 10)

Nel caso dei fratelli di Gesù , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe adoperato il termine anepsioi. Infatti, nell unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado, il greco biblico usa proprio il termine adelphos: Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

Risultato: Giuseppe non è un fratello carnale di Gesù.

Allora, chi era questa Maria, madre di Giuseppe e Giacomo?? Sempre il pastore scrive: Chi era mai questa Maria di Cleopa?

Ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25]. Era la sorella di Maria.

Secondo le usanze del tempo, Maria di Cleopa potrebbe significare «Maria moglie di Cleopa», o «figlia di Cleopa», nel nostro caso era moglie di Cleofa.

Continuiamo ancora la lettura, ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25].

In Mt 27, 5556 leggiamo: “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo”

 

Nel gruppo delle donne c’è una Maria madre di Giacomo e di Giuseppe. Ma non è Maria madre di Gesù, altrimenti l’evangelista ce lo avrebbe detto. Quindi, evidentemente, è un’altra Maria. Pertanto anche dal Vangelo di Matteo si evince che neppure Giuseppe, come del resto Giacomo, può essere un fratello carnale di Gesù.

Eliminati due nomi, restano gli altri due: Giuda e Simone. La Bibbia non dice nulla della loro famiglia ma, il solo fatto che siano nominati insieme ai primi due fa ritenere che si tratti, anche in questo caso, di parenti di Gesù. Questa ipotesi è confermata da uno scrittore del secondo secolo, Egesippo. Una conferma biblica come abbiamo visto, l’abbiamo leggendo le lettere di Giacomo e di Giuda. Nessuno dei due, nella presentazione, afferma di essere fratello di Gesù ma entrambi si dichiarano «servi di Cristo». Addirittura Giuda si presenta soltanto come «fratello di Giacomo» pur sapendo che una fratellanza carnale con Gesù avrebbe dato sicuramente maggior autorità al suo scritto oltre ad identificarlo con maggior sicurezza.

Allora rileggiamo il brano dal quale siamo partiti alla luce della convinzione scritturale che né Giacomo né Giuseppe possono essere fratelli carnali di Gesù ma semplicemente dei parenti.

 I protestanti e gli esegeti storico-critici identificano i fratelli di Gesù con suoi fratelli carnali sulla

base delle seguenti considerazioni:

La parola greca adelphòs, derivando dal termine delphus che significa utero, indica il fratello carnale, figlio della stessa madre. Non esistono esempi, né presso gli scrittori classici, né presso gli autori ebrei che hanno scritto in greco, né nello stesso Nuovo Testamento, di documenti che attestino l’uso di adelphos nel significato di cugino. Se gli evangelisti avessero voluto intendere con tale termine i cugini di Gesù, avrebbero adoperato il termine anepsios, utilizzato, per esempio, in Col 4, 10:

Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.

Secondo la testimonianza di Mt 1, 25, Giuseppe non ebbe rapporti sessuali con Maria fino alla nascita del figlio , il che ne esclude la perpetua verginità.

In Lc 2, 7, l’evangelista riferisce che Maria diede alla luce il suo figlio primogenito. Se Gesù fosse stato figlio unico, anziché il termine primogenito avrebbe adoperato il termine

unigenito .

Se i fratelli di Gesù fossero stati veramente cugini, perché vengono elencati per nome assieme alla madre di Gesù in Mt 13, 5556 ed in Mc 6, 34? Allo stesso modo, l’antitesi fratelli contro discepoli osservanti riportata in Mt 12, 4650, Mc 3, 3134 e Lc 8, 1921

perderebbe la sua forza, se Gesù stesse parlando dei suoi cugini. (fin qui i protestanti)

Queste affermazioni sono facilmente confutabili, secondo quanto esposto qui di seguito.

Nei testi di ambiente greco classico, la parola adelphos indica effettivamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori. Il concetto di fratello couterino insito nell etimologia del termine viene tuttavia ampliato ed esteso ai figli di uno stesso genitore, compreso il padre. Adelphos può quindi indicare il fratello in senso stretto, oppure il fratellastro.

Non mancano delle eccezioni a questa regola.

L’imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama adelphos il padre di suo genero, Severo.

Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino, viene chiamata sua sorella e moglie .

A volte, poi, il termine adelphos viene utilizzato con intento elogiativo, indipendentemente dai rapporti di parentela: per es. Caligola chiama Tiberio, figlio di Druso e di sua zia Livilla, per discendenza cugino, per affetto fratello.

Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito (o moglie).

Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.

Nelle lingue ebraica ed aramaica, che sono lessicamente molto più povere del greco, manca un termine specifico per esprimere il concetto di cugino o cugina, per cui molto spesso si ricorre alla parola fratello (in ebraico ah; in aramaico aha ) o sorella (in ebraico hôt; in aramaico ahot ).

Solo per i parenti del fratello del padre l’ebraico dispone di termini più brevi. Il fratello del padre viene indicato con la parola dôd. Suo figlio, ovvero il nipote per parte di padre, può essere chiamato ben-dôd e sua figlia bat-dôd.

Per indicare il figlio o la figlia della sorella del padre bisogna ricorrere a complicate circonlocuzioni, che diventano ancora più complesse dovendo parlare dei parenti del fratello o della sorella della madre, mancando termini adeguati per esprimere questo rapporto di parentela.

Per evitare lunghi giri di parole, nel testo masoretico, ovvero nell Antico Testamento ebraico, è attestato un uso molto ampio della parola fratello/sorella.

I termini ah ed aha (fratello), ovvero hôt e ahot (sorella), vengono adoperati per indicare i rapporti di parentela più vari: 

Fratello, ovvero figlio degli stessi genitori (es. Caino e Abele):

Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore . Poi partorì ancora suo fratello Abele. (Gen 4, 12)

 

Fratellastro, ovvero figlio dello stesso padre ma di madre diversa (es. i figli di Giacobbe, avuti da quattro mogli diverse): Giuseppe all età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. (Gen 37, 2)

Si noti che Giuseppe, essendo figlio di Rachele, aveva come fratello effettivo solo Beniamino.

Parente, cugino, o comunque membro del clan familiare: Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi

siamo fratelli (… ). (Gen 13, 8)

(Abramo chiama fratello il nipote Lot, figlio di suo fratello).

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

(i figli di Kis, fratello di Eleazaro, sono i cugini in primo grado delle figlie di Eleazaro) Membri della stessa tribù del popolo di Israele:

Il Signore parlò a Mosé: Questo riguarda i leviti: da venticinque anni in su il levita entrerà a formare la squadra per il servizio nella tenda del convegno. Dall età di cinquant anni si ritirerà dalla squadra del servizio e non servirà più. Aiuterà i suoi fratelli nella tenda del convegno sorvegliando ciò che è affidato alla loro custodia; ma non farà più servizio. Così farai per i leviti,  per quel che riguarda i loro uffici. (Nm 8, 2326)

Amico o alleato:

Perché son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Gionata, per la tua morte sento dolore, l angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! (2Sam 1, 2526)

(Davide si rivolge qui a Gionata, figlio di Saul, con il quale non ha legami di parentela).

 

Collega, ovvero persona che svolge un medesimo incarico o è investito di una medesima autorità:

Si legarono sacchi ai fianchi e corde sulla testa, quindi si presentarono al re d Israele e dissero: Il tuo servo Ben-Hadad dice: Su, lasciami in vita! . Quegli domandò: E ancora vivo? Egli è mio fratello! . (1Re 20, 32)

(Acab, re d Israele, parla di Ben-Hadad, re di Aram)

Prossimo, ovvero persona verso la quale si hanno degli obblighi morali: Ognuno si guardi dal suo amico,non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna il fratello,e ogni amico va sprgendo calunnie (Ger 9, 3).

 

Compagno di fede:

In quel tempo diedi quest ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui

(Dt 1, 16).

In tutti questi casi, la traduzione in greco detta dei Settanta , realizzata tra il III ed il I sec. a.C.,

comprendente il testo masoretico ed altri scritti, chiamati deuterocanonici, adopera il termine

adelphos.

Anche gli scritti del Nuovo Testamento furono redatti in un greco ellenistico ricco di semitismi e in   essi la parola adelphos è caratterizzata dalla stessa ampiezza di significati che caratterizza il termine ebraico/aramaico che sta per fratello nel testo masoretico.

Vediamo alcuni esempi della polisemia della parola adelphos nel Nuovo Testamento: Fratello in senso stretto (figlio degli stessi genitori):

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò (Mt 4, 20) Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo (Mt 27, 56) (Giacomo maggiore e Giovanni, apostoli, erano figli di Zebedeo e di Salome).

Fratellastro (un solo genitore in comune):

Nell anno decimoquinto dell impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della

Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell Itumea e della traconitide

( ) (Lc 3, 1)

Erode Antipa e Filippo erano entrambi figli di Erode il Grande, ma avevano madri diverse: Maltace

e Cleopatra di Gerusalemme.

Parente o cugino:

Il caso specifico si riferisce proprio ai presunti fratelli di Gesù, come verrà dimostrato in seguito.

Per ora soprassediamo.

Discepolo di Gesù:

 Ma voi non fatevi chiamare rabbì , perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli

 (Mt23, 8)

 Compagno di fede, credente:

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen. (Gal 6, 18)

Se ne può concludere che l uso della parola adelphos nei Vangeli, nonostante il significato etimologico del termine, non indichi necessariamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori, ma venga utilizzato in accezione più ampia, fino a definire vari gradi di parentela o di comunanza spirituale.

Il termine anepsiòs, che nel greco classico significa effettivamente cugino, nei testi ellenistici di origine semitica viene utilizzato per indicare una parentela piuttosto remota, di grado non ben definibile, comportante spesso anche una distanza geografica:

Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: Figlio ottimo di un uomom ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli! (Tb 9, 6)

Gabael e Tobi erano parenti alla lontana ed abitavano molto distanti: il primo a Ninive (Mesopotamia), il secondo a Ecbatana (Media). Il grado di parentela non è chiaro, poiché, in Tb 7, 2, Gabael chiama Tobi mio fratello .

Nel Nuovo Testamento, il termine è utilizzato solo in Col 4, 10 per indicare la lontana parentela tra Marco e Barnaba. Essi sono distanti anche geograficamente, dato che il primo abita a Gerusalemme ed il secondo è originario di Cipro.

Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto. (Col 4, 10)

Nel caso dei fratelli di Gesù , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe adoperato il termine anepsioi.

Infatti, nell’unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado, il greco biblico usa proprio il termine adelphos:

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 2122)

 

CHI ERANO I FRATELLI DEL SIGNORE?

 

Uno dei quattro nomi, forse il più citato, attribuito ai presunti fratelli di Cristo è Giacomo, fratello di Gesù, è figlio di Alfeo (Mt 10,3), in ogni caso lui stesso scrive “…servo di Dio e del Signore Gesù Cristo…”. Citiamo in questa prima parte solo alcuni versetti che ci fanno capire come usavano il termine “fratello/i” gli ebrei, nelle pagine successive verranno citati numerosi altri versetti.
Giacomo secondo la Chiesa cattolica quindi è un parente di Gesù, e fu capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la dispersione degli Apostoli (At 12,17; 15,13; 21,18), oltretutto Giacomo comincia la sua lettera scrivendo:

“Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù disperse nel mondo, salute”.

Giuda detto anche lui fratello di Gesù (Mt 6,3) così comincia la sua lettera: “Giuda servo di Cristo, fratello di Giacomo” anche lui quindi è parente di Gesù. Ma se fosse stato fratello uterino di Gesù, indicherebbe il fratello maggiore e non Giacomo. Infatti se Gesù è il primogenito di Maria –come inteso dai protestanti-, sarebbe lui il fratello maggiore, non Giacomo. Giuda però indica Giacomo come suo fratello, è questo un altro indizio.

Se l’appellativo di Giacomo riferito a Giuda fosse relativo al fratello, come affermano alcuni  esegeti, sarebbe stato esplicitato con l’aggiunta fratello di , come in tutti i casi in cui, nei Vangeli, l’identificazione di qualcuno si basa sull’identità del fratello. L’uso del genitivo, invece, indica  sempre un legame di paternità.

Simone lo Zelota non è mai indicato come Simone di Alfeo, come sarebbe lecito aspettarsi.

Inoltre, nei testi evangelici, non viene fornita alcuna indicazione di paternità comune o dello status  di fratelli tra Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota.

Nel Vangelo di Marco, spunta sorprendentemente una parentela inaspettata:

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: Seguimi . Egli,  alzatosi, lo seguì. (Mc 2, 14)

Questo Levi, altri non è che Matteo, l’evangelista, che così riferisce in merito alla sua chiamata:

Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse:  Seguimi. Ed egli si alzò e lo seguì. (Mt 9, 9)

Matteo Levi e Giacomo sono entrambi figli di Alfeo, quindi sono fratelli.

Dato che non figura nessun Matteo tra i quattro fratelli di Gesù, se ne può quindi dedurre che Giacomo apostolo, figlio di Alfeo e Giacomo il minore, figlio di Cleofa, chiamato fratello del Signore, sono due persone diverse.

Dell’altra coppia di fratelli di Gesù, cioè Simone e Giuda, i Vangeli ci dicono assai poco, a parte i  nomi.

Del solo Giuda ci è rimasta l’omonima lettera nel Nuovo Testamento.

L’autore si identifica con Giuda fratello di Giacomo e non con l’apostolo Giuda Taddeo.

Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo, agli eletti che vivono nell amore di Dio Padre e  sono stati preservati per Gesù Cristo (Gd vers. 1)

Giuda fratello di Giacomo si riferisce agli apostoli come se si trattasse di un gruppo al quale non  appartiene: 

“Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro  Gesù Cristo. Essi vi dicevano: Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno  secondo le loro empie passioni.” (Gd vers. 1718)

Il Giacomo a cui si riferisce Giuda è assai probabilmente Giacomo fratello del Signore, allora  capo della Chiesa di Gerusalemme.

Se il termine fratello è qui da considerarsi in senso letterale, come fratello di sangue, allora i  quattro fratelli di Gesù (Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda) sono tutti figli dell altra Maria e di Cleofa e sono cugini di primo grado di Gesù.

Ricordiamo che Alfeo era fratello di s. Giuseppe, e Cleofa era marito di Maria Heli, sorella maggiore di Maria madre di Gesù.

Maria rimasta vedova era andata ad abitare assieme alla sorella Maria Heli, quindi Gesù e i suoi cugini di primo grado vivevano nella stessa casa. Di questo ne da conferma anche la beata Anna Caterina Emmerick nelle sue visioni sull’infanzia di Gesù.

A sostegno di questa ipotesi vi è la testimonianza di Eusebio di Cesarea, che usa come fonte Egesippo.

Egli riferisce che Simone fratello di Gesù fu il successore di Giacomo alla guida della comunità giudaico-cristiana di Gerusalemme ed era anche lui figlio di Klopa (= Cleofa):

Fu cugino (anepsiòs), come dicono (verbo femì), del Salvatore, infatti Egesippo ricorda che Clopa fu fratello di Giuseppe. (Storia Ecclesiastica 3,11,2)

Dopo il martirio di Giacomo Il Giusto (62 d.C.):

“Simone, il figlio dello zio del Signore, Klopa, fu nominato vescovo successore. Tutti lo proposero

come secondo vescovo poiché era cugino (anepsiòs) del Signore”. (Storia Ecclesiastica 4, 22, 4)

La presenza, tra gli scritti canonici del Nuovo Testamento, di due lettere non attribuite a qualcuno  dei dodici apostoli, ma a parenti di Gesù appartenenti alla prima comunità cristiana, mostra la forte  influenza che i fratelli di Gesù ebbero sulla Chiesa nascente.

 «Da dove vengono a costui queste cose? Che sapienza è mai questa che gli è stata data? E come mai si compiono tali potenti opere per mano sua? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Iose, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi?»

[Marco 6:23].

 In realtà questo brano e altri simili non provano assolutamente nulla. Solitamente, nel linguaggio biblico, quando si vuole identificare in maniera certa un fratello carnale si dice che è figlio di sua madre. Ad esempio in Giudici, 8,18 si legge:

 

«Poi disse a Zebach e a Zalmunna: «Come erano gli uomini che avete uccisi al Tabor?». Quelli risposero: «Erano come te; ognuno di loro aveva l’aspetto di un figlio di re». Egli riprese: «Erano miei fratelli, figli di mia madre»

 

In questo caso Gedeone specifica che la parola fratelli significa proprio fratelli carnali e non semplicemente parenti e lo fa usando la ripetizione «figli di mia madre».

 

Quindi il testo stesso precisa che si tratta di fratelli carnali, ma non si limita ad usare solo la semplice parola “fratello”, aggiunge, come usano sempre fare gli ebrei, “figli di mia madre”.

 

Nei Vangeli nessuno viene definito fratello di Gesù, figlio di sua madre. Solo Gesù è detto figlio di Maria (cf. Marco 6, 3) e quest’ultima è detta solo e sempre madre di Gesù, e non di altri

 (cf. Giovanni 2, 1; 19, 25; Atti 1, 14).

 Questa quindi è già una prova scritturale inconfutabile.

 “E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” E’ chiaro che quel “fra noi” dà l’idea di persone che abitano nella stessa contrada, quartiere, località di chi sta parlando.

 

Si capisce che si tratta di parentela larga, di conoscenti più intimi o di paesani. 

Si dovrebbe fare l’analisi logica di ogni singola frase, non perdendo mai di vista i termini linguistici usati all’epoca, si dovrebbe, ma spesso non si fa.

 

Ecco quello che ci dice la Bibbia: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena.» [Giovanni 19:25]. Era la sorella di Maria.

 

Secondo le usanze del tempo, Maria di Cleopa potrebbe significare «Maria moglie di Cleopa», o «figlia di Cleopa», nel nostro caso era moglie di Cleofa.

 

 “Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: ‘Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?’. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? » (Lc 24,13 e seg).

 

Ecco come si chiamava uno dei due discepoli (l’unico del quale ci viene riferito il nome) che andavano ad Emmaus? Cleopa, proprio quel nome che secondo alcuni protestanti sarebbe «tipicamente femminile».

 

La conferma la troviamo nella traduzione di Gianfranco Nolli –dizionario– che alla voce Klopà dice: complemento di specificazione; nome sostant proprio di pers; genit sing m; dal greco: di origine illustre. La «m» grassettata sta per «maschile»

 

Ricapitolando: sul luogo della croce ci sono tre donne di nome Maria. Una è la madre di Gesù, un’altra è Maria di Magdala e la terza è Maria madre di Giacomo e Giuseppe. Sappiamo che  quest’ultima è probabilmente sposata (o figlia) con un uomo (!) di nome Cleopa (Clopa), dato che abbiamo improvvisamente scoperto che Cleopa è un nome maschile.

 

Salvatore Incardona

Domenica, 15 Dicembre 2013 17:54

Luce della cultura medievale

Scritto da Giacomo SAMEK LODOVICI   

Il Medioevo fu un potente diffusore di cultura, inventò l’università, animò un dibattito vivace, conseguendo sia l’unificazione, sia l’autonomia dei saperi. Fiducioso nella verità, ha lasciato frutti inestimabili.

 
Medioevo nemico della cultura? Falso, come cerchiamo in breve di mostrare.

1. Il Medioevo è stato un potente diffusore di cultura, perché il Concilio Lateranense II (1179) aveva formulato l’obbligo ad ogni chiesa di avere una scuola. A scuola vanno anche i fanciulli e i poveri: Sugero, abate di Saint Denis, che resse la Francia quando Luigi II combatté la II crociata, era figlio di servi; Maurizio di Sully, arcivescovo parigino che fece costruire Notre Dame, era figlio di un mendicante; S. Pier Damiani, che divenne cardinale ed era consigliere di Gregorio VII, era stato un guardiano di porci; l’uomo più colto del suo tempo, Gerberto d’Aurillac, era stato un pastore e divenne papa Silvestro II; papa Urbano VI era figlio di un calzolaio; Gregorio VII, uno dei più grandi pontefici della storia della Chiesa, era figlio di un capraio.

2. Il Medioevo inoltre inventa l’università, che è l’insieme delle persone, docenti e studenti, che collaborano nella ricerca comune, rigorosa e scientifica, della verità, una ricerca che dal 1200 è autonoma dallo Stato e libera da obblighi verso il potere centrale.

3. Inoltre, bisogna sfatare l’idea di una cultura omologata. È vero che sussiste una generale, non totale, condivisione su alcuni temi, come l’esistenza di Dio o la vocazione dell’uomo alla comunione con Dio stesso, tuttavia la cultura medievale è estremamente vivace e connotata da un accentuato pluralismo di idee e concezioni, che si esprime in una molteplicità di scuole e correnti di pensiero, che si fronteggiano in un dibattito molto animato. Basta ricordare la scuola di Chartres, quella dei Vittorini, quella francescana, quella domenicana, il movimento scotista e quello occamista, per menzionare solo alcuni dei più significativi.

4. Bisogna anche riconoscere che la cultura medievale ha avuto il merito di realizzare l’unificazione del sapere, organizzando le varie discipline intorno alla disciplina fondamentale, cioè la teologia. Ciò significava l’impossibilità, per esempio, che una scienza diventasse anarchica e assumesse come fine il solo proprio sviluppo. Non era cioè in linea di principio possibile che la scienza potesse progettare la clonazione, alcuni attuali aberranti interventi di manipolazione genetica, la fecondazione artificiale, ecc., perché ogni disciplina si conformava ad alcuni fondamentali criteri, ricevuti dalla teologia, dall’antropologia e dall’etica. Le discipline erano unificate dal fatto di avere uno scopo comune, la perfezione dell’uomo, al quale dovevano in definitiva insegnare l’arte di vivere moralmente bene (l’ars bene vivendi et moriendi), indirizzandolo verso la ricerca del bene e dell’amore a Dio e al prossimo. Questa unificazione del sapere, che dipendeva dal fine comune delle discipline, è stata soppiantata nel Rinascimento da una separazione: l’organismo unitario dei saperi si decompone e le discipline si rendono autonome l’una dall’altra (basta pensare, per es., alla scissione tra morale e politica enunciata da Machiavelli e più ancora, in seguito, da Montaigne), rinunciando alla precedente solidarietà reciproca che le caratterizzava; ad un’unificazione del sapere secondo un criterio gerarchico, si è poi successivamente sostituito il surrogato di un’unificazione enciclopedica e antigerarchica, quella illuminista, che organizza le conoscenze secondo il solo criterio alfabetico e dove, mancando una gerarchia, tutto deve essere saputo o, perlomeno, tutto è sullo stesso piano: al centro non c’è più l’uomo bensì l’accumulazione stessa del sapere, e la moltiplicazione delle informazioni atrofizza la capacità di riflettere.

5. Da quanto detto risulta già possibile dissipare l’idea che la cultura medievale sia stata soltanto una cultura teologica. È vero che in quest’epoca si sono raggiunti dei vertici teologici vertiginosi, ma vengono coltivate discipline come l’etica, l’antropologia, la politica, vengono coltivate le arti del trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia).

6. E il rifiuto dell’anarchismo delle discipline non comportava la negazione della loro autonomia. Per quanto riguarda la filosofia, per es., è errato citare Lutero, Calvino, Cartesio o gli illuministi come liberatori del pensiero filosofico dal giogo teologico. Se oggi esiste una filosofia come tale lo si deve al paziente lavoro dei filosofi medievali, che sono riusciti a definire un ambito in cui il pensiero fosse autonomo, e a rivendicare i diritti della ragione. Al contrario, saranno proprio Lutero e Calvino ad accusare i medievali di aver sacrificato la religione alla filosofia, ed è noto che il fideista Lutero rifiutava qualsiasi collaborazione tra la ragione e la fede, e considerava la ragione come prostituta del diavolo. Ma insieme alla filosofia tutte le discipline guadagnano nel medioevo una propria autonomia: ognuna ha il suo metodo, il suo oggetto, i suoi strumenti. Di più, già S. Agostino (In Genesim ad litteram, II, 9) possiede la consapevolezza che l’autorità della Rivelazione biblica concerne solo gli ambiti della fede e della morale, e non, per esempio, l’astronomia, la medicina, la fisica, ecc. Significativa l’affermazione di S. Alberto Magno: «quando i filosofi e S. Agostino sono in disaccordo in ciò che concerne la fede e i costumi, bisogna credere a S. Agostino. Ma se si trattasse di medicina io prenderei piuttosto Ippocrate o Galeno», cioè bisogna ascoltare gli specialisti competenti di ciascun ambito, piuttosto che la Rivelazione o i dottori della Chiesa.

7. Diversamente dalla nostra cultura relativista e scettica, la cultura medievale si nutriva di una profonda fiducia nella capacità della ragione di cogliere almeno alcuni aspetti della verità, di decifrare almeno in parte la realtà. Così ha prodotto dei frutti inestimabili, come le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio, di S. Agostino e di S. Tommaso, per citare solo le più significative. Anzi, a parere di chi scrive, in certi casi, come quelli della Divina Commedia o della Somma teologica, il valore di queste opere non è per ora mai stato eguagliato.
In conclusione: la fede cristiana stimola l’intelligenza e promuove cultura, perché la considera un bene inestimabile, frutto di quel meraviglioso strumento dato da Dio all’uomo che è la ragione. Un solo esempio per il nostro tempo: la Chiesa (cfr. l’enciclica Fides et ratio) è oggi l’unica istituzione che perora la filosofia come ricerca della verità.
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
Ètienne Gilson, La filosofia nel Medioevo, Firenze 1973, specialmente pp. 471-482, 608-611, 633-635, 903-913 (recentemente ristampato, Sansoni 2004).
Emanuele Samek Lodovici, Il gusto del sapere, “Universitas”, 4 (1993), pp. 18-22.


Dossier: Grandezza del Medioevo Cristiano
 
IL TIMONE - N. 32 - ANNO VI - Aprile 2004 - pag. 44 - 45

Domenica, 15 Dicembre 2013 17:50

Il segreto del Medioevo? Il primato di Dio

Scritto da Roberto BERETTA   

 
Libertà, laicità, divisione dei poteri: tutti valori che nel Medioevo erano presenti, nonostante i luoghi comuni. Lo ricorda il prof. Claudio Leonardi.

 
«Oggi tutti apprezzano Dante letto in pubblico, tutti vanno a visitare le città medievali, tutti sono innamorati dell’Umbria… Il Medioevo è diventato una moda? Non solo: è che quell’età ci assomiglia». Così Claudio Leonardi, già docente di storia della letteratura latina medievale all’università di Firenze, accende la luce sui «secoli bui».


Certo, professore, non siamo più ai tempi in cui una certa storiografia marxista ci aveva convinto che il Medioevo erano soltanto tempi cupi e crudeli. Ma la riscoperta sarà sincera?

«Il Medioevo è un periodo di gran moda soprattutto da quando Umberto Eco, col romanzo Il nome della rosa, ha contribuito alla sua fama. Ma il motivo di tanto interesse secondo me è più profondo: se è vero – come ritengo – che il mondo moderno è finito, non ci è più possibile rifarci come antecedente storico all’antichità classica, all’età greco-romana in cui la ragione (sotto forma di filosofia e diritto) aveva il massimo peso. Oggi l’epoca di riferimento è diventata il Medioevo, anche se non tutti ne sono coscienti».


In effetti l’«età di mezzo» sembra godere di un certo revival in vari settori: dal cinema (vedi le saghe alla Tolkien) alle grandi mostre (come quella curata dal famoso Le Goff a Parma). Ma è un Medioevo «vero», quello di cui ci si innamora, o non piuttosto un’immagine addomesticata?

«L’una e l’altra cosa, perché è difficile dire cosa sia il Medioevo. I film e i libri si rifanno a interpretazioni certamente parziali di quel periodo, alcune anche passeggere e superate come quella di Le Goff… Ma hanno comunque successo perché obbediscono a un’esigenza d’identificazione storica».


Il Medioevo è stato una stagione profondamente cristiana, oggi invece non è più così: com’è possibile dunque che i nostri contemporanei si identifichino con quella storia?

«Certo, nel Medioevo il cristianesimo ha avuto un ruolo principale e ha sviluppato con la filosofia scolastica un grandissimo pensiero; il secolo XIII di san Tommaso è stato come l’Atene dell’Occidente. Ma il Medioevo non fu solo confessionale. Il suo pregio fu di promuovere l’unione della ragione e della fede; era un tempo in cui – pur restando sotto il governo di Dio – gli uomini riconoscevano dei valori comuni. I cosiddetti “secoli bui” hanno rispettato la complessità dell’uomo, tra sentimenti, ragione e fede. E anche oggi la gente ha un gran bisogno di fede, magari non cristiana, ma di credere comunque in qualcosa; perché la ragione non soddisfa più».


Si dice spesso che un ritorno alla «società cristiana» del Medioevo è impossibile, anzi poco augurabile; anche perché il pericolo di cadere nella teocrazia, o nella clericocrazia – il «governo dei preti» – sarebbe dietro l’angolo. Che cosa ne pensa?

«Credo che non si possa mai tornare indietro, e dobbiamo essere ben coscienti che non siamo più in una società cristiana. Però il Medioevo fu epoca lunga, in cui le posizioni si sono modificate. Fino al Mille il rapporto tra Chiesa e Stato ha visto il potere politico – da Costantino agli imperatori svevi – assolutamente prevalente sugli ecclesiastici; è Costantino che convoca il primo concilio ecumenico, e lo stesso fa Carlo Magno. Tale sistema si rompe solo con papa Gregorio VII nel secolo XI, quando la Chiesa rifiuta di essere soggiogata dall’impero e conquista la sua libertà, facendo nascere contemporaneamente lo Stato laico. I regni che da allora in poi si formano lentamente in Francia, Inghilterra, Spagna governano solo nel loro ambito, senza più rivestirsi di pretese sacre. Ed è proprio san Tommaso che afferma (in un passo cui possiamo richiamarci anche ora): gli Stati si reggono con la ragione data da Dio e con le consuetudini, non con la fede».

Quali caratteristiche del Medioevo dovremmo dunque rimpiangere di più noi uomini del progresso, della scienza, del benessere?

«Rimpiangiamo il fatto che nella nostra vita sociale non c’è più alcun riferimento ai valori cristiani: cioè al primato di Dio e di conseguenza a quello dell’uomo. La forza della cristianità medievale consisteva nella libertà: nei secoli XI e XII infatti, in corrispondenza alla richiesta di libertà della Chiesa dallo Stato, è nata una coscienza sempre più profonda del valore supremo della persona. E la teologia ha accompagnato questa ricerca».


Sta dicendo che rischiamo di essere meno liberi che nel Medioevo?

«Noi usciamo da terribili dittature. Mai siamo stati così costretti socialmente quanto sotto il comunismo, il nazismo e il fascismo; nel Medioevo cose simili non si sono mai viste… Il feudalesimo, tanto denigrato dalla cultura marxista, era una divisione di poteri e qualcuno sostiene che fosse una forma più democratica di tanti governi moderni».


Il Medioevo è stato anche una fase in cui l’Occidente e la sua cultura furono al centro del mondo. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, una religione «forte» come l’islam potrebbe giocare un ruolo simile a quello rivestito allora dal cristianesimo?

«No. L’islam non dà libertà; checché se ne dica, infatti, il Dio islamico non è come il nostro: è un Dio che comanda il mondo e l’uomo, il quale deve solo obbedire e svolgere pratiche esterne: il ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca, eccetera… L’islam non possiede il concetto dell’amore divino, che libera la persona. Ecco: l’Occidente ha perso la fede cristiana, l’ha secolarizzata, tuttavia crede sempre in un uomo libero. E se la coscienza è libera di farsi domande, alla fine trova sempre Dio».


Dalle cattedrali gotiche ai Comuni, il Medioevo fu un’epoca di popolo che – ammettiamolo – ci fa un poco d’invidia; noi, così individualisti e/o massificati. Quale fu il suo segreto?

«Il segreto è sempre Dio. L’unità il Medioevo l’ha fatta riconoscendo in Dio un valore supremo, più grande degli uomini ma che li lascia liberi persino di bestemmiarlo. Questo crea la dimensione della comunità, che oggi non c’è più perché mancano i valori comuni.
Non basta infatti la presenza di interessi economici per fare un popolo; nel Medioevo l’unità aveva alla base il rispetto dell’unico Dio».
 
LUCI DEL MEDIOEVO
 
«Per Marco Tangheroni, la situazione di oggi è paragonabile a quella dell’alto Medio Evo: «Come allora, c’è tutto un mondo da ricostruire e da ricristianizzare. Viviamo la fine di una civiltà che 400 anni fa, con Il cosiddetto Rinascimento, 51 è cominciato a distruggere. Oggi, noi cristiani siamo, come i nostri fratelli dei tempi delle Invasioni barbariche, chiamati a costruire le cripte sulle quali forse domani altri costruiranno nuove cattedrali».
(intervista a Marco Tangheroni, in Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Oscar Mondadori, 2003, p. 353).
 
Dossier: Grandezza del Medioevo Cristiano
IL TIMONE — N. 32ANNO VI — Aprile 2004 — pag. 4243

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Mons. Luigi Negri


   

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