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Domenica, 23 Novembre 2014 00:00

Introduzione.

Introduzione

Il riconoscimento dello status canonico di numerosi libri del Nuovo Testamento fu il risultato di un processo lungo e graduale, nel corso del quale taluni scritti considerati autoritativi furono separati da una massa molto più ampia di opere della prima letteratura cristiana. Sebbene questo fosse uno dei più importanti sviluppi nel pensiero e nella pratica della vita della Chiesa primitiva, la storia è in realtà muta su come, quando e da chi esso fu determinato. Nulla è più sorprendente negli annali della Chiesa cristiana dell’assenza di precisi resoconti su un processo tanto significativo.
   Tenendo conto di questa mancanza specifica, non desta meraviglia che la ricerca sulla messa in canone del Nuovo Testamento abbia sollevato molte questioni e tanti studi. Sappiamo per certo che alcuni problemi furono legati alla necessità di arginare alcuni gruppi eretici, come Marcione, che rischiavano di intaccare irreversibilmente la successione delle varie parti del Nuovo Testamento con l’introduzione di libri spuri (non autentici), altri problemi riguardano questioni testuali: ci si chiede se il cosiddetto tipo occidentale del testo del Nuovo Testamento fu creato perché fosse il veicolo del testo canonico emergente e quali forme di testo, tra la moltitudine di varianti trasmesse dai manoscritti, debbano ritenersi oggi come testo canonico. 
     Ulteriori problemi ancora investono aspetti teologici, alcuni dei quali comportano implicazioni di vasta portata.  Fra questi problemi sono centrali le domande se, da un lato, il canone vada considerato aperto o chiuso, e se, dall’altro, sia profittevole cercare un canone dentro il canone. 
     Nonostante il silenzio degli scrittori patristici per quanto concerne le testimonianze sul processo della messa in canone, vi è consenso unanime fra gli studiosi moderni su quelli che dovrebbero essere alcuni fattori che determinarono l’individuazione del canone del Nuovo Testamento. Prima di rivolgere l’attenzione a una moltitudine di testimonianze letterarie e di problemi storici sarà utile delineare brevemente alcuni dei più saldi punti di riferimento in quella che altrimenti potrebbe apparire come una landa desolata di particolari disparati e sconnessi.

     Il punto di partenza  della nostra indagine è il tentativo di classificare le fonti autorevoli riconosciuto il cristianesimo primitivo e vedere come queste esercitavano la loro influenza.
1. Dal primo giorno della sua esistenza la Chiesa cristiana possedette un canone di scritti sacri, le Scritture giudaiche, composte originariamente in lingua ebraica e ampiamente impiegati in una traduzione greca detta dei Settanta. I limiti precisi del canone giudaico poteva non essere ancora definitivamente fissati (nota 1: per ragguagli sul cosiddetto sinodo di Jamnia, circa 90 d.C., in cui si discusse delle scritture ebraiche) ma i libri che lo componevano erano già sufficientemente definiti perché si potesse riferirsi ad essi collettivamente come «Scrittura», o «Le Scritture»; le relative citazioni erano introdotte dalla formula «sta scritto» (γέγραπται).
     Al pari di ogni giudeo devoto, Gesù accettò le Scritture ebraiche come parola di Dio e attinse ad esse con frequenza nel suo insegnamento e nei suoi dibattiti. Sotto questo aspetto egli fu seguito dai primi predicatori e maestri cristiani, che a esse si appellavano per dimostrare la correttezza della Fede cristiana. Il grande rispetto della chiesa primitiva per l’Antico Testamento (come la tradizione cristiana chiamava le Scritture giudaiche) era fondamentalmente dovuto alla convinzione che i suoi contenuti fossero stati ispirati da Dio (2Tim. 3,16; 2 Pt. 1,20 s.).

2. Nelle comunità cristiane più antiche anche un altra fonte autorevole aveva preso posto accanto alle Scritture giudaiche: le parole di Gesù quali erano state trasmesse dalla tradizione orale. Nel suo ministero pubblico Gesù aveva rivendicato alle proprie parole un autorità in nulla inferiore a quella della legge antica e aveva collocato le sue dichiarazioni fianco a fianco dei precetti della legge stessa, con l’intenzione di completarli o anche correggerli e di revocarli. Ciò trova chiara dimostrazione, ad esempio, dalla sua posizione sul problema del divorzio (Mc. 10, 2 e parr.) e dei cibi impuri (Mc. 7,1419), atteggiamenti che risultano rafforzati dalle implicazioni delle cosiddette antitesi riportate da Matteo nel discorso della Montagna (Mt. 5,2148) « Nel tempo antico è stato detto…ma io vi dico».

     Non sorprende quindi che nella chiesa primitiva le parole di Gesù che si ricordavano fossero gelosamente custodite e citate, pretendendo il loro posto accanto alla Legge e ai Profeti, rispetto ai quali esse erano considerate di autorità pari o anche superiore. È a queste «parole del Signore», che l’apostolo Paolo si richiama con tanta sicurezza in varie occasioni per rafforzare qualche ammonimento (1Cor. 9,14; Lc. 10,7), o per risolvere qualche difficoltà (1Tess. 4,15; 1Cor. 7,10), o a conferma di qualche rito (1Cor. 11,23).
     All’inizio gli insegnamenti di Gesù circolarono oralmente, da ascoltatore ad ascoltatore, diventando, per così dire, il nucleo del nuovo canone cristiano. Ma poi furono composte narrazioni che registravano le parole rimaste nella memoria, insieme con i ricordi dei suoi atti di misericordia e delle sue guarigioni. Alcuni documenti di questo tipo sono alla base dei nostri vangeli e vi si accenna nella premessa al terzo vangelo (Lc. 1,14 , nota:Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.).
 
3. Parallele alla circolazione orale degli insegnamenti di Gesù erano l’interpretazioni apostoliche dell’importanza della sua persona e della sua opera per la vita dei credenti. Queste interpretazioni, insieme con le esortazioni, erano comunicate direttamente alla comunità di nuova fondazione durante la prima attività missionaria. Per mezzo di lettere, inoltre, era possibile continuare in qualche misura la tutela delle comunità dopo che i missionari erano partiti per altre regioni, o anche trasmettere direttive ai credenti in città non precedentemente visitate (come accadde, ad esempio, con le lettere ai Romani e ai Colossesi). Tali lettere, come avevano ammesso perfino i critici di Paolo nella Chiesa di Corinto, erano «dure forti» (2Cor. 10,10). 
     quando doveva risolvere problemi sui quali mancava la parola del Signore, Paolo rivendicava di essere un «delegato del Signore» e di avere lo spirito di Dio (1Cor 7,2540). Egli considerava «del Signore» le sue istruzioni ai suoi comandi (1Cor 14,37), in altre parole, riteneva che il Signore stesso parlasse attraverso di lui (1Tess 2,13).
La circolazione delle lettere di Paolo ebbe inizio già durante la sua vita, ciò è provato dalla prescrizione dell’apostolo secondo la quale avrebbe dovuto esserci uno scambio di (copie di) lettere fra i Colossesi e i Laodicesi (1Col. 4,16). Inoltre gli indirizza alla lettera ai Galati «alle chiese di Galazia» (Gal. 1,2) e raccomanda che 1Tess. sia letta «ma tutti fratelli» (1Tess. 5,27), il che forse implica l’esistenza di numerose «chiese domestiche».
     gli scrittori di questa lettera apostolica, pur confidando di parlare con autorevolezza, non mostrano di essere consapevoli che le loro parole potessero essere considerate come modello durevole di dottrine e di vita nella Chiesa cristiana. E si scrivono per un proposito immediato e proprio come avrebbero desiderato parlare se avessero potuto esser accanto le persone cui si indirizzavano. È naturale che simili lettere fossero conservate amorosamente elette più e più volte dalle comunità che l’avevano ricevute per primo, ed altri che dovevano apprezzare le coppie di così preziose testimonianze dell’età apostolica. [(Nota 4: qua e là negli scrittori patristici si incontrano notizie sulla conservazione dell’autografo di questo o quel libro del nuovo testamento. Tertulliano (praescr. her. 36) nomina Tessalonica fra le città cui erano state indirizzate lettera apostolica che venivano ancora lette sull’autografo (apud quas [sc. ecclesias] ipsae authenticae litterae eorum recintatur, dove ipsae impedisce di interpretare authenticae come «non mutile» o «non falsificate dagli eretici)].
 
4. Con il passare del tempo una letteratura cristiana crebbe in quantità e fu fatta circolare attraverso differenti comunità. Verso la fine del primo secolo Clemente di Roma scrisse una lettera alla Chiesa di Corinto e all’inizio del secondo secolo Ignazio, vescovo di Antiochia, in viaggio verso il martirio Roma, inviò sei brevi lettere a varie chiese e una Policarpo di Smirne. In queste opere, e ancor più nella successiva letteratura cristiana secondo secolo, gli scrittori incorporarono idee e frasi familiari degli scrittori apostolici in qualche caso li citarono espressamente. Quale che fosse il loro consapevole atteggiamento nei confronti di simili documenti apostolici, è chiaro che loro pensiero si modellò fin da principio su di essi. Al tempo stesso allusioni alla maggiore autorevolezza degli scrittori apostolici, in quanto vissuti in tempi tanto vicini al ministero terreno di Gesù, staccarono sempre di più i primi documenti dagli scritti contemporanei e giovarono a consolidarli come corpo letterario ben distinto. La lettera di Clemente e le lettere di Ignazio, ad esempio, risentono chiaramente dello spirito dell’età subapostolica. 

 

Pubblicato in Canone Biblico
   

Mons. Luigi Negri


   

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